Part 1
IL DUCA D'ATENE
IL DUCA D'ATENE
NARRAZIONE
DI
N. TOMMASEO
MILANO
PRESSO FRANCESCO SANVITO
1858.
PROPRIETÀ LETTERARIA.
Tipografia Scotti
QUI COMINCIA LA STORIA
DELLA CACCIATA DEL DUCA D'ATENE
DALLA CITTÀ DI FIORENZA.
Stavasi Tile de' Cavicciuli lungo il fiume fuor di Porta alla Croce, e guardava, di contro al sole cadente, il Ponte Vecchio, e le pietre che gli operai ne portavano per murare il nuovo recinto al palazzo. Quando Filippo Bordoni, popolano de' ricchi, il quale usciva d'un sentieretto tra i campi e 'l fiume, scese e gli venne a rincontro dicendo: «Tile, che guati?
--Guato al ponte, e penso al covile che la fiera si sta preparando.
--L'uomo ha veduta la Grecia, ove dicesi siano avanzi di begli edifizi: e' vorrà forse far di Fiorenza una macìa greca.
--Ben fa. Quando città già franche lo gridano signore, ben fa egli a usare del titolo.
--Ma cotesto, Tile, non dura.
--Chi ci pon fine?
--Noi, se vogliamo.
--E le forze?
--Un'anima che vuole può contra mille: un popolo non potrà contr'un uomo?
--Quest'uomo ha seguaci e soldati.
--E costoro, hann'eglin altro che due braccia e una lancia? Ma una cosa non hanno, che possiamo aver noi: coscienza.
--Tu, Bordoni, vorresti?...
--E tu no?
--Potessi!
--Possiamo. E dirò 'l come. Ma a chi parl'io?
--A uno Adimari; ad uomo noto.
--Or qual uomo è noto?
--E se non io a te, nè tu a me. Rimanti con Dio.
--Sta.»
E Filippo Bordoni, scopertosi il petto, mostrò a Tile un'imagine del crocefisso, e gli disse: «Giura per Dio, che il segreto custodirai con silenzio; e dì: Nel nome del Salvatore, prometto.» E Tile disse: «Nel nome del Salvatore, prometto.»
Allora, andando contra 'l fiume a passo lento, con voce bassa e con parole pronte Filippo disse: «Una congiura è presta; Antonio degli Adimari n'è capo; poi i Medici, gli Oricellai, Luigi Aldobrandini, casa nostra, e molti mezzani. Siena abbiamo con noi. Si pensava assalirlo nel palagio; ma, sia caso o sospetto, tu sai ch'e' mutò sergenti e famigliari due volte. Or ecco il presente proposito: quand'e' cavalca alla croce al Trebbio per amore di Bice nostra parente, asserragliare la via. Le sbarre abbiam pronte; le case da' due capi son nostre; e armi e balestre non mancano. Cinquanta masnadieri gli si avventano addosso: altri giovani arditi, grandi e popolani, rincalzano: leviam la terra a rumore: i caporali di fuora a cavallo e a piè attendono in arme per venire al soccorso: in men d'un'ora Fiorenza è Fiorenza.
--Ma se il colpo va in fallo? Se, accortosi, e' non passasse di via Bordoni?
--Tu chiedi accorgimento all'amore?
--L'ama egli?
--L'appetisce.
--E Bice?
--Chi intende la donna? Del cavalcare ch'e' fa con armati sotto le finestre di lei, gode nell'animo: lo dispregia, e gli arride siccome a duca. E noi soffriamo gli arrida per dargli baldanza.
--Bada, Filippo.
--Tile, i' non chieggo consigli. Se' tu con noi?
--L'animo è.
--Ma la mano?
--Un legame la tiene.
--Or che giurasti?
--Silenzio.
--Se non altro giuravi, io potevo con pari diletto aprire il mio segreto agli scopeti del fiume. Tile, tu se' con noi.
--Non posso.
--Vuoi tu tradirci?
--E chi tradisce, dic'egli: non posso? Un'altra promessa mel vieta.
--A chi data?
--Non a' Francesi.
--Dunque un'altra congiura! Parla.
--Promisi silenzio. Nè ch'altra congiura sia, t'affermo nè nego. E m'è duro il tacere.
--Ma tu non taci: già so.
--Nulla sai. Questo tanto io dirò, che ad ogni pericolo m'avrai compagno.»
E in così dire, Tile saliva leggiero e si dileguava tra gli alberi. Il Bordoni voleva richiamarlo; ma udendo voci sopravvegnenti, si tenne: diede un guardo al fiume, uno al cielo stellato; e senza sospetto di Tile, rincorato di nuova speranza, mosse con agile passo alla città.
* * * * *
Ma d'altri pensieri si pasceva Matilde Adimari, figliuola d'Antonio; che, presa della bontà di Rinaldo conte d'Altavilla, ed egli della sua, s'amavano dell'anima e senza parole. E, ignara delle più tra le cose che seguivano nella città, non vedeva ella quant'odio sovrastasse alle genti di Francia, quanto pericolo al padre: e dall'ignorare le veniva speranza. Sperava Matilde, e non sapeva che. Poco ella gli aveva parlato, nelle feste di maggio o altrove; e interrotte parole. E sebbene le case degli Adimari in Porta Rossa fossero di faccia al soggiorno di Rinaldo, pur non potevano se non rado affacciarsi all'alte e custodite finestre; e non osavano. Ella di sedici anni, egli di trenta, la prendeva con l'aspetto della forte bellezza, e con la fama che correva del senno di lui, e della continenza, maggiore che di Francese. Onde sotto sembiante di quieta mestizia, ell'era lieta. E ancorchè sentisse per la via e nelle case proprie, un bisbiglio, un andare e venire di gente pensosa; era lieta. Lieta, con un dolce continuo turbamento, che insolita vita aggiungeva, come fiamma in fiamma, alla sua giovane vita.
* * * * *
Era il giorno della Visitazione: e intanto che Matilde pregava in Santa-Maria-Novella, stringendo di più forza le mani giunte in pensare al suo desiderato, nel vicino convento stavano a colloquio frate Angelo dei predicatori, vescovo di Fiorenza, e Cenni degli Oricellai: il quale, già grande nel comune, e padre di quel Naddo che fu morto dal duca, s'era reso dell'Ordine, e preso il nome di frate Domenico. Or, quando il vescovo lo vide entrare, licenziati gli altri: «Che novelle, frate Domenico, dell'anima tua?
--Triste, padre. La battaglia dell'anima mia non ristà. Il dolore ingrossa ad ora ad ora, e trabocca in ira. A giorni, sento una pace stillarmi dentro come la pace degli angeli; e posso piangere. Ma il dì viene quando, non so per quali miei falli irritata, l'ambascia si fa selvaggia. Questo cinto mi pesa, mi pesa l'aria morta di questo chiostro: e per gli altari e per gli avelli, insieme confusi, mi tremano agli occhi mille fantasmi. In ogni imagine dipinta, in ogni cadavere disteso, veggo il figliuolo mio.
--Pace, frate Domenico, pace.
--Oh figliuol mio, e tu potevi scampar la morte. E quando costui stringeva i mallevadori a farti ritornar di Perugia, perchè nol vieta' io? Se danaro chiedeva cotesta voragine, non potev'io ir mendicando danaro, e gettarglielo; e porre per te la mia vita? Questo mi accora: l'inganno; il rimorso di non avere rinvenuto nel mio cuore paterno un consiglio di salute. Oh me perduto! Padre, trovatemi una parola di conforto.... (E il vescovo gli additava un'imagine di Gesù crocefisso. ) Non vale. Allorchè quest'ira accorata mi prende, l'imagine di un uomo morto, pendente, mi ridipinge Naddo mio, il collo in un laccio, la lingua e gli occhi sporgenti.
--Fratello, il vostro dolore ha pochi pari: ma pensate ai dolori della intera città.
--Quale consolazione, accumulare le onte mie con le altrui?
--Grande, fratello. Perchè la pietà si mesce nell'ira, e la fa men acre; perchè all'uomo, sia che voglia essere buono, sia che voglia essere tranquillo, è forza uscire di sè, rompere il chiostro che il dolore o l'orgoglio serrano intorno all'anima sua. Dunque pensate alla patria misera che ha i piedi stretti di catena più ignominiosa di quella....
--Che stringeva i piedi del figliuol mio. Crudeli uomini! Incatenare un cadavere; interdirgli la pace della sepoltura, il lavacro delle lagrime paterne; fare a goccia a goccia stillare su lui la rugiada e la pioggia dall'alto; far nelle misere reliquie incrudelire il cielo stesso ch'è tetto ospitale di tutte le creature; lasciare che le bestie lecchino appiè del patibolo la marcia delle membra fradicie; comandare al vento che nella notte movendo le ossa nudate, ne tragga suono di maledizione. E io sciagurato non potevo torcere la vista di lì; e ad ogni ora mi pareva vedere una parte del caro corpo disfarsi; e sentivo le membra del corpo mio staccarsi e marcire con esso, e il cuor mio vivo battere tra le costole del petto scarnato del figliuol mio.
--Io non oso, fratello, nè piangere con voi, nè interrompere il vostro pianto. Perchè pochi sanno consolare; pochi son degni di tanto. Non posso che levar gli occhi a Dio, e chiedergli che versi in me quanto soprabonda dal calice vostro. L'anima mia è capace, parmi.
--Padre, ben dite: parmi. Perchè qual anima è assai capace di lagrime? E anch'io mi tenevo forte, e contro gli urti nemici immobile. Vero è che voi non avete figli.»
Tacquero un poco: poi frate Domenico seguitò: «Qual uomo perdesti, Fiorenza! E forse avrai tra breve bisogno di tali.
--Credo,» mormorò il vescovo.
«E fosse pur reo: spettava egli a cotesto duca d'ogni peccato, punirnelo?
--Fratello, i più rei son più pronti a punire; e i più stolti, a biasimare: non sai? Fossi tu solo cui dure sventure incolgano! Ma vedi: or fa pochi giorni Bettone de' Cini, di Campi, fregiato d'onori da costui, per avere susurrato di non so quale imposta, e' gli fa strappare la lingua infino alla strozza, e quella fitta in cima a una lancia, lui seguente dietro, fa portare per tutta la terra. E' morì della piaga: stamane n'abbiamo da Pesaro la novella. Pubblicano vile: ma se costui non perdona a' pari suoi, or pensa, ai migliori. E di Matteo di Morozzo non ti rammenti? Per avere detto che i Medici tramavano contro al duca, condotto su un carro, attanagliato, impiccato.
--Oh figliuol mio!
--Almeno il tuo non patì così duri tormenti. Io lo rincontrai quel Matteo, che gli mordevano le carni con tanaglie roventi, e m'adoprai per deliberarnelo: e n'ebbi dal duca pungenti parole. Ma quelle punte saranno ritorte nel petto di lui.
--Padre, tu pensi a vendetta?
--Io dico che la giustizia lo troverà. Distinguiamo, figliuolo, vendetta da pena; perchè la verità è nel distinguere. Può l'uomo, anch'offeso che sia, punire il tristo, se lo fa non per vendetta ma per bene, e senz'ira. Perchè qui di nuovo giova distinguere: altro è ira, altr'è sdegno. E lo sdegno del male è santo; ma l'ira è rea.
--Onde, padre, se io potessi punire di mia mano o d'altrui l'uccisore del mio figliuolo....
--Se tu potessi deporre il dolore che ti occupa, e far pura di furore la pena; dovresti punire non l'uccisore del figliuolo tuo, sì 'l tiranno della repubblica: ma questo per ora non puoi.
--Tu dì, padre, che te pure il duca oltraggiò.
--Sì: fu' io che m'adoprai tanto a farlo eleggere signore di Fiorenza; e le speranze che avevo di lui, con incaute parole magnificai. E fu' io che, con parecchi dei grandi, chiesi a' dodici gonfalonieri e agli altri consiglieri del Comune, lo creassero signore; e n'ebbi risposta che già mi parve stolta, e ora la intendo: «Ch'e' non volevano assentire di sottomettere la libertà della repubblica di Fiorenza a giogo di signore a vita, il quale non fu mai da' nostri maggiori acconsentito.» Ma io feci tanto che il mio fallo fu pieno. E le campane sonarono a Dio lodiamo per l'avvenimento dell'oppressore nostro; e sa Dio quando la campana della podestà sonerà la sua fuga.
--Oh fosse!
--Tosto o tardi sarà. Nè questo dico a nutrir di speranze la tua vendetta, ma per preparare la tua mente, che l'aspetto dei mali del nemico tuo non la inebbrii.
--Tutti si lagnano. E quantunque diviso dal mondo, tanto ne sento e so, da vedere alcuna trama apparecchiarsi.
--Da chi lo sai?» domandò il vescovo con ansietà.
«Da qualche parola tronca d'un Pazzi, d'un Medici, e di...
--Segui.
--Di Dino Frescobaldi.
--E che ti diss'egli?
--Accennò a lontani pericoli; volle (perchè mi sanno non nuovo delle cose del Comune) il consiglio mio.
--E tu?
--Risposi: «Tacete: pochi sappiano, sian pronti molti. Non una parola in iscritto: non conventicole, o rade, e mai di soppiatto. Ponete giù gli odii: chè carità è la fortissima delle congiure.» Null'altro dissi; null'altro aggiunsero: e per tema di mescolare alle cure della patria le vendette mie, mi ritrassi.
--Mal facesti. Cerca di loro: io te lo permetto e comando. A Dino Frescobaldi non dar mente, ch'è giovane troppo: ma cerca de' Bordoni e de' Pazzi. Or dì: ti par egli che ambedue siano in uno stesso trattato?
--Non so; non mi pare.
--Conosci ogni cosa, ogni cosa annunziami: il dì, la notte, sii a me, ove bisogni.
--Padre, perdonate: ma l'antico favoreggiatore di duca Gualtieri....
--È il nemico suo: vuoi tu crederlo?»
E con tale accento esclamò l'Acciajuoli, che a frate Domenico non parve poter rispondere con parola; e gli arrise con gli occhi un cenno di fiducia tra torbida e lieta. Poi, dopo breve silenzio, inchinandosi uscì: e scese in chiesa; e, adesso che alcuna speranza gli sorgeva dal fondo della vuota anima, gli parve poter pregare una più tranquilla preghiera.
* * * * *
Come in un incendio le cose che più veggonsi ardere, non sono quelle ove per primo si apprese la fiamma; non dal popolo si rifaceva il moto che tutta già agita la città di Fiorenza; ma nel popolo egli è più intimo, e l'armeggiare dei grandi e dei ricchi s'appoggia ad esso, come posano fondati in terren sodo i palazzi. Pesava a costoro più chinare l'occhio che tendere la mano alla plebe, più diffidenti essi di lei ch'ella d'essi. I migliori nell'anima e più savi ne' pensieri, non boriosi per solito, ora ricevevano il premio della temperanza; chè meno costava ad essi affiatarsi, e con meno abbassamento ottengono più credenza. E sentendosi creduti, non s'affannano tanto a persuadere, nè si perdono in lusingherie, la cui bassezza dall'usata alterigia è fatta più vile, come dal ciglio più fonda la fossa. Ma quanto più impacciati, i superbi più si confondevano nel piaggiare, dipinti non dell'onesto pudore che l'umile sente dinanzi e al maggiore e al minore di sè, ma di falsa e stizzosa vergogna. Si vergognano dell'abbisognare di gente tenuta a vile, e ancora più si vergognano del mascherare il bisogno sotto sembianze d'affetto. E dell'impaccio proprio si vergognavano, e stizzivano, mettendo fuori certi sorrisi attoniti come di persona tra inferma e trasognata.
Ma i popolani migliori, ingegnandosi pur di leggere sotto a que' sorrisi la parola del cuore, non ne facevano fomite, non che a odii o a diffidenza, ma nè a quegli spregi che il debole ha terribili a volte, come sfogo di vecchia vendetta. E siccome in primavera un tepore diffuso per ogni dove comprende le cose, sicchè in breve niuna resiste, e per tutto, più o men agile, ricomincia la vita; così in questo popolo i più diffidenti per prove amare o per indole più chiusa, si aprono a fiducia novella, e senza volerlo, vogliono concordemente. Anco aizzati, respingono gli assalti dell'odio; fatti dalla coscienza più acuti a discernere, veggono più chiari che mai i falli e i difetti dei ricchi e dei grandi, e meno che mai mostrano d'avvedersene; e il sorriso che vorrebbe spuntare dallo scherno, ricoprono con un altro sorriso pio, e quasi pudico. Non jattanza dell'essere chiamati in parte all'opera della comune salute, ma gratitudine del poter, quasi a pubbliche autorità, partecipare ai pericoli.
Gli sgherri del duca, a cui la paura non rubò tutta la mente (che nelle anime fredde riman più serena), lasciano adesso il popolo minuto, come si fa di bestia che vogliasi poi più irritata avventare a un assalto; ma quelle arti cadono ributtate senz'ira, come chi, occupato da più nobile affetto, raccoglie in alto le forze sue, e lascia la passione, quasi serpe intormentita, giacere nel basso. E pure là aveva la tirannia del duca le sue radici più vive; che è istinto dei tiranni rafforzare sè colle speranze e coi sospetti dei deboli, e fare amar sè con l'odio che ispirano contro altrui. L'ora oggimai era giunta: e fino i più cattivi diffidano del cattivo signore, dacchè esso già diffida di sè.
Delle congiure pochi sanno; ma quasi tutti indovinano tutto, perchè non cospirazione ma ispirazione è ormai quella. Con una parola, con un silenzio che interpreta la parola, s'intendono; rispondono con un cenno, con uno di quegli atti delle labbra che il popolano ha più intelligenti, e più eloquenti che niuno; di quelli che serba a sè, come suoi proprii segreti, l'amore. Nè si maravigliano dell'essere a un tratto levati in regione nuova, conscii che quella è la natural sede dell'anima umana; e sanno, essi popolo, appareggiarsi meglio ai potenti, che non costoro ad essi; quasi un presentimento gli vaticinasse nel cuore ch'e' sono destinati a dover prevalere. Ma non se ne accorgono; e verace, piena sentono l'eguaglianza. Così quando un'aura commove di spirito unanime la foresta, le più ardue piante scuotendo i rami non li piegano però, le più gracili docilmente obbediscono all'impulso dell'alto, e s'accostano umilmente alle più grandi, e par che tra loro si bacino.
* * * * *
Di dì in dì, d'ora in ora, cresceva di qua e di là il commovimento. Le chiese, più frequenti di gente che mai, ora sonavano delle grida incomposte di cittadini cantanti a tutta voce, ora tra quelle de' preti spuntavano sole le voci di donne. Per le vie la gente pareva affrettarsi inquieta, e parlarsi con lo sguardo o con cenni; oppure il colloquio era sommesso e lungo, e, dopo molto stare nella via, si ritiravano dietro un antiporto a ragionare più caldo. I Borgognoni e gli amici del duca pareva camminando fuggissero: ma taluni o seduti ne' trebbii, o ritti a' canti, come persone che aspettano.
In tutti, e grandi e popolo, era un'aspettazione di cosa ignota, e pure certa, una sicurezza piena d'ansietà. Quelli dei grandi che o per indole o per casi o per odii si trovavano o si tenevano lontani dagli altri, provavano adesso grave quella solitudine o inimichevole o negligente; come chi si trova in luogo deserto senz'arme a difesa, o per pendío sdrucciolevole senza bastone che regga i suoi passi. Era tra costoro Francesco Brunelleschi cavaliere, nemico antico a Antonio degli Adimari, e uomo di sua natura chiuso, più per debolezza d'animo che per cupezza, in cui l'amore di patria era torbo d'odii e d'orgogli. A lui non s'erano fin dal primo aperti nessuno delle tre congiure, non già per diffidenza o dispregio, anzi per tenersi sicuri di lui: e l'uno si figurava già che l' altro ne lo avesse fatto consapevole, e tutti lo credevano pronto al bisogno: giacchè talvolta accade che la fiducia paja non curanza, e la stessa famigliarità poca stima. Venivano agli orecchi di lui quei mormorii cospiranti, come un lontano suono confuso che non si sa se sia d'allegrezza o d'ira o di pianto, e ora par di sentire nell'aura il grido dell'uno affetto or dell'altro, secondo che in noi parla il cuore o la fantasia parole contrarie e dubbie. Erano in Francesco impeti di passione violenta, ma il volere debole: e i deboli a scosse diventano violenti; e dall'uno all'altro eccesso balzano, prima inconscii, poi attoniti di sè stessi, attoniti o con gioja vana se par loro d'eccedere in bene, e se in male, con ribrezzo ineffabile. E il debole trascende or di qua or di là, o per ammendare il male fatto o temuto, e renderne dimentichi gli altri e sè, o per dileguare i sospetti meritati, o per riguadagnare il perduto tempo, o per generosità, o per paura. Così la mediocrità, per dissimulare sè a sè stessa, trasmoda smaniosa d'apparire grandezza.
Tentato a cose magnanime, il Brunelleschi si sarebbe fin dalle prime messo volenteroso tra i primi; e lo stesso suo odio contro gli Adimari gli avrebbe più istigato il coraggio, per vincere anche in ciò il suo nemico, e scuotere da sè il sospettato disprezzo, il quale alle anime che odiano è più grave d'ogni odio. Parendogli d'essere rigettato, in quel silenzio quasi di deserto ascoltava più intentamente le voci dell'ira vecchia che ora gli susurra scellerati consigli. Egli paventa e di sapere e d'ignorare le trame de' suoi; non sa s'abbia a sperare o a temere i pericoli del duca, i pericoli della patria; non sa da qual parte gettarsi, a qual parte volgere pure il pensiero. E in quella tempesta del cuore, più paurosa per il bujo del dubbio, e' pativa grave la pena dell'avere lungamente odiato in vita sua e dubitato.
De' masnadieri de' grandi pochi se ne vedeva per le vie; o affaccendati, come gente fluttuante tra la torba esultazione e i dubbii d'imminente cimento. Costoro in origine razza d'uomini non trista (nè tristo suonava il nome), già facevano un ordine quasi da sè, preludendo ai soldati di ventura: tra militi e servi, tra mercenari ed amici, tra difensori e protetti, tra complici delle ire e conscii degli affetti ascosi; più cuore che mente, men cuore che braccio, più orecchio che lingua: e la parola così come il ferro nel fodero, breve, acuta, violenta. I grandi si aprivano ad essi con men sospetti che a' proprii pari e con meno vergogna; perchè il superbo ha paura de' pari suoi, e però li astia e piaggia; innanzi ai minori non arrossisce deporre le armi e le vesti, e mostrarsi in nudità turpe, com'uomo dinanzi a bruto, perchè li tiene men ch'uomini. E sprezzando, pur li ama, com'uomo ama la bestia, sommessa e fidata compagna; come ama l' arnese di giuoco e di guerra, da trastullarsi e esercitare sè stesso, da difendersi e offendere. E pure in quelle affezioni prave s'insinua un qualche alito generoso; e il potente a momenti ama in verità l'uomo arnese, e l'uomo animale, come se fosse uno spirito: l'ama perchè sente sè uomo e debole, e si umilia dinanzi alla dignità della comune natura; l'ama perchè ne teme, senza terrore; l'ama perchè non l'intende, perchè il debole al forte è libro più chiuso, che non questo a quello, tuttochè a studio si sforzi di chiuderglisi.
E quei masnadieri leggendo ad ora ad ora nel volto dei padroni la gioja ineffabile della fiducia, in quel lampo fugace si consolavano del servizio lungo e duro, e spesso ignobile e atroce; si sentivano uguali nelle cose degne e nelle indegne; si sentivano sovente maggiori e nell'affetto e nel coraggio e nella fede alla fede altrui: e i men buoni tra quelli gioivano del vedere la propria malvagità necessaria alla malvagità de' signori, e dell'essere partecipi ai lor truci segreti, e del leggerglieli in viso, anco che celati a grand'arte; e insuperbivano dell'apporsi ai feroci imperii non espressi in parola; e alteri del servire più che altri del comandare, si facevano più che ministri alle altrui, autori di proprie prepotenze. Alle quali i signori erano poi forzati a condiscendere, e della loro ombra proteggerle, e infamarsi dell'infamia non voluta; servi essi e alla potenza propria e agli infimi servi loro. E questi, raccattati e di città e di campagna, e di vicine terre e di lontane, formavano una fraternità malaugurata, l'unica che fra le italiane scissure si componesse, e che più e più squarciava le viscere della patria. E siccome ora i servi nelle anticamere tendono dall'uno all'altro palazzo una rete d'insidie ladre e di calunnie falsamente vere, e son quasi tutti congiurati tra sè, e come per vie sotterranee si comunicano i segreti dell'alcova e del gabinetto; così quelli, addestrati a guerra, come veltri alla caccia, fino in pace covavano guerra; nè solo tra i Grandi consorti, ma sotto alle case nemiche tessevano nascose trame e i segreti ora avvertitamente ora a caso manifestavano, come volanti che di terra in terra trasportano, e lasciano cadere dall'alto, maligne e buone sementi.
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