Il duca d'Atene

Part 5

Chapter 53,713 wordsPublic domain

Nè soli Francesi traevano a soccorso del duca: de' Fiorentini venivano i favoreggiati da lui, de' Peruzzi, degli Antellesi, de' Buonaccorsi, degli Acciaiuoli, Giannozzo Cavalcanti e consorti, Uguccione Buondelmonte co' suoi: poi scardassieri e beccai. Ma vista la marea del popolo venir risonante, come naviganti in porto malsicuro che temono il fiotto non li sospinga nell'alto, impallidirono. Quel dell'Antella guardava al Buonaccorsi: e volevan parlare, e non sapevano che. Andarsene non osavano: e tra i Borgognoni qua e là schierati passeggiavano la piazza, come oziosi aspettanti. Altri, impacciati nelle armi, quasi uomo che, vestito di rosso, passi accanto a toro furioso; altri appoggiati ai lunghi scudi o alle lance. Ora s'affacciavano all'un capo or all'altro delle vie; ma il rumore nemico imperversava. Il Buondelmonti si teneva più presso all'antiporto del palagio, per istrisciarvi dentro a rifugio. Gli scardassieri gridavano: Viva lo signore lo duca! ma grida stracche, e come favilla in istrame fradicio. I beccai bestemmiavano: e ai nobili confortanti a gridare e a fare, dicevano villania. Taddeo Peruzzi, uomo grosso della persona, ma pochino dell'anima, smontato di cavallo per iscappare più quatto, e appoggiata al muro la lancia, entrava in grave ragionamento con uno scardassiere, per appurare la verità delle cose.

--Domine, che trambusto!

--Messere, Fiorenza non si muove se tutta non si duole.

--E la credi tu mossa?

--Un po' più. Non sentite?

--Ma credi tu facciano daddovero?

--E' pare.

--Giovanacci! Teste che a un soffio vanno via! Ma i vecchi che veggono dinanzi e di dietro, e guardano come aggiustare alla meglio il capo e la coda delle cose, non possono altro che piangere di tali mattie.

--Veramente la guerra è cosa dura: ma fatto è che nella mischia son pure de' vecchi, messere.

--Che pensi tu fare?

--Io sto a vedere. Giova certamente, per tale uomo qual è il signor nostro, soffrire disagio. Non è già egli cagione di ciò, ma coloro che ci cacciano addosso, quasi mastino, la discordia, a noi che cignali non siamo. Fin che il duca rimane signore nostro col consentimento del popolo di Fiorenza, io sto da lui; imperocchè sto col popolo. Ma se il popolo muta e grida, muoja il duca! io non griderò, _muoja il duca_; ma sto col popolo. Ed eccovi, messere, l'umile parer mio.

--Certamente, il popolo è sempre popolo.

--Non è egli vero, messere? I' ho fatto il debito mio: sono accorso con questo partigianone che vedete qui: e se fossi meglio in arnese, e quale siete voi, farei forse maggiori cose. Ma io sono un povero scardassiere: cinque figliuoli, e moglie gravida: morto me, chi ci pensa? Eccoli, vengono da questa banda.»

E perchè Taddeo Peruzzi si teneva stretto al braccio dello scardassiere: «Oh lasciatemi, messere; i' son più lesto di voi.

--No no, i' vo' difenderti.

--Non vedete voi che i cavalli ci vengono addosso? Se io in dì di pace m'avviticchiassi al braccio vostro, che fareste voi? Mi dareste d'uno spunzone ne' fianchi, e vi sferrereste da me.»

E datogli d'uno spintone, lo cacciò a terra, quasi fantoccio di cenci, vestito d'armi. Che se un beccaio non era che lo rilevasse, i cavalli di Francia, non meno sconoscenti del duca, facevano di Taddeo Peruzzi assai tristo governo.

La piena cresceva: e il pericolo batteva le larghe ali su queste schiere e su quelle, serrate in ordine, sicchè poco terreno era in mezzo. Il sole che dava su le belle armi, già mostrava il rosso del sangue; e già dal palazzo cadeva una pioggia ferrea di saette. Allora ai devoti del duca la paura mise nell'animo il senno e il rimorso: e pensando non essere onesta cosa servire a signore abietto e perdente o presso a perdere, si ritiravano animosamente. Uguccione Buondelmonti picchiò, ed entrò piccino nel palagio, come lumaca nel guscio: il Buonaccorsi svignò da Mercato nuovo: de' Peruzzi e degli Antellesi, alcuni rimasero rinvolti nella calca, come anatrini in un ghiomo di lana, e volgevano un sorriso stupido ad uno artefice, o una parola senza senso a colui che or ora li aveva visti ducali. Qualche scardassiere, inteso che le grida «viva Fiorenza» rinforzavano, gridò più forte di tutti: viva Fiorenza! Qualche beccaio si mise tra' Borgognoni: e (perchè non sempre in opera vile è viltà) combattè fino a morte.

* * * * *

In altra maniera esercitava il coraggio messere Giannozzo Cavalcanti, parlatore valido, e simile a cicala che, su una ghiova polverosa, striscia dal ventre la lunga querela. Il quale nelle molte parole compiaceva mirabilmente a sè stesso, e tra non pochi dei grandi aveva assai benevoli ascoltatori. E ora in Mercato nuovo dinanzi alle sue case, montato su un desco di beccaio, gridava: «Popolo che m'ascoltate, vo' siete ingannati, e in molto misero modo ingannati. A' benefizii del magnifico principe che, da lontane terre venendo, e abbandonando gli splendori della corte francese, e gl'amplissimi suoi dominii di Grecia e di Puglia, scende fino a voi, e degna tenere il freno di questa imbizzarrita repubblica, deh con qual nera sconoscenza, o cittadini improvidi, rispondete? E non considerate voi che l'egregio duca d'Atene e conte di Brenna, è, per altissimo giudizio di Dio, nato di reale prosapia, e al governo della bellissima ed ingratissima città di Fiorenza predestinato? Non rammentate come noi spesse volte abbiamo desiderata la mano d'un principe che reggesse il vacillante stato nostro, e non sempre l'abbiamo (colpa de' nostri peccati orribili) ritrovata? E non pensate che se un principe del Francese lignaggio noi serbiamo col debito onore nel seno del Comune nostro, i soccorsi della real casa di Francia saranno sempre alle necessità nostre pronti e preparati, e il giglio dell'Arno coi gigli della Senna in bellissimi modi s'innesterà, e la nostra grandezza immobilmente starà?»

(Qui messere Giannozzo, tesa la mano di forza per dipingere l'immobilità, poco mancò non sdrucciolasse dal desco.)

«Or alla novella di tanto indegnissima ribellione, che dirà la real casa di Francia della infelice e matta repubblica Fiorentina? Quest'è un volere, o cittadini, diffamare in perpetuo il reggimento a comune, e il nome fiorentino di macchia turpissima contaminare.»

E perchè non gli davano mente, e messere Giannozzo, ansimando più e più: «Popolo che passate, attendete e vedete se è maraviglia e rammarico simile alla maraviglia e al rammarico miei. Tante grazie dalla larghezza del duca in voi versate, tante inimicizie conciliate, tante turbolenze che, senza il suo forte e fortemente soave reggimento, sarebbero pullulate, voi tenete adunque, o Fiorentini improvvidi, per niente? Che se gravezze sono, e quando non furono? Ma poichè a pagarle siete bastati finora, di che vi dolete? Perchè guaite? E se alcune rigide giustizie d'ora in ora son fatte, or come senza il terror della pena contenere popolo di sì dura cervice e di sì mobile ingegno come il popolo fiorentino è? E se giustizie son fatte, non son esse forse consigliate e operate da degne menti e da degne mani di uomini italiani fratelli vostri, e per virtù provata ben cogniti al mondo? E tutto quanto dal magnifico duca è deliberato, non ricev'egli il suggello della sapienza e santità di cinque vescovi di Chiesa Santa? Nè voglio mi rechiate in contrario l'esempio del non meno santo e sapiente vescovo nostro: perchè la ragione e l'esperienza c'insegnano che cinque è più d'uno. O se dubbio vi nasce intorno a questo argomento, perchè non ricorriamo all'oracolo della sede apostolica, e, intanto che la risposta viene, non lasciam libera al duca l'autorità che gli abbiamo, per vallate carte e di mano di molti notai, confidata? Egli, il romano pontefice vi dirà che la ribellione è cosa in istrano modo spiacente al Re mansueto: egli dirà che alle moltitudini non ispetta giudicare la bontà degli uomini che governano, siccome quelle che a ciò non sono nè da Dio chiamate, nè da natura fatte, nè dall'arte degli uomini periti educate: egli dirà che a mal signore (se malo è) succede sovente signore pessimo, e ad uno cento, in pena della colpevole impazienza de' popoli tracotanti. Deh non crediate alle parole che i messi di Satana vengono tra voi, nelle loro tenebrose conventicole, seminando. Considerate il pericolo che per la presente perturbazione sovrasta ai dugento, nel palagio adunati: considerate il pericolo che a tutti voi, matti Fiorentini, sovrasta; e prima che l'ira di Dio e del magnifico duca ci colga, sonate le campane, umiliatevi a' piedi d'entrambi, e da questo e da quello misericordia implorate. Già sento il tuono muggire; già veggo la folgore con ispaventevole suono scendere. Ma voi, popolo perverso e dannato, non mi ascoltate: oh vergogna, oh sventura, oh peccato! E il sole v'illumina, e la terra tuttavia vi sostenta?»

In questo dire, messere Giannozzo Cavalcanti gentiluomo, fallitogli un piede, dal desco del beccaio, bisunto di tutta sorta lotume, sdrucciolò per le terre. E nessuno ne rise, perchè 'l popolo fiorentino badavano ad altra cosa.

* * * * *

Allo strepito delle turbe incalzanti, e al suono delle cennamelle e delle trombe e delle campane incitanti i cittadini a combattere, sentì Rinaldo d'Altavilla serrarsi il pericolo addosso a' suoi. E sebbene egli tenesse in palagio un suo valletto da averne ogni novità, massime se ad Antonio Adimari si preparava sinistro; credette pure dover salire quelle scale, da molto tempo a lui disusate, per giovar di consiglio e d'intercessione gli uomini del suo paese, tutto che indegni. E' s'armava. Matilde, che fra lo scompiglio comune stavasi nelle case incustodita, dalle finestre rimpetto lo vide allacciarsi l'usbergo: e, portata da un impeto prepotente, scese le scale, traversò la via, fu a lui. Con le braccia distese, e, quasi vinta, gettandosi sopra una sedia: «Oh rimanete, esclamò, rimanete, signore!»

Qual fosse più attonito, ella del trovarsi là prima con la persona che col volere, o egli del vedervela, non so dire. Ma la fanciulla, alla quale il silenzio accresceva la confusione: «Non combattete i miei; non affrontate, o signore, il pericolo. Nella vita loro e nella vostra, è la mia. Abbiate misericordia della mia giovane vita.

--Matilde, e voi mi credete così cattivo? In tale stima avete voi il conte d'Altavilla, che v'ama?

--E perchè dunque quest'armi?

--Per difendere Antonio degli Adimari, per reggere i vinti di qual parte siano.

--Le mie preghiere e di mia madre, e l'angelo suo lo guarderanno mio padre: ma perchè volontario darvi, voi, nel pericolo, e raddoppiare senza pro i miei terrori? Che potreste voi fare per esso, che Dio non possa? Non vedete il popolo accorrere da tutti i lati? S'egli nol libera; pensa, voi.»

Fra queste parole Rinaldo guardava confuso alla fanciulla, in cui l'amore d'elezione velava per poco l'amor di natura: e non sapendo nè che si dire nè dove posare le mani, le metteva nelle piume dell'elmo, e librava in aria il suo peso, poi lo lasciava cader grave e sonante.

Ed essa: «Ecco il vostro linguaggio, il trastullo vostro e la gloria: le armi, sempre le armi.

--Oh Matilde, io conosco ben altro linguaggio, ben altra gloria; e mercè vostra. Vostro dono è se l'anima mia s'è levata sopra le anime gravi di ferro e brutte di sangue, degli uomini che mi stanno d'intorno. Chi se non voi mi fece in prima accorto della viltà di servire a signore indegno; chi mi staccò da Gualtieri, come le labbra del bambino si divezzano dal latte di madre non sana? Voi, buona, spiraste uno spirito nuovo in me.

--Io non so che rispondere a queste parole; ma di sola una cosa vi prego: restiate. Slacciate cotesto usbergo; e se qualcuno vi piace difendere, difendete me che son sola.

--Il popolo di Fiorenza, e l'arme de' miei famigliari, fanciulla, difenderanno voi; ma la mia presenza è debita ad Antonio Adimari. Il cuore, o Matilde, non vi dic'egli che quando un padre sta sotto l'ira irritata dei tristi, ogn'altro timore è peccato?

--Voi dite vero, signore, e m'insegnate a arrossire di me. Che sono diventata io mai? Non più cittadina nè figlia. Dunque mio padre è in pericolo? Dite per pietà: la certezza mi darà coraggio e rimorso.

--Infelice, tu non potresti intendere quel ch'io direi: e buon per te.

--Una promessa almeno, o Rinaldo: che non combatterete contro il popolo mio.

--Giuro.

--Che, salvo il padre mio, tornerete a noi.

--Prometto.

--Or accorrete. Io vi allaccierò di mia mano quest'elmo. Ma gli è troppo peso: e non lo posso.»

Rinaldo l'adattò da sè, ed ella glielo allacciò, lagrimando tacite lagrime, che le velavano la vista di lui: e Rinaldo la mirava con un certo come spavento di gioja e di pietà. Poichè la fanciulla ebbe guardato bene se l'elmo commettesse colla corazza, da non lasciare via al ferro, spiccò dal chiodo la spada, e disse: «Spada del mio nemico, io ti bacio.»

A cui Rinaldo: «Del vostro nemico?» E, com'uomo che torni stanco dalla battaglia, sedette abbandonatamente, lasciando cadere sullo scanno le mani sonanti de' guanti ferrei: e la guardava sbigottito.

Ella, come ferita da subita punta, gridò: «E il padre mio?» Balzò in piedi Rinaldo, afferrò la lancia accosta alla parete, e senza volgerle un guardo, uscì correndo. La fanciulla, fatti barcollone pochi passi per la stanza, si buttò bocconi a piedi del letto; quivi stette lungamente sopita in letargo pieno d'imagini strane e fuggevoli: poi, di subito, quasi desta, si diede alla fuga; e come chi scampi alle fiamme ondeggianti dietrogli, risalì le sue scale.

* * * * *

La zuffa, dispersa già, s'accoglieva, come torrente alla china, verso la piazza del palagio de' priori. Son già sbarrate e afforzate le bocche delle dodici vie che menano a quella. Ferivano i Francesi, ma non insultavano ai cittadini feriti, chè la stretta del pericolo non dava spazio ai tristi tripudii della vittoria.

Visto che il confuso azzuffarsi noceva ai men pratichi, gli esperti impediva; gli Adimari ordinarono la battaglia così: i cavalieri da Calimala, i saettieri da San Piero Scheraggio, dal Gardingo i fanti, là dove il circuito del palagio mal difendevano nuove torri non finite e nuovi barbacani. Ne' luoghi detti si ritiravano a riposarsi: ma rinfrescati, s'avanzavano con alterna vicenda nel mezzo della piazza, ora i saettieri difesi dagli scudi de' fanti, ora i fanti addopati ai cavalieri, or soli questi. Fra' cavalieri Francesco Brunelleschi combatteva de' primi: e senza parola (chè ogni parola alla condizion sua stimava interdetta), ma con l'esempio incorava i cittadini; e a qual vedesse pericolante in disuguale conflitto, soccorreva; e i feriti traeva di sue mani di sotto ai pie' de' cavalli e de' fanti: feroce come leone, tenero come madre. Tanto può, a rinnovellare un'anima, il ben sentito rimorso! Bindo de' Pazzi con impeto di Francese si slanciava tra i Borgognoni: e se la lunga lancia del Brunelleschi non era, due volte e' sarebbe rimaso nella rete della morte. Ma quando un acuto quadrello dalla torre gli diede tra la visiera e l'elmetto, e s'infisse sopra la tempia, allora il giovane, nuovo del dolore, portato fuor della mischia, urlava miseramente, dimentico d'ogni baldanza. Ma il Brunelleschi alzò gli occhi al cielo, e disse in suo cuore: «Se tanto è del dolore, or che dovrebb'essere del rimorso?»

Più e più s'empiva di combattenti la piazza, come di gente convitata a banchetto. Quando la porta del palagio s'apre; e un contestabile francese viene facendo cenno di parlamento: ma le saette e le grida lo investirono da ogni parte; onde a lui parve lunga corsa que' due passi da fare per ritrarsi tanto che la porta fosse richiusa, e posto in sicuro il suo nobile corpo.

Già parecchi i morti, e molti i feriti: e la strage veniva densa dal palagio fornito di molto saettamento. Quando il palagio era per vomitare le quadrella, a un segno non veduto dai nostri, i Borgognoni si ritiravano da' due lati; e vie prima che si sentisse lo stridore, veniva la morte. Allorchè, sgomento dal grandinare, il popolo indietreggiava, i Borgognoni facevan impeto in lui con grand'urla, difesi da larghi scudi, o da rotelle lucenti; armati, altri di mazza con punta, altri di tonda; e chi di spada veloce a due tagli, chi di ferro scanalato, chi di lama che più s'allarga quanto più si parte dall'elsa. Ma come serpente che minacciato s'aggroviglia in sè stesso, poi tutto si snoda, e ritto riassale; tale era il popolo, cui l'anima volonterosa insegnava come si possa contra gente agguerrita reggere validamente la guerra. E sottentravano a ribattere gl'incorrenti, a raccorre i feriti e i morti; i quali su un carro, confusi in mucchio, erano portati, questi a Santa Reparata all'onore dell'ultime preci, quelli allo spedale vicin della chiesa. Nobiltà e plebe, ricchezza e povertà agonizzavano ammonticchiati sulla medesima carretta; e spesso i piedi d'un carbonajo battevano, convulsi, nel viso ad un cavaliere. Nel sottrarre i morti loro, tiravano e talun de' Francesi o per le gambe, o per le creste dell'elmo (e talvolta il vuoto elmo seguiva solo le mani de' combattenti che lo lanciavano oltre le sbarre sdegnosi): ma tirato dietro i serragli il cadavere, gli spogliavano gli schinieri giunti con fibbia d'argento, e le spade d'argento ornate, e i gangheri d'oro del fermaglio, trapunto con vario lavoro, e a san Giovanni li votavano o a Nostra Donna.

Primi al pericolo (di che veniva al popolo e concordia e ardimento) erano i più grandi e i più ricchi, fregiati dell'arme privilegiate, già tolte loro dal duca. Ferocissimo, e simile a belva cercante la preda, uno degli Altoviti; chè un'ira selvaggia lo portava via, ed era tutto in vendicare la morte di Guglielmo consorte suo, giustiziato per baratterie da Gualtieri. Cosimo de' Medici, non animoso, ma dotto di tutte frodi, o moveva alla battaglia, come bove grasso tra tori, o si stava il più che potesse in sicuro; poi faceva capolino, gridando: «Fratelli e compagni, combattiamo per lo nostro Comune, per la diletta repubblica.» Il popolo, più generoso e sbadato che credulo e stolto, intendeva al vero quelle parole: e ne' brevi istanti che si riposavano dal combattere, stretti dietro ai serragli, dicevano tra sè:

«Compagnoni e' ci chiamano: a vittoria compiuta, saremo il minuto popolo di Fiorenza.»

Rispondeva un altro: «Cotesta ch'hai detta, è parola vera; ma ora pensiamo a fare. Intanto armeggino anch'essi in più affannosa giostra di quella che corsero all'avvenimento del duca.»

E un terzo: «Segua che può: lasciam costoro fabbricare tra sè odii ed inganni: noi combattiamo per le case nostre e per noi, non per loro. Il domani è sul libro di Dio.»

Così dicendo, tergevano il sudore sudato col sangue, e trincavan di fretta: nè li avresti detti venire dalla battaglia, ma o presti ad entrar nella danza, o, testè della danza usciti, riposando sedere.

Quando li confortava con amiche parole Cosimo Oricellai, uomo incolpabile e forte, ascoltavano tutti con fiducia fraterna: perchè tutti gli uomini sentono la bontà vera; e il popolo, come i bambini piccoli, sa chi l'ama. Era quivi un nipote dell'Oricellai, giovanetto, voluto a forza venire nella mischia, che rispinto dallo zio, senza saputa di lui, s'intruppò, non per vaghezza di lode o di rumore, ma chiamato da un'invincibile voce che acuta e allegra come squillo di tromba, gli diceva dentro: «Combatti contro la schiavitù ch'è odiosa più della morte.» E Cosimo se lo vide improvviso dinanzi, supplicante con dolce sorriso, librando una lancia grave, e pure adatta al suo pugno, e stretto dalla dura coreggia dell'elmo il mento e il tenero collo. Nè allo zio diede il cuore d'ingiungergli se n'andasse; chè se fosse stato suo figliuol proprio, gli avrebbe imposto, non che conceduto, consacrare le mani nella difesa della sacra repubblica. Ma per tempo Iddio ti chiamava, o fanciullo, alla sua pace; e dopo che, in premio del buon volere, egli ebbe infiorata la tua verde età d'una schietta ed alta speranza, e' ti tolse agl'inganni del mondo crudele, ai tedii che alle speranze, sebbene adempiute, conseguono, ai cocenti odii, ai tepidi amori. Una nube di frecce scagliata a un tratto, rasentò la terra quasi tromba d'estate; delle quali una venne apportatrice acerba dell'estremo dolore; e fittasi nel torace, domò, giovanetto, la tua vergine vita. Egli cadde supino sul lastrico: e un tremore di pietà prese tutti i riguardanti, e Fiorentini animosi e Borgognoni gagliardi. Allorchè sua madre lo seppe, disse: «Sia benedetto Iddio che, innanzi di togliermelo, gli permise fare alcuna cosa per la nostra repubblica. Egli è in luogo di salvazione, spero; perchè il giorno della battaglia aveva ricevuto il corpo del Signore.»

I dardi uncinati, che volando parevano desiderosi di bere sangue, si conficcavano dolorosi nelle carni. Poi le pietre gravi grandinavano ruinose dall'alto: e il popolo spaventava a sì male morti, perchè contro quella furia non poteva nè singolar valore nè ordine fitto di schiere. Un di loro, ritraendosi ferito dietro a un serraglio, e lasciando cadere a terra una coltella sanguinante e spuntata dal molto trafiggere, diceva: «Se non l'avessimo fatto noi quel palagio, di nostro! E vederci ora di lì tempestare l'ira di Dio!

--Dio, rispose un frate (che accavalciava le sbarre senz'aspettare l'aprissero), Dio è con noi.» E giunto all'ultima sbarra, sotto la tonaca apparve vestito di tutte arme, e destro come antico guerriero. E guardando all'ampia luce del cielo sereno, esclamò: «Dio, dispensator della guerra, dateci che respingiamo chi mal fece alla nostra città; acciocchè gli uomini delle generazioni più tarde tremino a far male all'ospite suo che gli offerse amistà e signoria.» Votata ch'egli ebbe la messa di domani alla Vergine e ai Santi, immortali patroni di Fiorenza, si confuse alla mischia. E sull'alba, riprese la cocolla, entrò per la chiesa, e celebrò molto devotamente la messa. Di che fatto consapevole il vescovo, lo benedisse; e, non in sua presenza, ma a' frati che ne mormoravano, seppe dire: «Egli ha fatto bene.»

Sapeva il vescovo, che se nella antica legge ai Leviti, era non pur conceduto, ma ingiunto eccitare alla battaglia suonando le trombe, se ai sacerdoti di Cristo predicare guerra per causa santa; _nel pericolo della patria non era interdetto_ tingere di sangue nemico le mani consacrate, e respingere col ferro, senz'ira nel cuore, le ire peccaminose di chi contamina la città di peccato: sapeva che dove tanto solo combattasi quanto bisogna a difendersi, le armi feritrici non sono che scudo; come argine che non infrange le onde torrenti se non quant'esse incorrano infuriando per allagar la campagna, e trarre le fatiche e le vite umane nella vorticosa rapina. Sapeva che può fralle armi il sacerdote, non pur ravvivare il coraggio, ma temperare i furori, consolare le agonie miste e de' suoi e de' nemici l'un sull'altro cadenti, sottrarre questi a inutile morte, e con la spada, quasi come con la croce, nel nome di Dio benedire.