Il duca d'Atene

Part 13

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Il duca, il qual era sagace, e nutrito in Grecia e in Puglia più che in Francia, veggendosi tanto favore e seguito, la vigilia di nostra Donna di settembre fece ire uno bando per la città, che volea fare parlamento la mattina vegnente in sulla piazza di santa Croce per bene del Comune. I priori e gli altri reggenti sentendo la trama del duca e del suo mal consiglio, non sentendosi forti nè provveduti, e temendo che, facendosi il detto parlamento, non fosse discordia o romore, o commutazione di città, sì v'andarono parte de' priori e de' loro colleghi la sera a santa Croce, a trattare accordo col duca: e dopo molto tirata e dibattuta la querela, essendo molto di notte, rimasono in questa concordia col duca, cioè: che il Comune di Firenze gli darebbe la signoria della città e del contado per uno anno, oltre al tempo ch'egli l'aveva, con quella giuridizione e patti e gaggi ch'ebbe messer Carlo duca di Calavra e figliuolo del re Ruberto gli anni di Cristo 1326. E questo accordo si fermò per vallati e pubblici istrumenti e carte per più notai dall'una parte e dall'altra: e saramentò in sul messale che conserverebbe in sua libertà il popolo e l'uficio de' priori e gli ordini della giustizia; riducendosi il detto ordinato parlamento la mattina in sulla piazza de' Priori per osservare i patti sopraddetti. La mattina di nostra Donna, a dì 8 di settembre 1342, il duca fece armare la sua gente intorno di centoventi uomini a cavallo: e avea in Firenze da trecento de' suoi fanti; e quasi tutti i grandi di Firenze erano dal suo lato. Messer Giovanni della Tosa e i suoi consorti furono con lui a cavallo insieme con gli altri grandi e popolani suoi amici con l'armi coperte: e accompagnaronlo da santa Croce alla piazza de' Priori presso all'ora di terza. I priori insieme con gli altri ordini del Comune scesono del palagio: e assettati a sedere col duca in su la ringhiera, fatta la proposta, messer Francesco Rustichelli giudice, ch'era allora priore, si levò suso ad aringare sopra ciò: ma, com'era ordinato, non fu lasciato troppo dire, ma a grida di popolo per certi scardassieri e popolazzo minuto, e certi masnadieri di certi grandi uomini, cominciarono a gridare dicendo: _Sia la signoria del duca a vita; sia il duca nostro signore_. E preso per gli grandi, il portarono in sul palagio; e perchè il palagio era serrato, gridarono alle scure: sicchè convenne che s'aprisse, tra per forza e per inganno, il palagio; e misonlo in palagio e in signoria. E i priori furono messi nella camera dell'arme del detto palagio, vilmente. E fu tolto per certi grandi il gonfalone e il libro degli ordini della giustizia sopra i grandi, e poste le bandiere del duca in su la torre, e sonate le campane a Dio laudamo. E fece la mattina all'entrare del palagio in su la porta due cavalieri, messer Cerrettieri de' Visdomini ch'era suo scudiere e famigliare, e Rinieri di Giotto da san Gimignano, stato capitano dei fanti de' priori, il quale acconsentì al tradimento d'aprire e di dargli il palagio del popolo, che agevole gli era a difenderlo, com'egli era tenuto e dovea fare per suo onore. Assentì al detto tradimento messer Guiglielmo d'Asciesi allora capitano del popolo, il quale rimase poi con lui per suo bargello e carnefice, dilettandosi di fare crude giustizie d'uomini. Messer Meliaduso d'Ascoli, allora podestà di Firenze, non volle assentire al detto tradimento, anzi volle rinunziare l'uficio della podesteria: benchè si disse per alcuno che tutto fece a frode e inganno, perocchè poi rimase pure suo uficiale. Il duca e i grandi feciono grande festa d'armeggiare, e la sera grandi luminarie e falò. E ivi a due dì appresso si fece il duca confermare signore a vita per gli opportuni consigli. E mise i priori nel palagio de' Figliuoli Petri dietro a san Piero Scheraggio con venti fanti solamente, che ne solevano prima avere cento, levando loro ogni uficio e signoria. E levò l'arme a tutti i cittadini privilegiati, e di che stato si fossono. E poi all'ottava di nostra Donna fece il duca grande festa e solennità a santa Croce per la sua signoria, e fece offerire più di centocinquanta prigioni. E il nostro vescovo sermonando, molto il lodò di magnificenza al popolo. In questo modo con tradimento il duca d'Atene usurpò la libertà della città di Firenze ch'era durata cinquant'anni, in grande libertà, stato e signoria. E noti chi questo leggerà, come Iddio per gli nostri peccati in poco tempo diede e permise alla nostra città tanti flagelli, come fu diluvio, carestia, fame, mortalità, sconfitte, vergogne d'imprese, perdimento di sustanze e di moneta, fallimenti di mercatanti, e danni di credenza, e ultimamente di libertà, recati a tirannesca signoria e servaggio. E però, per Dio, carissimi cittadini presenti e futuri, correggiamo i nostri difetti, e abbiamo tra noi amore e carità, acciocchè noi piacciamo all'altissimo Iddio, e non ci rechiamo all'ultimo giudicio della sua ira, come assai ci mostra chiaro per le sue visibili minacce. E questo basti a' buoni intenditori; tornando a nostra materia de' processi del duca.

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Poi appresso ch'egli ebbe la signoria di Firenze, a' dì 24 di settembre ebbe la signoria d'Arezzo; e quella di Pistoia, dove avea già suoi vicari il duca per lo Comune di Firenze, gli si dierono a vita; e poco appresso per simile modo si dierono Colle di Valdelsa e san Gimignano, e poi la città di Volterra: onde molto si crebbe lo stato suo e signoria. E ricolse a se tutti i Franceschi e Borgognoni ch'erano al soldo in Italia; di che tosto ne ebbe più di ottocento, sanza gl'Italiani: e molti suoi parenti vennero a lui infino di Francia, per le novelle ite di là, di lui, e della sua signoria e gloria. E quando ciò fu rapportato al re Filippo di Francia suo sovrano, subitamente disse a' suoi baroni che gli erano d'intorno, in sua lingua: _Albergé il est le pélerin, mais il y a mauvais ostel_: il quale fu uno proverbio molto di vera sentenzia, e profezia, come poco tempo appresso gli avvenne. Ancora non è da dimenticare di mettere in nota una breve lettera d'ammonizione e di grande sentenza, che si trovò in uno suo forziere quando e' fu cacciato di Firenze, la quale gli avea mandata il re Ruberto quando seppe ch'egli avea presa la signoria di Firenze sanza sua saputa o consiglio, la quale di latino facemmo recare in volgare per seguire il nostro stile, la quale dicea così:

«Non senno, non virtù, non lunga amistà, non servigi a meritare, non vendicatogli delle loro onte, t'ha fatto signore de' Fiorentini, ma la loro grande discordia e il loro grave stato; di che se' loro più tenuto, considerando l'amore ch'eglino t'hanno mostrato, credendosi riposare nelle tue braccia. Il modo c'hai a tenere volendoli bene governare, si è questo. Che tu ti ritenga col popolo che prima reggeva: e reggiti per lo loro consiglio e non loro per lo tuo. Fortifica giustizia e osserva i loro ordini; e com'eglino si governavano per sette, fa' che per te si governino per dieci, ch'è numero comune, che lega in se tutti i singulari numeri (ciò vuol dire, non gli reggere per sette nè divisi, ma a Comune). Abbiamo inteso che traesti quelli rettori della casa della loro abitazione (ciò vuol dire de' priori) del palagio del popolo fatto per loro. Rimettivegli a contentamento del popolo; e tu abita nel palagio ove stava nostro figliuolo (cioè nel palagio ove stava il loro podestà, ove abitava il duca di Calavra, quando fu signore di Firenze). E se questo non fai, non ci pare che tuo stato si possa stendere innanzi per ispazio di molto tempo. _Robertus rex Jerusalem et Siciliae. Dat. Neapoli die_ XIX. _septembris_ MCCCXLII. _octava inditione_.»

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E non è da lasciare di fare memoria della sformata mutazione d'abito, che ci recarono di nuovo i Franceschi, quando venne il duca in Firenze. Che anticamente il loro vestire e abito era il più bello e nobile e onesto che di niuna altra nazione, a modo di togati Romani. Sì si vestivano i giovani una cotta ovvero gonella corta e stretta, che non si poteano vestire sanza l'ajuto altrui, e una correggia come cigna di cavallo, con isfoggiata fibbia e puntale, con isfoggiata scarsella alla tedesca sopra il pettignone, e il cappuccio vestito a modo di scoccobrino col batolo infino alla cintola e più, ch'era cappuccio e mantello, con molti fregi e intagli; e il becchetto del cappuccio lungo infino in terra per avvolgerlo al capo per lo freddo; e colle barbe lunghe per mostrarsi più fieri in arme. E i cavalieri vestiti d'uno sorcotto ovvero guarnacca stretta cintavi suso, e le punte de' manicottoli lunghe infino a terra foderati di vaio e ermellini. Questa stranianza d'abito, non bello nè onesto, fu di presente preso per gli giovani di Firenze, e per le donne giovani con disordinati manicottoli; come per natura siamo disposti noi vani cittadini alle mutazioni de' nuovi abiti e istrani contraffare oltre al modo d'ogni altra nazione, sempre traendo al disonesto e a vanitade. Ciò fu segno di futura mutazione di stato.

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Come il duca d'Atene fu fatto signore, e avuto la signoria di Firenze per lo modo detto, per avere meno a contendere di fuori, credendosi fortificare dentro il suo stato e signoria, fece di presente pace e accordo co' Pisani e con tutti i loro seguaci, non guardando a onte o vergogne del Comune di Firenze: ove i Fiorentini speravano ch'egli facesse ogni loro vendetta. E a' dì 14 d'ottobre si pubblicò e bandì in questo modo, cioè: che la città di Lucca rimanesse a' Pisani per quindici anni, e poi rimanesse in istato Comune, rimettendovi al presente gli usciti guelfi di Lucca che tornare vi volessono, rendendo loro i loro beni; e mettendo i Lucchesi in Lucca per podestà cui eglino volessono: il detto tempo rimanendo a' Pisani la guardia del castello dell'Agosta ch'è in Lucca, e tutta la guardia e dominazione della terra. Il podestà di Lucca non aveva altro che il salario e 'l nome, che altra signoria poco potea fare più, che piacesse a' Pisani; ma pure era una possessione per lo nostro Comune, e freno a' Pisani mentre che il duca dominava Firenze, dando i Pisani al duca ogni anno ottomila fiorini d'oro; e i detti danari davan per censo il dì di san Giovanni in una coppa d'argento dorata. Facendo franchi i Fiorentini in Pisa per cinque anni, dove prima erano franchi per sempre, per gli patti antichi, rimanendo d'accordo a' Fiorentini tutte le castella di Valdarno e di Valdinievole, che eglino si tenevano, e Barga e Pietrasanta. E che i Fiorentini dovessono rimettere in Firenze e trarre di bando tutti i loro rubelli nuovi e vecchi, stati al servigio e lega co' Pisani; e perdonare agli Ubaldini e a' Pazzi di Valdarno e agli Ubertini, e trarre di pregione i Tarlati d'Arezzo rendendo loro pace, e trarre di prigione messer Giovanni Visconti di Milano. E così fu fatto di presente. Il quale messer Giovanni Visconti il duca vestì nobilmente, e fornì di cavalli e di danari, e fecelo accompagnare infino a Pisa. Il detto messer Giovanni domandò a' Pisani l'ammenda de' suoi danni e interessi avuti per loro: gl'ingrati Pisani nol vollono udire, ma appuosongli che egli era venuto in Pisa per trattare cospirazione per lo duca e Comune di Firenze nella terra: e così si partì villanamente. Della quale cosa messer Luchino signore di Milano prese molto sdegno contra' Pisani. Per lo detto accordo dal duca a' Pisani, tornaro i Bardi e i Frescobaldi e i loro seguaci in Firenze, com'era di patto; e i Pisani lasciarono ogni prigione fiorentino, e i loro collegati ch'erano presi in Pisa e in Lucca.

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A dì 15 d'ottobre il duca fece in Firenze nuovi priori, i più, artefici minuti, e mischiati di quegli che i loro antichi erano stati ghibellini; e diede loro uno gonfalone di giustizia così fatto di tre insegne: ciò fu, di costa all'asta l'arme del Comune, il campo bianco e il giglio vermiglio; e appresso in mezzo, la sua, il campo azzurro e biliottato col leone ad oro, e al collo del leone uno scudo coll'arme del popolo; appresso l'arme del popolo, il campo bianco e la croce vermiglia, e di sopra, il rastrello dell'arme del re. E mise i priori dove prima stava l'esecutore, in sulla piazza, con poco uficio, e minore balìa, con poco onore, sanza sonare campana o congregare il popolo, com'era usanza. Del detto nuovo e dissimulato gonfalone, i grandi che aveano fatto signore il duca, credendosi che al tutto egli annullasse il popolo in detto e in fatto, come avea promesso loro, sì si turbarono forte: e massimamente perchè in que' dì fece condannare uno della casa de' Bardi in cinquecento fiorini d'oro, o nella mano, perchè avea stretta la gola a uno suo vicino popolano perchè gli diceva villania. E così puttaneggiando dissimulava il duca co' cittadini, togliendo ogni baldanza a' grandi che l'aveano fatto signore, togliendo la libertà e ogni balìa e uficio: e altro che il nome de' priori e popolo non rimase loro. E cassò l'uficio de' gonfalonieri delle compagnie del popolo, e tolse loro i gonfaloni; e ogni altro uficio e ordine del popolo che fosse, levò via, se non a suo beneplacito, ritenendosi co' beccai, vinattieri, e scardassieri, e artefici minuti, dando loro consoli e rettori al loro volere, dimembrando gli ordini dell'arti a chi erano sottoposti, per volere maggiore salario di loro lavorii. Per le sopradette cagioni, e altre fatte per lui, si formò cospirazione contro il duca per i grandi e popolani medesimi che l'aveano fatto signore.

E fece torre tutte le balestre grosse a' cittadini, e fece fare l'antiporto dinanzi al palagio del popolo, e ferrare le finestre della sala di sotto, ove si facea il consiglio, per gelosia e sospetto de' cittadini; e fece comprendere tutto il circuito dal detto palagio a quegli che furono de' Figliuoli Petri, e le torri e case de' Manieri, e de' Mancini, e del Bello Alberti, comprendendo tutto l'antico Gardingo e entrando in sulla piazza. Il detto compreso fece cominciare e fondare di grosse mura e torri e barbacani per fare col palagio insieme uno grande e forte castello, lasciando il lavorio d'edificare il Ponte vecchio, ch'era di tanta necessità al Comune di Firenze, togliendo di quello pietre conce e legname. Fece disfare le case di santo Romolo per fare piazza fino alle case del Garbo. E mandò a corte al papa per licenza di potere disfare san Piero Scheraggio, santa Cicilia, e santo Romolo; ma non gli fu assentito per la Chiesa di Roma. Fece torre a' cittadini certi palagi e fortezze e belle case ch'erano nella circumstanza del palagio, e misevi dentro suoi baroni e sua gente sanza pagare alcuna pigione. Fece fare alle porte nuovi antiporti di costa a' vecchi per più fortezza, e rimurare le porte.

Di donne e di donzelle de' cittadini per sè e per sue genti si cominciarono a fare di forze e di violenze, e di laide cose. E infra l'altre, per cagione di donne tolse san Sebbio a' poveri di Cristo, ch'era alla guardia dell'arte di Calimala, e diello altrui illicitamente. E per amore di donna rendè gli ornamenti alle donne di Firenze. E fece fare il loco comune delle femmine mondane, onde il suo maliscalco traeva molti danari.

Fece fare le paci tra' cittadini e' contadini; e questo fu il meglio che facesse: ma bene ne guadagnò egli e' suoi uficiali grossamente da coloro che le chiedevano. Levò gli assegnamenti a' cittadini sopra le gabelle, de' danari convenuti prestare loro per forza al Comune di Firenze per la guerra di Lombardia e quella di Lucca, ch'erano più di trecentocinquanta migliaia di fiorini d'oro, assegnati in più anni con alcuno guiderdone. E questo fu grande male, onde i cittadini più si gravarono; e fu rompimento di fede al Comune: e molti cittadini che doveano avere grossamente dal Comune, ne furono diserti. E recò a se tutte le gabelle, che montavano più di dugentomila fiorini d'oro l'anno, sanza l'altre entrate e gravezze. Fece fare l'estimo in città e in contado, e fecelo pagare: che montò più di ottantamila fiorini d'oro. Onde i grandi e' popolani e' contadini che viveano di loro rendite, se ne teneano forte gravati. E quando fece fare l'estimo, promise e giurò di non fare di nuovo altre gravezze o imposte o prestanze: ma non l'osservò; ma al continuo gravò i cittadini di prestanze. E fece criare e crescere nuove e isformate gabelle per uno ser Arrigo Fei, a cui egli era amico, che sapeva trovare modo d'avere danari, onde che si venissero. Sicchè in dieci mesi e diciotto dì ch'egli regnò signore, gli vennono alle mani, di gabelle, e d'estimo, e di prestanze, e di condannagioni, e d'altre entrate, presso che quattrocentomila fiorini d'oro, solo di Firenze; sanza quelli che traeva dell'altre terre vicine ch'egli signoreggiava, de' quali rimandò tra in Francia e in Puglia più di fiorini dugentomila d'oro. Perocchè non teneva, fra tutte le terre ch'egli signoreggiava, ottocento cavalieri, e quegli pagava male: e al bisogno della sua ruina se n'avvide con suo danno e vergogna.

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Gli ordini de' suoi uficiali e consiglieri erano in questo modo. I priori, come noi avemo detto, erano in nome, ma non in fatto, ch'erano sanza alcuna balìa. Era il podestà messer Baglione de' Baglioni da Perugia, che guadagnava volentieri; e messer Guiglielmo d'Asciesi chiamato conservadore, ovvero assassino di lui, e bargello: e stava ne' palagi de' Cerchi Bianchi nel Garbo. Aveva il duca tre giudici ordinari, che si chiamavano della sommaria, che teneano corte nelle nostre case e cortili e logge de' figliuoli Villani da san Brocolo: e questi giudici rendeano ragione di fatto con molte barattiere. Eravi uno messer Simone da Norcia giudice sopra rivedere le ragioni del Comune, ed era più barattiere di coloro che condannava per baratteria: e abitava ne' palagi che furon de' Cerchi da san Brocolo. Di suo consiglio era il vescovo di Lecce sua terra di Puglia: e suo cancelliere era Francesco il vescovo d'Asciesi fratello del conservadore: il vescovo d'Arezzo degli Ubertini, e messer Tarlato da Pietramala, e il vescovo di Pistoia e quello di Volterra, e messer Ottaviano de' Belforti di Volterra. Questi tenea per sicurtà di loro terre, e i vescovi per una coperta ipocrisia. Co' cittadini aveva di rado consiglio, e poco gli prezzava, e meno gli serviva, ristrignendosi solo al consiglio di messer Baglione, e del conservadore, e di messer Cerrettieri de' Visdomini, uomini corrotti in ogni vizio, a sua maniera. Faceva i suoi decreti di fatto e sotto suo suggello, il quale il suo cancelliere si faceva bene valere.

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Signore era di piccola fermezza e di meno fede di cose che promettesse; cupido e avaro, e male grazioso: piccoletto di persona, e brutto e barbucino, e parea meglio Greco che Francesco, sagace e malizioso molto.

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Il suo conservadore fece impiccare messer Piero da Piacenza uficiale della mercatanzia, opponendogli baratteria, e che mandava lettere a messer Luchino da Milano. Fece costringere i mallevadori di Naddo di Cenni degli Oricellai, ch'era a' confini a Perugia, e fecelo tornare, con sua sicurtà; ed egli tornò a dì 11 di gennaio: e non osservandogli fede, il fece impiccare con una catena in collo, acciocchè non potesse essere ispiccato; e tolse a' suoi mallevadori cinquemilacinquecentoquindici fiorini d'oro, opponendo ch'egli gli avea frodati al Comune in Lucca, oltre agli altri che gli avea tolti prima. E tutti i suoi beni, confiscò a se, opponendogli ch'egli avea trattato col Comune di Siena e di Perugia contra lui, i quali non amavano la vicinanza e signoria del duca: e forse in parte fu vero. Questo Naddo fu sagace e sottile uomo, e molto grande e presuntuoso uomo in Comune, e bene guadagnava volentieri. Il padre, Cenni di Naddo, stato molto grande in Comune; per dolore del figliuolo e per temenza del duca si fece frate di santa Maria Novella: e fece bene dell'anima sua, se 'l fece con buona intenzione, per fare penitenzia delle colpe commesse in Comune, spezialmente in sturbare l'accordo co' Pisani, il quale si potea avere assai onorevolemente per lo nostro Comune, come toccammo addietro.

In questi tempi, del mese di marzo, fece il duca lega e compagnia co' Pisani, e taglia di duemila cavalieri contra ogni loro avversario. I Pisani teneano ottocento cavalieri, e il duca milledugento cavalieri; la quale compagnia molto dispiacque a' Fiorentini e a tutti i Toscani guelfi; e poco s'osservò, perchè non era piacevole mischiato, nè buona compagnia. Del mese di marzo detto il duca fece nel contado di Firenze sei podestà, uno per sesto, con grande balìa di potere fare giustizia reale e personale, e con grandi salarii: e i più furono delle case de' grandi, e di quelli che di nuovo erano stati rubelli, e rimessi in Firenze di poco. La qual nuova signoria molto dispiacque a' cittadini, e più a' contadini, che portavano la spesa e la gravezza.

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Fece pigliare uno Matteo di Morozzo, e in su un carro il fece attanagliare, e levargli le carni co' rasoi d'addosso, e poi dalla piazza alle forche istrascinare sanza asse, e poi il fece impiccare, perch'aveva rivelato uno trattato de' Medici e d'altri che doveano offendere il duca. Egli non volle credere, che venia a suo pericolo e danno, di quello che gli avvenne. L'ultimo dì di marzo fece impiccare in su 'l monte Rinaldo Lamberto degli Abati, il quale era suto valente uomo nell'oste nostra a Lucca, ch'era colle masnade di messer Mastino, perchè gli avea rivelato uno trattato che certi grandi di Firenze teneano contro il duca con messer Guido Ricci da Fogliano capitano della gente di messer Mastino, opponendogli il contrario, ch'egli tenea trattato con messer Mastino di torgli la signoria. La qual cosa non fu vero, ma fu vero quello che il detto Lamberto gli avea rivelato: ma per le sue opere viveva in grande sospetto e gelosia. E chiunque gli rivelava trattato o da beffe o da dovero, o parlava contra lui, il faceva morire di crudeli tormenti per mano del suo conservadore.

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