Il duca d'Atene

Part 12

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Il barone di Ciavignì rimase, per abbracciare il conte d'Altavilla: e salutati amorosamente i Fiorentini, e avute da loro sincere significazioni d'affetto, venuto a Rinaldo, strinse l'armato petto di lui al suo petto armato, con lacrime molte, sì che non poteva profferire parola. Rinaldo anch'egli pianse. Così quand'Orfa moabitide ritornava alla sua terra, nel dipartirsi da Rut, fece un gran pianto: ma Rut piangendo la lasciava, e diceva a Noemi: «Il tuo popolo sarà 'l mio popolo, e il tuo Dio, madre, il mio Dio.»

Tale fu la signoria che il duca d'Atene aveva con tradimento usurpata sopra il Comune e popolo di Fiorenza. E' n'andò con molta sua onta, ma con molti danari tratti da' Fiorentini, per li loro difetti e discordie; e lasciandovi di male sequele. E di qui prendano esempio i popoli, di non volere mai signoria perpetua, nè a vita.

QUI FINISCE LA STORIA DELLA CACCIATA

DEL DUCA D'ATENE

DALLA CITTÀ DI FIORENZA.

Poche congiure, fra le tante tentate, riescono a qualche prossimo effetto: e dico, prossimo, perchè del remoto, quando pure conseguasi e sentasi di conseguirlo, non è mai la congiura la principale, e molto men l'unica, causa. Ma delle poche le quali ottengono un intento, le più sono ordite da pochi, e in servigio non tanto delle moltitudini quanto o d'una o di non molte famiglie. E anche perciò non si sventano, che il segreto non divulgato tra molti corre meno pericoli, e i molti senza saperselo sono o strumento o zimbello. Zimbello è ora il nome del popolo, ora il nome della nazione, ora un principio e ora un vessillo, ora una speranza e ora una memoria che vestesi da speranza. Ma perchè il fine è più noto e determinato, e i principii stessi s'incarnano in una o in poche persone, congiure tali sortiscono un qualche effetto; giacchè gli uomini, per commoversi risolutamente, richieggono oggetti determinati. E allora la smania dell'uscire d'una condizione noiosa forse più che penosa, umiliante forse più che infelice, la smania pur del mutare li fa muovere incontro anco al peggio, e trapassare allegri e superbi da libertà mal portata e piena di sospetti e di cure a quieta e agiata servitù. Le congiure che mettono a servitù, non sono nè le più vane, nè le meno frequenti.

Quelle che sinceramente nell'intenzione di molti mirerebbero al ben comune e al decoro, finiscono spesso male, perchè son di molti; e impossibile sceglierli tutti buoni, e ardimentosi del pari, del pari prudenti, unanimi tutti. Basta che in pochi, basta che in uno, covino germi d'ambizione o d'odio o di cupidigia, acciocchè l'ambizione o si rannicchi in sè o turbi invadendo l'opera altrui o speri soddisfacimento per via contraria: acciocchè l'odio si volga contro i compagni, o per sospetto si divida da essi e trovi sfogo da sè, o sia sopraffatto da odio maggiore; acciocchè la cupidigia si satolli o di prezzo o della speranza del prezzo, o pure paventi di perdere quello che ha già. E le passioni diverse di diversi non può che non si ritorcano l'una contro l'altra; nè certo saprebbero procedere di conserva come gli affetti virtuosi. Ma nell'affrontare il pericolo per fin di bene vuolsi quasi più ordine che impeto, perchè l'ordine è forza che fa d'una schiera un sol muro, e di tante braccia un braccio, e le muove in cadenza come esercito a squillo di sola una tromba. Aggiungi il rimorso o la vergogna che può cogliere talun di coloro il cui fine non era retto; aggiungi la paura che può serpeggiare tra i vili; aggiungi la diffidenza che striscia e agghiaccia del suo veleno anco il cuore de' buoni; aggiungi la baldanzosa jattanza o la cautela insolita che tradiscono, la vanità e la sincerità che si fanno senza saperlo delatrici; aggiungi la dissuetudine dell'operare anche soli, del consentire nelle opinioni anco astratte dai fatti; aggiungi l'abito del sospettare e del discredere, effetto e causa di servitù, fomentato dai tristi signori, accarezzato dagli schiavi come difesa alla loro debolezza: e intenderai perchè quante più son le forze raccolte al cimento, tanto più i risichi della disfatta moltiplichino. Così fra gente molto inesperta delle armi e appiattata in agguato basta che un fucile, mal maneggiato, nel silenzio notturno scatti perchè l'aguato si scopra, e gli insidianti stessi n'abbiano sgomento, e forse dalle proprie loro armi ferita e morte.

Ma quando è detto che un moto abbia a sortire effetto; quando cioè l'ingiustizia predominante pesa tanto nella bilancia non degli uomini ma di Dio, che debba di punitrice diventare punita; allora quelli che per anni e per secoli furono intoppi, che erano intoppi un istante prima, diventano agevolezze; il muro opposto si fa scala, l'erta pendio; la rivoluzione è fatta, prima che per la mano degli uomini, negli animi e nelle cose. Gli assonnati si destano, e col pur balzare in piedi inaspettatamente, sgomentano, come a vedere la risurrezione d'un morto: coloro che parevano stupidamente ignari e usciti dalla memoria di sè, conoscono, ravvisano, si ricordano nomi obbliati da generazioni e generazioni, intendono, indovinano il segreto del proprio e degli altrui cuori, e col fatto rispondono al silenzio altrui, con potenza fatidica interpretato. Gli odii si quetano, come la tempesta al cenno del Dio; i sospetti (che è più mirabile creazione) s'annientano come le tenebre al vincere di subita luce. Le passioni, convertite in affetti, servono anche esse all'amore ed al giusto; la paura figlia e punitrice del peccato trasmuta gl'impeti della fuga negl'impeti dell'assalto; il grido dello spavento diventa spaventosa minaccia; e lo stesso ignorare, lo stesso dubitare di quanti e quali siano consorti al cimento, si fa sicurezza, accresce baldanza. Tutti si credono unanimi, e credendo si fanno; si sentono forti, e questo sentimento novello esprimendo in ogni suono e in ogni atto, atterriscono l'attonito nemico. Le forze soprabondanti, l'una sull'altra si accumulano, e pur non fanno confusione; un disordine provvido, inconscie di sè stesse, le spinge, quasi anima di vento o vicenda di riflusso, che tutte moveva dianzi in un verso le onde, e tutte in un altro con fiotto invincibile le moverà. Lo stesso temersi scoperti dà l'ultima spinta alle audacie; la disperazione stessa è fomite di speranze animose. Così nelle immense officine della natura la dissoluzione è infaticabile ricreatrice di vita.

Queste cose succedono acciocchè nè l'uomo singolo per autorevole che paia, nè i popoli per quanto si tengano grandi arroghino a sè il vanto della rovesciata ingiustizia e delle franchigie istaurate. E acciocchè meglio si umiliino, segue che le trame loro stesse in uno o in più punti si vengano l'una con l'altra intralciando, e che da quello che umanamente è nodo, si svolga inopinato il divino scioglimento. Coteste trame, intrecciate tra loro, invece di farsi rete ai deboli serrano tutt'intorno il potente violento, e lo fanno rimanere immoto come in un lago di ghiaccio. Egli sente mutato ogni cosa intorno a sè, e non sa che cosa, appunto perchè il mutamento è nel tutto; come il nostro e gli altri globi movendosi intorno al sole e a sè stessi, veggono sopraggiungere inevitabile il verno e la notte. Se non che al violento la mutazione sopravviene insolita, inesplicabile; e non gli par vero che uomini, dianzi prostrati e mutoli, abbiano virtù di levare la voce e la fronte. Ai sospetti antichi, ingiusti e incauti, succede una ancor più incauta fidanza. Temendo dei proprii terrori, come di confessione di debolezza e di reità, costui respinge da sè non pure i consigli del bene, ma gli avvisi del pericolo, quegli avvisi che dianzi e' comprava a caro prezzo da' suoi delatori; e con la propria malignità li aggravava, quasi moneta coniata della sua impronta, per falsificarla con più vile metallo. Adesso e del vero e del falso egli ha paura, e meno che mai sa discernere nemici da amici; e coloro stessi che prima gli servivano o fedeli o complici o compri, lo ingannano, o dal proprio terrore ingannati, o stanchi, o pentiti, o preparandosi con perfidi consigli un merito presso il vincitore e una via segreta di scampo. Se uno dei tanti sospetti suoi cade in falso, il disingannarsi di quello lo fa noncurante dei pericoli veri, sordo ai rumori crescenti; e non sa dove cogliere, dove percuotere; paventa di troppo vedere, e troppo scoprire ad altrui; irresoluto, come chi fra le tenebre ha innanzi e dietro e da' lati un precipizio, e dopo lungo esitare e quasi vaneggiare nel pensiero della elezione, si getta disperato nel più rovinoso e più fondo.

Queste cose, nel ristampare il mio lavoruccio corretto, intendevo dapprima innestare nella narrazione stessa, non in bocca di tale o tale persona storica, bensì come considerazioni mie proprie; ma più opportuno mi parve poi separarle, anzi serbarle alla fine, acciocchè nel proemio non turbassero il giudizio che deve dai fatti medesimi risultare. Le prefazioni vengono sovente importune anco in trattati di scienza; e più vogliono essere scuse, più appaiono confessioni: ma pochi le sanno leggere per il loro verso, que' pochi appunto ai quali ogni prefazione è superflua. Nè sola la moralità ch'io ho notata riesce dal mio racconto, o per dir meglio dalla storia che gli porge argomento: e per questo la mi è parsa notabile, che offre quasi un esempio ideale di quella concordia meritamente fortunata la quale raccoglie le forze dissipate d'un popolo a fine giusto, concordia rara quanto l'innocente esecuzione d'imprese per sè legittime, e quanto il loro felice riuscimento. Il convenire dei diversi e divisi ordini della città, e delle divise città di Toscana; l'accordarsi del sentimento religioso col patrio, e la parte principale che prende un vescovo alla cacciata del duca, erano cose tanto più degne di commemorazione che, descrivendo cadeva di dover nettamente distinguere l'affetto cittadino dall'odio, l'abominazione della prepotenza d'un uomo dall'avversione contro la nazione di Francia. Più per istinto e per consiglio venutomi dall'indole stessa de' fatti, che per meditazione o per arte, in questo scritto, steso in quindici giorni ma poi quant'era da me accuratamente corretto, mi son fermato assai più nell'uso e nell'abuso che i cittadini fecero della vittoria, che non negli apparecchi della resistenza e della battaglia; giacchè quella sentii essere la parte maggiormente esemplare. Dico esemplare e nel bene e nel male: se non che la troppo minuta enumerazione di certe atrocità vidi poi essere inutile all'intento, e ne stralciai molte cose. Alcuni germi storici ho svolti; non però quanti potevo; chè il tutto non si può svolgere nè si deve dall'arte; e forse nella rapidità è verità più piena talvolta che nella esattezza penosamente affettata. Ma questo, come tutti gli altri argomenti, può essere ritrattato in nuove forme, secondo il variare de' prospetti che si viene facendo nella varietà degli ingegni e de' tempi. Nel sentenziare non poetico questo o quel tema, o non maneggiabile se non in sola una forma d'arte, conviene andare a rilento: perchè l'esperienza nuova che facciasi o da un uomo o da un popolo o da un'età può a un tratto diffondere luce novella su fatti antichi notissimi, e rischiararli di nuova moralità. Senza la quale da ultimo non c'è poesia, ancorchè la moralità astratta non faccia poesia.

Soggiungo le narrazioni storiche del Villani e del Machiavelli, acciocchè ognuno che vuole, giudichi quanto siasi serbato il colore de' tempi, e rifaccia la storia da sè con la meditazione della fantasia e dell'affetto. Non bado a comprovare nè con comenti nel testo nè con note e citazioni la verità storica di certi accenni, alla quale mi sono attenuto eziandio nel linguaggio, richiamando alcuni vocaboli spenti nell'uso moderno ma che meglio ci trasportano al secolo e al luogo, non però sì che il colorito dello stile non rimanga di lingua vivente. E questo mi venne fatto sovente non per isforzo o per merito mio ma dello stesso idioma toscano, che serba tuttavia vive e ne' monti e nel bel mezzo delle città le antiche e in apparenza più riposte e artifiziate eleganze.

Cadrebbe qui della grave questione proposta dalla coscienza e dal sapere e dal senno del più grande tra i viventi poeti d'Italia e d'Europa; se il romanzo storico sia opera conforme agli alti fini dell'arte, conciliabile alla religione del vero. Potrebbesi dall'un lato rispondere che il romanzo e il poema e il dramma, quali furono trattati finora, non segnano gli estremi limiti nè dell'arte nè dell'ingegno umano; ch'anzi l'essersi fatto in un certo modo è indizio e prova del doversi fare altrimenti; e che gli stessi argomenti recati dall'illustre uomo possono, anzichè sconsigliare novelle prove, ispirarle. Dall'altro lato cadrebbe di rispondere che le obbiezioni mosse alla mistione dell'imaginario col vero nell'opere d'arte possonsi torcere non solamente contr'ogni rappresentazione de' fatti antichi in parole, ma in qualunque sia segno visibile, contro la narrazione storica stessa, contro l'esposizione dei fatti presenti, e fin contro l'uso dell'umana favella. Nelle storie di Tacito e in tutte le storie umane, nelle relazioni degli uomini di Stato e de' privati cittadini, de' magistrati e de' testimoni intorno a cose vedute e provate ed esaminate diligentemente, nella esposizione d'intimi affetti sentiti da noi medesimi; chi può farsi mallevadore ad altri e a sè stesso che ciascuna parola corrisponda così fedelmente alla proprietà delle cose da non lasciar sospettare gli inconvenienti del romanzo storico nella cronaca, nel giornale, nella lettera famigliare, in quei giudizi ove dalla intelligenza d'una voce dipende tante volte l'onore e la vita? Potrebbesi nelle cose d'arte e in tutte distinguere il falso, l'imaginario, ed il finto; notare che il falso è sempre illecito, e mai bello per sè; il finto che alcune cose suppone per farne grado a altre, lo ammette la matematica nei postulati, le scienze corporee nelle ipotesi, la logica nelle concessioni, nelle supposizioni la vita quotidiana; che l'imaginato non solo è concesso alla mente ma necessario, così come la facoltà da cui nasce, la quale è vita della memoria e strumento alla stessa ragione; e che se può di lei farsi abuso, anco della ragione si abusa. Se non che questi nuovi scrupoli intorno alle difficoltà e ai pericoli e ai doveri dell'arte, onorano non pure l'anima che li ha sentiti ma la nazione e il secolo in cui tale anima nacque; e c'insegnano a usare e nel consorzio degli scritti e in quel della vita il prezioso talento della parola con sempre più attenta ponderazione, con sempre più severo amore, e con quel misto di trepida sollecitudine e di schietta fiducia che appunto dall'amore è ispirato e che sempre meglio lo ispira.

APPENDICE.

I.

DA G. VILLANI.

Grandi mutamenti e diverse rivoluzioni avvennero in questi tempi alla nostra città di Firenze, per le nostre discordie tra' cittadini, e per lo male reggimento de' Venti della balìa, come addietro avemo fatta menzione. E fieno sì diverse, che io autore, che fui presente, mi fa dubitare che per gli nostri successori fieno appena credute di vero: e furono pure così come diremo appresso.

Tornando la detta nobile e grande oste e malavventurata da Lucca, e rendutasi Lucca a' Pisani; i Fiorentini, parendo loro male stare, e veggendo che messer Malatesta nostro capitano non s'era ben portato nella detta guerra, e per tema del trattato tenuto col Bavaro; come addietro toccammo, e per stare più sicuri, elessono per capitano e per conservadore del popolo messer Gualtieri duca d'Atene e conte di Brenna, di Francia, all'entrante di giugno 1342, con salaro e cavalieri e pedoni ch'avea messer Malatesta, per termine d'uno anno. E volle il detto duca, o per suo agiamento, o per sua sagacità, o per quello che ne seguì appresso, tornare a santa Croce al luogo de' frati minori: e la gente sua alloggiò d'intorno. E poi in calen d'agosto appresso, finito il tempo di messer Malatesta, gli fu aggiunta la capitaneria generale della guerra, e che potesse fare giustizia personale in città e di fuori della città. Il gentiluomo veggendo la città in divisione, ed essendo cupido di moneta, che n'avea bisogno come viandante e pellegrino (e bench'egli avesse il titolo del ducato d'Atene, non lo possedeva); avvenne che per sodduzione di certi grandi di Firenze, che al continuo vi cercavano di rompere gli ordini del popolo, con certi grandi popolani per essere signori, e per non rendere il debito loro a cui doveano dare, e sentendo le loro compagnie essere in male stato; al continovo a santa Croce l'andavano a consigliare, e di dì e di notte il confortavano che si recasse al tutto la signoria libera della città in mano. Il quale duca per le cagioni dette, e vago di signoria, cominciò a seguire il malvagio consiglio, e a diventare crudele e tiranno, sotto titolo di fare giustizia, e per essere temuto, e al tutto farsi signore di Firenze.

* * * * *

Avvenne che il dì di san Jacopo, di luglio, negli anni 1342, essendo molti Pratesi iti alla festa a Pistoia, Ridolfo di messer Tegghiaio de' Pugliesi venne per entrare in Prato, che n'era ribello, con forza degli Ubaldini e del conte Niccolò da Cerbaia, e con certi suoi fedeli, nimici de' Guazzalotri, e con certi nostri contadini sbanditi, in quantità di quaranta a cavallo e da trecento fanti a piedi; perocchè gli doveva essere data l'entrata della terra. E per sua disavventura non gli venne fatto; ma fu preso con venti nostri sbanditi andandosene per Mugello agli Ubaldini, e menatone in Firenze preso con gli altri insieme. Il duca lasciò i nostri sbanditi sopra i quali avea la giuridizione: e al detto Ridolfo, che non gli era suddito nè sbandito del comune di Firenze, a torto fece tagliare la testa. E questa fu la prima giustizia ch'egli fece in Firenze; onde molto ne fu biasimato da' savi uomini di Firenze, di crudeltà. E dissesi che n'ebbe moneta da' Guazzalotri di Prato, ch'erano suoi nimici: ovvero il fece come dice il proverbio de' tiranni, che dice: _chi uno offende, molti minaccia_.

Appresso all'entrare d'agosto il duca fece pigliare messer Giovanni di Bernardino de' Medici, stato, per lo nostro Comune, capitano di Lucca, e fecegli tagliare la testa, apponendogli (e fecegli confessare) che per danari avea lasciato fuggire di Lucca e ire nel campo de' Pisani messer Tarlato d'Arezzo, il quale aveva in sua guardia. E i più dissono ch'egli non ne avea colpa, se non di mala guardia. Appresso, del detto mese d'agosto fece pigliare Guiglielmo degli Altoviti, stato, per lo nostro Comune, capitano d'Arezzo, e fecegli tagliare la testa, trovando, per sua confessione, per lui fatte molte baratterie. E alcuno disse che fu procaccio e spendio de' Tarlati d'Arezzo, i quali egli avea mandati presi a Firenze: e a ciò diamo in parte fede. E condannò uno nipote di questo Guiglielmo e Matteo di Borgo Rinaldi, stati uficiali in Arezzo e in Castiglione Aretino, ciascuno in cinquecento fiorini d'oro, per avere commesse baratterie. Ancora fece pigliare Naddo di Cenni degli Oricellai grande popolano, il quale era stato in Lucca uficiale sopra le masnade de' soldati, e fecegli rimettere nella camera del Comune quattromila fiorini d'oro, i quali si disse ch'egli avea avuti da' Pisani sotto falso trattato tenuto con loro, e giurato sopra _Corpus Domini_ di fare loro compiere l'accordo di Lucca, quando Cenni di Naddo suo padre era de' priori di Firenze. E oltre, a ciò gli fece rimettere fiorini duemilacinquecento d'oro, i quali confessò avere guadagnati in Lucca nelle paghe de' soldati e della vittuaglia; e per grazia e per prieghi di molti popolani gli perdonò la vita, e prese da lui mallevadoria di fiorini diecimila d'oro, e diegli i confini a Perugia. E per simile modo fece rimettere a Rosso di Ricciardo de' Ricci, compagno del detto Naddo e camarlingo in Lucca, fiorini tremilaottocento d'oro, confessati che avea avuti in sua parte, e guadagnati in Lucca sopra i soldati e sopra la vittuaglia: e per simile modo a grandi prieghi gli perdonò la vita, e miselo in pregione per l'avere e per la persona.

* * * * *

Per le dette giustizie fatte in avere e in persona di quattro popolani i maggiori di Firenze, e delle maggiori case, Medici, Altoviti, Ricci e Oricellai, il duca fu molto temuto e ridottato da tutti i cittadini: e i grandi ne presono grande baldanza: e il popolo minuto ne fece grande allegrezza, perchè avea messo mano nel reggimento. E quando il duca cavalcava per la città, andavano gridando _viva il signore_: e quasi in ogni canto e palagio di Firenze era dipinta l'arme sua per gli cittadini, per avere la sua benivolenza; e chi per paura. In questo tempo spirò l'uficio de' venti della balìa, stati rettori ovvero guastatori della repubblica di Firenze; e lasciando il Comune in debito di più di quarantamila fiorini d'oro co' cittadini, senza il debito promesso a messer Mastino. Per le dette cagioni il duca ne montò in grande pompa, e crebbegli la speranza del suo proponimento d'essere al tutto signore di Firenze col favore de' grandi e del popolo minuto. E così gli venne fatto. E per consiglio di certi grandi ne richiese i priori, ch'allora erano nell'ufficio. I detti priori con gli altri ordini, cioè i dodici buoni uomini e i gonfalonieri delle compagnie, e con altri consiglieri, in nulla guisa vollono acconsentire di sottomettere la libertà della repubblica di Firenze sotto giogo di signoria a vita di neuno; il quale non fu mai acconsentito nè sofferto per gli nostri padri antichi, nè all'imperadore, nè al re Carlo, nè a neuno suo discendente, che tanto fossero amici o confidenti in parte guelfa o parte ghibellina, nè per isconfitte o male stato ch'avesse mai il nostro Comune. Il detto duca per sodducimento e conforto quasi di tutti i grandi di Firenze, spezialmente di quegli della possente casa de' Bardi, e Rossi e' Frescobaldi e Cavalcanti, Buondelmonti, Adimari, Cavicciuli, Donati, Gianfigliazzi, Tornaquinci e Pazzi, per rompere gli ordini della giustizia ch'erano sopra i grandi: e così promise il duca di fare. De' popolani furono questi: Peruzzi, Acciaiuoli, Bonaccorsi, Antellesi e loro seguaci, per cagione e male stato delle loro compagnie, perchè il duca gli sostenesse in istato, non lasciandogli rompere, nè strignere a pagare i loro creditori. E gli artefici minuti, a cui era spiaciuto il reggimento de' venti popolani grassi della balìa, tutti se gli proffersono in ajuto e in arme.