Il dolore nell'arte: discorso

Part 2

Chapter 22,369 wordsPublic domain

Signori, prima di esporvi il mio concetto circa la natura di questa intima bellezza del dolore che innamora gli artisti e le moltitudini raggiando nel loro inconscio, mi piace dire alto che nessuno mi vince nel sentire la grandezza e la bellezza della gioia, nell'Arte. Non mi rapiscono palpitante a sè le sublimi forme di poesia che Dante creò per la gioia quando immaginava esser tratto dagli occhi sfavillanti di Beatrice per entro un riso dell'Universo? Non ebbi io brividi di sacro entusiasmo davanti alla Vittoria di Samotracia, a quel divino corpo slanciato nel vento da una gioia che lo libera dall'impero della terra? Nel metro stesso dell'Inno di Schiller alla Gioia, nel flutto dei versi rapidi con maestà, delle alterne rime incalzanti, non sento io con un lieto tumulto dell'animo lo spirito di fuoco che ha posseduto il poeta? Nei più delicati cantori voluttuosi dell'Antologia greca, nelle più molli canzoni veneziane non assaporo l'incanto di un'arte che alle gioie dell'amore diviso e pago fa partecipare lo spirito senz'abbassarlo? Persino davanti al meraviglioso dipinto di Jordaens «Le roi boit» mi sono inebbriato di quella trionfale gioia del vino che vi spuma sull'obeso volto del mite monarca beone, sorridente in estasi alle fragranze dell'aureo liquore, del cortigiano acclamante alle sue spalle col calice in alto, dei cavalieri barbuti e delle donne floride trincanti a cerchio dell'anfitrione gioviale, del bimbo ignudo in grembo alla madre, nel quale si ostenta, ignuda del pari, la innocenza magnifica della natura.

XI.

Appunto perchè godo inesprimibilmente le armonie della gioia con l'Arte, mi riesce più mirabile che l'Arte renda dilettoso al cuore umano ciò ch'egli per natura più abborre. L'abitudine c'impedisce di apprezzar degnamente questo fatto che ci turba se lo consideriamo come nuovo, come appreso da noi quando nel dolore non ci appariva che il gran nemico e nell'Arte non ci appariva che la grande consolatrice. Diremo forse che un sottile egoismo ci rende piacevoli le rappresentazioni del dolore altrui? Non lo diremo, perchè se questo egoismo ha talvolta luogo riguardo a dolori reali, il piacere dell'egoista che Lucrezio descrive seduto sul lido del mare in cospetto del travaglio e del pericolo altrui è troppo diverso da quel dolcissimo sentimento, che, destato dall'opera d'arte, sovente si sfoga in lagrime. Non lo diremo perchè del proprio dolore stesso l'artista s'innamora. Diremo forse, invece, che il sentimento nostro è una forma di amore, è una essenza di pietà, e che la pietà è dolce a sentire? Sì, la dolcezza del sentir pietà è senza dubbio parte dell'emozione che il dolore espresso dall'Arte suscita in noi, ma non è, non può essere questa emozione intera. Se commossi amaramente da uno spettacolo di reale dolore, specie di quel dolore ingiusto, fatale, inesplicabile che più sarebbe atto ad accoppiarsi con l'Arte, noi sottoponiamo ad analisi la nostra emozione, essa ci si scinde subito in due elementi: la pietà per chi soffre e un trepido moto dell'anima verso la causa di quel soffrire. Espresso dall'Arte, il dolore c'ispira una emozione non più amara ma deliziosa nella quale l'elemento della pietà per un particolare soffrire si è attenuato, è anzi talora scomparso; e ne invoco a prova quell'arte che a me par sovrana.

XII.

Quando, posseduto ancora nel pensiero dal fantasma della Desolata, camminavo lentamente lungo il ritmico fragore delle onde cadenti sulla riva, pensai ai profondi accordi che aprono la _Mondscheinsonate_ di Beethoven. Se adesso, pieno il cuore delle ombre dolenti che ho evocate davanti a voi, mi figuro di ascoltare in una solitudine o nelle tenebre quel sublime adagio, vi sento l'anima unica, vi odo l'unica voce di tutti i dolori del mondo. Non è un lamento, è un canto solenne e grave che insiste in suoni profondi, echeggianti nelle viscere immote delle cose, sotto un ondeggiar vago di parvenze mutabili. Dolore, mistero, inesprimibile bellezza; questo mi dicono i sovrumani accordi e una voluttuosa pena simile alla pena dell'amore m'invade, un desiderio infinito di confondermi all'onda sonora del canto che ascende come la preghiera di tutto che soffre verso un Potere immenso e silenzioso. Suprema forma dell'arte, primizia quasi di parole e d'idee superiori allo stadio presente della intelligenza nostra, la musica sola vale a esprimere il dolore impersonale e puro, e allora nel suo linguaggio magnifico è sempre un elemento di preghiera, di aspirazione a qualche ignoto stato felice ch'è nelle possibilità del futuro, di speranza nell'ordine ideale di un mondo sul quale si apre la porta di uscita delle generazioni umane. Anche quando a commento di poesia la musica esprime ebbrezze amorose, le avviene talvolta d'infondere nelle parole più tenere e liete un'anima di tristezza. «Sommesso nella notte» dice il poeta «il canto mio a te sospira, vieni, rendimi beato». La musica di Schubert si slancia con un grido amoroso, cade, rinnova lo slancio, ricade in accorato pianto. Vede ella forse venir l'ora delle lagrime dopo l'ora della gioia o non dice piuttosto ch'è impossibile sulla terra di amare senza dolore perchè le condizioni della vita terrena non concedono la unione completa e perpetua che dell'amore è inestinguibile sete? Neppure Schubert saprebbe rispondere, ma certo il divino incanto della melodia è in quell'accento di tristezza che vi risponde all'amoroso richiamo.

XIII.

Quale sarà dunque la intima bellezza del dolore che si rivela nell'inconscio dell'artista e ci attrae inesplicabilmente nell'opera d'arte?

Il dolore è per sè così ripugnante alla natura umana che se lo si considera non solamente all'infuori di ogni specificazione individuale ma puranche all'infuori dell'ordine delle cose esistenti, è impossibile a chi senta l'impero della ragione attribuirgli bellezza alcuna. Ove in un mondo ordinato alla gioia entrasse un giorno senza causa, nè apparente nè occulta, il dolore, non si concepisce come un essere intelligente potrebbe compiacersi di esprimerlo ad arte, come altri potrebbe compiacersi di contemplarne o leggerne o udirne la studiata espressione. Quindi la bellezza del dolore non può essere che nell'ordine suo con le cose esistenti, come la bellezza di una seconda minore, per sè il più spiacente connubio di suoni, non può essere che nell'ordine degli accordi cui è inserta. Ora non è difficile a chi mediti le cose umane scoprire normali funzioni benefiche del dolore nell'ordine delle cose esistenti. Io medesimo ebbi a rappresentarlo come un grande artefice di progresso, perchè fu veramente il dolore inflitto dagli elementi, dalle belve, dai morbi, che costrinse l'umanità primitiva a difese ond'ebbero crescente vigore l'intelligenza e crescente impulso la civiltà. Veramente dal terrore degli Dei, da temuti guai nacquero l'astronomia e le matematiche, come dalle zuffe che insanguinarono il suolo per la sua spartizione nacque la geometria. L'orrore della indigenza e della morte generò l'alchimia, madre della chimica. La dottrina della fraternità umana insegnata dal Cristianesimo generò, accomunando le sofferenze, quel mirabile lavoro scientifico che a gloria del nostro tempo combatte indefesso il dolore individuale e sociale e con le sue continue conquiste accumula potenza nello spirito. Il dolore purifica e ritempra, precede ogni nascita anche nell'ordine delle grandi idee sorgenti a illuminare e dirigere la evoluzione della razza. Il dolore finalmente, tanto nell'ordine morale quanto nell'ordine fisico, non altro è che il salutare indice del disordine. Tali visibili aspetti di bellezza morale ha dunque il dolore nell'ordine delle cose esistenti. Bastano a spiegare come l'Arte volentieri s'ispiri ad esso? Non lo credo. Comprendo come un'arte moralista si compiaccia di rappresentarci il dolore che procede da un disordine morale, il dolore che ammaestra; come un'arte socialista si compiaccia di rappresentarci il dolore che procede da un disordine sociale, il dolore che richiama a giustizia; come un'arte civile si compiaccia di rappresentarci il dolore che procede da un disordine nelle condizioni della patria, il dolore che infiamma all'adempimento del dovere civile; ma non posso dimenticare che il dolore nell'opera d'arte mi apparve testè tanto più attraente quanto più inesplicabile, quanto meno visibilmente rappresentato dall'artista per un suo fine straniero all'Arte. Mi dico inoltre che il dolore espresso dalla musica pura, disgiunta dalla parola, tanto potente sull'animo nostro, è impossibile a collegare con alcun disordine apparente. Vi ha dunque una suprema bellezza del dolore che ancora si nega alla mente indagatrice, che senza un conosciuto perchè ci solleva nel petto il più voluttuoso pianto, che non risiede in alcun visibile ordine delle cose esistenti e ha quindi la ragione propria o in un ordine ignoto e impenetrabile di esse o in un ordine più ampio del quale il mondo presente non sarebbe che un termine intermedio. Qui, o signori, noi tocchiamo i confini prescritti alla conoscenza umana, qui l'esploratore che avanza passo passo nell'ombra crescente, ode il fragore, sente l'alito di quel mare che non ha barca nè vela. Egli ristà.

XIV.

Si mette invece per le onde oscure, qualunque sorte lo attenda, il poeta. Se la suprema bellezza del dolore risiede forse in un ordine diverso da quello che soltanto collega fra di esse le cose del mondo presente e se deve per necessità esser simile alla bellezza di una dissonanza musicale genialmente preparata e risoluta, ne balenan lampi che da un passato più lontano della nebulosa originaria vanno a un avvenire più lontano del giorno in cui si compierà la evoluzione del sistema solare. «Niente avviene senza causa» dice Eliphaz nel libro di Job «e il dolore non nasce dal suolo.» No, il dolore inesplicabile che echeggia nelle viscere della musica non è senza causa e la sua causa non è nella Terra. Risalendo a ritroso con la fantasia il moto della evoluzione universale, mi è difficile arrestarmi alla materia prima, inorganica, informe, tenebrosa di questo mondo e non pensare che pur essa è uno stadio di quel moto, che altre forme dell'essere l'hanno preceduta. Mi risovvengono allora parole arcane del Libro Sacro accennanti a un mondo di gloria e di colpa scomparso ma non estinto, connesso e compenetrato copertamente con le cose presenti; e mi dico che in quel mondo hanno la prima radice gl'infiniti guai di cui tanto ci turba nel mondo presente lo spettacolo amaro, il soffrire degl'innocenti, le ingiustizie crudeli della fortuna. Le tristezze che ci ascendono talvolta nell'anima senza che ne sappiamo il perchè, le tristezze che allora rispondono a noi dalle cose quasi amorosamente, quasi a consenso di pena in una comune sorte, tutto procede da quel mondo prenebulare di cui la memoria è spenta nella coscienza umana ma vive sotto di essa. E comprendo come l'Arte, che attinge le proprie ispirazioni all'inconscio, crei, quando prende a soggetto il dolore che non ha visibile causa, forme di bellezza sovrumana perchè lo intuisce occultamente nell'ordine che collega la dissonanza intermedia del mondo presente a due mondi sovrumani appunto, a un mondo passato di splendore e di colpa dove si è dischiuso il seme del piangere, a un mondo futuro sulla cui soglia il dolore conduce le creature rifatte splendide per esso e spira. E se la Intelligenza ordinatrice dei mondi dispose l'Arte a elevare l'ideale del piacere sopra ogni tetra febbre per modo che i desideri umani aspirino a un'armoniosa gioia dello spirito e della sua veste, comprendo pure che abbia disposto l'Arte anche a render voluttuosa non la sofferenza ma l'idea del soffrire; così che gli uomini vi si soffermino liberamente e richiamino allora in sè le ombre di ogni dolore del mondo, afferrino, almeno per un momento, il più intero disegno di questa vita terrena e almeno per un momento sentano quel desiderio indistinto d'infinito, quell'amore che punge il pellegrino di Dante

.... se ode squilla di lontano Che paia il giorno pianger che si muore.

Indefinibile palpito, pieno di rimpianti e di aneliti, ricordo di un tempo felice trascorso, presentimento di un tempo felice venturo, anello sensibile di due mondi inaccessibili al senso.

L'Arte che obbedisce a questo divino appello non esercita un insegnamento morale esplicito e diretto che la diminuirebbe, solamente imprime all'anima umana un moto che seconda il moto volgente tutte le cose a uno stato superiore. Più che mai si conviene all'Arte nel nostro tempo di glorificare la gioia vera e intera, mentre i desiderii degli uomini volgono a un ideale di soddisfazione comune che appaga sì lo spirito in quanto un principio di giustizia nel riparto dei beni economici lo attrae, ma che soverchio potere per la felicità umana conferisce a ciò che l'uomo tocca un momento e subito abbandona. E mentre la scienza, mentre tutte le forze operose del Bene combattono con gloria i dolori sanabili della terra, più che mai si conviene all'Arte, che pure a questo bene soccorre, di allettare gli uomini alla contemplazione del dolore insanabile, fatale e fermo, perchè soltanto dalla piena coscienza di tutto il dolore può emergere un perfetto sperato ideale di gioia; e un perfetto sperato ideale di gioia, un intero sperato possesso del bene è già così gran parte della possibile felicità umana, è del Bene stesso artefice così potente!

XV.

Signori, io non ho inteso con queste ultime mie parole rivolgere agli artisti, inutile retore, precetti o consigli. È una divina legge dell'Arte che addito e proclamo, una legge superiore alle volontà umane, la riconoscano o non la riconoscano, poichè coloro che Iddio chiama all'Arte non sono liberi di escludere il dolore dal campo del lavoro artistico nè il pubblico è libero di passar noncurante o sdegnoso davanti all'opera che gli rammenta con efficacia di forme ciò che di più acerbo ha la condizione umana. Io vedo la legge che ho glorificata operare infallibilmente nell'avvenire, vedo andar diminuendo per opera della scienza e della civiltà le sofferenze umane sanabili, vedo le insanabili disegnarsi appunto per questo sempre più nettamente nel loro carattere di limite fatale della potenza nostra, di manifestazione d'una potenza superiore; e vedo l'Arte richiamar sempre più forte ad esse il pensiero dell'uomo. Vedo in lei e per lei levarsi inquieti dai beni che avran raggiunto nello spazio e nel tempo e tendere all'infinito immensi desiderî umani cui la scienza non appagherà mai, cui la Fede non avrà raccolti ancora, li vedo chiedere dolorosi all'Arte il ristoro di una forma di bellezza, e nel moltiplicarsi di tale bellezza io credente vedo moltiplicarsi realmente i contatti del desiderio umano con l'infinito, vedo quello più e più nel contatto accendersi, questo più e più concedersi clemente, e così predisposta la ultima gioia del loro congiungimento, mi si rivela intera nel suo sublime disegno la elaborazione del dolore nell'Arte dalle oscure fonti di lei sino alla foce tutta riverberante gl'imminenti splendori del regno di Dio.

End of Project Gutenberg's Il dolore nell'arte, by Antonio Fogazzaro