Part 2
Or mentrechè il Brunelleschi se ne stava sospeso tra il dispetto e il sospetto, entra a lui un masnadiere senese, de' suoi più fidati, che avendolo la mattina visto parlare lungamente con Francesco del Manzeca, onorevole cittadino di Porta San Piero, e congiurato coi Bordoni e cogli Adimari, credette lui consapevole d'ogni cosa; e si doleva tra sè che il suo signore non se ne fosse aperto a lui diffidandone o disprezzandolo, così come esso Brunelleschi si sdegnava che i concittadini suoi paressero volergli tener nascosta la trama. Se non che nel cavaliere il cruccio era d'orgoglio torbo e cupo; nel masnadiere di affezione fida, mista all'alterezza del servo che, uso ai segreti del maggiore di sè, perciò solo pretende possederli tutti, e, servendogli, dominarlo. All'uomo d'arme che entrava il Brunelleschi affisse gli occhi negli occhi quasi volesse per forza trarne un qualche lume a' suoi dubbii; e dopo breve tacere:
«Che novelle?»
E senza aspettare risposta, come suole chi per affrettarla, la impaccia e ritarda, soggiunse:
«Gravi!»
E sopra pensiero accostò al sinistro fianco la mano. Al quale atto il masnadiere, consentendo prima con la persona che con l'anima, come è vezzo di quella gente, mise la mano alla daga che aveva sotto, e con voce piana rispose:
«Messere, io avrei a dolermi di voi.»
Il Cavaliere, fatto sempre più ansioso, bramava strappargli dall'anima le parole; nè mai l'albagia imperiosa dei grandi gli si fece sentire tanto tormentosa e tiranna. Ma conveniva contenersi, e ricevere a stilla a stilla, come al servitore piaceva, quello di che egli ha sete tanto affannosa. Abbassando gli occhi, che non vi si leggesse la voglia impaziente e lo sdegno mal represso, rispose:
--Di'.
--Voi siete avviato a impresa onorata e di pericolo; e la celate a me che sapete...
--Io ti conosco. Ma dimmi quel che tu sai.
--Mi dolgo a un tempo e mi rallegro dell'affetto magnanimo che vi conduce, per amor di Fiorenza, a stendere la mano al vostro nemico.
A questa lode il Fiorentino, più che arrossire, fremè di vergogna; e con impeto che al povero popolano parve di generosità:
--Or chi è il mio nemico?
--Ben dite, messere. Dacchè è contro il duca, l'Adimari è per voi.
Il Brunelleschi si scosse: ma con quella signoria di sè che per lungo uso e per tormentosa necessità acquistano gli uomini condannati a comandare altrui, rivolgendo l'interrogazione imperiosa in domanda quasi sommessa di consiglio amico:
--A te che ne pare?
--Mi pare bello.
--E che riesca?
--Siete tanti. Forse più che essere non crediate. E noi che osserviamo di fuori, e che penetriamo di sotto, ci vediam forse più addentro che voi.
--Di' quel ch'è a tua notizia.
--Ma, e voi, signore, non aprite a me che l'orecchio? Noi siamo braccio, non lingua.
--Voi siete cuore. Di' quel che sai, acciocchè le parole mie confuse co' tuoi pensieri non intorbidino la verità di quanto hai raccolto tu stesso, e che mi giova conoscere per l'appunto.
La lode tanto più acuta quanto più breve alla sua fedeltà, fece all'uomo quel che fa sprone a cavallo docilmente animoso. E mescendo i conforti e il congratulare alla sposizione de' fatti, narrò cose al cavaliere inaspettate; e da ultimo, come i Fiorentini mandassero per intendersi col Comune di Siena. Questo pareva al masnadiere suggello di buona speranza; onde l'altro coprendo con un sorriso di scherno la confusione dell'animo:
--Ecco il Senese! Ma se il comune di Siena fosse contro di me tuo signore e che t'amo?
--Messere (rispose il servo, levando la fronte altera), io sono di nazione Senese.
Indispettito non tanto della risposta, quanto di sè medesimo, il Brunelleschi gli comanda d'attendere lì presso, e rimane alle prese co' proprii pensieri. E la coscienza e l'odio gli parlarono dentro così:
«L'Adimari de' loro? E io posso con una parola aprirgli sotto i piedi la terra che lo ingoi.--Ma quel sangue chiazzerà il viso mio: e saranno confuse con esso le lagrime d'una figliuola orfana, di Matilde.--E che? se il mio capo stesse sotto la scure d'Antonio degli Adimari, ne asterrebb'egli la mano?--Ma se alcuno de' miei partecipasse alla setta?--I' lo saprei.--E forse questo masnadiere è mandato dal duca a tentarmi: e s'io non rivelo, muojo.--Ma s'io rivelo, non creduto; o se, com'avvenne d'altri, mi si apprestano, a merito del mio zelo, le tanaglie roventi? Da ogni parte la morte: di qui la vendetta, di là la vergogna.--Vergogna? Son io forse di coloro che andarono di notte a Santa Croce a consigliarlo prendesse la signoria? Son io Arrigo Fei creator di gabelle, o Giulio d'Assisi carnefice? O uno de' vescovi che per conservare le loro terre si tengono aggrappati a lui? Ho io mai piaggiata la costui villania? Ho io portate le grosse fibbie e il puntale alla foggia francese, per compiacergli?--Ma che diranno di me? E che si dice del Fei, che del duca? Nulla, o come se nulla. O taccia o mormori, o urli o esclami, il popolo è iniquo o matto: s'impenna come destriero, poi si china e pascola come capra.--E forse le cose che son gridate dannose e infami, son utili e pie. Una parola mia può forse essere risparmio di terrori e di sangue. E chi sa se a questo reggimento non istia sotto un peggiore? Il popolo briaco non sa che sonare campane e bruciar libri, e gridare viva e muoja: ma all'ubriachezza succede il sonno; e allora i forti lo legano, i vili lo rubano; e, desto, e' rigrida viva e muoja, secondo che la memoria o un impeto nuovo gli detta. E chi sa quando un popolo dica davvero? Iddio.--Forse la mia parola affretta a questi o ad altri cospiranti il momento del prorompere, e li fa per disperazione animosi: forse la vita stessa del nemico mio la faranno salva il suo nome, il terrore del duca.--E cotesto duca io l'aborro: e quando il tempo verrà, avventerò anch'io il mio quadrello. Intanto, se questo è un laccio del Francese, strighiamcene; avviluppiamo lui; guardiamogli in faccia, caviamogli parte del segreto suo dalle viscere. Scoprire quel ch'egli sa e quel che pensa, può essere forse salute e benefizio di tutti. Se non è, gastighiamo l'orgoglio dell'Adimari, e in lui de' suoi. E s'egli è detto che s'abbia a morire, (or che è la vita?) morremo.»
E' pensava in sul primo scoprire la cosa a uno dei parenti del duca, e sopra persona più accetta lasciar cadere i primi sospetti, e le ire che genera la paura ne' tristi. Poi gli parve codardia; e volle assumere in sè così il merito dell'atto come la vergogna e il pericolo; sebbene del pericolo sapesse omai essere quasi nulla, perchè Gualtieri, atterrito, aveva fatto spargere nella città, accoglierebbe senz'ira ogni rivelator di trattato. E se dapprima e' li punì, fu per fare le viste di credere le congiure impossibili; poi per sospetto volessero beffarsi di lui, mettendo taglia sui terrori dell'anima sua. Non so se ragione o pretesto, ma certo fu spinta a quel passo del Brunelleschi il pensiero di poter tanto scoprire della verità quanto giovasse meno a lui che a' suoi consorti e al comune di Fiorenza, a cui fin nell'atto del tradimento intendeva lo sciagurato giovare: giovarle, o coll'antivenire la sommossa, se avesse a essere rovinosa, o coll'indirizzarla a termine più sicuro. Condusse il masnadiere seco, maravigliato, ma pur lontanissimo dal sospettare la viltà della cosa; dacchè gli umili, per depravati che siano o che pajano, serbano ostinata la fede alla fede altrui, e i maggiori di sè amano stimare migliori.
Il Brunelleschi parlò spedito, come chi temendo non poter compire cosa, si studia a venirne a fine, o come chi da paura è fatto animoso: ma quella franchezza gli dava sembiante d'uomo che arditamente fa opera buona. Gualtieri affisando gli occhi agli occhi di lui, come belva che non sai se minacci o accarezzi, lo congedò dicendo: «Messer lo cavaliere, se scoprite altro, le porte del mio palazzo vi son note già.»
Queste parole, da lui profferite col men falso animo che la sua tetra natura gli concedesse, parvero al cavaliere, che le ripensava, raffaccio insopportabile. E tra la vergogna del meritare i ringraziamenti di tale uomo, tra il sospetto dell'aver provocato il disprezzo di lui, se n'andava ruminando: _Le porte del mio palazzo vi sono già note_; e gli pareva che nessuno uomo gli avesse mai detta villania sì fiera, nè egli mai aver pensato che parole simili gli si potessero dire. E' correva per la via con in cuore una smania rabbiosa, simile alla smania del traditore che riconosce sè stesso; e il nome di traditore, non gli pareva tuttavia meritarlo. Ma soddisfatto alla passione dell'odio, le altre, o passioni o affetti che già gridavan men alto, ora si facevano sentire; e l'orgoglio di Fiorentino, e l'odio dello straniero signore, e il timore dell'infamia, e il timore della pena se il duca sospettasse, o se gli altri vincessero; e, più fonda di tutte le voci, ma più potente perchè continua, la coscienza. E vedendosi, per guiderdone, creato dal duca suo delatore, sentì l'odio ribollire. Propose, ormai che n'aveva la chiave, penetrare nei consigli della congiura; e, incerto qual via terrebbe (segno non era mutato che a mezzo), osservare.
* * * * *
Stavano nella casa d'Antonio degli Adimari, stretti a consiglio, que' della terza setta, più pronta di tutte: e il Medici voleva s'indugiasse, l'Aldobrandini s'aspettasse risposta da que' di Prato: il Bordoni, più giovane, mettessesi mano al ferro; di tal fiamma non poter non uscire fumo o favilla; unica salvezza rompere le dimore. Quand'ecco un familiare annunzia ad Antonio degli Adimari, un sergente del duca richiederlo immantinente al palagio. E fu come quando una lieta brigata di viaggiatori è colta dal turbine o da' ladroni. Tacquero tutti: il Bordoni sorrise amaramente in vedere il suo dire avverato: il Medici fisse gli occhi in viso all'Adimari per leggervi il turbamento, ma nulla lesse.
«Amici, disse Antonio levato in piedi: l'ora del pericolo è giunta; e se il mio sangue deve far lubrica la via dove cada il tiranno, vada il mio sangue. Purchè lo vendichiate, fratelli; purchè lo spavento non vi disperda, come passere a un grido; purchè stiate stretti in un volere.»
L'Aldobrandini prendendolo per mano, e con voce commossa: «Tu puoi ancora fuggire: Antonio, che nol fai? Nè egli saprà sì tosto; nè, sapesse, oserebbe inseguirti, chè 'l nome tuo gli farebbe paura.
--Le cose, amico, che più fanno paura, quando il terrore è all'estremo, più audacemente romponsi. Nè io vo' fuggire. Nobile cosa, dopo la minaccia appiattarsi! Gualtieri potrebb'egli far peggio? No. Io mi metterò nella tana del leone; ma voi lascio fuori: e quand'egli esca per nuova pastura, ricordatevi dell'amico vostro.»
I più nuovi al pericolo si turbavano nell'affetto: i maturi stavano con le braccia al petto, in silenzio. Il Bordoni percotendosi a un tratto la fronte, gridava: «Io so il traditore.
--Chi? domandò l'Adimari.
--Un de' tuoi, ma, è gran tempo, diviso da te: Tile.
--Non credere.
--Io posso affermarlo.
--E io giurare che no. Finchè la verità non sia certa, statevi da ogni vendetta: l'ira tutta volgete contro Gualtieri. Non vi lasciate cogliere alla sprovvista. A un cenno ch'e' faccia di correr la terra, corretela voi. Il popolo è desto: gridate, e sorgerà. Picchiate alla porta de' buoni cittadini, siano o no del trattato: a un picchio usciranno. Il frutto è maturo: scotete la pianta, e cadrà. Or tempo è di partirci.»
E chiamato da banda Cosimo Oricellai, l'Adimari gli disse. «Cosimo, agli altri ho raccomandata la vendetta: a te raccomando Matilde. Se io muojo, il tuo occhio non l'abbandoni. Ella è sola: e tu se' padre, o Cosimo.»
L'Oricellai non poteva parlare dal turbamento dell'animo. E' l'abbracciarono ad uno ad uno: e, poichè l'Adimari diede a Filippo Bordoni, che gliela chiese, la sua spada, uscirono. Rimaso solo, Antonio chiamò a sè Matilde, la fece sedere accanto al letto ove sua madre era morta, sull'inginocchiatojo ove sua madre pregava, e con fronte serena disse così:
«Figliuola mia, raccomandati a Dio, prepara l'anima tua a un dolore grande.... Deh non ti turbare: forse quel ch'io sospetto non sarà, o sarà leggier cosa; ma debbo fartene avvertita acciocchè tu non tema oltre al vero. Mia buona Matilde (e le accarezzava con mano i capelli, che mai non fece se non una volta quand'ell'era malata e in fine), tu forse non sai quant'io t'ami: mai non te lo dissi a parole, per non ammollire senza pro l'anima tua nè la mia.--Or sappi che il duca mi chiama a sè con improvviso comando.»
Matilde, ignara delle più fra le atrocità di Gualtieri, e delle macchinazioni del padre, non intendeva; ond'egli: «Che voglia il duca, non so: forse mi prese in sospetto, perchè egli è sospettoso uomo e crudele.
--Crudele! (esclamò la fanciulla, a cui l'affetto diede in un subito l'intelletto del pericolo). Non ubbidite, padre mio; non andate. Le vie di fuggire non mancano.
--Fuggire non posso, figliuola; e sarebbe o vano, o più dannoso, forse a me, forse a molti. Potrebbe dunque Gualtieri tenermi per alcun tempo: se tu non mi vedessi tornare tosto, non ne prendere affanno. O prima o poi avrai novelle di me; e nulla, spero, saprai che faccia onta al nome del padre tuo.
--Deh quali parole, che io non intendo, e mi straziano! dite più chiaro; ah! dite ogni cosa: se c'è pericolo.... Io ho forza di tenere un segreto: e il Signore misericordioso può coprire del suo scudo il petto di una giovane donna così come d'un antico guerriero. Ditemi, signore, il vostro pericolo, tutto quanto: entrerò io al duca per voi; per voi parlerò.
--Non ingrandire, prego, nè il pericolo, nè l'agevolezza del vincerlo. Ascolta i consigli miei, no il tuo cuore. Se io non ritorno quest'oggi, se non ritorno domani....»
Matilde aveva già inteso; ma la novità del dolore, e una segreta speranza, compagna di tutti i suoi pensieri, le lasciavano ancora il varco alle lagrime: e il padre al vederla singhiozzare s'inteneriva a suo dispetto, e con voce tremante seguitava:
--Non piangere, figlia mia. Non potrebb'egli, Dio, domani, quest'oggi, ora, togliermi a te?
--Oh, Iddio nol farà, nè permetterà che gli uomini crudeli lo facciano. Io vi rivedrò, non è vero?
--Mi rivedrai, figlia mia. Un giorno o due passan presto: un po' di lagrime, qualch'ora di sonno; e poi tutti desti nella luce di Dio. Che è mai la vita, Matilde mia? Ma in questa breve giornata che passerai senza me, abbi in onore la memoria del padre tuo. Tu se' sola erede del nome d'Antonio degli Adimari; e Matilde lo porterà puro, puro lo lascerà a' figli suoi, se Iddio le dà figli. Quand'io non sarò più teco, abbi rispetto ai consorti della nostra casa; ma tieni in luogo di padre messere Cosimo degli Oricellai, buono uomo, e amico nostro; e con le figliuole di lui abbi dimestichezza. Alle altre fanciulle fiorentine sii piuttosto affettuosa che amica: quelle ch'han nome di avere amata o sofferta la signoria de' nemici di Fiorenza, fuggi siccome tocche da pestifera malattia. In te, Matilde, il senno e la bontà prevengono gli anni: onde non temo da te cosa vile, come nè da me stesso. Una sola preghiera ti lascio nel nome di tua madre, nel nome della Vergine beata, nel nome di Fiorenza, infelice e gloriosa madre nostra. Tu ami, Matilde, un uomo straniero; io lo so: nè mai te ne feci motto; chè 'l silenzio vigilante stimai essere guardia più sicura. Non vergognare dell'amor tuo: perchè Rinaldo, conte d'Altavilla, tuttochè Francese, è forte uomo, e pieno del timore di Dio: e, comechè amico de' miei nemici, io gli ho riverenza. Ma s'egli mutasse, se nell'ora della battaglia si gettasse da' suoi contro la patria tua, se di macchia veruna si contaminasse la vita di lui o la fama; Matilde, abbandonalo: abbandonalo, figliuola mia; e la benedizione del cielo coronerà il tuo dolore. Io non ti dico: Se tu lo segui, sarai maledetta. Non te lo comando come padre; ma come compagno della madre tua, come cristiano a cristiana, come Fiorentino uomo a donna Fiorentina, ti supplico: tra la passione e la patria, fa che vinca il migliore. Se il conte si serba qual fu sin ora, e tu sposati a lui. (Deh non piangere, Matilde: vedi, già mi forzi al pianto. Lasciami finire in pace.) Sposati a lui, figliuola mia, nella benedizione di Dio. Séguilo in Francia, se così è destinato: e Iddio benedica i tuoi figli, e i figli de' figli tuoi. Non dimenticare mai che sei nata cittadina della città di Fiorenza; insegna a' tuoi figliuoli per primo il tuo dolce idioma natio: parla loro di questa repubblica, e di tuo padre. E non temere che tuo marito ne adonti: se altro facessi, allora e' ti sprezzerebbe; perchè l'anima che rinnega la patria e la lingua e il legnaggio suo, è la più vile e la più sprezzata delle anime.»
Matilde, che lungamente era stata col viso tra le mani, piangendo, ora si getta a' piedi del padre; e posta la fronte sulle ginocchia di lui, interrompeva le parole paterne co' singhiozzi, e con dire: «Che farò io sola al mondo?»
--No, tu non sarai sola, figliuola mia: io veglierò sempre invisibile sopra di te. Quel Dio che provvede di cibo ai nati della rondine, provvederà a te, unica mia.»
Qui levando la faccia piena di lagrime, e singhiozzando come fanciullo, il forte guerriero esclamò: «Dio de' padri nostri, pietà di quest'orfana: non cadano sul suo capo i peccati del padre suo. Beneditela, Signore, dall'alto, com'io la benedico qui 'n terra; e lascio a lei, poichè forse i beni non potrò, il nome e lo spirito e l'onor mio.»
S'inginocchiarono ambedue sulla sponda del letto, e recitarono insieme un'orazione pe' morti. E Antonio alzandosi disse: «Ogni sera, Matilde, reciterai quest'orazione per l'anima del padre tuo. Ma no (tutt'a un tratto rassicurando la voce): noi ci rivedremo fra poco.»
E la baciò in fronte frettoloso; e s'involò, non com'uomo che affronti il pericolo, ma che lo fugga.
* * * * *
E si presentò al palagio; e, cercato del duca, gli si offerse in quella vece Giulio d'Assisi bargello; ond'e' credette venuta la sua ultim'ora: ma dato sfogo agli affetti di padre, e attutati dalla fine imminente i pensieri della vendetta, non altro senso l'occupava che della eternità. Quel d'Assisi l'accolse con meno bestiali modi di quel che in palagio si solesse, e dissegli, essere piacere del duca ch'e' dimorasse quivi alcun tempo, infino che la verità, dubitata, d'alcuni fatti venisse in chiaro. Antonio voleva in sul primo con la risposta affrettare il supplizio: ma pensando essere impazienza nè lecita nè animosa picchiare all'uscio chiuso della morte; e che quella impazienza poteva farsi confessione di cosa non più che sospetta, si tacque.
L'annunzio del fatto sparse nella città lo sgomento: e allora si vide qual fosse l'animo di molti congiurati, e de' più caldi a parole. Salvestrino de' Rossi fuggì ne' suoi poderi; il Mancini si nascose; Cosimo de' Medici aveva paura e di nascondersi e di fuggire e di mostrare la faccia, onde il suo peritarsi faceva a' compagni, più che ira, pietà. Altri predicava con insolito ardore prudenza, pazienza, carità: altri tessevano cagioni d'indugio. Che se in quel tentennare della città Gualtieri l'avesse afferrata, e gettatasela a piedi, di tante catene e colpi forse poteva fiaccarla quanti bastassero a servitù lunga: ma il suo peccato l'acciecò, e gli mise tanta viltà nell'anima che non sapeva che si fare. Credette più spediente il lento tradimento: e intanto che i soccorsi di fuora giungessero, addì XXV di luglio chiamò a sè trecento de' maggiori cittadini, come a consiglio, da tutti i sesti della città; argomentando: o e' fuggono, e portan via il mio pericolo; o vengono, e gli ho a terrore degli altri e ad ostaggi. Erano tra costoro non pochi de' congiurati; degli Altoviti, de' Pazzi, de' Cavicciuli, de' Rossi, dei Frescobaldi, de' Bardi. I non consapevoli delle congiure vennero: de' consapevoli altri ricusò (e s'affaccendava a maturar la vendetta): altri, per non dare sospetto, andarono devoti a morte. Avuti ch'e' gli ebbe, impacciato di così grossa preda, chiamò i suoi sgherri a consiglio, il Fei, quel d'Assisi, il Visdomini: e ben di consigli sentiva necessità, perchè 'l senno e l'animo d'ora in ora più gli fallivano, com'uomo che senta il suolo affondarsegli sotto a' piè.
Ma Cerrettieri primo e più franco (perchè tra' servi del tiranno straniero i cittadini della terra tiranneggiata sono i più libidinosi d'infamia), consigliò: «Poichè la gran sala del palagio è munita di grosse porte, e di valide inferriate le finestre, siano munite a qualch'uso. Chiudiamvi cotesti leoni dal cuore di cervo, e le quadrella e le spade de' Borgognoni faranno la caccia.
--Il consiglio di messer Cerrettieri, soggiunse Arrigo Fei, è degno invero dell'arguzia fiorentina. E sarebbe pur bello vedere grandi e popolani in un fascio, fare schermo l'uno al petto dell'altro, e raggomitolarsi sotto alle panche, e strisciare sotto a' piedi altrui per cansar le saette, e trarsi le quadrella confitte negli occhi o nel dorso, e rovesciarsi bianco su nero e nero su bianco, e, una volta prima di morire, abbracciarsi.»
E Giulio conservadore: «Io consiglierei messere lo duca a cominciare lo spettacolo dalle quadrella; e quando ciascuno n'abbia almeno una coppia, sì che si sentano i diversi accenti dello stridere, e si veggano i varii modi del difendersi; allora entrar colle spade, e trinciare.
--Ma se, riprese il Visdomini, vestendo di celia un pensiero, non so come venutogli, d'umanità, se al signor nostro piacesse serbare taluno di questi uccellacci, come dei molti accivettati si fa, che ad altri allungasi il collo, altri cacciansi in gabbia; e' farà il senno suo.»
Gualtieri a tali motti, a' quali era solito rispondere con ghigno turpe o con turpi parole, diceva nulla: ma al consiglio poneva mente; se non che pareva a lui non gustare tanto il crudo sapore della vendetta, quanto altre volte soleva.
* * * * *
De' trecento rinchiusi i pensieri, sotto sembianze conformi, erano diversi, e d'altri, sotto diverse, conformi: nè i più loquaci nè i più taciturni, nè i più vantatori nè i più dimessi era da credere che fossero i più tranquilli nello spirito e più animosi; chè nessun segno di parola o d'aspetto è comunemente e perpetuamente verace. I men timidi per sè, temevano per i cari loro, per la patria temevano, e gli sapeva amaro vivere e morire in gabbia, e non nella luce dell'aperta battaglia. E però l'esultazione minacciosa e gli scherni di taluni tra' compagni guardavano con disdegno o con pietà, temendoli alla stretta della prova estrema ineguali. Altri si rammaricava dell'aver poco osato, altri del troppo; nè i primi erano i più coraggiosi: altri chiedevano consigli, altri più abbisognanti ne offrivano. Chi tentava il vicino per iscoprire in lui qualche segno di trepidazione che fosse scusa alla sua, e gli desse adito a sfogarla, o a temperarla vigore. Chi meno ebbe parte nella trama, non tanto perchè più timido s'aspetta peggio, quanto perchè sa, nei men forti quasi sempre riversarsi la tempesta dei casi. Tutti però, qual più qual meno, speravano nel timore del duca, e negli inesplicabili ma infallibili augurii della giornata; nè cercavano, come un tempo, dei servitori di lui per ammansarli o per conoscere il proprio destino; e questi, cercanti di loro con nuova affabilità, e' li accoglievano come se il duca prigione, essi in seggio.
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Questa medesima sera che precedeva il dì di sant'Anna, nelle case degli Oricellai s'erano adunati i consorti di Antonio degli Adimari, e tutti que' della terza setta, con altri nuovi, chiamati in parte dell'opra. Tra i quali era Francesco Brunelleschi: a cui, veggendo le forze della città crescere, sempre più pareva diventar cittadino: nè egli della cagione del suo infervorarsi ben s'accorgeva. Agli adunati Cosimo Oricellai prese a dire: