Il duca d'Atene

Part 6

Chapter 63,737 wordsPublic domain

Il saio del frate apparve tra le armi, non come tra il verde della foresta luccicare minaccioso di lancie, ma come agli assetati spumeggiare lontano di fresca acqua corrente, come luce fralle tenebre al pellegrino. Alla vista di lui combattettero i Fiorentini più animosi e più miti, i nemici più arrabbiati e più trepidi. Ed egli, fra il fischiare delle saette e il rintronare de' ferri sulle armature, come se fosse il sibilo del vento tra i rami, si chinava sicuro a raccogliere la parola dei moribondi, e di lì si rizzava a sviare, or con un'arme raccattata da terra, or con la mano ignuda, la spada imminente sì al cittadino, sì al nemico implorante la vita. Pareva come tra il nero di nubi ammontate punta di metallo lucente rizzata ad attrarre quasi a stilla a stilla la corrente fulminea. Ed era refrigerio all'anima sua piagata insinuare nell'anima di qualche straniero parole di pentimento efficaci, nell'anima di taluno de' suoi parole di misericordia, che facessero doppiamente accetto il sacrifizio della morte. E allora il padre infelice sentì consumato in sè il sacrifizio degli antichi suoi sdegni, allora perdonò agli uccisori del figliuolo proprio, e in un amplesso con la patria sua libera li abbracciò. Non i rivi correnti di sangue sbramassero la sua vendetta, ma sì quant'esso per mitigare le vendette altrui fece e disse, e quanto di dire e patire desiderò. Così quella fiamma che da molte acque versate traeva alimento e in più ampi vortici fumosa saliva, al gettarvi panni bagnati, si spegne. E perchè fin ne' suoi ardimenti l'anima umana è debole, pareva al vecchio che se il sacrifizio di un altro figliuolo dovesse offrire per la patria e per Dio, l'offrirebbe. E Dio quella fiducia tra altera e sommessa, ma schietta, come grata offerta accoglieva.

* * * * *

Era ancora il sole alto; e, visto avviarsi vigoroso in piazza l'assalto, Corso d'Amerigo Donati e i fratelli, i quali avevano amici e parenti in prigione, sì per impazienza d'affezione e di vendetta, sì per avere più libero spazio al valore; e Corso per imitare l'esempio famoso dell'avolo suo (ma, diceva egli, per provare la virtù della bandiera del popolo), andarono verso le Stinche di costa a Santo Simone. Era l'edifizio di pietre grandi e bene commesse, ma lo sportello di legname, e di legname la bertesca; non molte le guardie, sciolti i prigioni. Tentarono sfondare co' ferri, ma e' si spuntavano; quando Rosso di Ricciardo de' Ricci, ivi entro condannato in perpetuo, gridò a que' di fuori: «Fuoco.» E misero fuoco allo sportello; e que' d'entro ajutandoli, chi con le accette e chi con le mani, fu sgangherato lo sportello; e tutti liberi in poco d'ora. E armatisi, crescendo ad ogni passo la moltitudine seguitante lungo le vie della bene edificata città, Tile de' Benzi de' Cavicciuli, e parecchi de' Pazzi, e altri che avevano loro amici in bando o presi col duca, s'avviarono a palagio dov'era il podestà, Baglione di Perugia; uomo cupido di danaro, al quale di podestà non era che il salario di quindicimila dugenquaranta fiorini d'oro, e il titolo, e tanto di ribalderia quanto bastasse a servire alla ribalderia onnifaccente del duca. Al Baglione il rumore annunziò di lontano per chi si preparasse la festa; e, radunati i famigli, romagnuoli i più, con affezione insolita, e con mostra d'ardire diverso dalla vecchia audacia sua, gridò:

«Figliuoli, questa è l'ora di valentemente difendere la signoria del duca nostro e le nostre proprie vite dagl'iniqui ladroni; quest'è l'ora di dimostrare al mondo chi voi siate, e chi sieno queste volpicciattole fiorentine dal ricco pelo e dall'ossa mal commesse, timidamente rapaci. La pace della città e la gloria d'Iddio nelle vostre mani è affidata, di Dio che detesta le sedizioni come scellerata invenzione di Lucifero, padre di tutti i ribelli.»

Ma i famigli risposero con tranquilla sfacciataggine, essere mestier loro offendere, non difendere; unico scampo la fuga.--Allora il podestà, deponendo la larva del coraggio, fatto viso di tutt'altro uomo, e tremando: «Fuggire! ma come?»

E i famigli: «Ciascuno pensi a sè: che se a signoria vostra abbisognasse de' nostri consigli, li avrebbe chiesti assai prima.»

Così dicendo, scappavano. Ond'egli, vestiti gli abiti del più guitto tra' famigli, che per carità glie li cesse, adattatasi una panziera a difesa del corpo, mancandogli tempo da soprappor la corazza, intanto che gl'infuriati venivano da una via, uscì dalla porta che dà nell'opposta: e nascondendo il viso, e non osando torcere il collo, e pur voglioso di guardarsi dietro (che già si sentiva le grida alle spalle, come il viandante colto dal mal tempo, si sente gocciolare pel dorso l'acqua temuta), alla fine mise il piede nelle case degli Albizzi. Nè mai le sue scelleratezze gli avevano data la millesima parte dell'angoscia che gli diede quel breve tragitto. Ma Dio serba i terrori, o i dolori, o (pena più crudele) i sospetti, a chi e' risparmia i rimorsi.

I famigliari dell'Albizzi, riconosciuta sotto a que' cenci la podestà, lo afferrarono, e volevano farne strazio; quando si rammentarono che il signore era in casa, ferito nel primo scontro da un quadrello di balestra grossa; e corsero a lui domandando, che fare della podestà. L'Albizzi, stizzito, non già dal dolore che provava acutissimo, ma dal non potere, sebbene maturo d'anni, combattere, rispose con ira: «Che fa a me quel carcame vivente?»

E perchè i famigliari, genìa interpretatrice, torcevano al peggior senso le sue parole, e se n'andavano allegri del potere tormentare una potestà, messere Antonio ravvedutosi, aggiunse: «Chi leva un capello da quella testa scellerata, pagherà 'l debito con la sua testa. Io non degno che pure i miei famigliari s'imbrattino in sì vil sangue.

--E che farne?

--Che chied'egli sia fatto di lui?

--Vuol vedervi, messere.

--Via da me quel basilisco di baratteria, che con gli occhi mi farebbe tutto una piaga.

--Dunque?

--Lasciatel ire.

--S'è' viene a voi per rifugio?

--Rimpiattatelo; vestitelo da famigliare, da donna: ma astenete le mani da lui, siccome fareste dall'amico del signore vostro.»

I famigliari non intendevano quel misto di sdegno, di spregio, di pietà; e stimavano messere Antonio degli Albizzi matto.

De' famigli della podestà taluni scapparono nel convento di Santa Croce: e quale de' frati non voleva aprire; altri pensava si dovessero accogliere per prudenza, acciocchè, se il duca o gli amici del duca vincessero, l'ordine di san Francesco n'avesse merito; altri, per debito d'ospizio e per carità.

La turba salì schiamazzando le scale del palagio, e mille villanie diceva al Baglione lontano. E correvano per le stanze spalancate con gli archi tesi e con in mano le spade. Ma, non trovando persona, la rabbia si volse contro gli arnesi, le finestre, le panche. Rompevano, infrangevano spezzavano, fracassavano, sminuzzolavano, pestavan co' piedi. Pochi gittavano all'impazzata giù nella via: ma i più si tenevano il frammento quale d'uno qual d'altro arnese, a memoria del giorno quando i cittadini di Fiorenza, non potendo più sopportare la servitù degli uomini stranieri, insorsero a libertà.

Spersi gli arnesi, e arso il resto, vanno alla camera del Comune, la forzano, ardono i libri ove i nomi degli sbanditi erano scritti: i debitori (ogni tempesta ha la sua schiuma) rubano gli atti della mercatanzia, per ispegnere la memoria de' debiti. Altra ruberia non fu fatta in tanto scioglimento di città, se non contro alla gente del duca. E tutto avvenne per l'unità in che si trovarono i cittadini a ricuperare la propria libertà e quella della repubblica.

* * * * *

Que' del sesto d'Oltrarno, che per sè era di grandezza e potenza un'altra buona città, sentendo lo sforzo della battaglia essere tutto intorno al palagio, prima che l'aria fosse bruna, apersero l'entrate de' ponti, e passarono a cavallo e a pie' in arme. I Bardi venivano scorrendo le file, e contenendo i cavalieri più veloci o più ardenti, non rompessero gli ordini. E perchè si sapeva che i radunati in sulla piazza potevano per molt'ora resistere, e per rassicurare in ogni parte la commossa città, mostrandole le forze sue, fecero levare le sbarre delle rughe maestre che non mettevano diritto alla piazza, e con le insegne del Comune e del popolo cavalcavano gridando: «viva il popolo e Comune in sua libertà!» e: «muoia il duca!» I vecchi e le donne rispondevano _viva_, e levavano gli occhi al cielo ringraziando; salutavano i noti, agl'ignoti arridevano come ad amici; i più appariscenti additavano; all'armatura o alla divisa o al portamento riconoscevano i volti celati dalla visiera; ai bambini indicavano con infantili parole il perchè della splendida mostra; e quelle bocche, aperte appena alla vita, gridavano anch'esse: _muoja_. Gli erano più di mille a cavallo, montati su destrieri tutti a briglie con freni dorati e purpurei, fra dei loro e di quelli tolti alle genti del duca; con archi soriani all'arcione, con al braccio scudi lisci ed uguali, o rilevati a vario lavoro, con tremolanti sugli elmi piume d'estrani uccelli. Poi dietro venivano diecimila armati a corazza e barbuta come cavalieri; senza l'altro minuto popolo in arme: chè la bene abitata città forniva venticinquemila combattenti; senz'alcuni forestieri, usi ai modi del guerreggiare italiano, e alcuni cavalieri lombardi, e senza que' del contado. A ciascun sesto precedevano l'insegne sue. Oltrarno, scala bianca in campo vermiglio, dragone verde in campo rosso: San Piero Scheraggio, carroccio d'oro in azzurro, toro nero in giallo, leone nero rampante in bianco: Borgo, vipera sul giallo, aquila nera sul bianco, cavallo sfrenato, covertato a bianco e a vermiglio, sul verde: San Brancazio, leone azzurro rampante coronato, nel bianco; Porta San Piero, due chiavi rosse in fondo giallo: Porta del Duomo, con in fondo il colore medesimo, drago verde. Queste ed altre le insegne de' sesti: alle quali venivano miste le militari; de' cavalieri: d'Oltrarno e del Duomo, bianca; di San Piero Scheraggio, nera e gialla; di Borgo Santo Apostolo, bianca e azzurra, addogata per lo lungo; di San Piero, gialla, di San Brancazio, bianca e verde. Verde l'insegna de' mercatini; de' balestrieri, campo bianco e balestro vermiglio, o quello vermiglio e questo bianco; degli arcadori, un arco in bianco e in vermiglio; de' pavesai, un giglio in vermiglio ed in bianco; de' cambiatori, montone bianco in vermiglio; de' medici e speziali, campo vermiglio con Nostra Donna e Gesù; de' giudici e notai, stella grande d'oro in azzurro; de' setaiuoli e merciai, porta rossa e piano bianco; de' maestri di pietra e legname, sega, scure, mannaia, piccone, e rosso il di sotto; dei fabbri, bianca la sommessa e sopra tanaglie nere grandi. Ma il bue nero de' beccai pascente in prato giallo, mancava.

Venivano a torme, a schiere, a drappelli, a larghe file, a due a due, in vago disordine: e tra quella selva di lance e di spade si smarriva lo sguardo con lieto errore: quale in ricca foresta le piante qui rade, là fitte, che all'alte cime s'alternano i giovani ramuscelli e le folte macchie; e ogni cosa, l'erbetta minuta, i fiori appiè delle negre elci, l'ellere, i rovi, la borraccina, significano la possente ubertà della terra; gli uccelli volano dall'abeto al cespuglio; e le acque correnti nutricano con amore e le mature e le giovanette, e le altere e le umili vite. Il quale popolo fu molto mirabile a vedere, e possente e unito.

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Ma sotto il caldo della giornata, e sotto quel tedio che occupa, per la non vinta resistenza, gli animi instabili, la stanchezza aveva prese le membra robuste de' Borgognoni; che senza pane e senza vino, eglino, avvezzi a bene morfire così come a battagliar bene, e vedendo a ogni capo di via i cittadini ristorarsi e cioncare, quasi per far loro dispetto, già maledicevano, non il duca ma la repubblica di Fiorenza che a' loro ventri dava noia sì lunga. I più impazienti (ed erano i più corpulenti) smontando bel bello da' cavalli, picchiavano alle porticciuole; e, vietante il duca, ma volenti di forza i loro compagni, entravano. Al veder questo, l'avaro signore ricorse a tarde promesse di ricchi doni: ma tra un fiume d'oro lontano e un centellino d'acqua presente, l'assetato ha pronta la scelta. Poi sapevano le larghe promesse dell'uomo e lo stretto attenere.

I rimasi sul campo, per questo spicciolarsi, vie più si scoravano; e più rimessamente incalzavano que' della terra, più alacremente assalenti. Il numero de' Francesi feriti o prigioni cresceva. Altri presi in tanto che appoggiando il lento passo alle lunghe lance, ritenendo il respiro per non guair di dolore, rammentando i dolci campi paterni, e raccomandando l'anima fuggente a Dio (l'anima che in tristo uffizio compiva le sorti della vita), si strascinavano fuor della mischia. Altri presi in tanto che si spogliano dell'arme francesi, e raccolgono sotto l'elmo la bionda capigliera ondeggiante sul collo, e s'ingegnano di strisciare non visti tra nostri. Chi s'arrendesse spontaneo, risparmiato: ma de' resistenti, altri malmenati duramente, altri, per ludibrio, gettato nella carretta, sotto a' cadaveri, ignudo. E que' capi vivi si dibattevano sotto ai morti, come naufrago sotto le tavole del fracassato legno galleggianti. Di che fremevano i più animosi tra' Borgognoni combattenti tuttavia, e pungevano sè stessi a combattere sino all'ultimo disperatamente. Ma la notte scese a rinvolgere nel suo velo le ferite e i terrori; e, se non che qualche grido levavasi ad ora ad ora a tener desti gli animi e le ire pronte, le balestre e le lance posarono. Per cenno del duca i Francesi si raccolsero nel palagio; di che i Fiorentini lieti, come di ritirata nemica, deliberarono, se novità non sopravvenisse, cambiare in assedio l'assalto.

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Sull'alba del dì di domenica il vescovo ordinò preghiere in tutte le chiese da Sant'Ambrogio a Ognissanti, per ringraziare Dio della prima vittoria, supplicarlo donasse a Fiorenza intero il benefizio della cara libertà, contenesse gli animi esultanti da ogn'impeto di crudele vendetta. Le chiese erano gremite di gente; e le madri vi portavano i bambini piccoli, che più diritta salisse a Dio la preghiera per la voce degl'innocenti. Quelli che assediavano il palagio, sull'alba, ogni saettare restato, si diedero la muta, e ascoltarono tutti con allegro fervore la messa. Tanto più fervore, che un po' di tema vi si mesceva, non per sè, ma per le persone care, e per il Comune; e che in quella concordia degli animi fiorentini si sentiva lo spirito di Dio. Ringraziavano umilmente: al perdono non pensavano molti, chè difficile è accoppiare insieme queste due cose: punizione e perdono. E da sola la virtù pregata e provata viene a noi miseri tanto amoroso senno.

Nel palazzo pregavano alla loro maniera i soldati; quella preghiera disgraziosa e diffidente che l'uomo peccatore volge nella necessità estrema al Signore, così come il vile prega all'amico tradito. Facevano voto alla Vergine o a' Santi del loro paese; ma del promettere ammenda de' mali fatti, era nulla. Poi dalla preghiera prevalicavano alla bestemmia, o a cosa simile alla bestemmia, all'impazienza superba e disperante. Fatti accorti della profondità del pericolo, e stremi fino di vettovaglia, uomini a' quali nessuna nobile ragione reggeva in quel frangente la coscienza, parevano com'onde che fremendo s'infrangono negli scogli, e l'ira loro si risolve in ischiuma. Gli erano quattrocento; e brontolavano, sè non essere venuti di Francia per basire di fame e di sete nelle terre fiorenti d'Italia; se dal fare quello che tutti non fanno (così chiamavano costoro, con francese eleganza, le ribalderie) non veniva miglior guiderdone, tant'era rendersi frati.

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Il duca, stretto dal pericolo, mandò per Rinaldo conte d'Altavilla, il quale e' sapeva essere nel palagio, che ora stava nella camera dov'erano i dugento rinchiusi, ora sedando le bestemmie de' soldati insofferenti. Questo stesso intercedere che Rinaldo faceva per lui, glielo rendeva odioso; chè agli offensori increduli della virtù, ogni generosità pare oltraggio. Pure lo chiamò a sè, pregando n'andasse ad Antonio degli Adimari, e gli profferisse il grado di cavaliere: egli, il duca, quel giorno stesso lo fregerebbe del titolo. Il conte d'Altavilla rispose:

«Vorrei, sire, far cosa grata ed utile a voi; ma di questa l'esito io stimo e ingrato e dannoso. Nè messere Antonio degli Adimari» (il duca a quel titolo riverentemente dato a un suo prigione, e da uomo francese, s'accipigliò; e il conte, avvistosene, ripeteva) «Nè messere Antonio degli Adimari accetterà cotesto titolo in tale condizione in quale ora è; nè per tali mostre il popolo porrà giù l'ira sua. Cosa cui fare non è, sire, della dignità vostra, io non credo della mia rapportare: però vi piaccia scegliere altro messaggio.

--Conte d'Altavilla, voi oltraggiate il duca Gualtieri.

--Io rispetto il duca, sire; e nel Francese difendo, quant'è in me, il nome Francese: e a Dio fosse piaciuto ch'io avessi ragioni e modi da più degnamente difenderlo. Di questo io reputo del debito mio farvi avvertito, sire; che non per titoli si piegherà l'alterezza di questi uomini fiorentini. Le cose sono a tale oramai, che i dugento presi, torna più a voi siano lasciati, che a loro: e più tranquillo sarebbe l'animo loro in morire che il vostro in ucciderli.

--Voi consigliate, o conte, a me cosa vile.

--Sire, io non vi consiglio ucciderli, ma lasciarli.

--E se a me piacesse altrimenti?

--A voi piacerebbe la morte vostra.

--Signore d'Altavilla, a me non è bisogno de' vostri consigli.

--Se mai v'occorra bisogno dell'opera mia, rammentatevi ch'io sono Francese.»

Uscito il conte, Gualtieri chiamò a sè il Visdomini, gli comandò l'imbasciata allo Adimari; e messer Cerrettieri, che sperava con tal mediazione fare sè meno odioso, e alleviarsi il pericolo, andò. Come Antonio l'ebbe veduto arridente l'incerto sorriso de' tristi che temono:

«Chi siete voi? domandò.

--Uomo disposto a' comodi vostri: e il duca nostro signore mi manda.

--Vo' avete un duca a signore, e alla favella mi sembrate fiorentino. Uomo fiorentino della lingua, e francese dell'anima, è animale che non appartiene alla specie ond'io son nato. Dite al signor vostro, s'e' vuole o farmi sapere cosa o saperla da me, mandi uno de' suoi. Fiorentini, creature del duca d'Atene, un Adimari non degnerà di risposta.»

Il Visdomini, in cui, non la vergogna ma la paura spegneva la rabbia, uscì senza dir motto: e sì gli seppe d'amaro rapportare le parole d'Antonio, che quel momento d'umiliazione fu a quanti avevano patito da lui onta o supplizio, sufficiente vendetta. Il duca, rattenendo, non lo sdegno che già gli veniva meno, ma la disperazione che incominciava, mandò per il barone di Ciavignì, gioviale uomo, e, per servo di tale duca, non tristo, ora dal pericolo fatto migliore; non aborrito da' Fiorentini, perchè col sorriso perpetuo allentava gli odii, come colpi che caschino in materia cedevole. Costui, pregato dell'ambasciata, accettò. E la fece, scansando le parole acerbe e le vili, con destrezza velata di molta semplicità.

«Messere Antonio, il duca signor mio, conoscendo le cose essere, per non so qual caso, trascorse di là dal suo intendimento, stima opportuno manifestare al Comune di Fiorenza il vero animo suo, riconoscendo voi esente da ogni sospetto addossatovi dalla calunnia d'alcuni de' vostri, e il valor vostro onorando col titolo di suo cavaliere.

--Barone di Ciavignì (rispose l'Adimari, con piglio quasi amorevole all'ambasciadore, e con severità quasi regia verso chi l'inviava): piacciavi dire al signor vostro, ch'io da lui m'aspetto, non già le insegne di cavaliere, ma le catene e i ceppi; che quelle insegne e' non può profferirmi se non tinte del sangue de' miei; che, con qualunque intenzione egli me l'offra, io le rigetto da me con terrore, come proffertemi dal più brutto e villan cavaliere di tutta cristianità.»

A cosiffatte parole il barone avrebbe altrove data altra risposta: ma pensando ai pericoli del signor suo: «Rammentate, messere Antonio, che qui si tratta non dell'utile vostro, sì del Comune di Fiorenza, che amate tanto.

--E dell'onore si tratta, gridò corrucciato l'Adimari»: onde il Ciavignì, per non esporre a nuovi oltraggi il nome del duca, e sè al pericolo di rinnegare la pazienza:

«Or basti. Dagli onorevoli cittadini che sono con voi, prendete, messere, consiglio: e se tutti convengono nella vostra volontà, questa in breve sarà nota al duca. Io qui presso attenderò la risposta.»

I Fiorentini di là entro lodarono le misurate parole del barone, e dicevano: «Cotesti Francesi sanno pure, quando vogliono, e quel che si convenga dire e quel che tacere.» E messisi intorno ad Antonio, i più s'ingegnavano dimostrargli, come di prigione e condannato nel capo era bello uscir cavaliere; non altra più splendida prova potersi desiderare del terrore del duca, cioè della potenza del popolo fiorentino; quelle insegne esser buone da appendere a santa Maria del Fiore, come trofeo; se un ladro ti rende l'oro rubato, nessuna viltà ripigliarlo; e se cotesto parevagli disonore, il popolo fiorentino ne lo laverebbe, ribattezzandolo cavaliere nel nome suo.

Questo i più temperati: ma i più caldi incalzavano per il no; e la disputa tiravano in lungo. Il barone di fuora aspettava, punzecchiato dalla furia francese, e sbuffando, come cavallo che sente lo sprone e la briglia a un tempo. Quando l'Adimari, visto che questo pure diventava seme di rissa tra' cittadini, troncò la lite assentendo.

Ebbe gli onori di cavaliere sull'atto: e chi più ne arrossisse o fremesse, se egli o il duca, non so. Inginocchiarsi dinanzi al nemico non volle, e la cerimonia compiè ritto. Quegli di sua mano gli affibbiò con fibbiaglio d'oro lo sprone; e quasi tremando consumò gli altri riti, e biascicò le parole: «Questo cingolo ti dono in significanza di castità, di giustizia, di carità.» Strane parole in bocca a tale uomo, come sarebbe il sermone della povertà in bocca a un papa. Quando si venne al bacio, non è cosa da dir con parole che occhi facessero il Fiorentino e il Francese; quali fossero i moti, i cenni, i pensieri de' baroni, de' soldati, de' prigioni, de' consiglieri del duca iv'intorno raccolti. E' pareva in quel punto che la tirannide, conoscendosi vinta, cedesse gli onori suoi nelle mani della repubblica, e a quella con paura e con fremito si rinchinasse.

* * * * *

A una finestra del palagio si affacciò messer Cerrettieri con la bandiera non più del duca ma del Comune per annunziare al popolo la novella, e ingrazionirselo; ma, al pur vederlo, più urla l'accolsero che il palagio che aveva saettato quadrella. S'affacciò in vece sua, destinato quel dì a dure prove, il barone di Ciavignì, e pronto sempre ad uscirne con non paurosa e non ignobile leggiadria. Ammezzò con l'accento francese le parole soffiategli dietro da Ippolito figliuolo del bargello, e accomodandole col garbo suo proprio, e buttandovi per entro qualche sfarfallone barbarico, annunziò messere Antonio degli Adimari essere cavaliere. Dalla quale vittoria fatti più superbi e avidi, il popolo diede in urla più fiere, chiedendo, i presi fossero lasciati sull'atto.