Il duca d'Atene

Part 10

Chapter 103,831 wordsPublic domain

I due gentiluomini, vergognando che tale beccaio fosse francese, ai Borgognoni recarono la risposta; ma mettere il piede nella stanza, per vedere una gara vile o pietosa, e un atroce spettacolo, non osarono.

Entrò un soldato, e li trovò pieni della morte presente. Il Visdomini stava volto alla parete, col capo nelle palme, chino, e quasi pendente tra le ginocchia, le quali tremavano, come per febbre. Il padre rimpetto al figliuolo: quegli, le braccia intrecciate sul petto; questi, spenzolate lungo la persona e la scranna: sì che le mani parevano toccare terra. E' non si guardavano. Il soldato disse:

«Il signor nostro, stretto dalla prepotenza della plebe, non può cosa per voi.»

A quell'annunzio, aspettato da loro, nessuno si mosse; ma le tre faccie diventarono, nel loro pallore di cencio, più livide, e pezzate di giallo. Il soldato continuò: «Uscirete a uno a uno; ultimo messer Cerrettieri.»

Alla qual parola tutti e tre si scossero, come se in un punto sentissero e rinascer la vita e cominciare la morte. Il Visdomini guardò al soldato con occhi attoniti e invetriati, come il moribondo che vuol far segno di riconoscere alcuno e vederlo volentieri, e non può.

I due perduti avevano, in sul primo, inteso assai quell'annunzio, e sentitone il freddo: poi, nel vagellar del terrore, parvero dimenticarlo: e stavano immoti. Il soldato, a cui ciascuna parola ch'e' doveva dire pareva traesse l'anima dal corpo, soggiunse: «Io dico che un di voi due è destinato a uscire per primo. Chi viene? Chi resta?» I due si guatarono, come gente sconosciuta: e tacevano. L'anima razionale pareva morta in essi, e rimasavi solo la vita del bruto. Il peccato aveva a mano a mano conglutinato il loro spirito all'oro, al sangue, alle più vili cose della terra; e ora la morte lo rinvolgeva nell'amara sua nebbia. Si guatavano. Il Borgognone chiamò parecchi de' suoi a consiglio. Bisbigliarono a bassa voce; ma non sì che i due non sentissero: «Il più vecchio.» E un altro aggiunse: «E il più reo.»

* * * * *

Così sentenziato, due de' soldati s'accostano al padre, tremanti quasi al par di lui; e lo prendono per le mani, facendo l'atto di sollevarlo: il quale, allorchè sentì il guanto di ferro aggiungere un nuovo freddo al freddo della sua paura, disse con voce esile e profonda d'uomo che muore: «Ippolito mio!» A questa voce la natura (sempre, nelle profondità sue intime, buona), si ridestò la natura del giovanetto: e sciogliendo dal guanto de' Francesi le mani del padre, e porgendo le sue, disse: «A me.» Il vecchio ricadde sulla scranna, come corpo stanco, e trasse un lungo sospiro. Ippolito uscì a corsa: e non s'abbracciarono.

E' camminava ratto: e le mani tenutegli da' soldati, ritirò con ribrezzo. Sulla scala era il conte che l'aspettava, pallido, e umile, e pieno gli occhi di non so che divino. Il giovanetto, al vederlo, si fermò, e: «Nessuna speranza?»

Il conte, prendendogli le mani con affetto di fratello, con tenerezza di padre, con carità di sacerdote: «Ippolito, pensate a Dio. Un solo affetto che venga dal cuore, ed egli vi ha perdonato. Una parola che dica: mal feci.

--Oh mal feci!» soggiunse il giovane con umiltà di fanciullo, con dolore abbattuto, e quasi senile; e si picchiò con una mano il petto, coll'altra la fronte «Mal feci! Io sono stato un malvagio. Dio mio, mi perdonerete voi?

--Dio vi perdonerà, Ippolito: Dio vi perdona. Sperate.

--Sì, spero.»

E lo abbracciò strettamente, come quando il malfattore pentito abbraccia il buon prete appiè del patibolo. Stette un poco sopra sè: poi, com'uomo che, vinto l'orror della morte, si butta di lancio nell'acque per salvare un fratello, scese con agile e fermo passo le scale. Rinaldo d'Altavilla, rimaso in cima, lo guardava, consolato nella pietà e nello spavento, contava i suoi passi, pregava per lui. Ma per i suoi uccisori, per la sciagurata città, pe' futuri destini di lei, chi pregava? Chi intravvedeva la lunga sua servitù, e gli ignominiosi e licenziosi e abusati dolori?

Giunsero all'antiporto, e l'apersero. Il giovanetto, levati gli occhi al cielo, per essere più tosto ad espiare nel mondo sicuro i suoi falli, prese una rincorsa, come chi sotto la pioggia che scroscia fa d'attraversare la via; e si trovò, scesa già la ringhiera, in mezzo alla moltitudine armata. I neri capelli ondeggiavano al corrente sugli omeri; e di nuovo fuoco di vita, sopravvenuto al pallore, ardeva il viso. E forse quella delicata giovanezza avrebbe vinta la ferocia de' più, se quel correre non dava sembianza di fuga. Inveleniti ch'e' sperasse sottrarsi a tanta aspettazione, e deluderli con nuovo inganno, gli furono sopra cento in un attimo.--Povero giovanetto, se t'avesse veduto allora Lucia Buondelmonti!

* * * * *

Gli furono sopra: e con tale impeto premettero a lui, l'atterrarono e gli cascarono addosso, un sull'altro ammontati, che, soffocandolo prima di ferirlo, gli risparmiarono l'atroce agonia. Nè soli gli uomini del minuto popolo, ma (come a più delicato convito) ebbero parte a quella carneficina taluni degli Altoviti, de' Medici, degli Oricellai (repugnanti i loro consorti.) E i nobili più si ruppero a quella vendetta. Cacciarono nelle floride membra i coltelli, le coltelle, le spade, le mani; e togliendosi l'uno all'altro di sotto quel tesoro di maledizione, tagliarono in prima, poi squarciarono, poi sbranarono. Il bianco viso, tinto del sangue dell'altre membra lacerate; la bocca mezzo aperta, come per ricercare il forte alito, sì presto fuggito; la testa ch'or sull'uno or sull'altr'omero spenzolava, ultimi rimanevano al fiero strazio. Gli strapparono i be' capelli dal capo, come il villano strappa dal suolo diletto le male erbe aborrite: e la lingua tagliata recarono in cima a una lancia. Avevano già prima rotto, siccome tronco di giovane e pur robusto arbuscello, l'osso sacro; e fra costola e costola ficcati i ferri, come per cercarvi un vestigio di vita, o la voluttà della vendetta che pur non trovavano. I consorti del Cini, nobili terrazzani, schernivano dicendo: «Ve' il bello cavaliere! ve' com'e' tende le mani supino; come ubbidisce ad ogni urto che lo spinga, a ogni ferro che lo divida!»

E ad ogni colpo posavano, e riguardavano come per vederne l'effetto: al modo che fa il buono scultore che, digrossando la mole del marmo, a ogni tratto ferma la mano, e riguarda se l'opera risponda all'idea. Parecchi col giovane sangue andavano disegnando per terra il giglio rosso, o scrivevano sulle muraglie libertà. E d'orme di vendetta rosseggiava la piazza, rosseggiavano le prossime vie.

* * * * *

Ma il fumo di servitù che manda al cielo quel sangue, non involge intera Fiorenza. Molti per alterezza d'animo schivo, molti per senso di pietà umana, molti più per carità di cristiani, aborrivano da que' furori. E intanto che alla piazza colavano, come a cloaca, gli odii dell'ampia città, nelle case, ne' chiostri, ne' templi, molte anime buone entro al chiuso petto sacrificavano un sacrifizio di pace. Pochi, è vero, o nessuno sentiva assai profondamente (Dio solo misura tutt'intero l'abisso del male, e l'altezza del bene) quanto rea cosa fosse la vendetta consumata in nome della libertà: pochi vedevano, o nessuno, di quanta messe di spade tiranne dovesse fecondare la terra quel sangue che, versato, macchiava tante mani, tant'anime, tante idee. Pochi, o nessuno; perchè tutti, anco i buoni, vivono la vita dell'età loro, e (comechè possano rinchiudersi in monda cella, o spaziare con l'occhio da un'ardua e salubre cima) un orizzonte medesimo, una medesim'aria li circonda e li copre. Pochi, o nessuno: ma un sentimento ineffabile di paura e di sciagura, quasi alito ch'esca di cadavere non visto e non sospettato, affannava le anime buone a que' truci spettacoli; e faceva la preghiera loro più mesta, più sollecita, più amorosa, più umile, più gentile. Così dal male stesso, quasi rosa dal concio, fiorisce il bene; e il dissolversi degli spiriti rei rinvigorisce i buoni; e il merito, raccolto in pochi, com'oro purgato da fiamma, in loro si condensa più schietto.

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Un grido si leva, e mille lo seguono: «Il padre!» Onde i Borgognoni, temendo le scuri non si volgessero contro le porte, corsero alla stanza ov'era il bargello, e lui, cascato per terra, con la schiuma alla bocca, presero a furia, e scesero come corpo morto. Le braccia e le gambe spenzoloni radevano gli scalini, e percotevano in quelli. Alla qual vista Rinaldo d'Altavilla e il Ciavignì inorridirono. Quando l'antiporto s'aperse, la plebe, avventandosi a rincontro dell'uomo odiato, quasi si cacciava in palazzo: ma i Borgognoni per istornarnela, palleggiato il corpo del conservadore, lo lanciarono di botto giù per la ringhiera, come a cane si scaglia un sasso lontano perchè lo morda. Nel ruzzolare ch'e' fece per gli scaglioni, tinti del sangue del figliuolo, il vecchio rinvenne in sè, e aperse gli occhi gravi, appunto quando cento braccia e cento ferri a lui sovrastavano, minacciando ciascuno un proprio tormento. Ferirono molti a un tratto: poi diedero luogo agl'incalzanti, che rallargarono le ferite, ma senza farle mortali, perchè pareva avessero patteggiato di bere questo secondo calice a sorsi. Odio nel figliuolo, nel padre sentivano odio e disprezzo: però con le ferite venivan gli sputi e i vituperii, e il rammemorargli le sue crudeltà. Egli (riscossigli dal rimorso gli spiriti) intendeva ogni parola, sentiva ogni spasimo: chè già i veri spasimi gl'incominciano. Ferito da un'affilata forca guerriera in un nervo delle tempie, e da una lunga partigiana da caccia nella nuca, incominciò a tremar tutto, e la vita a risolversi, e rattrarsi le mani, e il corpo rattrappirsi, e i denti serrati dirugginarsi. Ma mentre infierivano, s'avvidero a un tratto che in lui ogni alito di vita era spento. Allora tagliatagli la testa, e presala pe' radi capelli, la mostravano in alto, come i fanciulli fanno di presente ottenuto; e cacciavano strilli senza umana parola. Fu chi le crude carni addentò, e nel gialliccio fegato del bargello mettendo il morso, ne sentì con gioja l'amaro. In cima agli spuntoni, alle picche, alle lancie, alle labarde mostravano chi l'uno e chi l'altro brano del padre e del figliuolo per le vie di qua e di là d'Arno. Le genti a vedere; e le donne a compiangere il giovanetto. Nè mancò chi portasse a casa, quasi lacchezzo squisito, alcuna parte della preda sanguinosa; e, dopo avere con mani sozze di strage abbracciati i figliuoli e la moglie, le carni ancora palpitanti arrostisse.

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La trista processione menata per la città, la stanchezza dell'odio, e il sopravvenir della notte, fecero uscir di mente ai furibondi il terzo trastullo, la testa di Cerrettieri Visdomini: come fanciulli, che nel piagnucolare per cosa desiderata s'addormentano; o come briachi che facile si sviano dal pensiero, nel quale infuriavano or ora. Cerrettieri aveva tanto ruminata la morte, che quasi l'aveva digesta. E pentitosi come meglio sapeva, e raccomandatosi ai Santi, con paurosa ma viva fiducia, se ne stava nulla sperando, pensando nulla, già più non sentendo sè stesso, quasi come è da credere che il feto stia nel ventre materno. Quando messer Piero de' Bardi e il barone di Ciavignì vennero frettolosi, e lo imbacuccarono in un abito di masnadiere; e per il buio della mezzanotte il Bardi, presolo a braccio, lo strascinò alle sue case. A lui pareva sempre scendere le mortali scale del palazzo, e cascar sotto a' ferri famelici; e quella scesa gli sembrava lunghissima, insopportabile quell'aspettazione affannosa. Andava, con gli occhi velati e con le gambe come impastoiate, tentennando, e taceva trasognato. Gli altri de' Bardi nol vollero vedere: sole le donne (fosse voglia di vista strana, o pietà) s'affacciarono mute a mirare quel viso trasfigurito già dal peccato, ora dalla pena del peccato; pallido, ma nel lividoso pallore chiazzato di rossaccio; quelle labbra pendenti, quel cadavere che si moveva. Egli le guardava, com'uomo che più non ha conoscenza; ma ad ora ad ora chinava gli occhi, quasi si vergognasse. Il priore di sa' Jacopo, il Frescobaldi, spontaneo venne; e parlandogli di Dio, sollevò un poco quell'anima sprofondata in sè stessa. Ma perchè le case de' Bardi non parevano sicuro rifugio, i parenti di lui, vestitolo da contadino, lo menarono la seguente notte in una prossima villa. Quali pensieri agitasse, avvolto in que' cenci, il gentiluomo superbo, il turpe consigliere dello straniero tiranno, chi sa?

* * * * *

La mattina del sabato fu quiete nella città: come quando, smaltito il vino, l'uomo si desta, e le cose nell'ebrietà fatte non raccapezza o non crede. Molti delle passate furie vergognavano; taluni, rimasticando la vendetta, la sentivano saporosa, come ghiotti che, pieni di cibo, pensano con tripudio al leccume. E non sarebbero forse tornati per la medesima via, ma dell'averla battuta provavano più mala contentezza che pena. Erano pure sazi: nè i più feroci avrebbero osato richiedere nuovi presenti di sangue. I buoni colsero il tempo per ispacciarsi del fiero ospite, il qual corrompeva vincitore, e più, vinto. Trovatolo già disposto a ogni cosa (quasi frutto mezzo dalla pioggia, ma non maturo), proposero per primo la solenne rinunzia del dominio. A patto d'uscire salvo egli e i suoi, accettò. Ma poichè l'istrumento della rinunzia giovava fosse sigillato col sigillo di Giovanni vescovo di Lecce, cancelliere del duca, fu cercato del vescovo. Egli, che già della sua devozione empiva tutti i sensi di Gualtieri, e d'impronti consigli e loquacissimi lo tribolava, s'era nell'ora della battaglia dileguato, con gli altri quattro vescovi, timidi uccelli dall'ale più forti del becco. Alla fine, frugando, cercando di quanti egli aveva benevoli o conoscenti, trovarono il covo del cancelliere in una casupola del corso de' Tintori: e il vescovo Acciaiuoli prese la cura d'andarnelo soavemente a snidare.

Sentito ch'ebbe quel di Lecce picchiare alla porta, si raggomitolò in sè stesso, e accoccolato sulle ginocchia, si mise a pregare in latino. L'appiattarono, chiedente pietà, in una stanzuccia a tetto, e lo coprirono di paglia e di letame, sgridando, tacesse; perchè la paura lo faceva come grugnire. Egli si acchiocciolò in quel letame, al modo che il febbricitante s'acquatta sotto al coltrone, battendo i denti dal freddo; intanto che il vescovo assicurava que' di casa, sè venire apportatore di novella non trista. Credettero la buona gente al viso e all'accento dell'Acciaiuoli; e dissero al cancelliere la cosa: ma egli negava fede, e come ragazzo stizzito, dando delle calcagna in aria, sparpagliava il letame che gli teneva luogo d'abito sacerdotale. Stufi alla lunga gli ospiti suoi di quel gioco, lo afferrano, e lo mettono in piedi, come si fa delle sacca mal piene di cenci: quando appunto il vescovo, per rassicurarlo di persona, saliva la scaletta a piuoli, e trovavasi di fronte a lui. Il sacro cortigiano, così inzavardato di concio la faccia e le vesti suntuose, sorretto dai due che mal tenevano le risa, somigliava a un bove, che, levandosi dalla lettiera, non sappia scuotere da sè le sozzure del suo giaciglio. Arruffati i capelli, e sulla barba e sui capelli o pagliuche o immondizie, simili ai geloni pendenti dalle grondaie; o stille di fetido umore che tremolavano, come rugiada sul cardo. La faccia teneva dimessa, e le mani in mano, come quando, chericuccio monello, e' riceveva dal suo vescovo un buon rabuffo. Ma l'Acciaiuoli, non che godere (come tra vescovi sogliono, gelosi e piccosi quasi vecchie gentildonne), mosso a pietà di tanto avvilimento, s'affrettò a raccertarlo del vero, e con parole brevi e pronte disse a che ci veniva.

Allora quel di Lecce: «Non sarà mai ch'io vada al cospetto d'un perduto, il quale tanta turbazione destò nella buona repubblica di Fiorenza, e mi fece soffrire tanto. Gli uomini sventurati a me sono più specialmente diletti, e per debito di ministero e per tenerezza della natura mia: ma la sventura colpevole!

--È doppia sventura, l'Acciaiuoli interruppe. E a voi, messere, è dato modo d'espiarla e d'alleggerirla: v'è dato insieme di provvedere ai comodi vostri. Perchè, ratificato che venga l'atto della rinunzia, voi potete seguire il signor vostro in Puglia, o dove che sia, e di migliori consigli giovarlo.

--Ma lo scandalo, Dio mio, del seguire principe spodestato!

--Veggo che voi la vergogna giudicate dalla fortuna: ma nè questo è 'l tempo, nè a voi è bisogno ch'io insegni il Vangelo.

--E l'uomo che ha tanto bruttamente tradito il popolo fiorentino, atterrà egli a me le promesse? Poss'io fidarmi alla sua compagnia?

--Non so. Questo so, che migliore compagnia non vi resta. Ben prometto che alla persona vostra non sarà fatto oltraggio; e ve ne do sicurtà la mia fede, la mia autorità, e Dio testimone. Aggiungo, che ratificando un atto gradito al Comune di Fiorenza, voi venite, come meglio è possibile, ad ammendare i tanti che già ratificaste dispiacevoli ad esso.

--Poichè questo è, disse il cancelliere, si vada: s'incontri animosamente il pericolo all'onore di Dio, e del nostro santo e difficile ministero.»

Così dicendo, scote dalla persona il letame e lo strame.

* * * * *

Aspettarono la notte del sabato per entrare di soppiatto in palagio. Quivi il cancelliere annunziò la sua venuta a Gualtieri, ma non chiese vederlo, nè questi lui; chè l'uno all'altro erano vergogna e rimprovero; nè lisciarsi potevano oramai, nè straziarsi, senza dolore mutuo. Domenica mattina, convennero il vescovo, i quattordici della balìa, gli ambasciadori e il capitano di Siena, il conte Simone da Battifolle: nella presenza de' quali duca Gualtieri diede ai quattordici e al vescovo autorità di operare tutto quanto stimassero conducevole al buono stato della città; rimise imperio e giurisdizione che aveva sopra quella, la prosciolse da ogni giuramento ed obbligo, restituendola nella medesima forma di quando si dette a lui: liberò dalla sua signoria le città di Pistoia, d'Arezzo, di Volterra, e' loro contadi, e tutte le altre terre, castella, fortezze e luoghi, lasciandoli soggetti al Comune di Fiorenza così com'erano innanzi: e il simile de' cherici, de' marchesi, de' conti, e altri nobili, con le loro signorie e' poderi, dando autorità al capitano e agli ambasciatori di Siena ed al conte di rimettere i Fiorentini nella possessione d'ogni cosa. Imperocchè il più de' principi non cedono se non quel ch'hanno perduto; non isciolgono i popoli se non da que' vincoli che sono già rotti; e creano rappresentanti della propria autorità allora quando l'autorità loro è finita.

Le dette rinunziazioni scrisse il cancelliere; e stava per concludere con le formole consuete, quando messere Giannozzo Cavalcanti, levato dritto in piedi, parlò. Questi è quel messere Giannozzo ch'abbiam già sentito predicare dal desco d'un beccaio sommessione: ora il Comune l'aveva creato un de' quattordici, e per non avere inimica la sua spaventosa loquacità, e per tirare a sè molti nobili, che da quella loquacità pendevano ubbidienti. Ma egli, e per rendere al Comune buona mercè dell'onore, e per far mostra di facondia, e per bene assicurarsi che l'incomodo duca non tornerebbe mai più a mettere in impaccio la sua carità patria, ebbe a dire così:

«Messere lo cancelliere, quello che avete elegantemente scritto fin qui, bene sta: ma una cosa io prego la sapienza vostra d'aggiungere, e, sottosopra, in questo tenore: «E afferma il detto duca, nella sincerità della coscienza sua, di ciò fare spontaneamente, liberamente; e impone a sè pena di cinquantamila marchi d'argento per ciascun de' capitoli ch'egli infrangesse o tentasse d'infrangere.»

Il vescovo di Lecce interrogò il duca degli occhi: ma questi tacque e abbassò lo sguardo, dopo gettatolo sopra Giannozzo con quel torvo dispregio onde i tristi puniscono i vili. E 'l cancelliere più lentamente di prima scrisse, e lesse; e fu notato che non cinquantamila marchi diceva, ma pur cinquanta: onde tutti gridarono: «Cinquantamila.» Ed egli, con mano restia, scrisse.

Ora messere Talano degli Adimari propose una particola che diceva così: «Ed obbliga la fede propria, non solamente per sè, ma e per gli uffiziali suoi, quanti sono.»

Qui sorse dubbio. Il cancelliere, per farsi grazioso al duca (dal quale solo omai poteva sperare o temere), notò, non dovere uomo promettere cosa che non dipenda dalla sua propria volontà, nè la potenza de' principi essere tanto grande da stendersi sugli animi umani.

«Questo, rispose Filippo Magalotti, doveva messere lo duca rammentare prima d'ora a sè stesso: ma poich'egli mostrò non lo credere vero, e volle accollare a sè tutte le soperchierie de' suoi fidi; e noi concorriamo nella opinione sua. Che se a lui venisse voglia, per man di taluno de' suoi uffiziali, rompere i giuramenti, e, perch'egli da sè nol fa, credersi esente da pena e da vergogna, chi non vede tornare a vuoto e quest'atto e ogni cosa finora operata da noi?»

Il cancelliere voleva rispondere: ma Francesco de' Medici, allungato il dito, raggrinzando la fronte, e allargando le narici, com'uomo irritato, esclamò: «Scrivete, messere.» E il vescovo, con più lesta mano di prima, e più tremante, scrisse.

Qui sorse a dire Sandro di Cenni de' Biliotti. «Una cosa ancora io tengo si debba da messere lo duca promettere: «ch'e' non si vorrà mai dolere per cosa fatta a lui od a' suoi.»

Qui Gualtieri diede in un moto di rabbia male represso: messer Sandro lo guardò fiso e severo, come fa maestro a fanciullo insolente, e vedutolo rabbonirsi, seguitò: «Nè di chiedere a principe o a città rappresaglia mai contro al Comune o al popolo di Fiorenza, a pena di diecimila marchi d'argento.»

Se la prima parte dell'obbligazione a tutti parve esorbitante, parve d'importanza grande la seconda: e perchè 'l duca taceva, e il cancelliere scriveva a furia il dettato di messere Sandro, come scolare scrive il dettato del maestro, nessuno osava parere meno severo al nemico suo di quel ch'egli fosse a sè stesso.

Giannozzo Cavalcanti, sentito il vento soffiare buono, incominciò con molta gravità: «Anche una cosa.» Ma ser Marco degli Strozzi, pietoso della condizione del duca, e stizzito della impronta vigliaccheria di Giannozzo, si levò dicendo:

«Basti. Non rinnovelliamo lo strazio d'altr'jer sera; non affettiamo e non rosoliamo i cadaveri.»

La quale maniera di difesa punse il duca più d'ogni offesa; ma oramai era sua legge tacere, e ricevere le parole dure, come giumenta legata all'aperto riceve la pioggia.

Queste condizioni scritte e riscritte in pergamena, e sigillate col suggello ducale, furono dal vescovo di Lecce rilette ad alta voce e sonora (per abito di cancelliere, non per oltraggio), fremente il duca. Al quale il vescovo dettò il giuramento.

«Giuro al nome di Dio, giusto vendicatore, e a tutte le potenze celesti che invisibili ed infallibili veggono l'animo mio, d'attenere le qui scritte promesse, a ogni costo: e se ora o mai mentissi agli uomini e a Dio, invoco sopra il mio capo e de' miei la maledizione eterna. Giuro di nuovo per l'onore della casa di Francia, per le ossa di mia madre, e per il sangue di Cristo che mi sia in giudizio e condanna.»

Gualtieri ripeteva con gli occhi fitti alla terra, non altro movendo del corpo suo che le labbra, e con sì leggier moto che le parole appena s'intendevano: e quando fu alle ossa di sua madre, parvegli vederla viva, e con dolore severo di donna amorosa ingiustamente afflitta, rimproverargli nelle mute lagrime gli affanni ch'e' le aveva portati, e pregarlo minacciando, non turbasse con lo spergiuro la terribile pace delle sue ossa. Ond'egli quelle parole non profferì: ma il vescovo ripigliò con voce più chiara «per le ossa di mia madre;» e allora il suono uscì come confessione di vergognoso peccato.