Il duca d'Atene

Part 4

Chapter 43,932 wordsPublic domain

Filippo Brunelleschi si stava confuso in un canto, e voleva pure consumare un duro sacrifizio, a che era venuto: ma la vergogna, e parte il timore, ne lo ratteneva. Alla fine, fatto animo (e come peccatore ipocrita che deliberi svestirsi l'uomo reo, e rivelare al confessore le sue brutture), parlò:

«Cittadini, io vengo, fidato nella magnanimità vostra, e più nel mio pentimento, a confessarvi un peccato che mi fa insopportabile l'aspetto vostro e del sole, e la vita. Pregovi non vogliate interrompere le mie parole.» (Ciascuna di quelle parole era come ferita che un ferro scanalato gli aprisse nel petto: ma più andava egli, e più si sentiva alleggerito; e quanto spregevole agli occhi degli uomini, tanto meno indegno si faceva ai proprii e di Dio.) «Messere Filippo Bordoni, jernotte, io vi dissi che non già Tile ma un Senese, masnadiere de' miei, ebbe al duca rivelato il trattato. Ora vi dico che quel masnadiere io condussi al palagio. Temetti, codesta non fosse insidia di Gualtieri per tentarmi; e l'antico odio contro gli Adimari, confesso, mi vinse. Potrei recarvi cagioni da alleviare il mio fallo; ma sarebbero del fallo più ree. D'ogni qualsiasi pena io mi sento meritevole: chè nessuna m'è più terribile del mio rimorso. Or tutto me nelle mani vostre abbandono. Ma se non credete la mia miserabile vita indegna che sia spesa per la nobile patria da me vituperata, questa grazia, cittadini, vi chieggo: e il corpo mio, dalle spade francesi straziato o monco, siccome leal debitore, alla vostra giustizia renderò.»

Tutti tacquero. Nessuno osava rimproverarlo, nessuno difenderlo. Moveva a maraviglia il tradimento; la confessione del tradimento a non minor maraviglia. A tutti pareva non si sarebbero lasciati ire così basso: a nessuno pareva ch'e' si sarebbe potuto levare a sì ardua umiliazione. Tacevano, pensando al pericolo corso e al da correre, all'Adimari prigione, alle calamità della patria. Ma ne' più giovani potendo più il disprezzo del male che la stima del bene, l'ira a poco a poco cominciò a ribollire: e Filippo Bordoni parlò, sommesso in prima e quasi vergognoso, poi tanto più s'accendeva quanto più sentiva i rimproveri essere importuni e crudeli.

«Dunque per lui poco stette ch'io non mettessi le mani nella vita d'un onorevole cittadino!

--Per lui, soggiunse Bindo de' Pazzi, Antonio degli Adimari sarà preda al lupo d'Assisi!»

E il Bordoni: «Per costui tante congiurazioni, tanto faticosamente condotte, e con tanto duro sacrifizio degli odii fraterni, sarebbero cadute a vuoto!

--E forse sono: rincalzò il Pazzi infuriando. Ah se mai l'empio straniero dovesse dissetar la sua rabbia con nuovo sangue, io spero almeno che Dio ci lascerà libero il braccio tanto da fare vendetta del costui tradimento.»

Allora il Brunelleschi accostandosi al Pazzi senz'audacia e senza paura: «Le ire vostre, gli disse, non temo, nè i ferri: ma l'infamia, e la coscienza mia temo. Se credete me vittima necessaria, eccomi. Nè fuggirò cotesta spada; e son venuto qui senz'armi ad affrontarla, e, più pungenti d'ogni spada, gli sguardi e il silenzio degl'incolpabili cittadini che sono qui. Se aver confessato il peccato, se chiedere d'espiarlo non basta; che altro volete da me?

--Che tu taccia (gridò imbestialito il Pazzi), e tolga a noi il malo augurio dell'aspetto tuo. Se per confessioni e per tarde ammende si potessero lavar, come cenci, i tradimenti, l'arte del traditore sarebbe tra tutte più facile e più gloriosa.»

Antonio degli Albizzi non potendo patire tanta durezza: «Messer Bindo, disse, vo' sete giovane, e le ire vi abondano sopra la pietà, perchè non sapete ancora nè le difficoltà della vita nè i pericoli della virtù. Io qui non entro difensore di Francesco Brunelleschi, nè egli vorrebbe: ma dico a voi, messer Bindo, che preghiate Iddio caldamente, vi guardi dalle tentazioni del male; perchè l'uomo è debole e cieco, e il suo domani non sa.

--Sere Antonio, rispose superbamente il giovanetto, mi credereste voi anima già fradicia e già disposta a viltà?

--Io vi credo un'anima umana. E se uomo siete, piangete gli errori degli uomini, e non vogliate incrudelire in colpa che Iddio forse ha già perdonata.

--Fratelli, non siamo più severi di Dio.» Questa voce uscì d'una stanza vicina, e parve venire dall'alto. Poi l'uscio s'aperse, e l'Acciaiuoli apparve, il vescovo di Fiorenza. Tutti assorsero (confortati e parte maravigliati a quell'aspetto): e si fece silenzio.

«Altra impresa, cominciò il vescovo, abbiamo alle mani, che gastigare i fratelli nostri pentiti; ed è male, mentre che gli odii antichi si spengono, attizzare odii nuovi. Correggiamo i difetti nostri, o carissimi cittadini, prima che fulminare gli altrui; abbiamo tra noi carità, acciocchè piacciamo all'Altissimo. Noi siam qui per riprendere di forza la potestà che il duca d'Atene ha con tradimento usurpata sopra il Comune e popolo di Fiorenza: e a voi più che a me sono chiare le cagioni perchè ci è forza ribellarci dalla costui signoria. Sola una io aggiungerò, che più s'appartiene al mio ministero: gli scandali de' quali costoro ingombrano la Chiesa di Dio e 'l disprezzo in cui tengono le cose sante. Già questo è antico vezzo della casa di Francia, sotto colore di proteggere Chiesa Santa e i pastori di lei, quella porre a mercato e fare prostituta, questi rubare e avvilire. E sapete quello che il nostro poeta Dante cantò della _mala pianta che la terra cristiana tutta aduggia_. Gli strazii che di Bonifazio, amico e nemico, e poi di Clemente, furono fatti, son tuttavia fresca cosa: e duca Gualtieri dimostra anima e ingegno accomodati a seguire i turpi esempi de' suoi. Non mandò egli al papa per licenza di disfare tre nostre chiese, a fine di meglio munire e d'ampliar la sua tana? Buon per noi che da Roma non gli fu consentito: ma da lui non mancò. Adunque ogni divina legge ed umana ci persuade a ribellione contro cotesto iniquo uomo: al che, Fiorentini, certo non vi bisognano incitamenti. Or vediamo de' modi.»

L'Oricellai disse: «Io propongo, se a voi parrà, che qui da Oltrarno i Bardi e i Frescobaldi sieno conduttori d'ogni difesa ed assalto; dalla nostra banda, quest'onore si renda, per Antonio degli Adimari, a' consorti suoi, ch'eglino siano capi de' cinque sesti.»

E tutti assentirono. Iacopo de' Bardi allora:

«I popolani, per contrade, si ridurranno ciascuno a' suoi gonfaloni. Sarà nostra cura abbarrare i capi de' ponti, acciocchè, se tutta la terra di là (che non sia) si perdesse, possiamo tenerci francamente di qua.»

E Simone Adimari: «Tutta sarà similmente abbarrata la città ad ogni capo di vie, sì che debba il nemico, prima di correre una strada, assalire più ripari, e combattere ad ogni passo, e snidarci, se può, di serraglio in serraglio.»

Qui l'Oricellai: «Il tempo stringe. L'ora del movere?»

E l'Albizzi: «Sonato nona, quando i lavoranti escono delle botteghe, si levi rumore, e s'assalga il palagio.

--Bene sta (concordarono tutti): sonato nona.»

Allora Bindo de' Pazzi con aria grave: «Una cosa rimane a risolvere; chè non tutti siamo intorno a ciò d'un avviso. Vuolsi egli togliere all'uomo pure la signoria, ovvero, la vita?

--Giovanetto (parlò il frate vescovo con atto d'amore che all'altro fece dispetto), finchè l'uccello è su per le tetta, non pensare al modo del cuocerlo. Di ciò terremo disputa poi. D'una cosa vi prego, cittadini: sia franca e leale e pia, quanto potete, la guerra. I nemici vostri tale non la faranno; ma voi non pigliate esempio da gente, i cui tristi esempi siete chiamati a punire.»

Taciuto un poco, riprese: «E qui un duro uffizio mi resta a compire: e perch'io possa compirlo efficacemente, all'amor vostro, fratelli, mi raccomando. Abbiamo di Siena, di Perugia e d'altrove promesse d'ajuti; ajuti avremo da Pisa, e saranno debiti al buono zelo de' Frescobaldi, e de' Bardi nelle cui case siamo. Ma io non posso tacere a questi onorevoli cittadini, che l'aver loro chiamato in nome proprio, e non del Comune, il soccorso di gente a noi non amica, e confederata al traditore, turbò forte taluni della città nostra. A torto, ben so: ma nell'ora del pericolo giova che sia cansata pure l'occasion del sospetto. Onde per l'amore della comune patria vi supplico, o buoni cittadini, vogliate provvedere che scandalo di ciò non segua.

--Non seguirà, disse Andrea di Filippo de' Bardi. E se i Frescobaldi consentono (Agnolo e i suoi accennarono di sì), noi siam pronti a rimandare indietro i sospettati sussidii.

--E Iddio (così il vescovo) vi renderà premio della generosità vostra, e vi darà più netta e più facile la vittoria. Perchè non ne' molti cavalli e non ne' molti cavalieri è la vittoria, figliuoli, ma nel nome di Dio. Or ogni cosa mi pare fermato: non altro resta che pregare al Signore, e giurarci nel nome suo.»

Il vescovo s'inginocchiò, e tutti seco. E disse questa preghiera: «Dio degli eserciti, unico Signore de' popoli, dispensatore della libertà, della servitù e della vita e della morte; noi figliuoli vostri, prostrati con l'anima innanzi a voi, pieni d'amore ai fratelli e ai nemici nostri, vi supplichiamo per la salute e per la libertà del vostro diletto popolo di Fiorenza. Se le vite e le cose nostre più care a voi piace ricevere in cambio dell'inestimabile dono, ecco, o Dio, le offeriamo. Fate che nel combattere l'ingiustizia perdoniamo agl'ingiusti; che tanto solo degli iniqui sgombriamo, quanto bisogna a respirare pura l'aria di libertà, nella quale fummo nati e cresciuti; fate che nessuno atto o pensiero di crudeltà o di licenza contamini il sacrifizio di sangue; e che della battaglia usciamo, o alle nostre case o al tribunale vostro, puri siccome dal santo battesimo. Dio degli eserciti, Signore de' popoli, raccomandiamo a voi le anime nostre, e la salute e la libertà del vostro diletto popolo di Fiorenza.»

Poi levandosi: «Fratelli, giurate, e ripetete a parola quel ch'io dirò. Poichè qui non abbiamo nè l'Ostia santa nè i santi evangeli, giurate sulle spade.»

Incrociarono le spade, e in mezzo a quelle ritto il vescovo, sovrastante a tutti del capo, e posta la mano sul suo povero crocefisso di bronzo, dettò il sacramento:

«Nel nome di Dio e di Maria, per il sangue di Cristo, nella presenza di tutti gli spiriti del cielo, giuriamo combattere con umile amore e con leale coraggio per la libertà della nostra repubblica, fino alla morte.»

Chi ripetè le parole a bassa voce, chi ad alta. I più vecchi, e de' giovani i più veramente arditi, dissero sommessamente: Bindo de' Pazzi, a cui sola una pareva poco, due volte ridisse: «Fino alla morte.»

L'Acciaiuoli: «Ora, figliuoli, prima d'uscire, abbracciatevi.»

S'abbracciarono: ma tutti fuggivano l'amplesso di Francesco Brunelleschi: il che vedendo il vescovo, gli stese le braccia in atto pietoso e quasi riverente. Ma Francesco, vinto da tenerezza e da vergogna, presagli quasi tremante la mano, gli si gettò a' piedi, e: «Padre, la vostra benedizione.» E seguitava: «Lavatemi dal peccato dell'infamia: io sono pentito. Iddio legge nell'anima mia.

--E Iddio nella mia (rispose il vescovo): e sa con qual cuore io vi raccolga e vi benedica.»

Lo raccolse da terra, e volle con dolce forza abbracciarlo. I due più giovani, tra la vergogna e il dispetto, erano usciti: ma gli altri gli apersero le braccia tutti, e taluni con affetto quasi d'amore indarno represso. Allora il Brunelleschi sentì più cocente che mai la vergogna: chè più gli altri gl'indulgevano, e meno e' perdonava a sè stesso. E allora l'anima sua veramente incominciò a ricrearsi.

* * * * *

Quella mattina, Ippolito, figliuolo di Giulio d'Assisi bargello, leggiadro giovanetto ma degno del padre, entrava di Lungarno in Terma alla Lucia Buondelmonti, presa di lui. Amorosa e delicata donna; sulla quale il lume della già casta e or fuggente gioventù, raccolto in quelle quasi ultime ore del dì femminile, dava più vivo e più ardente che mai: quando l'amore sente e pensa sè stesso, e il timore del non essere assai piacente lo fa più modesto e più sollecito: quando la gioja dell'esser piacente tuttavia diffonde negli atti una grazia contenta, e avviva il dolce pallore del viso d'un dolce foco che rinvergina la bellezza. Rinvergina la bellezza, ma fa parere più amaro il momento quando la dolorosa s'accorge che il tempo è mutato, e che di più giovani vite s'infiora la terra.

La famigliarità del duca e de' suoi con parecchi de' Buondelmonti, aperse al giovane l'adito in quelle case; chè tutti i servitori di Gualtieri, seguendo la natura entrante dei Francesi, s'insinuavano in ogni parte; e qual donna non potevano con gli sporchi abbracciamenti, con l'alito della calunnia contaminavano: la calunnia, alle donne antica tiranna e persuaditrice di male. Nè già in un tratto, ma a poco a poco, e a suo dispetto quasi, s'era accesa Lucia del giovane fello, che amoroso in sul primo, poi spensierato e insolente e rozzo e crudele, esercitava spesso nell'anima di lei il tristo ministero paterno. E' l'amava, ma al modo che le fiere amano; con barbara gioja di possedere una bella e molto desiderabile cosa, e poterne fare il piacer suo, e farla a un cenno piangere e sorridere, e tingerla di peccato. E significava l'amore con lunghi sguardi feroci, e con violenti abbracciari; e con quanti modi offendono il pudore di donna già vinta ma buona. Ella lo amava come devota a fatale necessità: e in lui cercava (e le pareva ritrovare) la bontà natia, soppressa dagli abiti ormai invecchiati nell'anima, quanto più tenera tanto men potente del vincerli. E sperava potere grado grado temperare quella ferocia; e talvolta le veniva fatto, perchè qualche suo cittadino scampò per lei all'esilio o alla morte. Questi rari beni, e coll'onta propria comprati, le parevano scusa dell'onta.

Venne quella mattina Ippolito, che la donna l'aspettava con angoscioso desiderio: e come lo vide:

«Quali novelle?

--Nessuna.

--Nessun timore?

--Di che? Dugento ostaggi abbiamo in palagio: e se la città si commove, i galli non uscirebbero vivi di stia.

--Deh non dire. Il duca signor tuo, nol farà. Non oserebbe tanto.

--E chi ne lo tiene?

--Tu nel terresti, Ippolito: non è egli vero? Dimmi che sì; dammi questa consolazione, a me afflitta tanto.

--E chi ti dice d'affliggerti, e andare braccando i dolori? Che fa egli a te se una coppia o un centinajo di questi Fiorentinelli ciecacci reciono l'anima?

--Or non son io Fiorentina?

--I tuoi son col duca: e chi è col duca, è egli più Fiorentino?

--Deh non mi dire così dure parole. Dove le trovi tu? Io non le saprei imaginare nemmeno. Perchè sì crudele, o giovanetto, in tanta bellezza?

--Non mi parlar di bellezza; tu mi fai stizzire, già sai. Tu sì, tu se' bella, o Lucia.

E l'afferrava quasi furibondo, e baciava. Ed ella umiliata: «Ma se i Buondelmonti non fossero co' tuoi; se mio padre dovesse cadere sotto la giustizia del duca?

--Perchè non di', tuo marito?

--Oh taci per pietà!

--Se tuo padre avess'a essere giustiziato dal mio? Buon per te non sia 'l caso. Io non so in verità, che resterebbe a fare.

--Ah se tu mi domandassi che fare' io per tuo padre posto in pericolo; Ippolito, non t'avrei risposto così.

--A che parlar di pericoli? Lasciami in pace. Troppo coteste parole mi tempestano gli orecchi, come quadrella fischianti fra il tripudio della danza.

--No, tu non m'ami, Ippolito: mai una parola cortese, mai uno sguardo pietoso.

--Ma no, in fede mia, tu non mi metti punto pietà. Desiderio, sì, Lucia: desiderio per Dio, quale.... Ma non tel vo' dire. È viltà lasciar fuggire tutta l'anima in un bacio di donna. L'uomo non è nato a cotesto.

--E a che è egli nato?

--A comandare sui nati a servire; a solcar con l'aratro la terra che dà la messe, e più affondare il vomero dove la terra più cede.

--Ma se il vomero si rompe? Temi, giovanetto: Fiorenza è terreno mal fermo.

--Che di' tu, donna? Tu hai un segreto nell'anima. Parla.

--Io no: ma i presentimenti di donna son vaticinii.

--Se mi celassi....

--Tu mi denunzii, o m'uccidi.»

In così dire, Lucia lo abbracciò, e baciò in fronte d'un bacio quasi puro. Egli, confuso, e parte commosso, partendole sulla fronte i capelli, e per la prima volta contemplando quella fronte serena, indice d'uno spazioso intendere e d'un candido amare,

«Lucia, le disse, guardandola fiso e quasi ammirato, Lucia, tu se' buona! Quant'anni ha' tu?

--Trentadue.

--E io diciotto. E' torna per l'appunto: e tu mi potresti essere madre.

--Tu ti fai giuoco di me. Or bene, io ti sarò madre. Promettimi, o mio giovanetto, che se il pericolo sopravviene, tu fuggirai qui da me.

--No, il luogo mio è presso al duca.

--Ma non usciresti a combattere?

--Non è il mestier mio cotesto.

--E qual è il tuo mestiere?» disse soprapensiero la donna: poi ravvedendosi, volle rinvolgere la parola, già volata, in un bacio: ma il giovane ferito, la respinse con un «Eh lasciami»; e uscì. Ella rimase a piangere.

* * * * *

Al tocco di nona fu un gran rumore in porta San Piero. Un fattore di bottega s'era messo a gridare al fattore vicino in mezzo la via: «E i' ti dico che noi non siamo più Fiorentini, ma Francesi, dacchè Francese è il signore nostro: e chi si dice Fiorentino, è nemico della città.

--Oh chi lo nega! gridava l'altro a tutta voce. No' siamo Francesi, lo so.»

E il primo: «Tu ti fai beffe di me; ma tu non di' quel che tu pensi, e tu menti per la gola.»

E l'altro: «E io dico che Fiorenza non è più Fiorenza, e che tu se' un villano uomo, e la feccia di porta San Piero.»

Il popolo si radunava da tutte le parti.

Più giù da Mercato vecchio due ribaldi s'azzuffarono per questa cagione: «A te duole il caro del vino: e io dico a te che il vino quand'è caro, si cionca meglio, e meglio accosta, e dà meno al capo, e fa più a bell'agio pensare alle misericordie del duca signore nostro.»

E l'altro ribaldo: «Chi nega le misericordie del duca? Tristo che tu se'; tu mi vuo' mettere a capelli con sere Giulio d'Assisi: ma io mi vo' prima accapigliare un po' teco.»

E s'acciuffavano, e si voltolavano nel rigagnolo. La gente accorreva.

Quand'ecco un grido _all'armi!_ uscir d'una casa vicina, poi dall'opposta contrada, lontano, un altro grido, e altri da tutte le bande; e la città ne fu piena, come del suono d'una campana in notte tranquilla. Chi aveva già chiuse le botteghe, e ripeteva _all'armi!_ correndo; chi s'avacciava a chiudere: gli operai studiavano il passo, ciascuno verso la contrada propria: e già vedevasi qualche drappello a cavallo o a piedi correre la terra a furore. Que' dalle vie chiamavano i compagni dalle case, scendessero. Le grida si mescolavan per l'aria, come strali in dì di battaglia. Delle case de' nobili e de' popolani, e fin delle umili casupole uscivano spiegate le bandiere dell'arme del popolo: croce vermiglia in campo bianco, quali col rastrello del re, quali senza. Poi 'l giglio rosso. Le bandiere del duca, buttate dalle finestre, la ragazzaglia strascinava per la mota e nel sangue delle beccherie; e gridavano: «Muoja il duca e' suoi seguaci! viva il popolo e Comune di Fiorenza!» Le donne dalle finestre _viva_ ripetevano e _muoja_; e gittavano chi al marito chi al padre una bandiera o una lancia. Altre inginocchiate a pregare, interrompevano per affacciarsi a gridare: _muoja_. Le vie in un momento furono fitte di gente, come formiche che s'affaccendino al venir della pioggia. Più dolce pareva a tutti l'eco della battaglia che il sorriso de' figliuoli e il sedersi al foco nel verno. Siccome la fiamma che, già più anni, appiccata da uno degli Abati, si stese impetuosa nel cuore della città, e arse i palagi, le torri, il tesoro, la mercatanzia, così fece (ma a salute di Fiorenza) quell'impeto di guerra che da Santa Croce volò a San Friano, quasi portato dal vento. E già, ciascuno sotto il gonfalone di sua contrada, tutti erano in ordinanza; e sotto il peso dell'armi andavano leggieri come sotto il sajo cittadino; sebbene operai o mercanti, già dotti con le tese lance a rompere gli usberghi nemici.

Gli Adimari, che molti erano, pe' cinque sesti correvano cavalcando a ordinare le difese e gli assalti: degli altri congiurati ciascuno provvedeva alla contrada sua. I Medici erano anch'essi usciti di sotterra; parte mossi da vergogna, parte per voglia di vendicare Giovanni consorte loro, un anno fa giudicato a morte dal duca (chè le proprie offese, al più de' ricchi e de' grandi dolevano, non le altrui). Dico che i Medici, già timidi, ora si mostravano baldanzosi; e chi del volgo badava un po', percotevano con la lancia. Ad ogni capo di via cominciavano a essere messe le sbarre; e dall'alto delle sbarre si rispondevano i cenni dall'un capo all'altro della città.

La gente del duca al rumore s'armano in fretta, e vanno alla piazza, come corvi che volano al covo sotto il battere di pioggia grandinosa, e sentono sopra 'l capo il muggito de' tuoni. E' correvano al duca: i meglio intendenti di dardi ponevansi alle finestre del palagio: i combattenti a cavallo, giù nella piazza. Ma prima di giungere quivi, molti eran presi; chi briaco; a chi un fanciullo teneva il destro piede mentre l'altro posava già sulla staffa; ad altri saltavano sopra improvvisi, e legavano, e svestivano dello splendido ferro. Altri colto allo svoltare de' canti: l'impeto audace a lui si volgeva in tremore pallido, come chi andando ne' monti, vede una serpe, e nell'arretrarsi d'un salto, già sente il morso. I destrieri de' presi, tutto che correnti a furia, erano da' Fiorentini, abili alle corse de' palii, agevolmente fermati. Poi tutt'a un tratto aprivansi e chiudevansi i serragli delle vie, dove molti rimanevano acchiappati come volpi in tagliuola, e forati con le proprie armi. Taluni, per malattia o per viltà o per indugio, rimasi negli alloggiamenti, eran colti come falchi nel nidio, e fattone ludibrio: altri pochi nelle case delle amiche, segnate già dall'odio pubblico; e le donne infelici, o di plebe o gentili, oltraggiate. Intorno al palazzo, là dove il vespajo francese era più gremito, più molte le prede: ma dalle porte dei Francesi reputati non tristi, il popolo passava in silenzio. Uno tra' più boriosi e più matti di donne, trovarono con le insegne di cavaliere, adorno le armi di molt'oro, accucciolato sotto un letto; lo presero per una gamba, e gettarono sulle labarde d'un drappello che passa. Ad altro, bugiardo millantatore d'amorose vittorie, un magnano, preso un tizzo, e agguantato lui per la barba, gliel'appicciò come cero, e ne trasse fumo e puzzo, quasi di majale arrostito. Molti un quadrello fermò a mezza via: dietro a taluni, i cavalieri più snelli cacciavano il destriero fumante, lanciavano di lontano le picche, e scavallatigli, non degnavano di finirli. Spesso a chi stava per chiamare pietà, il ferro va a tagliar la parola giù nella strozza: altri morendo gridavano viva il duca! altri a cui la viltà dava speranze bugiarde fino nell'agonia: «Viva il popolo di Fiorenza!» Dinanzi a un Borgognone gigante, coperto lo scudo di pelle di tigre, e palleggiante la grossa asta con grido di minaccia, fuggiva la gente: ma un conciatore di cuoi armato di falce gli venne alle spalle, e azzeccatolo alle giunture dell'armatura tra il collo e il capo, glielo recise di netto. Il busto a manca, a destra la lancia, il capo nell'elmo ruzzolò tra i piedi al cavallo. Due fiorenti giovanetti gemelli, cresciuti al lieto sole di Provenza, coperti di scudo con punta dorata, cesellato all'intorno con fine lavoro, cavalcanti due bianche cavalle uguali a capello, correvano a visiera levata, quando due frecce li colsero a un punto, e caddero morti. Le donne misero un grido di compassione; ma due del popolo, afferrate le cavalle fuggenti, esclamarono: «Grazie al buon duca del dono! E viva il popolo di Fiorenza!»

* * * * *