Il duca d'Atene

Part 9

Chapter 93,897 wordsPublic domain

--Sì: ma cotesti cherici danno sempre dell'incensiere nel naso a chi vince: hanno sempre il dito sopra un'autorità de' libri santi per provare che ogni vittoria è da Dio.

--Non dire, ti prego, del vescovo nostro. Per lui, e per messere Antonio Adimari i' mi metterei al martoro.

--Sì, messere Antonio ha viscere di Fiorentino: ma a questi popolani falliti che, dopo aver tirato coll'oro di fuori nella nostra città i peccati di tutta Europa, ora ci tirano la ruina, e fanno le viste di stare col popolo, a costoro non credere. Razza di mercatanti: ch'hanno la patria a Lione, in Analdo, in Inghilterra, nel cofano dei re, in ogni tasca piena. E che fu che fece falliti in più d'un millione di fiorin d'oro i Bardi e i Peruzzi? Fidare ne' re. Non posson eglino vivere questi venditori e venduti, senza fregare col naso la mota che il re d'Inghilterra pesta co' piedi?

--Di' pure, Brandino, quel che tu vuoi, ma grande onore è alla repubblica e alla città di Fiorenza farsi sostenitrice di regni, bàlia di re.

--Sostenitrice sciancata, che prende per suo bordone una canna infranta; bàlia diburrata. Men oro, Gianni, e più ferro; men fumo e più calore; meno astuzie più senno.»

* * * * *

I ragionari de' meno ardenti erano interrotti da grida di morte: i più infuriati volevano il duca, volevano i suoi. Allora Antonio degli Adimari, mosso dalle parole del vescovo e dalla propria generosità, raccolse quanta gente capiva nel palagetto de' Priori dietro a san Pietro Scheraggio, e parlò:

«Cittadini, io vengo a proporre cosa contraria al volere d'alcuno di voi, ma non vile: perchè, se vile fosse, Antonio degli Adimari non la proporrebbe ad un suo nemico, non che ad uomini battezzati al medesimo fonte con lui. È alcuno di voi che l'oppressore nostro desidera morto; e forse stassera costui si pentirebbe del desiderio, o, se adempiuto non fosse, certamente del non l'avere adempiuto non avrebbe rimorso. Or a voi dico, che volere la morte dell'uomo il qual ci nocque, è un confessarsi paurosi di lui. La tirannide è insetto che basta cacciar della mano; raro è forza schiacciarlo: e chi lo schiaccia, n'ha sulle dita la sozzura ed il puzzo. Credete: nè il duca ned altri, dopo tale prova, oseranno entrare in Fiorenza tiranni. E i tiranni, sappiate, nocciono talvolta più morti che vivi. E ferirli con ira è onorarli troppo; è un chiamare sulle ossa loro la pietà de' lontani. Perchè la morte è santificatrice, e frange gli affetti duri, e i più miti rinforza. Lasciatelo strascinare di terra in terra la sua vergogna, e portare a' lontani popoli le novelle del valore e della generosità fiorentina. Che fareste voi d'un cadavere? Io non vi dico, poniate mente alle sue parentele di Francia: chè non timore di vendetta dee stogliere uomini liberi da vendetta. Dico, gli perdoniate e col fatto e con l'animo. In ogni modo l'avete fiaccato, e vinto: vincetelo col perdono. Io, da lui messo sotto alla mannaia, che per lunghe ore mi stette pendente sul collo; io che per la sua nequizia soffersi la fame, e le angoscie della patria pericolante, e le angoscie della mia figliuola abbandonata; io, nel nome di Dio, gli perdono. Perdoniamogli, cittadini d'una forte repubblica, la quale meglio che dalla scure e dal ceppo, sarà salvata dal nome di Cristo liberatore nostro.»

Queste parole ammollirono le ire degli ascoltanti. Ma «dateci almeno l'iniquo conservadore, e il suo bordelliere Cerrettieri,» gridavano. A que' di fuora che non avevano ricevuta l'impressione delle parole d'Antonio, il sangue di tre uomini, senza il duca, pareva poco. Alla fine, patteggiando ira con ira, come i re patteggiano viltà con viltà (se non che quivi trattavano di poche anime, e i re di migliaia e di millioni in un tratto), s'accordarono tutti nel contentarsi allo strazio di que' tre.

* * * * *

Fra questi dibattiti passò 'l martedì, ventinovesimo di luglio; nè l'ira allentava; ed era più tesa in quelli che più gridano, e meno fanno. Ma poichè i re concuociono la vendetta in cuore per anni, non è maraviglia se un popolo (e non era l'intero popolo) per due dì. Tra' gridanti erano alcuni che, amici in secreto al duca, speravano sul sangue dei tre fare scivolare lui salvo fuor di città; i più torbidi speravano da quella strage venire a tumulti più gravi. Anco de' buoni taluni facevano schiamazzìo, perchè dalla culla avvezzi a nutrirsi d'ire cittadine, ora che meno incivilmente potevano disfogarle contro malvagi stranieri, godevano lasciar loro il freno. Ed erano tenuti più stranieri degli stranieri stessi gl'Italiani che servivano al duca: sì perchè, tranne il Visdomini, tutti d'altre contrade d'Italia; sì perchè i servi iniqui sono più svergognatamente iniqui del signore, e più aizzan gli odii mostrandosi a ogni ora, mentre colui che comanda li move non visto. Il giovanetto figliuolo del conservadore era non meno abbominato, perchè in tanta tenerezza d'età pareva mostruosa tanto ferrea durezza di sensi; e perchè lui trasportava di là da ogni modo la novità del comandare, e la giovanile baldanza. Queste cose pensando, e rimestandole ne' colloquii, facevano ribollire i furori. Le parole de' pii erano prese a sospetto, e parevano come raggio di luna che spunti un tratto sul mare in tempesta, che fa più visibile la furia dell'onde, e più tetro il biancheggiar della schiuma.

Fu mercordì, Sandro di Cenni de' Biliotti a Gualtieri; e disse i feroci imperii del popolo. Ma Gualtieri (come canna che, piegata dal vento, ad ora ad ora si rileva) negò.

«Cedere della dignità propria, disse, è cosa dura, ma non codarda sempre; gettare ai cani della via la carne de' miei servitori, è viltà che non cape in anima d'uomo francese. Usciranno con me i tre richiesti, o con me periranno. E se io li abbandono alla tempesta che rugge, chi m'assicura che i Borgognoni miei non mi sbalzino dalla medesima prua per alleggerire il pericolo?»

Gualtieri pensando all'onor suo, e al debito dell'umanità, riguardava insieme alla salute propria. E in quel coraggio era mescolato il timore. Ma il Biliotti, al quale la generosità, pure in nemico, piaceva, e al qual pareva trista cosa premere troppo per aver tre uomini da farne cadaveri, si tacque e uscì.

Cerrettieri, il conservadore e il figliuolo stavano in una stanza tendendo gli orecchi a ogni grido di fuori, a ogni rumore d'entro; e non parlavano, se non per rinfacciare quel d'Assisi al Fiorentino, e questi a vicenda le non prese cautele, i non dati consigli, le non commesse crudeltà, nelle quali credevan ora avrebbero potuto trovare salvezza. E visto uscire messer Sandro, chiesero poter parlare a Gualtieri: ma questi che, di viltà stomacato, com'uomo pieno di cibi non digesti, ne abborriva la vista in altrui; e non voleva o sentire lamenti, o dare promesse, o pensar lungamente ad altro pericolo che al proprio; e gran parte di quel pericolo imputava non alla reità, ma all'imperizia di que' tre, non li volle. Poi, ripensando, chiamò 'l giovanetto. Sperava, da quel viso e da quegli occhi recenti di vita, bevere, come soleva, ilarità, divertire la paura, attingere forza. Ippolito venne, ma sparuto, gli occhi languidi dal vegliare lungo, le braccia cascanti; sì che il feroce uomo n'ebbe pietà.

«Coraggio, disse, posandogli la mano sul capo.»

Il giovane si mise a piangere, e diceva ne' singhiozzi: «Non ci abbandonate, per Dio!

--No, finch'io vivo (poi ravvedendosi); finch'io posso, tu sarai meco.»

Ippolito lo rimirava, come chi tenta indovinare parole di lingua non nota: e Gualtieri, guardatolo lungamente: «O giovanetto, trista cosa è la vita; e già tu ne fai dura prova. Non è gran danno finirla, credi.»

Quegli che lo intese: «Oh non dite.» Poi: «Ma che deliberate di noi?»

Egli, umiliato e cruccioso: «Spetta egli a me deliberare?

--Che sperate almeno? che temete? Accertateci dell'animo vostro.

--Fanciullo, io non ho più nè speranze, nè timori, nè desiderii per me nè per altri. Il caso, il caso è oramai signor nostro.

Qui tacque un poco; poi posando la destra sul ginocchio di lui, con accento di compassione, qual forse non aveva mai provata sinora: «Infelice, tu ti se' abbattuto sulla mia via, e la traccia de' miei passi ti parve buona a seguire. I' non ti forzai: lo volesti. Ora noi siamo nella medesima fossa, circondata da lupi voraci. Se mai tu n'esci, rammentati, o giovanetto....»

Qui gli veniva sulla lingua un consiglio di virtù; ma e' s'accorse che nè quello era tempo di consigli, nè egli di consigliare era degno. E tacque, accennandogli uscisse. Il giovanetto lo guardò con occhi di preghiera; e letta negli occhi del duca una risposta amica, si partì racquetato.

* * * * *

A Gualtieri ogni momento sembrava un'ora (tant'era l'angoscia); e ogni ora un istante. Nè i Fiorentini, volendo, avrebbero potuto imaginare tormento maggiore di quest'agonia di dubbi, e d'indugi, e di nuovi colloquii che riuscivano in nuovi oltraggi, in nuove battaglie di terrori. E' chiamava a sè or l'uno or l'altro de' Borgognoni, e li tentava, incredulo della lealtà loro, e maravigliato del resistere ch'e' facevano all'aspra prova. Perocchè il grande ora pretende dal piccolo ogni generosità come debito, ora a mala pena la crede cosa possibile.

Nuovi messi incalzavano chiedenti le tre teste esecrate: e Gualtieri per ritrovare forza contro alla tentazione, chiamò a sè Rinaldo conte d'Altavilla, e lo mandò intercessore. Il conte, fatto venire messere Pino de' Rossi, uno della balìa, propose, quali altre condizioni il popolo di Fiorenza volesse, avrebbe, fuori che sangue.

Pino de' Rossi vergognando e abbassando la voce: «Il popolo chiede sangue.

--Ma che giovano tre ree teste alla sua pace?

--Giovano a salvare una quarta, più rea. Lasciate (dura cosa a dire!), lasciate che il destino de' tristi si compia. In bene ordinata città, già di que' tre avrebbe i capi il patibolo. Ben so che giustizia fatta a furore contrista le anime amiche di rettitudine; e par meno atroce una carnificina sigillata con autentico sigillo di giudice iniquo in nome d'iniquo re, che una testa che balzi per giustizia sommaria di plebe. Ma Dio forse pesa con altra bilancia gli atti umani. Inchiniamoci alla ferrea necessità; e ringraziamo che in tanta dissoluzione di cose peggio non segua. Voi forse, forse io patiremo un giorno gli effetti di questa rabbia popolare, alla quale ora ci è forza ubbidire. Iddio, nobile conte, abbia misericordia di noi; e se non da sventura, ci liberi da viltà.»

Tali parole proferite con rassegnata fermezza, siccome da uomo che senta profondo la difformità del male, e vegga lontano un'imagine di bene disperato bellissima, commossero il conte. E in questo ondeggiare procelloso passò la giornata di mercordì con la notte.

* * * * *

La nuov'alba levandosi, come suole, lieta sulla città cara alla luce, vide la calca tuttavia circondante il palazzo, e un aprir di bocche anelanti sangue. Al qual nuovo tumulto, il duca si sentì vacillante; e la paura picchiava alle porte dell'anima sua dicendo: «Se a me non apri, aprirai alla morte.» Ma donde mai il misero uomo poteva trarre ragioni valide di non essere vile? Solo un fermo proposito d'innovare sè stesso, congiunto con una preghiera potente, era da tanto. Lo sciagurato pareva simile a femmina lasciva ed innamorata, che stretta da instanti preghiere, cede col pensiero prima che in atto; e se resiste alcun tempo, gli è men pudore che orgoglio. Non diceva egli già: «Che sarò io quand'avrò consumata l'ultima infamia? Che mi dirà, brutta di quel sangue, l'anima mia?» Questo non pensav'egli, ma: «Di me che diranno in corte di Francia? Ch'io, ho macchiato lo splendore della francese cavalleria; che i miei servi e cavalieri ho abbandonati sulla via, preda ai ladri, come guerriero che non sa difendere la sua donna. Ch'io sono codardo, diranno.»--E cercava non più le ragioni del non fare, ma le scuse del fare; cercava, non gli argomenti, ma le parole appropriate a adonestar l'ignominia; perchè dove più gli argomenti mancano, ivi le parole si offrono più moltiplicate, quasi ancelle di tristo signore. E già cominciava a trovarle siffatte parole: e il buon volere e il mestiere di principe lo ajutavano in ciò.

Tuttavia la battaglia interna continuava: della quale stanco, e' non poteva più sostenere colloquio alcuno, nè più vedere chi potesse incuorarlo a fortezza. Già, tranne il vescovo (il qual non degnava farsi messaggero di morte, e invano tentava sedar quel furore di piazza; chè il suo grido era come il gemito d'un ferito fra le urla de' combattenti), tutti i quattordici della balìa, e gli ambasciatori senesi erano, ad uno ad uno, o insieme, venuti di tempo in tempo a dimostrargli sempre più stringente il pericolo, a raccomandarsi non li forzasse più oltre a così triste imbasciate. Sconfitto di dentro, e' ripugnava di fuori; si corrucciava talvolta, come se il vincitore foss'egli, e più: e quelli soffrivano, come si soffre l'imprecare d'un pazzo.

La notte venne: e da otto dì quasi, Gualtieri non aveva chius'occhio se non a breve sopore e affannoso; nè mai il vigilare del campo e la stanchezza del battagliare l'avevano tanto rotto. Quella sera, già quasi certo del come uscire d'impaccio, si sentì più tranquillo, tranquillo della quiete che segue alla febbre cassale: si sdraiò vestito e armato sul letto, con la lancia a lato, la spada sull'origliere, e dormì. Breve sonno, nel quale le imagini si confondevano, come le onde e i sassi e le piante divelte e le sozzure profonde del mare si levano in una tromba. Sognava le grida vere che sentiva scoppiar dalla piazza, e grida di naufraghi nella tempesta; sognava i suoi misfatti, misti alle memorie dell'innocente gioventù; sognava la Bice Bordoni accanto a sua madre; un campo di battaglia seminato di patiboli; uomini che feriscono torneamenti, e carnefici che straziano; sognava il mare di Grecia flagellare con le grandi onde il palagio de' Priori, barcollante come saettìa; sognava le ruine d'Atene in un misero paesello di Francia; e santa Maria del Fiore in rovine; e valle d'Arno irrigata di sangue; e donne venire baciando scheletri. Poi vedeva Arrigo Fei sparato, e gli sentiva dal ventre gorgogliar parole francesi maledicenti; e un'aquila del monte Olimpo volare tra le selve di Puglia, e di lì sull'Uccellatoio di Fiorenza, e rimpennarsi di nuovo mantello, e di nuovo spennacchiata acquattarsi; e poi sempre il mare che fluttuando gli sconturbava le viscere; e poi cadaveri sopra cadaveri, ed egli saliva su per quelli, e si aggrappava ansimante, e giunto in cima, sentiva mancarsi il piè. E ruzzolava balzelloni di scoglio in scoglio, taglienti come rasoi; e lasciava a ciascuno un brano di sè, e sospirava un fondo di acque o di fiamme ove posarsi, e non lo trovava mai. Negli spasimi di quel capitombolare interminabile si destò: tastò il letto, la spada, la lancia, e balzò in piedi gridando. L'arme ond'egli era coperto, in quella scossa gli rintronarono intorno, e gli fecero paura: ma al grido di lui nessuno rispose, sì perchè già usi a udirlo urlare ne' sogni; e sì perchè i servi, fatti indocili dalla sventura, a mala pena ubbidivano. In quel momento egli ebbe spavento di sè: non più cavalcatore dell'altrui volontà, come d'animale domo; ma debole, senz'amici, senza fama, senza virtù. Languente dall'afa, dal sudore, e più prostrato di prima, aprì la finestra, ma non s'affacciò, per paura non l'aocchiassero dalle case d'intorno. Invocava l'aura della notte, gli rinfrescasse la coscienza; e domandava, come i peccatori sogliono, al corpo la medicina dell'anima. Poi passeggiava a passi lenti e uguali la stanza, e non fermava in alcuna cosa il pensiero: e la mente di lui pareva vota, come di pargolo o d'imbecille. In quel letargo dell'intelletto la coscienza si scosse: e vergogna lo comprese, mista a profonda e non disperata pietà di sè stesso. Allora i pensieri vennero, altri pensieri; e montavano nell'anima sua, come il mare all'ora del flusso notturno, quando abbraccia la navicella che stava in secco, e a poco a poco smovendola con picciole onde, la trae con dolce forza a venire con sè. Pensò la vita passata: sentì che l'anima umana ha virtù di rifare sè stessa: questa cosa sentì come in sogno. Ma l'alba veniva: i Borgognoni, desti, scotevano le lancie, e mormoravano per il castello; e la folla ringrossava di giù. La presenza del pericolo rioccupò l'animo suo tutto quanto; come infermo che, riavutosi per brev'ora, si sente venir meno, e ricade sul letto.

* * * * *

Francesco de' Medici, uno della balìa, nojato del più chiedere l'elemosina di tre teste, trovò, siccome destro uomo, il modo di piegare Gualtieri. Andò ai Borgognoni, disse: unico indugio alla salute loro la resistenza del duca; diano i tre, saran fuori. I soldati mandarono uno de' lor caporali pregando il signore; ma prego espresso con parola d'impero. Quegli, o punto più che mai nell'orgoglio, o fresco dei buoni pensieri parlatigli dal suo angelo, disse che no. Sola una via non infame restava all'uomo: uscire dell'antiporto, darsi all'ira del popolo (dopo aver patteggiata per prezzo della propria la vita de' servi suoi), e morire con coraggio di Francese. Questa via non gli venne pensata. Ma guai se i cattivi potessero d'una fine bella rinvolgere una brutta vita! Al buono stesso non è cosa facile ben morire.

I soldati fremevano. I più codardi minacciavano gettar lui dalle finestre ai latranti di sotto; i migliori volevano s'indugiasse; gli animosi mettevano innanzi l'onore dell'arme francesi: i prudenti rispondevano, qui cedersi al numero, non al valore; altrove espierebbero questa e altre macchie in Fiorenza contratte; la vita esser lunga, e un dì di battaglia ad anima di soldato essere buono lavacro. Vinse il partito de' prudenti: tornarono al duca dodici de' principali, e spronavano. Egli, sempre meno restìo, ricalcitrava tuttavia. Or uno di quelli, rompendo ogni ritegno, posta la mano sul pomo della spada, e porgendo l'altra fin sotto il viso di Gualtieri:

«È oramai tempo di scegliere: o la testa dei tre, sire duca, o la vostra.

--Che di' tu?» esclamò egli, ritraendosi inorridito, quasi dal tocco d'una serpe.

«Io dico il volere mio, e il volere de' trecento raccolti qui fuori.»

E i trecento a una voce: «Vogliamo.» E picchiavano con le lance chi 'l suolo, e chi l'armi.

«Io sono il signore vostro: a me spetta volere.

--Noi siamo quest'oggi, sire, più duchi di voi, perchè siamo trecento; e vogliamo unanimi cosa contraria al volere vostro; e voi non avete, da contenerci, nè pena nè premii. Le nostre trecento teste voi non potrete far volare da coteste finestre: noi potremmo, sire, la vostra.»

Gualtieri tacque. Al Borgognone parve aver detto troppo, e della forza fatta a sè stesso fu così maravigliato e vinto, che uscì. Gli altri lo seguirono, rimaso un solo. E a costui disse il duca:

«Fra due ore, entrate: se io non fo motto o cenno, sian dati: se dico no, abbiate rispetto per poco al volere e alla coscienza mia.» Poi con frettolosa trepidazione e quasi supplichevole: «sarà per poco.»

Il soldato ripetè ai Borgognoni la preghiera, che ne furono mossi a riverenza, sì per l'abito dell'antica soggezione, sì perchè ad anime francesi piaceva la generosità di tanto resistere in tal frangente.

E due ore passarono: ed ecco sul mezzodì un Borgognone s'affaccia, senza dir motto.--«No.»--Passano ancora due ore.--«No.»--Due ancora.--«No.»--Ma la furia dentro e fuori stringeva, come laccio avvolto: le grida ricrescevano paurose, intollerabili: ma i silenzi che le interrompevano a quando a quando, come voragini buie per cammino buio, gli venivano più tremendi, perchè dalle cose di fuori lo ritraevano in sè; e egli da' pensieri suoi proprii rifuggiva, come dal mettere il piede sopra serpenti aggrovigliati. Pietà sincera non era la sua verso i tre che strappavanglisi per forza, come arma impugnata a difesa e a offesa: ma ai moti della passione sua torbidi e vorticosi s'infondeva anco un senso di nuova compassione sopra costoro, ch'egli avea amati, al suo tristo modo, ma pure amati; che si erano con la loro coscienza conglutinati alla iniqua sua vita, che morivano perseguitati dal nome suo, quasi da demone vendicatore. Ma in questo affetto era rabbia del non li poter campare, più che desiderio magnanimo di camparli; era orgogliosa vergogna dell'esser debole, del dimostrarsi debole, del pentirsi, e del parere vile; del lasciarsi sopraffare dalla popolare tempesta, le cui onde obbedienti il suo legno fendeva già imperioso. Gli omicidii e le carneficine che ei commise spontaneo, che congegnò quasi allegro, che con piglio e con voce di capitano vincitore ordinò, non gli rimordono l'anima; ma il peso di queste tre teste si aggravava insopportabile sulla sua bilancia, perchè con esso insieme Iddio vi getta tutte quante le vite che egli ha distrutte empiamente, e tutti i rimorsi contro cui con isforzo di disumanata ragione ricalcitrò. Gli duole non poterli salvare, perchè salvarli sarebbe testimonio di potenza, lo farebbe vivo, e signore agli occhi suoi proprii, e, che gl'importa ancora più, agli occhi di questo popolo già vilipeso. Vorrebbe potersi dimostrare libero e al bene e al male, egli, tiranno e delle altrui e della propria libertà; perchè questa mostra di libertà sarebbe atto di rinviperita tirannide. E pure in cotesta smania di ostile jattanza era un onore reso alla umana libertà, alla bellezza del beneficare; era un confuso e quasi futuro desiderio d'ammenda. E in tutta la incessante e sempre più rinfierita battaglia non fu paura; per la vita sua propria non ebbe paura. Ma, aborrendo dalla minore viltà e' si gettava abbandonatamente a viltà più ignominiosa, facendo fin delle buone ispirazioni fomite al principesco orgoglio. Il quale gli vietava, come vieta signore duro a servo tremante, invocare gli altrui consigli. Per montare a quella maledetta alterezza di potestà con ansia repressa dalla stessa superbia egli si era affannato tanto: e adesso in quella vertiginosa altezza, secondo le brame sue, si trovava essere solo. Guai al solo!

Dal no al sì, la sua anima non patì, o non sentì, gradi. Come il mare, che, combattuto da' venti, getta alfine la barca, disarmata di vela e di remi, incontro agli scogli; duca Gualtieri fu, mal suo grado, ancora omicida. Trista condizione de' tristi! a grado a grado condotti a tale che il male diventi nell'opinione loro necessità aborrita, e quel che già fu cagion del pericolo, paia unica via di salute. Entrarono. Il duca non mosse nè lingua nè fibra: e più tormento gli fu quel tacere che quanti dolori o misfatti e' commise o patì. Usciti quelli, voleva gridare, ma gli parve non fosse più tempo. E di questo inganno ch'e' faceva a sè stesso, sentì rimorso: e Dio, nella sua misericordia veggente, gli avrà forse riputati a merito molti istanti di quella lunga battaglia.

Il conte d'Altavilla e il barone di Ciavignì stavano attenti all'orribile momento (da loro già antiveduto), per temperare a quegli sciagurati, almeno con una parola, gli spasimi della pienamente sentita e compresa morte. Quando intesero che Gualtieri concedeva: «Ma di chi?» domandarono. E i soldati, a' quali l'interrogazione pareva sciocca: «Dei tre.» L'Altavilla e il barone, guardatisi, indovinarono il mutuo pensiero, corsero al duca, e: «Quale dei tre per primo?» Egli che non aveva pur pensato potersi, offerendo a una a una le prede, saziare forse con sola una la rabbia di laggiù (che non hanno così fine il sentire i tiranni), disse, come ravveduto:

«Gli è vero. Un solo per ora: ma non sia Cerrettieri.

--E chi de' due?

--Qual volete.

--Sire (rispose irritato il barone), quello che noi vorremmo e faremmo, sappiamo. Tocca a voi condannare.»

E il duca, più irritato ancora: «Qual primo vuole, o qual prescelgono i soldati: o traggano a sorte; purchè non sia Cerrettieri.»