Part 11
Fatto il sacramento, in segno del deposto dominio, e' depose il bastone ch'aveva in mano: e Bindo della Tosa, presolo, lo buttò con dispetto per terra. Ma Bartolo de' Ricci, cavaliere e legista, raccolse quel segno d'autorità, e lo appese alla parete tra un brocchiere e uno stocco. Il cancelliere posò anch'egli la penna, sbuffando, com'uomo stanco: e visto che ormai Francesco de' Medici e Talano degli Adimari e il vescovo si volgevano al duca a parlargli umanamente (sì come il giudice usa qualche parola pia al reo condannato nel capo); anch'egli, quel di Lecce, s'accostò piamente; e di sdegnoso che pareva or ora, ridivenne a un tratto l'antico uomo, famigliarmente supplichevole, timidamente audace; occhio di gatto, petto di serpe, coda di cane. Gualtieri gli volse le spalle.
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Il dì seguente uscirono, patteggiati, di palagio i soldati del duca, con grande paura, sebbene e gli ambasciatori senesi e molti buoni cittadini li accompagnassero a sicurtà. Ma non n'era di bisogno, perchè tutto il popolo aveva promesso lasciarli quietamente passare così come se già passati fossero. Tra gli accompagnanti erano taluni de' già favoreggiatori del duca, il Peruzzi, il Medici, Giannozzo Cavalcanti, superbo dell'uffizio quasi militare: poi alcuni de' Bardi, e il vecchio priore di sa' Jacopo, la cui canizie proteggitrice pareva accanto a quegli armati così veneranda, come miserabile pare la canizie sacerdotale da armi ingiuste protetta.
Andavano a capo chino, dolenti per le ferite, gravati dalla vergogna. I meno odiati, che volevano pur con gli occhi e col cenno significare a' cittadini, in partendosi, alcuno non ignobile affetto, portavano la visiera levata: altri, nella celata tutta chiusa (sporgente o in becco d'uccello o in muso di bestia, o scanalata e a onde), sembravano non uomini, ma moli informi di ferro. Ad altri, l'elmo che finiva in ghirlanda, pareva ridesse in capo della presente ignominia; ad altri, le lunghe piume scendevano, miste ai rossi capelli, intrise di sangue. Chi sguarnito la testa e le spalle, chi senza bracciali; a chi il largo pettorale del cavallo qua e là squarciato. I più modesti e i più timidi coprivano con velo nero il sangue rosseggiante sull'armi: ma in altri erano tante le macchie, che forza era lasciarle palesi alla vista di coloro, dalle cui membra forse era spicciato quel sangue. Un caporale de' Borgognoni, fra tutti cospicuo e forte e grande, sull'armatura di rame dorato, rubata forse a un margravio d'Alemagna, portava spesse chiazze di sangue: e quel giallo e quel rosso insieme, parevano la comune divisa de' pari suoi. Le mazze irte di punte omicide, le ascie lunate, i martelli ricurvi, pendevano dagli arcioni; e le lunghe balestre ornate d'avorio, e le lunghe spade, si strascinavano per terra sonanti. Le divise, superbe o gaie o amorose, degli scudi, erano adesso vista dolorosa. E tra quegli scudi ve n'era lavoro d'artefici fiorentini, dono da fiorentini uomini, già sommessi, fatto a' Borgognoni, già cari: uno fra tutti bellissimo, con in mezzo, a rilievo, un arcangelo armato. Andavano a passo lento, quasi a pompa funerale, che la fretta non paresse o paura o vergogna: tutti muti; e solo si sentiva il tintinnire dell'armi e lo scalpitar de' cavalli, mesti anch'essi. Pensavano i compagni morti; altri le donne o indarno desiderate, o oltraggiate, od amanti. Il popolo fermo e tacito, senz'armi, senz'ira, guardava, come se coloro fossero vincitori, egli vinto. Molti de' cavalieri venivano a piede, o mortogli il cavallo o rubato, ma i più stati resi.
E mentre passavano, ecco un contadino, tenendo pel morso un cavallo destriero riccamente bardato ed armato; e gridava: «Messeri, chi l'ha perduto di voi?» Il cavaliere era morto: ma quel buono uomo non volle appropriarsi preda, sebbene di guerra giusta; e visto un soldato, in età, che si strascinava ferito: «A te, compagnone; chè tu te ne vada più presto lontano da noi.» E senza guardare il tristo drappello, com'uomo ch'ha maggiori cose a pensare, svoltò da altra via.
Ma il popolo, visti che gli ebbe uscire di porta, si sentì contento dell'averli risparmiati, ben più che i carnefici de' due d'Assisi non si sentissero della strage. E di quei Francesi, parecchi, appena fuori, dimenticato il pericolo e la vergogna, guardavano per l'ultima volta ammirando, com'uomini intendenti di guerra, le nuove mura e le torri e i barbacani; e ragionavano di cose guerresche, come se uscissero a breve correria. Doleva a pochi dell'oro perduto, dell'incerto avvenire: molti la novità vagheggiavano, come ventura lieta. E coloro che nel passare per la città furono più paurosi, erano adesso più gai.
Andate, sciagurati, piaga d'Italia, piaga voluta e compera: andate a cercare signore ignoto, a cui vendere il nerbo e l'audacia, anime rotte a ogni sorta e d'impetuosa battaglia e di ruberia frodolenta; sommessi e feroci, come il mastino che s'ammansa al padrone, e a chi gli è ammiccato, s'avventa. Andate, sciagurati! Nel nome di qual principe guadagnerete voi oro e rimorso, e lode più rea dell'infamia? Farete atti magnanimi e vili, patirete la fame e l'ubriachezza, ucciderete e morrete? In nome di quale repubblica? Chi sa in quanti luoghi soneranno le vostre bestemmie? Quanti idiomi udrete parlare e cinguetterete? Qual terra riceverà le sbattute vostre ossa? Andate, infelici! Così non lasciaste nella gloriosa città vestigio di voi; così non venissero altri par vostri, e più tristi, a ribadire le anella della spezzata catena!
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Il popolo, nelle case, sulle piazze, teneva ragionamento di quanto fecero e dissero in que' dì i più notabili cittadini; e ridiceva i motti, e contava le ferite, e raccendeva in parole la spenta battaglia. Poi gli atti dei Borgognoni uscenti, poi le novelle che venivano del loro passar nel contado, e quelle che delle città ribellate; poi le congratulazioni de' Comuni, e degli amici concorrenti in città. E qui menarli a vedere, e rifarsi a raccontare ogni cosa; e nella vista dell'appena passato pericolo, celiare. Alcuni pochi si lagnavano che, avendoli in gabbia quegli astoracci de' Borgognoni, non si fosse provato a schiacciar loro il capo a uno a uno: ma altri rispondeva: «Non vedi tu che assai ci fu pur di due? Di que' due non dico: ma freddarli bastava. Farne lo strazio che s'è fatto, gli è un rubare il mestiere a' demonii.
Ma tra la gioja, e le doglianze della non piena vendetta, altre lamentanze gravi facevansi sentire; il minuto popolo diffidava dei grandi e de' popolani ricchi, e questi dei grandi e del minuto popolo, e i grandi d'ogni razza di popolo, cencioso o no. Chi voleva i diciannove gonfalonieri delle compagnie, a modo del popolo vecchio; chi, otto priori popolani, due per quartiere, col gonfaloniere, com'era prima; altri, non escludeva dal governo i grandi, ma chiedeva che alcuni buoni popolani fossero aggiunti, i quali consigliassero i priori, nè senza loro consentimento potessero questi fare deliberazione grave: chi voleva l'intricata riformagione del MCCCXXVIII co' suoi tanti squittinii: altri, che i priori nuovi eleggessero i successori per lo avvenire; e i nuovi scelti fossero tratti a sorte di tempo in tempo, siccome era stato altra volta tentato con mala fine: chi ritornare cencinquant'anni addietro, ed eleggere consoli, con senato di cento buoni uomini; e l'uffizio de' consoli durasse un anno o più, e rendessero giustizia, senza podestà forestiero. E di tali differenze le diffidenze si alimentavano; e non erano ancora discordie, ma le discordie si venivano preparando; come quando arde il sole sereno, e trae in alto i vapori, materia di subitane tempeste. Le gelosie e le ignoranze del popolo, le gelosie e l'imperizie de' popolani ricchi, le gelosie e gli orgogli de' grandi, fomentava la inquieta blaterazione de' giuristi e de' saputi d'ogni maniera, i quali ne' reggimenti degli stati sono come cani che si cacciano tra le gambe a chi va, e ritardando l'irritano.
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Due giorni ancora stette Gualtieri con la sua privata famiglia in palagio, sbalordito di sbigottimento, inchiodato dalla paura, forse invescato da una cieca, e a sè stesso ignota speranza, che, nell'orgoglio così come nell'amore delusi, è più credula quanto più vana. Sperava, non tanto nei soccorsi di fuori, non tanto nei vecchi partigiani suoi dentro, quanto nelle discordie fiorentine, radice vera alla sua potestà e de' suoi pari. Al presente, così diverso da tutto il passato, non dava fede, nell'atto di toccarlo con mano; non dava fede, a sè stesso: e credeva intanto fortune incredibili nella rovina estrema; dacchè colpa e pena dei tristi è pretendere dagli uomini e dal cielo miracoli, che i buoni appena ne sarebbero meritevoli, e pur non li sognano. D'ora in ora strascinava, quasi serpe fiaccata, le sue speranze; e il protrarre a qualunque costo le vituperose dimore nella città, gli pareva ingegnoso e bello; come il reo condannato a morte, il quale s'ingegna d'allungare la via che è fra le tenebre della carcere e le tenebre del sepolcro.
Chiamava a sè or l'uno or l'altro de' cittadini, quando dei già più devoti, e quando dei più avversi; e quelli rifuggivano dal vederlo, per vergogna del popolo e di sè, questi per compassione più che per ribrezzo; quelli più superbi di questi: ed egli, nelle parole avido, altero nell'aspetto, pareva sentirsi signore tuttavia, come francese di spiriti e uso al comando, e che de' cenni a sommo studio imperiosi, e impetuosi a freddo, faceva già arte di regno. E così in quel brigare seco stesso, distraeva l'anima dal senso dell'onta propria, e dei rimorsi; e nel parer meno abietto, era più. Così il naufrago, pieno ancora di vita i polsi e il petto, combatte con l'onde, che gli soffogano, prima che la speranza, la vita.
Alla fine, il dì sesto d'agosto, uscì co' Sanesi, col conte Simone, con molti nobili e popolani, deputati a ciò dal Comune. Era seco il barone di Ciavignì, fattogli dalla sventura, non amico, ma pio. E Rinaldo d'Altavilla che, uscito già di palagio, si disponeva a rimanere in Fiorenza a' preghi de' buoni cittadini, volle tenergli compagnia, e consolarlo di compassione, non loquace e non oltraggiosa. L'ora del dì, e il disprezzo ormai pieno, sottentrato all'odio, fecero a Gualtieri l'uscita tranquilla. Degli uomini, i più lo guardavano un tratto, per figgersi bene in mente l'imagine dell'animale mal grazioso e maligno, e dipingerla ai figliuoli e ai nepoti; altri al vederlo si voltavano in là: le femmine, andando al mercato s'affisavano in lui, come si fa in bruttezza spiacente, ma che pure incanta a riguardare, e dicevano: «Fosse stata almen bella la fiera ch'avevam tolto a pascere! Quando prendi un signore a vita, prendilo almeno che non paia la morte. I' credo che Fiorenza abbia avuto un anno a rettore il più brutto cristiano del mondo.»
Partito ch'e' fu, i cittadini si disarmarono, disfecersi i serragli, i contadini si partirono e i forestieri con molti abbracciamenti: apersersi le botteghe; e ciascuno attese a suo mestiere e arte. Il Comune ordinò che la festa di sant'Anna, in memoria della liberata città, si osservasse come pasqua sempre, e celebrassesi grande uffizio, e solenne offerta dal Comune e da tutte le arti. E per rimeritare il buono amore del conte da Battifolle, fu deliberato, gli si rendessero le molte terre prese, e non mai stategli pagate dalla città di Fiorenza. Poi commisero a messer Pino degli Alberti e a messer Niccolò Guicciardini, inviati presso il pontefice, dessero notizia della cacciata del duca, e delle ragioni che a ciò fare condussero la città. Nè sappiamo che il pontefice scomunicasse o la città o gl'inviati. Messere Giannozzo Cavalcanti promise scrivere della cosa a Francesco Petrarca; e sperava da lui o una canzone, o, meglio, una lettera latina, in quel pulito stile (diceva egli) e alto dettato ch'è proprio a messer Francesco, e con eccellenti sentenze e autorità.
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Quel dì stesso il vescovo, celebrato uffizio solenne, parlò al popolo congregato: e come uomo savio, poco disse della consumata vittoria, molto degl'incomincianti pericoli; dimostrò, come sempre, dov'è discordia, ivi è debolezza; confortò a dibarbare dall'animo le minute radici della diffidenza, che poi vengono pullulando in piante uggiose e mortifere; non tenessero dentro il mal pensiero, ma con parole misurate ed aperte lo esprimessero; se dell'esprimerlo vergognavano, segno che il pensiero era vile: non con insidie nè con minaccie nè con armi, ma con la persuasione inducessero altrui nella opinione propria; eleggessero, in caso di differenza, arbitri da ambe le parti avuti in onore; dalle vecchie memorie cogliessero le nobili ed amorose, le altre in oblivione lasciassero; in ogni cosa osservassero carità; fossero franchi e interi, e di buono consiglio. Soggiunse:
«Le cose passate ci siano ammaestramento, come Dio non lascia male alcuno impunito, benchè non sempre la pena sia al tempo e a piacere de' desideranti. E sia questo esempio a noi e a' cittadini che saranno, acciocchè, per bene della loro città, non siano mai vaghi di fare uffizii ad arbitrio; che sebbene si creano sotto titolo di utilità del Comune, sempre fanno dolorosa riuscita, e ne nasce tirannica signoria.»
Poi, concludendo, pregò: «Padre sovrano, amico onnipotente degli amici e de' nemici nostri, noi vi preghiamo e per essi e per noi; vi preghiamo per le anime de' cittadini nostri morti in battaglia, e per le anime de' nostri oppressori. A quelli e a questi risplenda l'eterna luce; e tutti possiamo vederli un giorno nella gioja del vostro immortale trionfo. Delle inutili o ree ferità contra loro commesse noi vi chieggiamo perdono: non li vendicate, o Signore, della nostra vendetta; ma l'odio che ci sospinse oltre alla necessaria difesa, spegnete in noi. E io primo, indegnissimo della letizia e della gloria di questo dì, confesso a voi nel cospetto del popolo vostro, che in vedere la ingiustizia dominante, troppo più acre zelo che quel della legge vostra mi divorò, che i privati odii mescolai negli uffizii del mio ministero; e non con affetto, così come dovevo, accorato, ma con ansia d'allegro desiderio, benedissi alla guerra. Perdono, Signore. Fate in noi l'amore della cara libertà, non feroce, non superbo, non interrotto da ree negligenze, non frodolento, non cupo; ma lieto, modesto, pieno di fede operosa e di fiducia prudente, vigilante nella pace, infaticato nell'armi, con magnanimità coraggioso.
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Fuori di porta a San Niccolò cavalcava Gualtieri co' suoi; e le scorte lo precedevano e seguivano; tutti in silenzio. Il conte d'Altavilla, e il barone di Ciavignì, rimasi un po' addietro, venivano intertenendosi in caro colloquio, il qual presentivano essere l'ultimo. E guardando alla lietezza delle circostanti campagne, il barone diceva:
«Terra prediletta da Dio, e dalla matta discordia. E' non godono di questa tanta bellezza, sì perchè in essa nacquero, e minor bellezza non sanno; sì perchè l'odio fa velo all'anima loro, come all'infermo ogni cibo soave sa d'amaro o di nulla.
--Credete, rispose il conte, ch'io ad ora ad ora m'inchinerei a baciare questa terra e adorarla, siccome degno altare di Dio.
--A voi, conte, è più forte ragione d'amarla: chè avete qui radice oramai. E v'invidio. Ma io!
--Che sarà, buono amico, di voi?
--Non so. Mi sento svogliato e d'ogni negozio umano, e d'ogni speranza. A Gualtieri chi può pensare? Pietà mi stringe ad accompagnarlo per poco; infino a Venezia forse: ma poi, i' me ne torno alla mia Francia, dolcissima tuttavia delle contrade: e là, nelle mie terre, m'ingegnerò di vivere tranquillo, infinattanto che il segno della guerra non suoni. Guerra qualsiasi, non monta. L'ubbidienza debita al re signore nostro, la smania che mi prende allo squillar d'una tromba, e, non foss'altro, necessità di fuggire nota di codardo, mi risospingerebbero all'armi. Ma sott'altro signore che sotto il naturale mio, non impugnerò lancia mai.»
In questo dire, videro uscire d'un sentieruolo sulla strada maestra un povero contadino co' suoi arnesi in ispalla, che teneva la sua vecchia moglie per mano, col suo fardello anch'essa, e andavano insieme in quell'atto infantile, alleviando la fatica della via; e un piccolo cane li seguiva con brevi passi, non mai dipartendosi dalle amate orme loro. A quella vista il barone (che in altro tempo ci avrebbe posto mente, come a una fronda d'albero che tremi nascosta fra mille), commosso esclamò: «Queglino l'avvenir loro sanno (beati!) e se ne appagano. La chiesetta che li benedisse infanti, li benedirà trapassati. Poche hanno memorie, ma pure. Pochi piaceri: ma il piacere sentono più forte del dolore; sentono la riconoscenza e il rispetto. Poco odiano, o almeno odiano senza disprezzo, ch'è il veleno dell'anima.»
E il conte: «Ben dite: amara cosa il disprezzo.
--Ma di voi, riprese il barone, ditemi, conte, di voi. Sarete voi dunque ormai negato alla terra di Francia?
E Rinaldo: «Non so. Qui mi confortano a rimanere i consorti e gli amici degli Adimari, e sono di molti; poi tutti, che sanno com'io in momenti difficili, francese di patria, sono stato d'anima fiorentino. Ella, dopo il pericolo corso, s'è fatta più affettuosa e più intendente che mai. Abbandonare questo amore che venne spontaneo a raccogliermi quasi da terra, e a levare in alto lo spirito mio, non potrei. Ma rimanere in Fiorenza parmi grave cimento. Repubblica è cosa mobile per natura: stassera esaltato, sei calpesto domani. Il sospetto s'insinua, com'ellera, in tali edifizii, e li dissolve. Se in me solo cadesse il pericolo, sosterrei: ma se nel suocero mio, se in Matilde? E per mia cagione fare la casa d'Antonio Adimari, d'accetta ch'ell'è alla città, o aborrita o sospetta, l'avrei per misfatto. Poi nell'ebrezza della vittoria, e nell'odio del nome francese, i più vani tra cotesti Fiorentini (e son vani anch'essi), assalirebbero con parole pungenti, non me, ma, ch'è peggio, la patria mia. Or nè l'amore, nè vincolo alcuno farà sì ch'io dimentichi d'essere nato di padre e madre francesi. Possente il duca, soffersi, perchè meritati: solo, e in mezzo a' vincitori, meritati o no, non soffrirei tali oltraggi. E' misurano Francia tutta dai tristi che qui corseggiarono: ma non conoscono il puro antico sangue di Francia, le virtù nostre, non sempre forse perseveranti nè modeste, ma splendide e generose. Or io questo risico di contese continuo debbo cansare. Mi ritrarrò forse in qualche vicina città, forse in Francia stesso, se Matilde consente, e i suoi. Non so.»
Il barone gli stese da cavallo la mano nuda del guanto, e gli disse: «Vivete felice, degno uomo, onore nostro; e, rivediate o no Francia, rammentatevi alcuna volta, che lì vive un vostro leale amico.»
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Così fece il conte come pensava. Unitosi a Matilde, scelsero Siena a dimora. Ma Matilde s'accorse che quel soggiorno non piaceva a lui se non quanto ella c'era, e propose spontanea il viaggio di Francia: e il padre assentì, sperando si rivedrebbero sovente, or egli in Tolosa, or ella in Fiorenza. Se non che Dio aveva ordinato altrimenti: e la tenera donna sopra parto morì. Fortunata, che sentì della vita tanto dolore quanto giova a innalzare l'anima, e ad avvivare i diletti, non più: fortunata, che non ebbe anni assai da languire nel tedio, nelle lagrime, nel rimorso; ch'altri amplessi non conobbe che i primi e puri d'un probo uomo, e svogliato del piacere, non della virtù: fortunata, che della terra straniera godette le novità, abbellite dalla gioventù e dall'amore, ma non ebbe tempo di provare quanto amaro sia vivere tra gente ignota; esprimere gli affetti e le imagini dell'infanzia in un nuovo idioma; ricominciare le prove, le consuetudini; rifare la vita. T'addormentasti serena, o Matilde, in quella terra dov'altri Italiani dovevano poi vegliare dura vigilia, e scendere illacrimati in compera sepoltura.
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Cavalcava Gualtieri in silenzio, ravvolgendo nell'animo mille pensieri di matto, o d'infermo, che s'impedivano tra sè, e s'aggrovigliavano come serpi: poi, strisciando via tutti, lo lasciavano vuoto, in quel letargo dell'intelletto che i rei hanno comune co' mentecatti. Della varia verdura, dell'ondeggiare dell'ultima messe delle vigne pregnanti di sudata speranza, delle selve, de' colli, de' pianori, de' piani, delle quiete e liete solitudini di Vallombrosa, de' freschi ruscelli dalle vette del Casentino scendenti giù in Arno, niente vedeva: ma il sole, dolcissimo padre di tanta bellezza, gli dava noja sotto al peso dell'armi, e stizza. Il conte Simone gli volgeva di quando in quando parole cortesi, come si fa a pellegrino mal gradito, verso il quale è debito esercitare gli ultimi uffizii della sacra ospitalità: ma egli rispondeva o brevi parole e aride, o nulla. Quelli de' Fiorentini che gli erano più a' fianchi un giorno, ora si stavano più discosti; e già, piaggianti, e' gli avrebbe aborriti vie più. Parevagli essere menato per la pubblica via come a mostra e in trionfo; e si pentiva di non avere scelta la notte al cammino. Perchè da' campi e da' paeselli i villani accorrevano, chi con in mano il coreggiato e chi la falce: ed egli di quelle armi tremava. L'additavano con maraviglia che a lui pareva scherno: e altri aggiungeva parole dure; ma erano pochi. Taluni, ignari ancora del fatto, interrogavano, e il vicino rinarrava la cosa, udente Gualtieri, che era un rinnovare a ogni passo lo spettacolo della gogna. Avrebbe tolto piuttosto soffrire più ore di que' tormenti ch'egli aveva già dati ai rivelatori delle congiure vere. E così, tra la febbre della rabbia impotente, e la smania del chiedere alla mente sfruttata un accorgimento da ingannare la giustizia degli uomini e di Dio, giunse a Poppi. Quivi doveva egli ratificare la giurata rinunziazione, ed erano preparate le scritte, e presti i notai; perchè i Fiorentini bramavano scuotersi di dosso quel sozzo peso, come chi porta abito inzuppato in melma di gora fetida.
Il conte Simone (il quale Gualtieri pareva guardare con occhio men fosco, così come i furiosi hann'uno a cui meno ostinatamente resistono), disse: «Le carte son pronte: il nome vostro, o signore, solo manca.»
Gualtieri taceva; e il conte, dopo breve aspettare: «Dico che manca il nome vostro, o signore.»
Il duca levandosi e misurando con rapidi passi la stanza: «E manchi. La violenza fattami io non posso nè debbo ricevere per buona legge. Ciò non consente la coscienza mia, nè, conte, la vostra.»
Allora il buon vecchio prendendo i fogli, e ripiegandoli, se li mise in seno, e disse con pace: «Quello che a voi piace, sia. Nè io 'ntendo già farvi forza. Ma la città di Fiorenza non è lontana; e così come fino a qui vi condussi, laggiù di nuovo, se tanto v'aggrada, vi menerò; e vostra cura sarà rassettare bellamente le cose, di concordia col popolo fiorentino.»
Gualtieri, che fino a mezzo il discorso l'aveva guardato fiso, rimase come fanciullo gabbato; e finito appena che l'altro ebbe: «Le scritte,» gridò con voce soffocata dall'ira. Il buon vecchio si trasse con pace di seno le scritte, le rispiegò con pace; e Gualtieri v'appose il nome. E preso l'elmo da terra, s'alzò, scese, chiese il cavallo. De' Fiorentini e de' Senesi chi gli volse alcuna parola pietosa, chi dura, chi nulla: egli tacque. Del conte Simone fuggì le dipartenze; dimenticò di stringere la mano a Rinaldo d'Altavilla; e galoppò di gran corsa co' suoi, per iscuotere la stizza, che a lui pesava più dell'infamia.