Il duca d'Atene

Part 7

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Il duca, al qual pareva viltà concedere molto, anche spontaneo, ora si vedeva forzato; e toltogli ogni merito delle sue, com'e' fingeva crederle, grazie: e, pur dal sospetto della viltà rifuggendo (Francese pretto in ciò), repugnava. Nuova di fuori nessuna, nè de' soccorsi aspettati: al buio d'ogni verità, altro che terribile; simile ad uomo posto in tanto di luce quanta basti ad illuminare un precipizio, fitto di tenebre il resto. Gli venne in pensiero di salire in cima alla torre del palagio, e fare gli occhi propri messaggi del vero: che rado i principi fanno. Saliva solo, a passo lento, e accostandosi alle feritoie, sentiva giù la tempesta popolare mugghiare profonda; e il grido «muoja» fischiare acuto, come tra '1 rompere de' marosi, il cigolio delle antenne. Oh quanto lunga gli parve quella salita; e come l'aria schietta e vibrante dell'alto era grave alla sua anima ansante! Quando fu in cima, guardò nella piazza formicolare le turbe inimiche; e quegli animali, quasi striscianti per terra, ch'e' non poteva schiacciare, gli mettevano stizza; come la stizza del fanciullo inviziato che vuole una vendetta insensata e sopra le forze sue. Guardò sulla vetta di Trespiano, se mai vedesse un amico lampeggiare di lancie; ma sola qualche falce di mietitore gli faceva corto ed amaro inganno. Poi guardò alla città: vide per le vie prossime e per le lontane caracollare drappelli d'armati; e sventolar sulle torri e sui campanili le bandiere del Comune e del popolo; e il popolo uscire ed entrare ne' tempii a grandi onde. Quella devozione a lui avversa, e lieta dell'onta sua, gli commoveva dentro una rabbia non dissimile dalla bestemmia. E' sentiva ondeggiare nell'aperto e mescersi sotto sè, quasi cantico di vittoria, il suono delle campane; e rammentava il dì, quando le campane sonarono festive il suo avvenimento. Volò intorno con gli occhi per tutta Fiorenza, per quella selva, con bel disordine folta di monumenti di forza e di dovizia e di bellezza. Innalzò gli occhi al cielo, da sì gran tempo confitti o nelle travi d'un chiuso palagio, o nel tetro luccicare dell'armi, o nel dubbio volto d'uomini non amati, o nel freddo viso di femmine non amanti: poi li chinò sulla valle beata, sui giri scherzosi del fiume, sui colli ingiardinati e incastellati, sotto i quali la terra, fiorente dell'opera umana, si distendeva, come palpita il cuore di giovane donna sotto le caste mammelle: e dalla gioja de' campi rinnalzò gli occhi alla gioja de' cieli, a quel dolce sereno, a quel sole forte e puro, come il calore d'anima generosa. E sentì prepotente nel chiuso spirito penetrare, come fuoco in metallo, la forza della natura; e nella bellezza della natura intravvide la giustizia di Dio, come chi sente per cielo azzurro il lontano muggire di tuono estivo. Nè mai Fiorenza gli era veduta sì bella. E comprendendo in uno sguardo l'Uccellatoio, e le vicine terre e le lontane, pensò quante erano in balìa sua, quante sarebbero potute venire; pensò, ch'e' non voleva in sul primo quell'assoluta signoria alla qual poi l'anima sua s'abbarbicò con radici così sitibonde; pensò, perduto forse ogni cosa. A questa imagine non resse: e scese quasi di corsa. Più scendeva, e più l'anima, aderente alla terra, pareva s'alleviasse, come al respiro dell'etico l'aria grossa è medicina, la schietta è stimolo di morte. Adunati i suoi, ascoltato il consiglio franco ed accetto del barone di Ciavignì, deliberò lasciare i dugento.

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Cigolarono sui cardini restii le porte della camera ch'era carcere ai presi: e il barone di Ciavignì, lieto del messaggio, annunziò la data libertà. Nell'uscire, i più sdegnosi volgevano gli occhi da lui, come avrebbero fatto da Giulio d'Assisi, il bargello; altri lo salutarono dello sguardo, altri della mano: Antonio degli Adimari gli porse la sua. Qual fosse il senso del barone nel tocco di quella mano, parola nol dice: perchè l'affetto rispettoso d'una nobile anima eccita in anima non avvilita tale una voluttà, ch'è negata fors'anco all'amore. E quando temi il duro o calunnioso sospetto de' buoni, vedere da uomo buono indovinata, come per rivelazione, l'anima tua, è compenso di molti dolori. Oh barone di Ciavignì, quando lasciavi per il soldo di duca Gualtieri la terra di Francia, non pensavi al certo che il più caro premio, la più memorabile gioja che tu dovevi riportare d'Italia, sarebbe la stretta di mano d'un cittadino fiorentino, prigione.

Uscivano a due a due nella piazza i liberati; ultimo l'Adimari, quasi vergognoso delle sofferte insegne: e sull'uscire incontrò gli occhi di Rinaldo conte d'Altavilla che lo guardava con riverenza di figliuolo; e si commosse nel cuore profondo.

Uscivano a due a due. I parenti, gli amici, gl'ignoti, s'affollavano loro intorno, come ad uomini usciti di sepoltura, come ad antichi cittadini di repubblica morta che in un subito risuscitasse con loro. In quella dolce confusione d'amplessi, e di parole tronche, e di voci a cui mancavano le parole, molte faville d'odio, rimase nel fondo de' cuori, si spensero, perchè la gioja spegne gli odii meglio che non fa la paura.

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Dispersisi quelli, per andare a vedere le mogli e i figliuoli (che li aspettavano chi alle finestre, chi sulle scale, chi ne' cortili, e chi nella via, secondochè la dignità permetteva all'affetto, o l'affetto vinceva la dignità), la moltitudine sulla piazza, calmata l'ansia dell'aspettazione, rassicurati, incominciarono a ragionare. I più confidenti, o forse alcuni tra' ligi allo straniero, facevano ogni cosa finito: potersi la città rimettere in pace; il duca cederebbe di buona voglia e anderebbe via. Per tali discorsi infuriavano i più; e: che cacciare la tigre nella tana, non era già averla spenta; e che smacchierebbe feroce, e farebbe impeto nella campagna; e bisognare la morte della fiera, e de' tigri, creature sue. Gridava uno: «S'i' lo vedessi abbracciato a un Santo del paradiso, e non ne lo potessi spiccicare, passerei da banda a banda il Francese col Santo.» E un altro: «Stritolargli le ossa bisogna, in minuzzoli più piccini della sua coscienza, di quel piccinaccio, di quel reciticcio. I tristi che non hann'anima nel petto, l'hanno in ogni membro del corpo: e, a mazzerarli come canapa, si rihanno.» E qui urlare con voci roche: muojano! muojano! E di que' che gridavan più alto, i più non avevano jernotte combattuto altro che in sogno. Ma quando la paura ne' vili finisce, il timore negli animosi comincia: e là dove allo stolto le difficoltà si dileguano, appariscono al saggio.

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Fin da domenica notte erano venuti di Siena, capitanati da Francesco Montone, trecento cavalieri e quattrocento balestrieri, molto bella gente; ed entrati nella città, fra le grida del popolo, a lume di fiaccole e a suon di campane. Riposati che si furono, e sentita la messa in Santa Reparata, i sei ambasciadori, tre grandi e tre popolani, si presentarono al vescovo e a' più onorevoli cittadini raccolti intorno di lui; e Francesco de' Salimbeni cavaliere disse queste parole:

«È intendimento del Comune e del popolo di Siena, con questo leggier soccorso mandare al popolo di Fiorenza una significazione della benevolenza sua: e questo stima debito di repubblica a repubblica, e di gente toscana a gente toscana: e vive sicuro che in ogni occorrenza il Comune e il popolo di Fiorenza farebbe il simile verso il popolo e il Comune di Siena.»

Queste semplici parole furono più soavi a dire e a udire che in altri tempi non fosse ogni civile vittoria delle più gloriose: nè tanto Farinata godè a Montaperti della debellata, quanto il Salimbeni ora della soccorsa Fiorenza. Il vescovo a lui rispose:

«Non vi desideriamo, onorevoli cittadini, tali occasioni quale questa è, da provare la fede nostra; ma questo vi promettiamo, che ogni pericolo della vostra repubblica sarà da Fiorenza tenuto siccome suo. Io intanto e questi cittadini presenti a voi, nel nome del Comune, con leal cuore vi ringraziamo del buono animo vostro: e al popolo e al Comune di Siena ogni bene e grandezza dal misericordioso Iddio, e dalla Vergine, vostra signora e nostra, imploriamo.»

Vennero i Samminiatesi, vennero i Pratesi domenica mattina, co' loro soccorsi: venne il conte Simone da Battifolle, venerabile vecchio, e Guido nepote suo. E con forte voce ma tremante per la lieta turbazione dell'animo, il conte disse così:

«Ringrazio Dio che ha serbata la mia canizie a questo giorno tanto fortunato alla vostra città, degna figliuola ed erede della libertà e gentilezza di Roma. E mi sarebbe doluto morire, e la vostra diletta repubblica, sì lungo tempo durata in grande libertà, lasciar tuttavia sotto la mannaia di straniero carnefice. Ormai, magnifici cittadini del Comune di Fiorenza, i' non morrò a tale ora ch'io consolato non muoja, perchè gli occhi miei hanno vedute le bandiere del vostro popolo spiegate di nuovo in sulle torri dell'antica città. E m'è grato che questi pochi guerrieri, da me condotti come soccorritori alla battaglia, giungano testimoni della vittoria.»

A lui il vescovo: «Iddio benedica, o signore, la vostra vecchiezza, e la bontà dell'animo vostro.»--E voleva seguitare; ma non trovava parole che dicessero più nè meglio di queste poche: quando l'affollarsi intorno al nobile vecchio de' cittadini affettuosi, tolse l'Acciaiuoli d'impaccio.

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E la domenica al tardi e il lunedì concorrevano da tutte le porte i contadini armati, chi per cenno de' loro signori, i più per devozione al Comune; vogliosi di sentire l'odore della battaglia, ora (nella gioja) dolenti quasi della non da sè cooperata vittoria. Mezzo ignudi taluni: ma sotto a que' cenci batteva un cuore d'uomo franco e di cristiano, credente nelle forze del Comune e nel nome della libertà. I sacerdoti, sopra tutti, accoglievano con amore que' poveretti; e al vederne le torme, non fiacche ma ubbidienti con altera docilità al ben compreso comando, e che movevansi da spontaneo impeto concitate, godevano in cuore. Chi dell'armatura guerriera non aveva che l'elmo, chi soli i cosciali, chi un pavese arrugginito: ma le falci erano lucenti, e taglienti le accette, e gli archi fecondi di certa saetta. E dicevano in loro schietto e potente linguaggio, dello sbarbare la mala erba francese, e del potare i rami fradici dalla buona pianta. Ad un setaiuolo brillo, il qual si faceva beffe della veneranda e terribile semplicità di costoro, e si lasciava fuggire parole pericolose in dì di vittoria popolare, sicure il dì poi; un contadino cencioso ma pulito de' suoi cenci, guatando bieco ma freddo, rispose: «Se vo' sapeste vivere come noi viviamo, non fradici di vino, e rimpinzati d'untuosi banchetti, e invidiosi, e peccatori; vo' non correreste rischio di perdere ad ogn'istante la vostra libertà e de' figliuoli vostri. Perchè la maledizione di Dio v'entra in città, come la pestilenza, cucita in quegli abiti foderati di vaio e d'ermellini. O anime di volpi, gente vestita d'orgoglio, e addobbata di male frodi!»--E' voleva seguitare, quando il briaco gli si avventò per zombarlo: ma il contadino non degnava adoprare l'accetta. Ed ecco gente venne che, gridando, fece fuggire lo sbeffeggiatore briaco, il quale, inciampato in un sasso, cascò come morto.

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L'Acciaiuoli, con altri buoni cittadini, grandi e popolani, fecero richiedere quanta sapevano buona gente, e bandire parlamento per riformare lo stato della città. Il lunedì, furono congregati nella chiesa di Santa Reparata, tutti in arme; e chi non poteva le armi per ferita toccata in battaglia, avevano ripresi gli abiti all'antica foggia fiorentina. Grandi e popolani senza distinzione si sedevano là dove trovassero il luogo libero; e i più potenti parevano ambire il men alto. Sedie onorevoli erano serbate agli ambasciadori di Siena, e a' condottieri degli altri soccorsi; ma parve loro più bello confondersi ai cittadini. Il vescovo parlò, e disse:

«Oramai la signoria del Comune, o Fiorentini, è vacante; chè nessuno è che non vegga il duca d'Atene già fuori delle nostre porte, e non voglia, prima che il suo imperio, la morte. Onde bisogna provvedere alle necessità del Comune, e scegliere uomini a' quali sia data balìa di riformare la terra infinattanto che il popolo radunato manifesti in solenne modo la sua volontà. Io, cittadini, salva l'approvazione vostra, proporrei che a quattordici di numero fosse data essa balìa, tolti da tutti i sesti, e più dai più popolosi: e direi che, siccome fecero i nostri maggiori, i quali in altra simile riformagione nominarono dodici cittadini, due per sesto, un de' grandi, uno de' popolani; e noi similmente eleggessimo de' popolani sette, e sette de' grandi.»

Tutti dissero ch'era bene. Allora il vescovo propose a uno a uno i nomi che seguono, e ad ogni nome tutti di grande accordo rispondevano: sì; perchè già il vescovo non proponeva persona, che non fosse sicuro del consentimento comune. Nominò d'Oltrarno Rodolfo de' Bardi, Sandro di Cenni de' Biliotti, Pino de' Rossi; di San Piero Scheraggio, Filippo Magalotti, Giannozzo Cavalcanti, Simone Peruzzi; di Borgo Santo Apostolo, Giovanni Gianfigliazzi e Bindo Altoviti; di San Brancazio, Testa Tornaquinci e Marco degli Strozzi; di Porta del Duomo, Bindo della Tosa e Francesco de' Medici; di Porta San Piero, Bartolo de' Ricci, Talano degli Adimari. Nessuno quasi tra gli eletti era stato de' capi delle congiure, e poco avevano operato i più per la sconfitta del duca; anzi taluni o nel forte della congiurazione nascostisi, o dato segno d'animo titubante o d'avverso. Ma i buoni cittadini di Fiorenza pensarono, gli uomini accomodati al congiurare rado essere idonei al governare; pensarono, la balìa data ai men caldi essere indizio di confidenza che il Comune poneva in essi, e pegno di concordia, e spezzare ogni vincolo tra loro e 'l tiranno; pensarono che nel frammischiare alcuno uomo incerto, ma non tristo, a molti sicuri, era pericolo minore che nello escludere in tutto quella gente dalla somma delle cose: e pensarono che la fortuna mutata a favore della repubblica inspirerebbe nei più tiepidi nuovo ardore d'affetto. Assentiti per tanto i quattordici, il vescovo disse:

«Resta ora che si deliberi a chi affidare la podestà.» Alla quale proposta tutti quasi a una voce nominarono il conte Simone da Battifolle: ma il buon vecchio levandosi prese a dire:

«Io vi ringrazio, o cittadini di Fiorenza, di questa fiducia che in me ponete: e se la intenzione buona valesse, parrebbemi non n'essere in tutto immeritevole: ma vi dico che senza estrema necessità non saprei risolvermi a fare uffizio di giustiziere in questa terra dove non altra memoria vorrei rimanesse che della riverenza e dell'amor mio verso tutti e ciascuno de' suoi cittadini. Perchè, laddove tu debba condannare od assolvere, rado è che tu possa fuggire l'odio o 'l sospetto; e quando pure l'animo intero non fallisse mai, può fallire la scienza e la pratica delle cose. Nè questa mia canizie, ch'io ho fino ai tardi anni serbata pura d'odio e di sospetto, vorrei, Fiorentini, pur con un fallo d'ignoranza macchiare. Poi, dell'ancor muggente tempesta non può che non rimanga una lunga e faticosa marea, durante la quale non sarebbe delle mie forze sedere dì e notte al governo. E quanto maggiori cose voi v'aspettate, o buoni cittadini, dall'opera mia, tanto il vedervene, senza mia colpa, ingannati, mi vi farebbe odioso o sospetto. Però vi prego vogliate lasciarmi sicura fino alla morte la ricchezza della mia pace e dell'amore vostro.»

Così parlava il buon vecchio: e i cittadini, dolenti del niego, pure assentivano. Proposesi di chiamare a podestà Giovanni marchese di Valiano; creare intanto sei luogotenenti, tre grandi, tre popolani, un per sesto: Napo degli Spini, Berto de' Frescobaldi, Paolo Bordoni, Taddeo dell'Antella, Antonio di Lando degli Albizzi e il cavaliere Francesco Brunelleschi: al quale il Comune per tal modo significava aver preso in grado il suo pentimento. E sei n'elessero, acciocchè di più fosse insieme adunato il senno, tra più divise le cure e le odiosità in quel difficile tempo. Eglino stettero nel palagio del podestà con dugento fanti pratesi per guardia: onore che Fiorenza intendeva rendere al buon zelo della terra di Prato. E tennero ragione sommaria di ruberie e violenze; e s'ingegnavano di medicare le piaghe della straniera insolenza.

Ma prima che l'adunanza si sciogliesse, il vescovo disse ancora: «A tutti voi, cittadini, è noto come parecchie e terre e città, già soggette al nostro Comune, ribellandosi alla signoria del duca, se stesse rivendicarono in piena libertà: del qual danno non è questo il tempo di prendere o rammarico o ira, noi, occupati da gaudio sì grande e da più prossima cura. Ma questo io vorrei fermato sin d'ora: che non per via di vendette violente a noi convenga ripetere i contesi diritti, e questa nostra libertà, per divino benefizio rinata, battezzare in sangue fraterno. Le città già nostre, abbiamoci, anzichè nemiche, consorti e sorelle: e se con la potenza e col senno la repubblica fiorentina saprà salire all'altezza alla quale ell'è destinata, non dubitiamo che quelle verranno spontanee ad invocare la nostra autorità quasi bene massimo. Ma se il potere e il sapere ci manchi, quand'anco la signoria di quelle per forza ricuperassimo, sarebbe corta vittoria, e piena di sdegni e di pericoli, che l'uno dall'altro nascerebbero senza posa mai.»

Alla qual cosa assentito ch'ebbero tutti, il vescovo levandosi disse: «Da ora innanzi, a bandire il parlamento de' Signori della balìa e de' principali cittadini sonerà la campana della podestà; a congregare il popolo sonerà la campana a martello, com'era usanza. E così riprendendo le buone consuetudini della repubblica nostra, riprendiamo, o cittadini, (fuor gli odii e le gelosie) il vecchio animo fiorentino.»

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Ben fecero i buoni cittadini a provvedere alle cose del Comune: che il popolo a questo non dava mente, pieno dei dolori passati e della presente gioja; il popolo che, siccome animale faticante, rumina a bell'agio le cose; ond'è che i tristi sovente lo colgono sprovveduto. E questa del vivere più nel passato che nell'avvenire, è così potenza e grandezza come sventura della misera plebe.

I più corrotti, come briachi a' quali il dì festivo non è d'altro occasione che d'intemperanze, badavano pure a vendetta. Intanto l'assedio seguitava notte e dì senz'assalto: chè già la fame, quieta e invincibile, come la morte, stringeva i rinchiusi a uno a uno, e sotto a' ferrei usberghi ficcava il suo dente. Di che facevano gran fiottare i soldati; ma i baroni, più delicati, tacevano per orgoglio; il quale nell'apparenza tien vece di molte virtù.

Dico che i più cattivi tra i cittadini correvano braccheggiando la vendetta; e non tanto cercavano, o mandavano pe' masnadieri cercando i paggi o i valletti o i damigelli del fiero duca, quanto i ministri delle sue crudeltà. Non rammentando (tanto li acciecava la fiera voglia) che il bargello d'Assisi stava rinchiuso col figliuolo Ippolito nel castello, l'andarono taluni a cercare nelle case de' Cerchi Bianchi nel Garbo, dov'era l'abitazione di lui. In lui sopra tutti, ed in Cerrettieri Visdomini tendeva la rabbia popolare. La quale dispersasi per la città, fatto de' viuzzoli, delle vie mozze, delle cantonate quasi tante maglie di rete fitta da incalappiar i nemici, se n'andava annusando per addentarli a morte. Bindo Altoviti sorprese un notaio, crudele uomo, vestito da donna, il quale attraversata la via come gatto che fugge, scendeva a acquattarsi giù a' lavatoi tra' giunchi del fiume. L'Altoviti, al passo virile e al guardar sospettoso, s'accorse del vero, e, smascheratolo, l'additò alla marmaglia seguitante. Voleva egli fare scherno di costui, non istrazio: ma coloro, alzate le gonnelle al notaio, e stracciategli le brache, si misero a flagellarlo. E perchè il cattivello gridava il nome di Maria, ed eglino: «Madonna vuol partorire: oh che nuovo peccato vuo' tu mettere al mondo? Forse un nuovo patto tra 'l duca e 'l Comune, con cautele e sacramenti a modo del primo? Ah cane di notaio; ah servitor del bargello! Di' quanti n'hai fatt'ire al patibolo, e quanti a' tormenti!» E le busse sonavano a tutto andare. Quando un vagliatore, afferratolo per il petto: «Tanti bocconi ci convien far di costui quanti e' tradì cittadini.» E strapparlo, squartarlo vivo, sbocconcellargli ogni membro (che guizzando pareva cercasse il tuttor vivo compagno), fu un punto.

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Alla crudele opera davano mano parecchi tra' figliuoli di quegli scardassieri ch'jeri facevano per lo straniero; e taluno di que' beccai stessi ch'aizzava jeri i suoi cani contro i cittadini combattenti per la libertà, li cacciava oggi addosso ai servi del duca vinti. A raffittire questa turba aggiungevansi molti artigiani delle arti più sozze, o delle più molli (e questi erano i guidatori); e qualche legista armato di bacinetto che riluceva al sole, maravigliato di tanto. La turba cresceva continuo. E perchè 'l vinaio era ben conosciuto razza ducale, contro a' vinai si scagliavano costoro, o piuttosto contro alle canove loro. I quali vinai, come pecore nella stalla quando si mungono, stavano cheti, e belavano pietosamente. E per deliberarsi da tante spugne assetate di giustizia, ciascuno denunziava la canova del vicino, come rea di vino più fine: nè si salvavan però; che, per dare giudizio retto, i severi uomini assaggiavano d'ogni botticina; e con molta equità sentenziavano. Se non che il vino così tracannato scemò grandemente il numero de' giustizieri, molti de' quali, come sanguisughe sature, cadevano in lungo letargo. E così non poche crudeltà furono risparmiate da questa prima rapina: perchè siccome il bene è grande ajuto al bene, e così 'l male è limite potente a sè stesso.

Ma il vino de' vinai ducali, o Simone da Norcia, non campò te da amara agonia. Costui, uffiziale alle ragioni del Comune, barattierissimo punitore di baratterie, che molti aveva tormentati a torto, a diritto taluni; da quelli che a torto, fu lasciato stare, da quelli che a diritto, era adesso inseguito. E fuggiva, com'uomo che sente la piena del torrente rotto romoreggiare alle spalle; preso ch'e' l'ebbero, si levò una voce: «Buttiamolo giù dal ponte.

--No, ch'egli avvelenerebbe Arno,» gridò un'altra voce. «Facciamogli un bagno di piombo strutto, da tuffarvi entro quella boccaccia che tanta sete ebbe d'altro metallo.»

E un altro: «O sepolcro della giustizia, i' ti voglio aprire, e vedere che ti resta costà entro del tanto ch'hai divorato del nostro.»

Ma un barbiere ch'era dietro, presa l'ascia di mano a un contadino che guardava stupido e commosso, tagliò a Simone da Norcia la testa di netto, come buon cerusico che il barbiere era. Gli altri lo tagliarono a minuzzoli, e lo sparpagliarono per la via, come si fa la fiorita. Ed era fradicia di cervella schizzate, e di frattaglie sierose, e di sangue nero la terra.

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