Il duca d'Atene

Part 15

Chapter 153,839 wordsPublic domain

In questa stanza non cessava l'assedio del duca, e di dì e di notte combattendo il palagio, e di cercare di suoi uficiali. Fu preso uno notaio del conservadore per gli Altoviti, stato micidiale e reo, e fu tutto tagliato a bocconi. E appresso fu trovato messer Simone da Norcia stato uficiale sopra le ragioni del Comune, il quale molti cittadini, cui a diritto e cui a torto, avea tormentati crudelmente e condannati: per simile modo a pezzi fu tutto tagliato. In porta santa Maria in su la fogna uno notaio napoletano, ch'era stato capitano de' sergenti a piedi del duca, reo e fellone, chiamato Filippo Terzuoli, tutto fu abbocconato dal popolo. E uno ser Arrigo Fei, ch'era sopra le gabelle, fuggendosi da' Servi vestito come frate, fu conosciuto da san Gallo, e fu morto, e poi da' fanciulli trainato ignudo per tutta la città, e poi in sulla piazza de' Priori impeso per li piedi, e sparato come porco, e sbarrato. Tale fine ebbe della sua sforzata industria di trovare nuove gabelle, e gli altri suddetti, della loro crudeltà. I signori quattordici col vescovo, e col conte Simone e con gli ambasciadori di Siena al continuo erano in trattato col duca per trarlo di palagio; e sovente a vicenda, a parte a parte, di loro entravano in palagio e uscivano, benchè poco piacesse al popolo. Alla fine nulla concordia assentìo il popolo, se non avessono dal duca il conservadore, e il figliuolo, e messer Cerrettieri Visdomini per farne giustizia. Il duca in nulla guisa l'assentiva, ma i Borgognoni ch'erano assediati in palagio s'allegarono insieme, e dissero al duca, che innanzi che volessono morire di fame e a tormento, darebbono preso lui al popolo, non che i detti tre: e ordinato l'aveano, e aveanne il podere di farlo; tanti ve n'erano, e sì v'erano forti. Il duca veggendosi a tale partito, acconsentì; e il venerdì, il primo dì d'agosto, in su l'ora della cena, i Borgognoni presono messer Guiglielmo d'Asciesi, detto conservadore della tirannia del duca d'Atene, e un suo figliuolo detto messer Gabriello d'età di diciotto anni, e di poco fatto cavaliere per lo duca, ma bene era reo e fellone a tormentare i cittadini: e pinsolo fuori dell'antiporto del palagio in mano dell'arrabbiato popolo, e de' parenti e amici cui il padre avea giustiziati, Altoviti, Medici, Oricellai, e quegli di Bettone Cini, principali, e più altri. I quali in presenza del padre per più suo dolore, il suo figliuolo, pinto fuori, innanzi il tagliarono e smembrarono a minuti pezzi; e ciò fatto, pinsero fuori il conservadore, e feciono il simigliante. E chi ne portava un pezzo in su la lancia e chi in su la spada per tutta la città; ed ebbonvi de' sì crudeli, e con furia sì bestiale e tanto animosa, che mangiarono delle loro carni crude. E cotale fu la fine del traditore e perseguitatore del popolo di Firenze. E nota, che chi è crudele, crudelmente more, _dixit Dominus_. E fatta la detta furiosa vendetta, molto s'acquetò e contentò la rabbia del popolo: e fu però scampo di messer Cerrettieri, che dovea essere il terzo, e bene lo meritava: ma saziati i loro avversari, non lo addomandarono; e fuggendosi poi la sera fu nascosto e portato da certi di casa de' Bardi, e altri suoi amici e parenti il trassono di palagio e menaronlo via. E per la detta furiosa vendetta fatta sopra il conservadore e il suo figliuolo, che avea giudicato a morte Naddo di Cenni e Guiglielmo Altoviti e gli altri, poco appresso si feciono cavalieri due degli Oricellai, e poi due degli Altoviti; la qual cosa fu poco lodata da' cittadini.

* * * * *

Ma torniamo a nostra materia de' fatti del duca, che la domenica appresso, dì 3 d'agosto, il duca s'arrendè e diede il palagio al vescovo e a' quattordici, e a' Sanesi e al conte Simone, salve le persone di lui e di sua gente. La qual sua gente uscirono con grande paura accompagnati da' Sanesi e da più altri buoni cittadini. Il duca rinunziò con saramento ogni signoria e ogni giuridizione e ragione ch'avesse acquistata sopra la città e contado e distretto di Firenze, dimettendo e perdonando ogni ingiuria, e a cautela promettendo di ratificare ciò, quando fosse fuori del contado e distretto di Firenze. E per paura della furia del popolo, con sua privata famiglia rimase in palagio alla guardia de' detti signori infino al mercoledì notte dì 6 d'agosto. E racquetato il popolo, in su 'l mattutino uscì fuori del palagio, accompagnato dalla gente de' Sanesi e del conte Simone, e da più nobili e popolani e possenti cittadini, ordinati per lo Comune. E uscì per la porta a san Nicolò, e passò l'Arno al ponte a Rignano salendo a Vallombrosa e a Poppi; e là fatta la ratificazione promessa, passò per Romagna e a Bologna, e dal signore di Bologna fu bene veduto e ricevuto, e donò gli danari e cavalli; e poi se n'andò a Ferrara e a Vinegia. E là fatte armare due galee, sanza prendere congìo di più di sua gente che gli erano iti dietro, lasciandogli malcontenti di loro gaggi, privatamente di notte si partì di Vinegia, e andonne in Puglia.

* * * * *

E cotale fu la fine della signoria del duca d'Atene, che avea con inganno e tradimento usurpata la libertà sopra il Comune e popolo di Firenze, per lo suo tirannesco reggimento mentre che la signoreggiò. E come egli tradì il Comune, così da' cittadini fu tradito. Il quale n'andò con molta sua onta e vergogna, ma con molti danari tratti da noi Fiorentini, detti orbi in antico volgare proverbio, per gli nostri difetti e discordie, lasciandoci di male sequele. E partito il duca di Firenze, la città s'acquetò, e disarmaronsi i cittadini, e disfecersi i serragli, e partironsi i forestieri e contadini, e apersonsi le botteghe, e ciascuno attese a suo mestiere e arte. E i detti quattordici cassarono ogni ordine e decreto che 'l duca avea fatto, salvo che confermarono le paci tra' cittadini fatte per lui. E nota, che come il detto duca occupò con frode e tradimento la libertà della repubblica di Firenze il dì di nostra Donna di settembre, non guardando sua reverenza; quasi per vendetta divina, così permise Iddio, che i franchi cittadini con armata mano la racquistassono il dì della sua madre madonna santa Anna, a dì 26 di luglio 1343: per la qual grazia s'ordinò per lo Comune, che la festa di santa Anna si guardasse come Pasqua sempre in Firenze, e si celebrasse solenne uficio e grande offerta per lo Comune e per tutte l'arti di Firenze.

II.

DAL MACHIAVELLI.

Erasi nel principio di questa guerra data autorità a venti cittadini d'amministrarla, i quali messer Malatesta da Rimini per capitano dell'impresa eletto avevano. Costui con poco animo e meno prudenza l'aveva governata; e perchè eglino avevano mandato a Roberto re di Napoli per ajuti, quel re aveva mandato loro Gualtieri duca di Atene, il quale, come vollono i cieli, che al mal futuro le cose prepararono, arrivò in Firenze in quel tempo appunto che l'impresa di Lucca era al tutto perduta; onde che quelli venti veggendo sdegnato il popolo, pensarono, con eleggere nuovo capitano, quello di nuova speranza riempiere, e con tale elezione o frenare, o torli le cagioni di calunniarli. E perchè ancora avesse cagione di temere, e il duca d'Atene gli potesse con più autorità difendere, prima per conservatore e dipoi per capitano delle lor gente d'armi lo elessero. I grandi, i quali per le cagioni dette disopra vivevano malcontenti, e avendo molti di loro conoscenza con Gualtieri, quando altre volte il nome di Carlo duca di Calavria aveva governato Firenze, pensarono che fosse venuto tempo di poter con la rovina della città spegnere l'incendio loro, giudicando non aver altro modo a domar quel popolo che gli aveva afflitti, che ridursi sotto un principe il quale, conosciuta la virtù dell'una parte e l'insolenza dell'altra, frenasse l'una, e l'altra remunerasse; a che aggiungevano la speranza del bene che ne porgevano i meriti loro, quando per loro opera egli acquistasse il principato.

Furono pertanto in segreto più volte seco, e lo persuasero a pigliar la signoria del tutto, offerendogli quelli ajuti potevano maggiori. Alla autorità e conforti di costoro s'aggiunse quella di alcune famiglie popolane, le quali furono Peruzzi, Acciaiuoli, Antellesi, e Buonaccorsi, i quali gravati di debiti, non potendo del loro, desideravano di quel d'altri ai loro debiti soddisfare, e con la servitù della patria, dalla servitù de' loro creditori liberarsi. Queste persuasioni accesero l'ambizioso animo del duca di maggior desiderio di dominare; e per darsi riputazione di severo e giusto, e, per questa via, accrescersi grazia nella plebe, quelli che avevano amministrata la guerra di Lucca perseguitava. E a messer Giovan de' Medici, Naddo Ruccellai, e Guglielmo Altoviti tolse la vita; e molti in esilio, e molti in danari ne condannò. Queste esecuzioni assai i mediocri cittadini sbigottirono; solo ai grandi e alla plebe soddisfacevano, questa perchè sua natura è rallegrarsi nel male, quegli altri per vedersi vendicar di tante ingiurie dai popolani ricevute. E quando passava per le strade, con voce alta la franchezza del suo animo era laudata, e ciascuno pubblicamente a ritrovar le fraudi de' cittadini e castigarle lo confortava.

* * * * *

Era l'ufficio de' venti venuto a meno, e la riputazione del duca grande, e il timore grandissimo; talchè ciascuno per mostrarsegli amico, la sua insegna sopra la casa sua faceva dipingere: nè gli mancava ad esser principe altro che il titolo. E parendogli poter tentare ogni cosa sicuramente, fece intendere ai signori, com'ei giudicava per il bene della città necessario gli fusse concessa la signoria libera; e perciò desiderava, poi che tutta la città vi consentiva, che essi ancora vi consentissero. I signori, avvenga che molto innanzi avessero la rovina della patria loro preveduta, tutti a questa domanda si perturbarono; e con tutto ch'ei conoscessero il loro pericolo, nondimeno per non mancare alla patria, animosamente gliene negarono.

Aveva il duca, per dar di sè maggior segno di religione e d'umanità, eletto per sua abitazione il convento de' frati minori di santa Croce; e desideroso di dar effetto al maligno suo pensiero, fece per bando pubblicare, che tutto il popolo la mattina seguente fosse alla piazza di santa Croce davanti a lui. Questo bando sbigottì molto più i signori, che prima non avevano fatto le parole: e con quelli cittadini i quali della patria e della libertà giudicavano amatori, si ristrinsero; nè pensarono, conosciute le forze del duca, di potervi far altro rimedio, che pregarlo, a veder, dove le forze non erano sufficienti, se i preghi, o a rimoverlo dall'impresa o a far la sua signoria meno acerba bastavano. Andarono pertanto parte de' signori a trovarlo, e uno di loro gli parlò in questa sentenza;

* * * * *

«Noi vegnamo, o signore, a voi, mossi prima dalle vostre domande, dipoi dai comandamenti che voi avete fatti per ragunar il popolo; perchè ci pare esser certi che voi vogliate istraordinariamente ottener quello che per l'ordinario noi non v'abbiamo acconsentito. Nè la nostra intenzione è con alcuna forza opporci ai disegni vostri, ma solo di dimostrarvi quanto sia per esservi grave il peso che voi vi arrecate addosso, e pericoloso il partito che voi pigliate, acciocchè sempre vi possiate ricordare de' consigli nostri, e di quelli di coloro i quali altrimente, non per vostra utilità ma per sfogar la rabbia loro, vi consigliano.

Voi cercate far serva una città la quale sempre è vivuta libera; perchè la signoria che noi concedemmo già ai reali di Napoli, fu compagnia e non servitù. Avete voi considerato quanto in una città simile a questa, importi, e quanto sia gagliardo il nome della libertà? il quale forza alcuna non doma, tempo alcuno non consuma, e merito alcuno non contrappesa. Pensate, signore, quante forze sieno necessarie a tener serva una tanta città. Quelle che forestiere voi potete sempre tenere, non bastano. Di quelle di dentro voi non vi potete fidare; perchè quelli che vi sono ora amici, e che a pigliar questo partito vi confortano, come eglino avrano battuti con l'autorità vostra i nimici loro, cercheranno come possano spegner voi, e farsi principi, loro. La plebe, in la quale voi confidate, per ogni accidente, benchè minimo, si rivolge. In modo che in poco tempo voi potete temere d'aver questa città nimica; il che fia la cagione della rovina sua e vostra. Nè potrete a questo male trovar rimedio: perchè quelli signori possono far la loro signoria sicura, che hanno pochi nimici, i quali o con la morte o con l'esiglio è facile spegnere. Ma negli universali odii non si trova mai sicurtà alcuna, perchè tu non sai d'onde ha a nascere il male; e chi teme d'ogni uomo, non si può assicurar di persona. E se pur tenti di farlo, t'aggravi ne' pericoli, perchè quelli che rimangono, s'accendono più nell'odio, e sono più parati alla vendetta. Che il tempo a consumare i desiderii della libertà non basti, è certissimo, perchè s'intende spesso quella essere in una città da loro riassunta, che mai la gustarono, ma solo, per la memoria, che ne avevano lasciata i padri loro, l'amano; e perciò, quella ricuperata, con ogni ostinazione e pericolo la conservano. E quando mai i padri non l'avessero ricordata, i palagi pubblici, i luoghi de' magistrati, l'insegne de' liberi ordini la ricordano; le quali cose conviene che siano con grandissimo desiderio da' cittadini conosciute. Quali opere volete voi che siano le vostre che contrappesino alla dolcezza del viver libero, o che facciano mancare gli uomini del desiderio delle presenti condizioni? non se voi aggiungnessi a questo imperio tutta la Toscana, e se ogni giorno tornassi in questa città trionfante de' nemici nostri; perchè tutta quella gloria non sarebbe sua, ma vostra, e i cittadini non acquisterebbero sudditi, ma conservi, per i quali si vedrebbero nella servitù raggravare. E quando i costumi vostri fussero santi, i modi benigni; i giudicii retti, a farvi amare non basterebbero. E se voi credessi che bastassero, ve ne ingannereste; perchè a uno consueto a viver sciolto, ogni catena pesa, e ogni legame lo stringe. Ancora, che trovare uno stato violento con un principe buono sia impossibile, perchè di necessità conviene o che diventino simili, o che presto l'uno per l'altro rovini. Voi avete adunque a credere o d'aver a tenere con massima violenza questa città (alla qual cosa le cittadelle, le guardie, gli amici molte volte non bastano), o d'essere contento a quella autorità che noi v'abbiamo data. A che noi vi confortiamo ricordandovi che quel dominio è solo durabile ch'è volontario. Nè vogliate, accecato di un poco d'ambizione, condurvi in luogo dove non potendo stare nè più alto salire, siate, con massimo danno vostro e nostro, di cadere necessitato.»

* * * * *

Non mossero in alcuna parte queste parole l'indurato animo del duca; e disse non esser sua intenzione di torre la libertà a quella città, ma rendergliene, perchè sole le città disunite erano serve, e le unite, libere. E se Firenze per suo ordine, di sette, ambizione e nimicizie si privasse, se li renderebbe, non torrebbe la libertà. E come a prendere questo carico non l'ambizione sua, ma i prieghi di molti cittadini lo conducevano; e perciò farebbero eglino bene a contentarsi di quello che gli altri si contentavano. E quanto a quei pericoli ne' quali per questo poteva incorrere, non gli stimava, perchè egli era uffizio di uomo non buono, per timor del male, lasciar il bene, e di pusillanimo, per un fine dubbio, non seguire una gloriosa impresa; e ch'e' credeva portarsi in modo, che in breve tempo, aver di lui confidato poco e temuto troppo, conoscerebbero. Convennero adunque i signori (vedendo di non poter far altro bene) che la mattina seguente il popolo si raunasse sopra la piazza loro, con l'autorità del quale si desse per un anno al duca la signoria, con quelle condizioni che già a Carlo, duca di Calavria, si era data. Era l'ottavo giorno di settembre e l'anno 1342, quando il duca, accompagnato da messer Giovan della Tosa e tutti i suoi consorti, e da molti altri cittadini, venne in piazza, e insieme colla signoria salì sopra la ringhiera (che così chiamano i Fiorentini quelli gradi che sono a piè del palagio de' signori), dove si lessero al popolo le convenzioni fatte tra la signoria e lui. E quando si venne leggendo a quella parte dove per un anno se gli dava la signoria, si gridò per il popolo: a vita. E levandosi messer Francesco Rustichegli, uno de' signori, per parlare e mitigare il tumulto, furono le sue parole con le grida interrotte; in modo, che per il consenso del popolo, non per un anno, ma in perpetuo fu eletto signore, e preso e portato tra la moltitudine, gridando per la piazza il nome suo. È consuetudine che quello ch'è proposto alla guardia del palagio, stia in assenza de' signori serrato dentro; al quale ufficio era allora deputato Rinieri di Giotto. Costui, corrotto dagli amici del duca, senza aspettare alcuna forza, lo mise dentro: ed i signori sbigottiti e disonorati, se ne tornarono alle case loro; e il palagio fu dalla famiglia del duca saccheggiato, il gonfalone del popolo stracciato, e sue insegne sopra il palagio poste. Il che seguiva con dolore e noja inestimabile degli uomini buoni, e con piacer grande di quelli che o per ignoranza o per malizia vi consentivano.

* * * * *

Il duca, acquistato ch'ebbe la signoria, per torre l'autorità a quelli che solevano della libertà esser difensori, proibì ai signori ragunarsi in palagio, e consegnò loro una casa privata; tolse l'insegne ai gonfalonieri delle compagnie del popolo, levò gli ordini della giustizia contro ai grandi, liberò i prigioni dalle carceri, fece i Bardi e' Frescobaldi dall'esiglio ritornare, vietò di portar l'armi a ciascuno. E per poter meglio difendersi da quelli di dentro, si fece amico a quelli di fuora. Beneficò pertanto assai gli Aretini e tutti gli altri sottoposti ai Fiorentini. Fece pace coi Pisani, ancora che fosse fatto principe perchè facesse loro guerra. Tolse gli assegnamenti a quei mercanti che nella guerra di Lucca avevano prestato alla repubblica denari. Accrebbe le gabelle vecchie, e creò delle nuove. Tolse ai signori ogni autorità. E i suoi rettori erano messer Baglione da Perugia e messer Guglielmo da Scesi, con i quali e con messer Cerrettieri Bisdomini si consigliava. Le taglie che poneva ai cittadini erano gravi, e i giudicii suoi ingiusti; e quella severità e umanità che egli aveva finta, in superbia e crudeltà si era convertita. E per non si governar meglio fuora che dentro, ordinò sei rettori per il contado, i quali battevano e spogliavano i contadini. Aveva i grandi a sospetto, ancora che da loro fosse stato beneficato, e che a molti di quelli avesse la patria renduta; perchè e' non poteva credere che i generosi animi, i quali sogliono essere nella nobiltà, potessero sotto la sua ubbidienza contentarsi. Perciò si volse a beneficar la plebe, pensando coi favori di quella e con l'armi forestiere poter la tirannide conservare. Venuto pertanto il mese di maggio, nel qual tempo i popoli sogliono festeggiare, fece fare alla plebe e popolo minuto più compagnie alle quali, onorate di splendidi titoli, dette insegne e danari. Donde una parte di loro andava per la città festeggiando, e l'altra con grandissima pompa i festeggianti riceveva.

* * * * *

Come la fama si sparse della nuova signoria di costui, molti vennero del sangue francioso a ritrovarlo; ed egli a tutti, come uomini più fidati, dava condizione; in modo che Firenze in poco tempo divenne non solamente suddita ai Franciosi, ma a' costumi e agli abiti loro. Perchè gli uomini e le donne senza aver riguardo al viver civile, o alcuna vergogna, gli imitavano. Ma sopra ogni cosa quello che dispiaceva era la violenza che egli e i suoi, senza alcun rispetto, alle donne facevano. Vivevano adunque i cittadini pieni di indignazione, veggendo la maestà dello stato loro rovinata, gli ordini guasti, le leggi annullate, ogni onesto vivere corrotto, ogni civil modestia spenta; perchè coloro ch'erano consueti a non vedere alcuna regal pompa, non potevano senza dolore quello, di armati satelliti a piè e a cavallo circondato, riscontrare. Perchè veggendo più d'appresso la lor vergogna, erano colui che massimamente odiavano, di onorare necessitati. A che si aggiungeva il timore, veggendo le spesse morti e le continue taglie colle quali impoveriva e consumava la città. I quali sdegni e paure erano dal duca conosciute e temute: nondimeno voleva mostrare a ciascuno di credere esser amato. Onde occorse che, avendogli rivelato Matteo di Morozzo, o per gratificarsi quello, o per liberarsi dal pericolo, come la famiglia de' Medici con alcuni altri aveva contro di lui congiurato; il duca, non solamente non ricercò la cosa, ma fece il rivelatore miseramente morire. Per il qual partito tolse animo a quelli che volessero della salute sua avvertirlo, e lo dette a quelli che cercassero la sua rovina. Fece ancora tagliar la lingua con tanta crudeltà a Bettone Cini, che se ne morì, per aver biasimate le taglie che ai cittadini si ponevano. La qual cosa accrebbe ai cittadini lo sdegno, e al duca l'odio, perchè quella città che a fare e a parlare di ogni cosa e con ogni licenza era consueta, che gli fussero legate le mani e serrata la bocca, sopportar non poteva. Crebbero adunque questi sdegni in tanto, e questi odii, che, non che i Fiorentini, i quali la libertà mantener non sanno e la servitù patir non possono, ma qualunque servile popolo avrebbero alla ricuperazione della libertà infiammato. Onde che molti cittadini, e di ogni qualità, di perder la vita o di riavere la loro libertà deliberarono. E in tre parti, di tre sorti di cittadini, tre congiure si fecero, grandi, popolani, e artefici; mossi oltre alle cause universali, da parere ai grandi non aver riavuto lo stato, a' popolani averlo perduto; e agli artefici, de' loro guadagni mancare. Era arcivescovo di Firenze messer Agnolo Acciaiuoli, il quale con le prediche sue aveva già le opere del duca magnificate, e fattogli presso al popolo grandi favori. Ma poi che lo vidde signore, e i suoi tirannici modi conobbe, gli parve aver ingannato la patria sua. E per emendar il fallo commesso, pensò non aver altro rimedio, se non che quella mano che aveva fetta la ferita, la sanasse; e della prima e più forte congiura si fece capo: nella quale erano i Bardi, Rossi, Frescobaldi, Scali, Altoviti, Magalotti, Strozzi, e Mancini. Dell'una delle due altre erano principi messer Manno e Corso Donati, e con questi i Pazzi, Cavicciuli, Cerchi e Albizzi. Della terza era il primo Antonio Adimari, e con lui Medici, Bordoni, Ruccellai, e Aldobrandini. Pensavano costoro di ammazzarlo in casa degli Albizzi, dove andasse il giorno di san Giovanni a veder correre i cavalli credevano. Ma non vi sendo andato, non riuscì loro. Pensarono di assaltarlo, andando per la città a spasso; ma vedevano il modo difficile, perchè bene accompagnato e armato andava, e sempre variava le andate, in modo che non si poteva in alcun modo certo aspettarlo. Ragionarono di ucciderlo nei consigli, dove pareva loro rimanere, ancora che fosse morto, a discrezione delle forze sue.

* * * * *