Part 3
--Cittadini, non tutti di voi sanno appieno le cose da noi ordinate per trarre la nostra repubblica di mano al tristo signore, del quale i misfatti non è necessità ch'io rammenti. Basta che, ne' dieci mesi di sua signoria e' s'appropriò quattrocentomila fiorin d'oro del nostro, senza quelli ch'e' trae dalle terre circostanti: col quale oro avremmo noi potuto innalzare e tempio maggiore di santa Reparata, e altri pubblici edifizii da chiamare sopra la nostra città le benedizioni del cielo e l'ammirazione del mondo. Tempo è oramai di sapere se il giglio rosso debba in perpetuo cedere il luogo al leone a oro; e se dal collo del leone debba pendere, quasi preda o trastullo, l'arme del popolo fiorentino. Quale sia l'animo de' più, e de' più ragguardevoli fra' cittadini, gli occhi e gli orecchi vel dicono. Siccome a' grandi e a' popolani ed al popolo minuto e' promise fallaci promesse, e popolani e grandi e popolo minuto stann'ora contro lui: e siccome e' fu creato signore della città e del contado, giusto è che l'oppressore della città e del contado sia dall'armi dei cittadini e dei contadini, insieme pronte, punito. Le antiche gare tacciano, o cittadini, per poco. Rammentatevi che sola la nostra grande discordia ci diede alle costui lorde mani. Sian tutte contro lo straniero le ire, e contro i satelliti suoi. E, pure tra gli stranieri, discerniamo i baroni e i contestabili al lor tristo uffizio repugnanti, da quelli i quali gustano a sorsi il vitupero: chè non ogni guarnacca stretta copre il petto d'un cavaliero sleale, nè ogni manica pendente a terra nasconde una mano artefice di viltà. Ma de' consiglieri e de' bargelli del duca, corrotti in ogni vizio, quello si faccia che sarà in piacere al Comune ed al popolo di Fiorenza. L'iniquo duca, su quella ringhiera dove sedette il dì di Nostra Donna, e ne scese oppressore nostro, su quella gioverà che riceva gli omaggi debiti a signore turpissimo. E prima che sperdere il tempo e i fiorini ed il senno in luminare e in falò, siccome facemmo allorchè creammo il tiranno (ed era degno auspizio di tirannia), meditiamo fin d'ora come sanare le piaghe dell'afflitta città; richiamare gli sbanditi e i rubelli; rendere i debiti, per cagione de' quali, altri (e nol dico a rimprovero) tolse in casa lo straniero vorace, sperando per sua soperchianza francarsene; rimettere in onore gli ordini antichi delle arti, i quali da' minuti artefici furono dimembrati per volere maggiori salarii, e non li ebbero. E poichè la comune calamità fece a ciascuno riconoscere i propri errori, facciam senno, carissimi cittadini; e la impresa nostra a Dio misericordioso e a Cristo liberatore e al Battista, della nostra città protettore validissimo, raccomandiamo.»
Presso la fine di queste parole era entrato Tile de' Benzi de' Cavicciuli, e postosi a sedere non lontano da Francesco Brunelleschi e da Filippo Bordoni. Finito ch'ebbe l'Oricellai, sorse il Bordoni, e traendo la spada, senza far parola s'avventò sopra Tile, il qual non trasse la sua. Ma il Brunelleschi ed altri tenendolo: «Che fai?» gridarono.
«Punisco un vil traditore, quello per la cui tristizia, o Adimari, il consorte vostro è in palagio.»
Tile senza mutare nè viso nè voce disse: «Filippo, i' ti perdono, perchè tu se' ingannato.»
Ma il Brunelleschi intendendo la cagione dell'ira, e morso dalla coscienza, parlò: «Filippo, tu se' ingannato. Non Tile, ma uno masnadiere sanese noto a me, rivelò quello perchè l'Adimari è nelle mani del duca. Ad altro tempo ogni cosa ti sarà chiaro: ma questo io giuro dinanzi a tutti; e chieggo a voi, cittadini, che il capo di Tile sia salvo e onorato.»
E perchè tutti sapevano la forte e schietta e non loquace virtù di Tile, assentirono. Filippo, preso da subita fiducia e vergogna, gli tese la mano: ma Tile, la mano di lui posando sulla propria spalla, e le sue braccia stringendo al petto del Bordoni, l'abbracciò senza far motto: di che fu grande negli astanti la gioja.
Allora l'Oricellai ripigliò: «Cittadini, il pericolo stringe: e l'indugio d'un'ora può essere ruina. Domani innanzi all'alba, si farà nelle case de' Bardi adunata de' cittadini di tutti i sesti della città: questo i Bardi chiesero a me spontanei, pregando, che quanti io stimavo da ciò, convocassi. I capi di ciascuna via o setta (se sette sono) convengano; e, s'hanno fede nella fede nostra, si scoprano.»
Era già tarda la notte. Usciti delle case degli Oricellai, molti stettero vegliando e aspettando l'aurora.
* * * * *
Andavano taciti di contrada in contrada per cercar dagli amici, da' congiunti conforto ai dubbii, esca alle ire, alle speranze alimento. Ma dei dubbii rimaneva sol tanto quanto servisse a ispirare prudenza e modestia; e le ire, consentite da molti e rallegrate dalla speranza, si mutavano quasi in affetto. I sensi, più acuti che mai, recavano ad ogni momento nuove impressioni di sospetto; e ad ogni momento gli animi, ancor più acuti al bene desiderato, trovavano nuova cagion di sperare. Lo scalpitare ardito, il ciampeggiare sommesso, il picchiare piano alle porte, qualche mal compresso grido di dentro, il tintinnire dell'armi smosse, gli antiporti socchiusi, uomini sui veroni in atto di guardare e d'attendere; segnali di fuoco su Arno, segnali sui colli dintorno; e apparire e sparire di lumi che trapelavano dalle accostate finestre; dappertutto un commoversi pieno di vita e di minaccia.
I Francesi, usati in parte al brulichio delle notti estive fiorentine, poi stanchi dal lungo vegliare, poi rassicurati dagli ostaggi che avevano in palagio e dalla naturale spensieratezza e animosità, e rinvolti in quel velo di caligine che scende sugli occhi alla gente, condannata a perire, non s'addavano del pericolo. Solo il duca affacciandosi, e tendendo gli orecchi all'insolito bisbiglio, temeva; ma spaurito del proprio spavento come di malo augurio, non osava nè ad altri dirlo nè a sè, simile a fanciullo che chiude gli occhi e si rannicchia per paura.
I messi del vescovo circondavano non visti il palazzo, correvano la città, annunziavano ogni cosa a lui, pieno di fiducia inquieta. E' s'ingegnava in quell'impresa discernere la giustizia dalla vendetta; e delle due cose insieme attortigliate non sapeva come spegnere questa senza offendere quella. Pregava ad alta voce; e ogni tratto nuovi messi e dubbii nuovi, e nuovi alimenti all'ira interrompevano la preghiera; ed egli la rannodava da capo inginocchiandosi: e poi quando l'imagine dell'urgente pericolo gl'invadeva l'anima tutta quanta, allora, con la faccia china nelle palme, e' si perdeva quasi in un sogno affannoso, e se ne riscoteva a nuovi colloquii e a nuova preghiera. Chi dirà quante volte egli fu vincitore dell'odio suo, quante vinto? Chi dirà come gonfi, e dove franga, e in quanti sprazzi se ne vada ciascuna onda di mare in tempesta.
Fu picchiato sommessamente alla porta di molti conventi, e chiesta da uomini preparati a morire la confessione, il viatico, la benedizione dell'armi. Cenni degli Oricellai, ora frate Domenico, dalle finestre del chiostro ascoltava il confuso rumore delle voci, de' passi, dell'armi; e le antiche ire gli ribollivano, come lava freddata che si rinfiamma e scorre in rossi torrenti. Gioiva della imaginata vendetta, vedeva il carnefice di Naddo essere straziato da lunghe carneficine: e perchè la ingiuria propria gli pareva di tutte più rea, a quella avrebbe voluto che il duca morendo pensasse, a quella recasse, come a principal causa, la sua rovina. Anelava a pascere gli occhi negli occhi del tristo morente, a conficcargli nel cuore qualche parola apportatrice d'affanni intollerabili. Si vedeva rivestito dell'armi, ringiovanito nell'ira; e gli pareva avere dai proprii affanni acquistato diritto a aggravare fino alla disperazione gli altrui affanni. Nell'ebbrezza della fiera gioja esultava, misurando la cella, come tigre che si rigira nella gabbia ferrata, e di tanto in tanto scrolla con l'ugna le sbarre sonanti.
Mentr'egli agitava nell'anima questi pensieri, viene uno de' grandi, pronto a battaglia, a confessarsi a' suoi piedi. E detto che ebbe gli altri peccati, confessò gli odii che gli parevano inestricabili dalle speranze, e chiese consiglio come combattere con amore, come morire senza paura e senz'ira. A questa domanda il vecchio si riscosse, e interrompendo all'altro le parole: «Fratello, gli disse: a me chiedi consigli d'amore, a me, anima dall'odio ulcerata? Tu non sai i miei dolori: non sai quanti peccati furtivi, impotenti, vili, si vengono consumando nei segreti dello spirito mio. Io non son degno nè di consigliarti, nè d'udirti, nè d'alzare gli occhi a questo crocefisso che morì perdonando. Che vuoi tu ch'io ti dica? Di quale peccato poss'io riprenderti? Da quale proscioglierti? Io confesso innanzi a Dio e innanzi a te l'indegnità mia, e te prego, preghi per me ch'e' m'ascolti. Oh fratello, preghiamo insieme!»
Il vecchio s'inginocchiò accanto al guerriero armato, si chiuse il volto nelle mani, e singhiozzando gridava: «Perdonaci, come noi perdoniamo.--Noi perdoniamo», ripeteva, come per figgersi in mente il senso di quella dolce parola; e abbracciava l'inginocchiato al suo fianco, e piangeva. La canizie del frate, mista all'ondeggiante capigliera del giovane armato, implorava mercè da Dio, e l'otteneva. «Figliuol mio, disse riscosso a un tratto, così Dio assolva me com'io nel suo nome t'assolvo.» E dicendo, _figliuolo_, pensò all'unico suo, pensò all'uccisore di lui; e ambedue li congiunse in una ineffabile comprensione di carità.
* * * * *
Nelle case, chi traeva fuora le vecchie lance o balestre, chi le spade affilava. I fanciulli riscossi dal sonno domandavano senza paura il perchè del trambusto, e dell'ignota novità giubilavano. Altrove pregavasi a bassa voce devotamente: molti de' più animosi dormivano, e sognando battaglia, si risentivano ad ogni tratto.
Coloro stessi che prima non davano mente a ciò, in quella notte macchinavan trattati, e agli amici, già d'altra congiura partecipi, li esponevano. Andavano spontanei, e non consapevoli, a profferire ai congiurati l'opera loro; e questi allo sguardo, all'accento riconoscevano la franchezza dell'amica profferta. Gl'incerti e i timidi strascinava l'esempio; e coraggiosi li faceva la paura di tanto coraggio. Così nella mischia il temente, dalla calca sospinto, corre al pericolo con quant'impeto da lui fuggirebbe. Ma i tementi eran pochi: uno spirito nuovo li portava insieme con pari impeto tutti. Non pensavano nè alla sconfitta, nè alla vittoria; pensavano a combattere, come l'affamato s'avventa a mangiare. Del come, del perchè, dell'esito, non disputavano; e la semplicità dello scopo a cui miravano tutti, li faceva concordi. Delle donne stesse non molte temevano, molte confortavano di parole e d'amplesso i lor cari: un solo pericolo stava nelle menti di tutti, il pericolo del Comune.
Sole le innamorate del soldato straniero tremavano: e qual piangeva celatamente, quale sconsigliava il marito o il padre dal combattere; quale confessava gli adùlteri amori, forsennatamente disperata. Quella dura notte scontò quante mai gioje, o infelici, provaste nei brevi colloquii e nei lungamente desiderati e temuti abbracciamenti. E alle più di loro il pericolo del capo amato apportò maggiore ambascia che non facesse la perdita; e più piansero temendoli che sentendoli uccisi.
Siccome agli oppressi da grave malattia un punto che varchino è morte o salute; così quella notte agitava i tuoi destini, o diletta città. Una subita pioggia, un incendio, una falsa novella, eran forse sufficienti ad allentare quell'impeto: ma le stelle del cielo, quasi guerrieri armati in ischiera, vegliavano, Fiorenza, su te. I Santi nati e cresciuti nel tuo dolce seno ti guardavano dall'alto pregando; e ai tuoi passati mali, e ai mali e alle vergogne avvenire questa gloriosa tregua, questa espiazione memoranda impetravano. A te, gentile atomo della terrena polvere, popolato d'anime e di memorie immortali, conservatore d'un'immortale parola, a te gli spiriti del cielo congioivano di questo, ahi troppo breve, trionfo. O città de' miei desiderii, poichè non tu per la mia parola, possa la mia parola essere illustre per te; e i Fiorentini che di qui ad età molte, più pii e più fortunati, vivranno, sentire che amor di fratello moveva il mio canto, e con amore fraterno ridire il povero nome mio.
* * * * *
Dopo la mezzanotte, quando il rumore dei passi, il bisbiglio delle voci, il cigolio delle porte, e quell'indistinto susurro che annunzia un agitarsi insolito di anime umane fu queto; s'udì, dopo la mezzanotte, un picchio sommesso alla porta delle case degli Adimari, il qual riscosse Matilde, che, stanca del piangere, giaceva sul letto trasognata. La scosse come suono amico, aspettato: ond'ella balzando, scese animosa, ansiosa, quasi lieta, ad aprire, come se corresse a rincontro del padre. Gli era Cosimo Oricellai, che tra l'uno colloquio e l'altro, sacri alla salute della città, si ricordò del dolore della fanciulla e delle raccomandazioni d'Antonio: e abbracciate, forse (pensava) per l'ultima volta, le figliuole proprie, veniva a lei.
Nel vederlo, Matilde, che lo conosceva buono ed amico, e che voleva di tutta forza sperare, prima ancora di aprirgli la porta socchiusa:
«Egli viene!» esclamò, come persona che crede già vero quel che domanda. Ma il silenzio di Cosimo, e l'entrare sommesso, e il chiudere sollecito, e il prenderla pietosamente per mano, la fece dalla lieta fiducia trabalzare a certezza disperata; onde, coprendosi il viso con le palme, e il viso e la persona chinando verso terra:
«Egli è morto!» esclamò singhiozzando.
Allora non fu difficile al buono uomo riconfortarla, dicendo che il suo padre viveva, tuttavia nel palagio, ma che la città tutta s'armava per trarnelo.
«Quand'udrai domani Fiorenza levata a rumore, tu non aver paura, Matilde; ma pensa che quella è la libertà di tuo padre.»
--E se l'uccidono intanto?
--Non oseranno.
--Lo scoppiar del tumulto affretterà la sua fine. Che importano a me l'ire vostre, se mio padre muore?
«Morire!» esclamava, e le pareva non intendere bene il senso di quella parola; e la ripeteva gridando senza lacrime.
«No, vi dico, Matilde: la paura li terrà dall'ucciderlo.
--Oh no, non l'uccideranno. Non è possibile ch'egli muoja; non è possibile che io non l'abbia a vedere mai....» E quest'ultima voce ripeteva piangendo.
«Sì, lo vedrete, figliuola mia.
--Lo vedrò! Perchè dunque non dirmelo al primo venire? Lo vedrò? promettetelo.»
E perch'egli taceva: «Accertatemi ch'egli vivrà.
--Che poss'io? salvo che promettervi ajuto a scamparlo, e, se altro accade, vendetta?
--E che mi fa a me la vostra vendetta? I' vo' mio padre. Che mi fa a me ch'altri sia ucciso dopo lui o per lui?»
Allora un altro pensiero le balenò nella mente, e la trafisse come doppio rimorso. E domandò:
«Credete voi che zuffa segua?
--Seguirà: e i nemici della città nostra sentiranno alla fine quanto caro costi l'oltraggio.
--I nemici? Ma non tutti sono nemici i....» Non osò dire i Francesi: e arrossì. Voleva pensare al padre solamente, e non poteva; voleva parlar di Rinaldo, e non osava. S'assise guardando Cosimo con occhi supplichevoli, quasi lo pregasse d'intendere la sua secreta preghiera. E perchè quegli taceva, ed ella ripeteva, come uscita del senno: «I nemici!» Poi riscuotendosi a un tratto: «Deh non sia; non m'aggiungete dolore a dolore. Voi sapete, signore, di chi parl'io; non me lo uccidete: egli non ha l'anima di Francese.»
Cosimo impietosito, per rassicurarla rispose: «Il conte d'Altavilla non vorrà combattere contro noi.
--Ma se volesse?
--Oh fanciulla, tu vuoi di forza ch'io vinca i tuoi timori; e a' conforti miei non dai retta. Poss'io piegare a tua voglia i casi e gli animi altrui? Volgiti a Dio, pensa a messere Antonio degli Adimari tuo padre. Egli mi ti ha raccomandata nel partire, ti consolassi, ti tenessi vece di lui.
--Vece? Egli pensa dunque a morire? Oh dite ogni cosa; fate ch'io sappia s'io sono orfana o no. Non venite a mescermi a goccia a goccia il terrore e la morte. Come sono crudeli gli uomini! E che vi ho fatt'io?
--Figliuola mia, i' ti perdono, perchè tu se' addolorata; ma credi tu che gli altri non abbiano anch'eglino i suoi dolori? Nel mezzo della notte, nell'ora del pericolo, poche ore forse innanzi di morire, io lascio le figliuole e la moglie mia; e hanno anch'esse le mie figliuole, e lagrime negli occhi e parole di rimprovero disperato: le lascio per venire a veder te, per amore del buono messere Antonio tuo padre, per compassione della tua desolata giovanezza; e tu così mi ricevi? Poich'io ti sono, e voglio esserti padre, perchè non hai viscere di figliuola tu verso di me? Oh mia Matilde, raccomandati, raccomandaci a Dio, ci soccorra, c'insegni a vivere da uomini e da cristiani a morire.»
Ella lo abbracciava senza parola; e l'Oricellai seguitava:
«Di me non so quel che Dio abbia destinato. Forse quando tuo padre correrà negli abbracciamenti tuoi, io giacerò cadavere nella vicina via. Se mai, le mie figliuole a te raccomando, come tuo padre ti ha raccomandata a me: sii loro amica, e col buono esempio le illumina, e coll'amor tuo le consola: parla ad esse di me, e delle dipartenze di questa notte, quando gl'impeti dell'angoscia siano allentati, quando si può con lagrime dolci e tranquille parlare di quelli che sono morti. Ma le mie parole, o infelice, ti sconsolano; e a questo non sono venuto io qui. Vinceremo, Matilde. Tu sentirai da lontano scalpitare il cavallo che ti riporterà libero il padre, e me vedrai di lontano correre alle mie case giubilando; e poi le giostre e le danze e le preghiere della vittoria, e poi queta e franca e civile la vita.
--Ma Rinaldo!
--Ben mi rammenti, o figliuola, che ancora non è passato il pericolo. Tu del vicino agitarsi non sbigottire; i miei ti difenderanno, e ti difenderà, meglio d'ogni cosa, la stretta in cui saran posti i nemici.
--Potess'io combattere!
--Prega.
--Oh sì, per il padre insieme e per voi.
--Buona Matilde! Tu se' la figliuola mia, non è egli vero? Chiamami dunque padre.»
E mentr'egli la baciava in fronte, Matilde, abbassando il viso, lo chiamava col nome di padre. E pur tuttavia la speranza, come il più leggiero degli affetti, galleggiava sull'anima di lei: al che le giovava non conoscere il duca, nè le vie lunghe e segrete della sventura, e il credere con tutta l'anima in Dio.
* * * * *
Consolato dell'aver consolata un'anima, l'Oricellai moveva Oltrarno verso le case dei Bardi, che l'alba appena vinceva le stelle: e gli uccelletti la chiamavano con ancora sommessi e radi canti; e il vento piegava le cime degli alberi che pareva se ne lamentassero con basso stormire. E' fermò un poco il passo sul ponte di Santa-Trinita, e guardò al fiume pensando: «Oggi forse uscirai fuor di porta tinto di sangue: forse me pure voltolerai fra' tuoi sassi; poi, stanco della preda, mi lascerai sotto qualche macchia di Valdarno. E chi sa quanti ch'ora dormono, o vegliano sognando vendetta, stassera dormiranno sopra un letto di carne umana e di sangue!» Volse il viso alle sue case, pensò alle figliuole e alla moglie; e guardando il cielo: «Signore, disse, a voi raccomando loro e l'anima mia. Fate che il mio corpo non sia strazio de' cani stranieri, ma posi onorevole nel sepolcro de' miei antichi.» E seguitava la via a capo chino: poi, volgendosi ad un rumore, gli venne guardato il tempio di Santa Reparata, e disse tra sè: «Oh se l'Acciaiuoli fosse con noi, quanta forza verrebbe alle nostre armi dalla sua croce! E' si stette sempre in disparte, quasi animale nè timido nè audace, ma astuto: e non come volpe foresta che dà a divedere l'astuzia, ma come gatto domestico e quietone, che aspetta il momento di spiegar l'ugna, e il quando non sa. Tanti vescovi trovò favoreggiatori l'iniquo, e la misera città nostra non avrà il suo per sè!» Così pensando entrava alle case de' Bardi, dov'erano già radunati, o venivano mano mano, molti de' Rossi, e de' Frescobaldi, Vieri degli Scali; poi parecchi della seconda e della terza congiura. Seduti ch'e' furono, Andrea di Filippo de' Bardi incominciò:
«Cittadini e fratelli, poichè l'estremo pericolo minaccia la patria, noi senza molte parole v'annunziamo essere pronti ad opporgli i petti nostri; noi Bardi e consorti, Frescobaldi e consorti, Rossi e consorti, gli Scali ed altri; tutti d'una setta e d'uno animo. E voi all'opera fraterna invitiamo; e con voi facciamo comuni le armi, l'amore, la gloria, la morte.»
E Tile de' Benzi de' Cavicciuli levatosi, disse così: «Noi vi rendiamo grazie, o cittadini e fratelli, della profferta vostra, e di buono animo l'accettiamo: e io, col consentimento di quelli della mia setta, fo manifesto a voi come in altra parte della città gli animi erano all'impresa medesima apparecchiati; i Donati, i Pazzi, parecchi degli Albizzi, io parlante, e molti de' miei. Che se, giorni fa, interrogato da voi, messere Filippo Bordoni, io tacqui, fu per serbare il giuramento dato alla mia setta sopra i sacrosanti vangeli.»
Filippo Bordoni, tra lieto e vergognoso (ma la gioja e la maraviglia vincevano), s'alzò; e voltosi a Tile in atto fraterno: «E io a messer Tile, onorevole cittadino, chieggo, innanzi a questi spettabili uomini e innanzi a Dio, perdonanza dell'avergli fatt'onta; e di qualsiasi ammenda a lui ed a voi piaccia imporre alla mia subita diffidenza, sarò contento e onorato. Poi debbo, in nome della mia setta (a queste parole corse per gli astanti un mormorio di maraviglia ineffabilmente lieta; e si guardarono tutti in viso, come gente che, stata sotto maschere, si scoprano, e si riconoscano amici desiderati); debbo in nome della mia setta, della quale era capo messere Antonio degli Adimari, e ora sono Simone e gli altri consorti suoi, alla quale appartengono e gli Oricellai e altri molti (non dico de' Medici paurosi che qui non vedete, e degli Aldobrandini, de' quali i più fuggirono all'ombra di qualche foresta o nel campanile di qualche badia); debbo in nome della mia setta, alla quale altre parecchie si sono unanimamente congiunte, con artigiani, e popolo minuto, e stranieri, buona gente tutti, rendere grazie, o messere Andrea di Filippo de' Bardi, a cotesta spontanea significazione delle vostre volontà, alla quale acconsentiamo, e promettiamo comuni con voi le forze e gl'intendimenti nostri.»
Allora messere Agnolo Frescobaldi parlò in questo modo: «Il vecchio nostro zio, priore di Sa' Iacopo, o cittadini, saputo che ebbe della nostra impresa, volle esserne partecipe anch'egli: e disse, tra i più santi uffizii del ministro di Dio essere questo di difendere da ogni reo la città nella quale Iddio lo fece nascere, e il fonte del suo battesimo. Ond'egli da più giorni va seminando nel popolo: e già molta messe è matura. Ma perchè l'uffizio suo lo tiene altrove a quest'ora, comandò a me vi facessi noto il suo animo ed alla impresa v'incuorassi, e vi pregassi per lo nome di Dio, deponghiate ogni ingiuria e malevolenza, e siate tutti un cuore ed un braccio. Al qual fine, celebrando la messa d'ieri, il venerabile vecchio posò sull'altare queste due spade che qui vedete; e dinanzi al santissimo corpo di Cristo le benedisse; e a que' due le destinò che, nemici o avversarii, in questo consesso primi si abbracciassero in abbracciamento di pace.»
Dopo le quali parole Corso d'Amerigo Donati si levò, e andando a Giramonte Frescobaldi con quell'empito che altra volta l'avrebbe cercato per forargli il costato, lo abbracciò strettamente; e ad un punto entrambi proferirono la parola _fratello_. Della qual cosa Antonio degli Albizzi lieto, tolse le due spade, e portele a loro, esclamò:
«Queste spade sull'altare di Dio consacrate, e ministre d'amore, siano senz'odio e senza paura adoprate contro i nemici nostri. E tu, Bindo de' Pazzi, prenditi in quella vece la spada che Giramonte de' Frescobaldi portava; e tu, Piero de' Bardi, quella di Corso Donati.»