Il duca d'Atene

Part 16

Chapter 161,626 wordsPublic domain

Mentre che tra i congiurati queste cose si praticavano, Antonio Adimari, con alcuni suoi amici sanesi per aver da loro genti, la cosa scoperse, manifestando a quelli parte de' congiurati, e affermando tutta la città essere a liberarsi disposta. Onde uno di quelli communicò la cosa a messer Francesco Brunelleschi, non per scoprirla, ma per credere che ancor egli fosse de' congiurati. Messer Francesco, o per paura di sè, o per odio aveva contra ad altri, rivelò il tutto al duca. Onde che Paolo del Manzeca e Simon da Monterappoli furono presi. I quali rivelando la quantità e qualità de' congiurati, sbigottirono il duca. E fu consigliato, piuttosto gli richiedesse che pigliasse, perchè se se ne fuggivano, se ne poteva senza scandalo con l'esiglio assicurare. Fece pertanto il duca richiedere Antonio Adimari, il quale, confidandosi ne' compagni, subito comparse. Fu sostenuto costui: ed era il duca da messer Francesco Brunelleschi e messer Uguccione Buondelmonti consigliato, corresse armato la terra e i presi facesse morire. Ma a lui non parve, parendogli aver a tanti nimici poche forze. E però prese un altro partito, per il quale, quando gli fosse successo, si assicurava de' nemici, e alle forze sue provedeva.

Era il duca consueto richiedere i cittadini, che a' casi occorrenti lo consigliassero. Avendo pertanto mandato fuori a provedere di gente, fece una lista di trecento cittadini, e gli fece da' suoi sergenti, sotto color di volersi consigliar con loro, richiedere; e poichè fossero adunati, o con la morte, o con la carcere spegnerli designava. La cattura di Antonio Adimari, e il mandar per le genti, il che non si puotè far segreto, aveva i cittadini, e massime i colpevoli, sbigottiti: onde che da' più arditi fu negato il voler ubbidire. E perchè ciascuno aveva letta la lista, trovavano l'uno l'altro, e si inanimavano a prender l'armi, e voler piuttosto morire come uomini con l'armi in mano, che come vitelli esser alla beccheria condotti. In modo che in poco d'ora tutte tre le congiure l'una all'altra si scoperse; e deliberarono il dì seguente, ch'era il 26 di luglio nel 1343, far nascere un tumulto in Mercato vecchio; e dopo quello armarsi, e chiamare il popolo alla libertà. Venuto adunque l'altro giorno, al suono di nona, secondo l'ordine dato, si prese l'armi; e il popolo tutto alla voce di libertà si armò, e ciascuno si fece forte nelle sue contrade sotto insegne con le armi del popolo, le quali dai congiurati segretamente erano state fatte. Tutti i capi delle famiglie, così nobili come popolane, convennero, e la difesa loro, e la morte del duca giurarono, eccetto che alcuni de' Buondelmonti e de' Cavalcanti, e quelle quattro famiglie di popolo che a farlo signore erano concorse, i quali insieme con i beccai ed altri dell'infima plebe armati in piazza in favor del duca concorsero. A questo rumore armò il duca il palagio; e i suoi ch'erano in diverse parti alloggiati salirono a cavallo per ire in piazza; e per la via furono in molti luoghi combattuti e morti. Pure circa trecento cavalli vi si condussero. Stava il duca in dubbio s'egli usciva fuori a combattere i nimici, o se dentro il palagio si difendeva. Dall'altra parte i Medici, Cavicciuli, Ruccellai, e altre famiglie state più offese da quello, dubitavano che s'egli uscisse fuora, molti che gli avevano prese l'armi contra, non se gli scoprissero amici; e desiderosi di toglierli l'occasione di uscir fuora, e dello accrescere le forze, fatto testa, assalirono la piazza. Alla giunta di costoro quelle famiglie popolane che si erano per il duca scoperte, veggendosi francamente assalire, mutarono sentenza, poichè al duca era mutata fortuna; e tutti si accostarono ai loro cittadini; salvo che messer Uguccione Buondelmonti, che se n'andò in palagio, e messer Giannozzo Cavalcanti, il quale ritiratosi con parte de' suoi consorti in Mercato nuovo, salì alto sopra un banco, e pregava il popolo, che andava armato in piazza, che in favor del duca vi andasse. E per sbigottirli accresceva le sue forze, e gli minacciava che sarebbero tutti morti, se ostinati contro il signore seguissero l'impresa. Ma non trovando uomo che lo seguitasse, nè che della sua insolenza lo castigasse, veggendo di affaticarsi in vano, per non tentar più la fortuna, dentro alle sue case si ridusse.

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La zuffa intanto in piazza tra il popolo e la gente del duca era grande. E benchè queste il palagio ajutasse, furono vinte, e parte di loro si misono nella podestà dei nemici, parte, lasciati in palagio i cavalli, si fuggirono. Mentre che in piazza si combatteva, Corso e messer Amerigo Donati con parte del popolo ruppono le Stinche, le scritture della podestà e della pubblica Camera arsero, saccheggiarono le case dei rettori, e tutti quelli ministri del duca che poterono avere, ammazzarono.

Il duca dall'altro canto vedendosi aver perduta la piazza, e tutta la città nimica, e senza speranza di alcuno ajuto, tentò se poteva con qualche umano atto guadagnarsi il popolo. E fatti venire a se i prigioni, con parole amorevoli e grate li liberò; e Antonio Adimari, ancorachè con suo dispiacere, fece cavaliere. Fece levare l'insegne sue di sopra il palagio, e porvi quelle del popolo. Le quali cose fatte tardi e fuor di tempo, perchè erano forzate e senza grado, gli giovarono poco. Stava pertanto malcontento, assediato in palagio; e vedeva come per aver voluto troppo, perdeva ogni cosa; e di aver a morire fra pochi giorni o di fame o di ferro temeva. I cittadini per dar forma allo stato, in Santa Reparata si ridussero, e crearono quattordici cittadini, per metà grandi e popolani, i quali con il vescovo avessero qualunque autorità di potere lo stato di Firenze riformare. Elessero ancora sei, i quali l'autorità del Podestà (tanto che quello era eletto, venisse) avessero.

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Erano in Firenze al soccorso del popolo molte genti venute, tra' quali erano Sanesi con sei ambasciatori, uomini assai nella loro patria onorati. Costoro tra il popolo e il duca alcuna convenzione praticarono. Ma il popolo recusò ogni ragionamento d'accordo, se prima non gli era nella sua podestà dato messer Guglielmo da Scesi, e il figliuolo, insieme con messer Cerrettieri Bisdomini consegnato. Non voleva il duca acconsentirlo, pure minacciato dalle genti ch'erano rinchiuse con lui, si lasciò sforzare. Appariscono senza dubbio li sdegni maggiori, e sono le ferite più gravi quando si ricupera una libertà che quando si difende. Furono messer Guglielmo e il figliuolo posti tra le mani de' nemici loro, e il figliuolo non aveva ancora diciott'anni. Nondimeno la età, la forma, la innocenzia sua non lo potè dalla furia della moltitudine salvare; e quegli che non poterono ferirgli vivi, gli ferirono morti; nè saziati di straziarli con ferro, con le mani e con li denti gli laceravano. E perchè tutti i sensi si soddisfacessero nella vendetta, avendo prima udite le loro querele, vedute le lor ferite, tocco le carni lacere, volevano ancora che il gusto le assaporasse, acciocchè come tutte le parti di fuora ne erano sazie, quelle di dentro se ne saziassero ancora. Questo rabbioso furore quanto egli offese costoro, tanto a messer Cerrettieri fu utile, perchè stracca la moltitudine nelle crudeltà di questi duoi, di quello non si ricordò, il quale non essendo altrimenti domandato, rimase in palagio. Donde fu la notte poi da certi suoi parenti e amici a salvamento tratto. Sfogata la moltitudine sopra il sangue di costoro, si concluse lo accordo, che il duca se ne andasse coi suoi e sue cose salvo; e a tutte le ragioni aveva sopra Firenze, rinunziasse, dipoi fuora del dominio in Casentino la rinunzia ratificasse. Dopo questo accordo, a dì sei d'agosto partì di Firenze da molti cittadini accompagnato; e arrivato in Casentino, la rinunzia, ancora che mal volontieri, ratificò: e non avrebbe servata la fede, se dal conte Simone non fosse stato di ricondurlo in Firenze minacciato.

Fu questo duca, come i governi suoi dimostrano, avaro e crudele, nelle audienze difficile, nel rispondere superbo. Voleva la servitù, non la benevolenza degli uomini; e per questo più di esser temuto che amato desiderava. Nè era da esser meno odiosa la sua presenza che si fossero i costumi, perchè era piccolo e nero, aveva la barba lunga e rada; tanto che da ogni parte di esser odiato meritava. Onde che in termine di dieci mesi i suoi cattivi costumi gli tolsero quella signoria che i cattivi consigli d'altri gli avevano data.

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Questi accidenti seguiti in questa città dettero animo a tutte le terre sottoposte ai Fiorentini di tornare nella loro libertà; in modo che Arezzo, Castiglione, Pistoja, Volterra, Colle, San Gimignano si ribellarono. Talchè Firenze in un tratto del tiranno e del suo dominio priva rimase, e nel recuperar la sua libertà insegnò ai soggetti suoi come potessero recuperare la loro. Seguita adunque la cacciata del duca, e la perdita del dominio loro, i quattordici cittadini e il vescovo pensarono che fosse piuttosto da placare i sudditi loro con la pace, che farsegli inimici colla guerra, e mostrare d'essere contento della libertà di quelli, come della propria. Mandarono per tanto oratori ad Arezzo a renunziare all'imperio che sopra quella città avessero, e a fermare con quelli accordo, acciocchè, poichè come di sudditi non potevano, come amici della lor città si valessero. Con l'altre terre ancora, in quel modo che meglio poterono, convennero, purchè se le mantenessero amiche, acciocchè loro liberi potessero ajutare, e la loro libertà mantenere. Questo partito prudentemente preso ebbe felicissimo fine, perchè Arezzo non dopo molti anni tornò sotto l'imperio de' Fiorentini: e le altre terre in pochi mesi alla pristina ubbidienza si ridussero. E così si ottiene molte volte più presto, e con minor pericoli e spese, le cose a fuggirle, che con ogni forza ed ostinazione perseguitandole.

FINE.

NOTA DEL TRASCRITTORE:

--Corretti gli ovvii errori di stampa e di punteggiatura.