Part 8
Un altro uccellaccio stava per essere aggraffato, un altro notaio, Matteo napoletano, capitano de' sergenti a piedi, all'osceno duca. E' correva correva, su per le borgora di Pinti; e quelli dietro, e urlavano: «Il diavolo ha date l'ale a costui.» E i più indietro: «Chi primo l'acchiappa, non lo finisca.» I cittadini quieti, il popolo vero, potevano fermare il perseguito, e darlo in mano alla morte; ma non degnavano: e se non era paura della furia degl'inseguenti, l'avrebbero volentieri campato. I più faceti, godendo del vederlo sottrarsi a quelle fiere, dicevano: «Per un sergente a piè, e' corre bene.» Matteo svoltò da una viuzza, e poi da un'altra, e poi da un'altra, tanto che riuscì, sfinito, allo stradino dov'erano le femmine mondane, e diede del capo in Jache della Malora, un Francese ribaldo del duca corrottamente dai Fiorentini chiamato così; il quale, non trovando luogo più sicuro, andava per chiedere rifugio a quelle sciupate. Ma di tal foga correva Matteo, e con tant'empito pinse Jache, che tutti e due stramazzarono a terra con riso e tripudio di que' dietro. Il primo de' quali (ed era un macellaro) acchiappatolo, gridò: «Ti fossi gittato in Arno, i' sarei affogato per correrti appresso, tristo Matteo.» Jache rilevatosi, vide sè in mezzo a una calca nemica, e raccomandò al beato messer san Dionigi l'anima sua. Le peccatrici al rumore s'affacciavano, scapigliate, trista cosa a vedere; altre attillate già, ma con le occhiaie della affralita giovinezza, e lo squallido pallore de' patiti piaceri. Le più attempate ridacchiavano; le giovanette guardavano attente senza parola; le già su' vensei parevano mosse a pietà. Allora disse uno di que' della via: «Diamo a queste pinzochere un santo diletto: facciam correre Jache e Matteo il palio ignudi: il palio sarà la cuffia della più vecchia tra voi, femmine.» Una cuffia fu buttata dalla man d'una giovane; e Jache e Matteo, ignudi nati, a forza di scudisciate, corsero e ricorsero il viuzzolo come due bovi che movono saltelloni al macello, stimolati dalla mazza del beccaio che li comperò. A mala pena e' potevano andare di pari: onde l'urtarsi a ogni tratto, e il cadere, tra l'angustia, e il dolore delle percosse, e la rabbia. Le donne lasciavano stare Matteo, che nol conoscevano; ma Jache il qual bazzicava laggiù, era segno agli scherni delle men buone. «Oh Jache! Oh Giacotto! Oh Lapo! Oh Jacopone!»--E una, giovanettissima ma svergognata: «Bella persona di francesaccio sudicio! Oh non mi died'egli, un mese fa, un fiorin d'oro perch'io stessi a vederlo cavalcare la costa, e al suo cadere gridassi, quasi vaga di lui, per farsi bello co' suoi compagnoni dell'amore di giovane donna.» Stanchi dello sbertarli a quel modo, li fecero montare uno a cavalluccio dell'altro e correre lo stradino così. Ora Matteo era il ronzino, ora Jache; ora fatti andare di galoppo, or di passo: e gridavano, contraffacendo alla peggio la favella di Napoli: «Matteo, se tu stavi nello castiello a parlimiento, tu non staresti ora rutto d'onne membro come tu se'. Non chiangere, meschino del duca, non chiangere: per poco tiempo tu stara' qui presune. Vuo' tu essere impiso o abbocconato?
--Abbocconato,» gridarono con cupe urla molti: e così lo strapparono dalle spalle di Jache, e s'apparecchiavano a fargli la festa. Jache se ne stava come brennaccia che scuota una dura soma, e aspetti nuove picchiate; quando aocchiò un uscio socchiuso, e una delle femmine, di quelle sui vensei, che pietosa gli ammiccava, entrasse: e sgusciò come coniglio sotto la macchia.
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Intanto verso la cerchia delle mura nuove di sotto a san Gallo fuggiva dal convento de' Servi un frate, pieno il cappuccio di maledizioni sue e d'altrui; e non osava nè correre nè andare piano, chè sentiva la morte battergli con le nere ali la fronte, e strisciargli fredda sotto all'abito sacro. Certi fanciulli che venivano da Cafaggio, lo colsero vicino al merlo abbattuto dal fulmine, e ravvisarono la faccia gattesca d'Arrigo Fei, quel delle gabelle del duca. E perch'erano gente di fuor di Porta, e dalle querele quotidiane de' padri avevano concepito contro il gabelliere sovrano odio degno di gente che vive di frodo, gli saltarono addosso come avoltoi piccoli a uomo semivivo giacente in via deserta; e gridando: «Oh fra Dolcino!» si misero a strappar gli abiti, e le difese di ferro ch'aveva sotto, e i capelli e la barba. Indi a forza di sassi e di coltellacci male arrotati lo finirono con lungo martoro. E, morto, lo strascinarono ignudo per lo lastrico della città; ringrossata la turba de' fanciulli da uomini fatti. Gli occhi e il naso e le guance dell'ignudo percosse a' sassi e agli scaglioni, lasciavano per ogni via traccia di sè; e dalle braccia protese nel tramenìo, quasi in atto di pregare misericordia, e dal petto straziato gocciava sangue, e si spiccavano brandelli di carne. Così da san Gallo fece il cadavere la via per infino alla piazza de' Priori; e quivi i sopravvegnenti, in cui l'odio era fresco, nuove atrocità ritrovarono. Di faccia al palazzo impiccarono, così lacerato, Arrigo Fei per li piedi; lo spararono, e lo sbarrarono come porco. Il duca e Cerrettieri, abbassati gli occhi su quell'infelice, ne li ritrassero, non pietosi di lui, ma spauriti per sè. Il bargello d'Assisi non guatò; che ben sapeva, fino alla menoma fibra, quanto tempo dopo la morte palpitassero, e come nel lividore annerassero i cadaveri de' martoriati. Il popolazzo, intorno al gabelliere saltando, gridava: «E così vada ogni tiranno, e ogni servitor di tiranni.» E allora più alte le voci: «Muoja il duca e' suoi!» Come quando nella selva fremente per vento, un nuovo buffo che s'oda venir di lontano scuote più forte i sommi rami, e ne trae (misto al mormorìo continuo della fiumana che scende) un rumore più cupo, e più lungo che mai.
Ma poichè assai lo videro così sparato, o schifati di quell'aspetto, o per certo furore di novità che possede gli animi commossi, lo spiccarono: e allora i fanciulli ripresolo, così sbarrato com'era (che pareva una carogna di principe da dover essere imbalsamata) lo ristrascinarono urlando. Trassero infino al ponte vecchio; e, palleggiatolo lungamente, alla fine lo buttarono giù.
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Degli orrori che racontiamo è tua in buona parte, o duca Gualtieri, l'infamia.
Nè tutti i cittadini partecipavano all'inumano convito: molti raccolti nella gioja della pura vittoria, molti intesi alle utilità del Comune, molti ai loro negozii; altri guardavano come trasognati, o come fa giovane donna il reo condotto al ceppo, che nel tendere gli occhi avidi a quella atrocità, rimbrividisce e compiange. Di là dal ponte Rubaconte (il quale ora chiamano con più dolce nome il ponte alle Grazie, perchè la Madonna delle Grazie ivi ha una chiesetta, lieta del monte in prospetto, e del fiume) veniva di Borgo San Niccolò un beccaio non ricco, devoto al duca, non come uomo tristo, ma per quasi stupida devozione, quale negli animi semplici alligna. Nè dissimulava egli ora, com'altri, l'animo suo; ma n'andava la sua via stupefatto delle nuove cose e sdegnoso. I battilani del vicinato, e qualch'altro beccaio, gli diedero addosso; e già imaginavano vederlo con gli occhi intenebrati, cadavere, e strascinarlo: ma egli tratta fuori una coltella lucente che aveva, e guatandosi tutt'intorno, e andando loro incontro li teneva addietro, come fa toro di cani abbaianti. Altri si ritraevano a passo lento; altri con quanta fretta incorrevano, con tanta fuggirono. Un frate, passando (il frate che aveva la notte del sabato combattuto là sulla piazza), sdegnato in cuor suo del codardo assalimento, prese il beccaio per mano sgridando la turba, e mostrò sotto al cappuccio l'armatura forbita, e sopra l'armatura la croce. Lo accompagnò fino al ponte: poi, ritornato a coloro: «Razza di vipere, incominciò, voi volete rivolgere in maledizione la misericordia di Dio. Or sappiate che se all'uomo forte nella coscienza del debito suo nessuna potestà può resistere, l'uomo crudele che nella violenza trasmoda, va via com'acqua per suolo di rena, che non ne rimane gocciola. Temete, cittadini, non i tiranni o i nemici di fuora: temete voi stessi.»
La moltitudine, a quella voce potente, concorreva vogliosa d'udire; e il frate, picchiando ad ora ad ora sul petto, e dal crocefisso che batteva sulla ferrea corazza traendo un suono nuovo, badava a dire. «Mala signoria è uccellaccio spiumato, che tu puoi con un bacchio levare di nido, e sbatacchiare per terra: ma chi gli fa mettere i bordoni e le piume e le penne maestre, se non la nostra superbia e invidia e cupidità? Vo' vedete come Dio ha miracolosamente percossa questa sconciatura di re, sotto a' cui piedi noi ci eravam dati perchè ci pestasse. Che veramente miracolo è a dire il grande accordo col quale voi, gente lacerata, vi uniste a gridargli: La tua giornata è finita. Ma se la concordia potè, Fiorentini, tanto; io vi dico che la discordia e la crudeltà faranno di voi un miracolo nuovo di servitù e di vergogna. Popolo diviso e immoderato è buon concio da ingrassare tiranni. E di là dove il fumo dell'odio si leva, tra non molto la fiamma divoratrice divamperà.»
La parola del frate era come l'aura che passa sul fiore e sul cardo, ma non ne liba uguale profumo. La moltitudine tuttavia stava attenta; quando un rumore di grida si fece sentire nella prossima via. E quasi tutti traggono a vedere che è. Così le foglie secche, ammontate appiè dell'albero, quando il vento si leva, se ne vanno leggére, e abbandonano la mesta pianta ond'ebbero vita.
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A reprimere le poche stragi, ma malaugurose alla città, il suo vescovo che faceva? Mandava per grandi e per popolani, che spargessero tralla folla parole di pace. Ma i grandi nella burrasca delle concitate moltitudini perdono il fiato; i popolani non sentono la loro potenza novella, o troppo la sentono, e ne fanno mostra nelle ire importune. E il vescovo, e i frati da lui mandati a messaggi di perdono, e i cittadini più pii non si affannavano con la debita fretta a salvare quelle teste esecrate, sperando che l'ostinatezza coraggiosa e superba del duca non le lascierebbe al furore della plebe; sperando che, tra umanità e stanchezza, la plebe si ritrarebbe a mezzo del suo corso omicida; sperando ne' casi, ne' prodigi del cielo, non osando intanto invocare ferventemente nè la plebe nè Dio. Avesse osato il vescovo stesso entrare in mezzo al tumulto, l'aspetto di lui lo calmava forse meglio che ogni parola; ma diffidenza degli altri e di sè, più che non curanza, più che paura, falso rispetto della propria dignità lo ritenne. Temette che le sue preghiere cadessero inesaudite, non curato il suo cenno; stette a sentire, lasciò correre le ore, che, non portand'anco la morte, prolungavano ai miseri l'agonia più fiera che morte, e ai cittadini un'ebbrezza sitibonda di sangue. E coloro che egli inviava, e altri che intendevan di suo parlavano languido, come chi dispera della propria parola; e la moltitudine, che vuol cenni imperiosi e sicuri, prendeva di lì incitamento alle sanguinose richieste; e, disobbedendo, le pareva obbedire. Altri, e non della plebe, non ancora certi della vittoria, e temendo che quelli scellerati consiglieri e ministri di maledizione, scampati, diventassero più accaniti a tirannide, volevano tra questa e se un fosso pieno di sangue: nella loro audacia era paura. E ai più buoni, quasi spossati dalla lunga battaglia di tanti affetti e passioni, mancava vigore a questa nuova e più difficile battaglia seco stessi, e con la parte loro, e con la vittoria; e cedendo, tra rassegnati e trasognati, alle grida imperversanti, sentivano in esse la voce d'una giustizia sovrumana, che giunge a suoi fini con impeto non dissimile da vendetta. Quanto d'errore si nascondesse in quei tortuosi pensieri, quanto di colpa in quei sensi rapidamente mutantisi l'uno nell'altro, quegli solo n'è giudice che ne fu testimone.
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Ma i quattordici della balìa col vescovo, anco perchè occupati a spacciarsi del duca, non attendevano a raffrenare la popolare vendetta. Dico, a spacciarsi di lui, e salvarlo da fine crudele: chè all'ira ne' migliori già sottentrava disdegnosa pietà. Perchè le anime forti e severe sono com'acqua tra rive difese da folte ombre, che par bruna e torba; ma se un raggio vi penetri, ella lo riflette puro, e lo accarezza in sè con amore. E oramai che la paura del duca dava ai cittadini potenti l'adito nel palagio, mossi a pietà della fame di quegli sciagurati, e' vi mettevano dentro tanto pane (non più) quanto bastasse di giorno in giorno alla vita.
Or i quattordici, il vescovo, gli ambasciatori di Siena, il vecchio conte da Battifolle, entrarono al duca, a renderlo certo del voler loro e del popolo. Egli, facendo mostra d'intrepida dignità, ringraziò della intenzione benevola; e stava aspettando le loro proposte, siccome l'astuto suole, quando si sente impacciato. Filippo Magalotti gli fece manifesto senza circuizioni il pericolo. Raumiliato, ma tranquillo, e' domandò al conte Simone: «Or che credete voi, messere, convenga alla pace di Fiorenza e alla mia dignità?
--Ve ne andiate, signore.»
Il duca, con ira che voleva parere alterigia, chiesto tempo al pensare, pregò 'l conte volesse tra poco tornare a lui.
Ritornò. Fosse nuova speranza scesa in cuore a Gualtieri, fosse consiglio de' suoi, fosse astuzia per ottenere patti men duri, fosse superbia dell'animo inalberato dalla sventura, e' disse al conte ch'entrava: «Non posso. Invocato, esaltato sopra la condizione di re, io entrai nella città di Fiorenza: uscirne a guisa di fellone non è dell'onore del mio sangue regio.»
Il conte, parco di rimproveri importuni e crudeli, non rispose a questo; ma disse: «Pensate, messere, che quest'unica porta vi rimane all'uscita.
--Condizioni io voglio, degne della stima in cui m'ebbero insino a questo dì i Fiorentini.
--Condizioni potete, o duca, proporre, e io rapportare: con quale speranza, non so. Meglio sarà ne abbiate parola con alcuno della balìa, che potranno più speditamente o accettarle o farne altro. Perchè già il pericolo stringe: e di qui sentite le grida. Or con quale della balìa piace a voi, signore, tenere discorso?
--Con messere Simone Peruzzi.»
Il Peruzzi, già de' fautori del duca, assumeva di mal cuore in sè quest'uffizio: ma gli altri ve l'incuorarono; perchè que' savi cittadini stimavano essere buona cosa mostrare fede in uomo non sicuro, ma per altro non tristo; segnatamente laddove il sospetto accenda gli odii, e la fede non porti pericolo. Visto entrare il Peruzzi, Gualtieri l'accolse con più dimostrazioni d'affetto che non avesse il tetro uomo usate mai a donna bramata; e rammentò gli obblighi che lui duca stringevano alla casa Peruzzi. Il cittadino taceva. Ma quando il Francese si buttò alle promesse (che nulla costano ai tristi, ma a lui costavano molto, perch'erano confessione di paura); il Peruzzi rispose:
«Sire, molte cose voi prometteste a Fiorenza, molte a' suoi cittadini; molte e grandi, e contrarie fra sè.
--La novità del governare e l'impeto francese, confesso, mi trasviò: ma rinnoviamo la prova.
--Non si rinnovano, sire, prove di sangue. I Fiorentini hanno nome di ciechi, ma non di stupidi.»
Allora il duca quasi supplichevole: «Messere Simone Peruzzi, voi siete cittadino di repubblica: ma cittadino fiorentino ha spiriti regii, e sente quello ch'è debito e innato ad ogni umana maestà. Vo' vedete che cedere a questo modo io non posso. Proponete quali vi piacciano patti, purchè patti siano, purchè un trattato si faccia tra il duca d'Atene e il Comune della città di Fiorenza.
--Patti? Il Comune della città di Fiorenza ha in mano la vita del duca d'Atene, suo tiranno: il popolo di Fiorenza, conte di Brenna, è re vostro.»
Il miserabile uomo, quasi piangendo lagrime di rabbia (espressegli dal cuore, come il vento che tira ineguale fa le gocciole di pioggia dalla nube restia), mormorava in parole tronche: «Or che dirà il mondo di me?
Che dirà il mondo di voi? Quel che già dice. Duca d'Atene, il vostro destino è segnato, destino di tiranno: un titolo solo vi resta; l'infamia. All'opinione del mondo e all'onore più non pensate: pensate a scampare la vita.»
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Allora il vescovo, mosso a compassione, andò a lui. Lo trovò sbigottito; sbigottito non di paura, ma di vergogna; rientrato in sè, e più pochino della persona che natura nol fece. Lo guardò con quegli occhi ch'e' soleva guardare un peccatore indurato vicino a morire, con pietà, con ribrezzo, con sacra speranza nella bontà e nella forza dell'umana natura, ajutata da Dio. Gualtieri, riscosso, e levatosi da sedere, gli prende le mani, le bacia, e:
«Venerabile uomo, vi rammentate vo' il dì quando in pubblico sermone mi commendaste all'amore del popolo fiorentino? In memoria di quel giorno i' vi prego, diciate per me una parola di pace a cotesta plebe disumanata.
--Duca d'Atene, io parlai altra volta a pro vostro, e m'ingannai: pagai caro l'inganno. Nè questo era tempo da rammentarlo: ma sia. I' confesso meritato il raffaccio; chè qui non del mio orgoglio si tratta, ma della salute vostra. Parlerò sì per voi: e vi raccomanderò, non all'amore, ma alla misericordia del popolo fiorentino, purchè voi stringa, Gualtieri, misericordia di voi stesso. Umiliatevi.
--Ecco io m'umilio. Prometto al popolo ordinamenti nuovi: purchè non mi scacci. Purchè non mi scacci (gridò commovendo con mano gl'irti capelli della torbida fronte). Ai grandi prometto franchigie, franchigie ai popolani, franchigie ai cherici: prometto onori, salarii, esenzioni agli uomini, padre, della casa Acciaiuoli.»
A queste parole il vescovo, levato il capo e colorato di sdegno, esclamò: «Sire Gualtieri, la mia famiglia è Fiorenza. Se altra volta, preso da umani affetti, feci o parlai cosa men che degna di vescovo, e di fiorentino, il giorno della battaglia e del pericolo comune m'insegnò la mia dignità. Sire Gualtieri, la mia famiglia è Fiorenza: a me vescovo, grandi, popolani, operai son figliuoli; a me cristiano, grandi, popolani, operai son fratelli. Voi altri siete usi costaggiù a afferrare il pastorale con la mano regia, e a farne mazza percotitrice sui popoli: ma qui non è Francia.»
Gualtieri, ferito, dimenticando il presente suo stato, rispose con amaro sorriso: «Rammenti la mansuetudine vostra, che il duca d'Atene ebbe a consiglieri cinque vescovi, e non francesi.
--Sian dieci, siano venti; tutti non sono. E fossero, basta uno solo a dare esempio al mondo che non è necessaria cosa essere vile nel nome di Cristo; che disubbidire ai grandi della terra laddove e' comandan peccato, è cosa santa; che i tabernacoli del Signore sono assai grandi da poter ricettare quest'orfana divina, insidiata dalle frodi de' principi, perseguita dai peccati degli uomini, la libertà.»
Il vescovo signoreggiava dell'alta persona e del forte accento toscano e della cristiana autorità il laido duca, il qual pareva come rimpiccinito a' suoi piedi, men che fante, e men ch'uomo. E mentre che frate Agnolo parlava, la povera croce appesa al suo petto pareva dicesse anatema alle insegne di cavaliere appese al petto del tristo; e lì poste a fronte si combattevano e si giudicavano le due potestà. Gualtieri sentì sè minore: e non tanto paura quanto riverenza lo vinse:
«Padre, se io v'offesi, non era mio intendimento. Fate di me quel che l'animo vi consiglia.»
Lo sdegno del vescovo cadde a quelle parole; com'acqua pura che, sbattuta, in breve si ricompone, e rifà trasparente. E uscì ad impetrare grazia per la vita del tristo.
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Ma il popolo nella piazza, al vedere or l'uno or l'altro de' cittadini entrare ed uscir di palagio, come fanno gli amici e i parenti nella stanza d'uomo ammalato in pericolo, ne sdegnavano; e parecchi andavan dicendo:
«Guarda carità che li prende! E' sperano condurlo a patti quel cane.
--Volesse tenerli, e' non può.
--Un modo io so di fermarlo: con funi d'oro. Promettigli fiorini, e l'avrai. Per ritrovare un bargellino, e' svierebb'Arno.
--Che di' tu, Pietro Paolo, d'averlo e di patti? Non l'abbiam noi? Chè non lo scendiamo sull'atto? Se parlamentare intendono, salgan essi que' della balìa su in palagio, e lascino lui ignudo qui a questo sole: vi dico, ch'e' tremerebbe a foglia a foglia.
--Oh pauroso non è. Non ti rammenti, Bucciolo, quando lo vidimo passare il Serchio con soli cento de' suoi, e affrontar la battaglia?
--Allora, fratello, e' non era duca. I codardi hanno in vita loro un dì di coraggio, che sia velo e titolo a perpetua codardia. Poi a costoro il coraggio è come una malattia che li piglia. E tu sai che i polsi battono più forte così di timore come d'ira.
--Codardo, o no, purchè se ne vada.»
In altro capannello dicevano: «E' volle essere signore a vita della città e del contado; ed ecco quanto gli resta; un palagio per carcere, forse per gibetto.
--E quei che volevano un signore di sangue reale, perchè nel sangue reale è più flemma di giustizia e di carità, l'han sentita ora.
--La gente ricca (vedi, il mio Stricca) desidera mutar cibo.
--E noi, non usi a palpare nè grandi nè re, noi lingue di forbice note al mondo, leccare costoro! e un sergente del pugliese parerci dappiù d'un priore!
--Noi? di' piuttosto i ricchi nostri ch'han sempre avuta la maledizione di scavare sotto il lastrico di Fiorenza un viperaio di re. In quarant'anni dacch'io mangio e beo, ecco: prima Carlo di Valois; poi re Roberto, che morì, e fece bene; poi un Filippo di Valois che non volle, e fece bene; poi un figliuolo di re Roberto, che se n'andò, e fece bene. E' non ci degnano, o la misericordia di Dio ce li leva di collo; e noi sempre all'accatto d'un cencio di re. Nasce al duca di Calabria un figliuolo: pensa sapienza che verrà al mondo da una nuova testa di duca! E Fiorenza in gloria. Troppo!
--E questa pestilenza di cavalieri ch'e' ci portarono, che crescono per le prata, come la malva. Noi li avevamo un po' diradati, e di dugencinquanta di corredo recati a sessantacinque: e costoro ce ne rimettono Dio sa di che sorta polloni. Sai tu, Lapo, quanti n'albergava Fiorenza all'entrata del duca di Calabria? Duemila. Pensa! Giotto da San Gimignano, cavaliere; cavaliere Ippolito, il figliuol del bargello. Ma i' credo ch'egli abbiano per dama la morte.»
Altrove brontolavano più sdegnati: «Oh chi li muta? I grandi per tutte le parti di cristianità sono a un modo. E' son come i bachi nel corpo umano; tira tira, ne schianti un gomitolo; il resto rimane dentro. Vedi, patteggiano.
--E che patteggiano?
--Oh chi lo sa? Più facile contare i passi della lepre che seguire le vie torte d'un grande. Il diavolo, amico, è di sangue nobile; e perchè parve a lui le sue corna non fossero alte assai, le levò contra Dio.
--Credimi, Cecco, a costoro noi siamo bestie comestibili; e s'e' ci lasciano mangiare, fanno per ingrassar sè di noi.
--Ben fecero que' di Bruggia a incarcerare i nobili caparbii; a ingabbiare gli astori. Ma noi abbiamo telai migliori, non migliore anima di que' tesserandoli.»
Vedendo Rodolfo de' Bardi entrare al palagio, certi seduti sulla ringhiera mormoravano: «Ve', ve', uno de' nostri Uberti. In grazia loro il grecaccio fece la vituperata pace con Pisa.
--Tu di' de' Bardi: e i Donati? E l'orgoglio di quel Manno, degno figliuol d'Amerigo, che vent'anni or sono (me ne rammento io: gli era d'agosto) fece congiura per rubare, ardere, uccidere; per abbattere l'uffizio de' priori, e disfare il popolo.
--E i Cavicciuli, con le loro torri, e i palagi, e i masnadieri stranieri!
--Oh ecco il vescovo entrare anche lui.
--Mal augurio quando i preti c'intingono.
--Non dire, Ansaldo, non dire cotesto. E fu pure un vescovo di Fiorenza, che (quando Arrigo imperatore ci assalse, e n'andò via scornato), s'armò co' suoi cherici a cavallo, a difesa di porta Sant'Ambrogio, e de' fossi. I' v'ero io.