Il dolce far niente: Scene della vita veneziana del secolo passato
Part 9
Silvia, che certo non mancava del superfluo, fra il quale considerava anche l'epitalamio di Don Lio, si trovava priva del necessario, che per lei era un cuor giovane e amoroso che rispondesse a' suoi sentimenti. Legata per legge divina ed umana ai destini d'un estraneo al suo affetto, essa soffriva il matrimonio come una malattia della sua razza e ne cercava qualche rimedio adottando francamente la vita di Venezia che moltiplicando le veglie, i piaceri e le feste, teneva lontani i mariti, e liberava le mogli dalle loro noiose assiduità, giudicate ridicole dai costumi eleganti, e assolutamente proscritte dalla società dei patrizii e rilegate tra le abitudini volgari del popolo.
Così essa trovava la libertà nei legami del matrimonio, tanto è vero che le leggi che si allontanano dai dettami di natura non ottengono lo scopo che si propongono, e si conservano apparenti nella forma, ma illusorie nel fondo. Di tale libertà però Silvia non abusava, chè se i tempi corrotti autorizzavano e rendevano facili gl'intrighi, l'amor vero non ha mai congiurato contro l'onore per deliberazione spontanea, ed è rimasto sempre il guardiano del pudore e della virtù. Chi ama non ardisce, e chi ardisce non ama, disse un sapiente scrittore, e appunto Silvia amava, e non ardiva confessarlo a sè stessa. Però schiava del dovere e dell'onestà, non poteva nè voleva raffrenare la libertà del pensiero, il quale correva senza ostacoli alle memorie del passato, e nelle ore di solitudine vagava in traccia d'un'anima sorella nel dolore e nelle aspirazioni, del pari solinga e abbandonata dall'avverso destino!... Infatti Silvia pensava sovente a Valdrigo.
XXV.
Esistono forse dei rapporti arcani, e una voce misteriosa che metta in comunicazione due anime unite dalla simpatia e allontanate dal destino?... Questo è ancora un problema oscuro, ma sembra che il fenomeno esista, e se la scienza non ha saputo fino ad ora spiegarlo, l'empirismo degli amanti ci crede. Si raccontano su questo rapporto dei casi strani e meravigliosi di sensazioni lontane ma unisone, di presentimenti profetici, e si narrano storie bizzarre di fatti creduti sovrumani che nel Medio Evo si attribuivano alle streghe, e ai tempi presenti si dichiarano effetti del magnetismo animale.
Forse alcuni fenomeni d'una apparenza sopranaturale sono naturalissimi e normali, ma la dabbenaggine umana grida al miracolo, perchè ne ignora le cause, ma l'uomo nel breve corso di sua vita mortale non può conoscere tutte le leggi immortali dell'universo. Dopo una lunga serie di secoli nella quale la scienza umana si arricchì di numerose e sorprendenti scoperte, quanti sublimi misteri si celano ancora nelle tenebre, quante leggi naturali rimangono ancora nascoste ai nostri sguardi!...
Questa dissertazione metafisica ha lo scopo di avvertire il lettore che Silvia e Valdrigo non si vedevano mai, ma si parlavano attraverso gli spazi, attraverso i muri di Venezia, a grandissime distanze, senza comunicazioni materiali, e le cose suddette giustificano la nostra ignoranza con l'ignoranza universale, incapace di spiegare il misterioso fenomeno. Ma il fatto esisteva, e forse esiste tuttora od esistette fra la persona che legge queste povere pagine e qualche anima lontana. Non è vero che si parla attraverso le montagne e l'oceano?... Sicuro che il linguaggio di due spiriti non è composto di accenti comuni e volgari, sicuro che quella voce arcana non dice: — Buon giorno, signore, come sta lei?... vorrebbe favorirmi i numeri che si cavano al lotto?... o dirmi il corso dei valori di borsa?.. — Queste cose le può dire il telegrafo!... — Il telegrafo elettrico!... chi ci avrebbe creduto nel Medio Evo?... Orbene, abbandoniamo la spiegazione del telegrafo amoroso alle future elucubrazioni della scienza, e per ora teniamoci paghi del fatto. Il fatto, quantunque misterioso, è incontrastabile.
Silvia seduta mollemente in un ampio seggiolone a bracciuoli, in una magnifica stanza tappezzata di antichi arazzi, e colle finestre ricoperte da impenetrabili cortinaggi di ricche stoffe, stava tutta sola pensando. Valdrigo cullato dai flutti del mare, coricato sul cassero d'una barca peschereccia, contemplava il cielo sereno. A poco a poco una corrente misteriosa d'idee gettava un filo invisibile dal cuore di Valdrigo al cuore di Silvia; ecco il telegrafo amoroso fissato, sul quale i sentimenti facevano i loro uffici, come le parole attraverso il filo metallico del telegrafo elettrico. Che cosa dicevano? Erano pensieri intangibili, sensazioni inesprimibili, fantasie vaporose, aspirazioni vaghe indefinite, estasi e rapimenti che si possono comprendere soltanto da chi li abbia provati.
La povera Maddalena, innamorata al pari di Silvia, non incontrava nel cuore di Valdrigo che una elettricità negativa, egli si trovava a un passo dalla bella popolana e a cinque miglia da Silvia; ma parlava a questa e la vedeva parlante, e l'altra così vicina, gli era mille miglia lontana dal cuore. O misteri della vita!...
XXVI.
Un giorno il nostro pittore s'era seduto in faccia al quadro dei pescatori, e lo andava contemplando. — Non ci sarebbe troppo male!... egli ripeteva fra sè, ma ci vorrebbe il coraggio di finirlo. Chi mi darà questo coraggio?... e sospirava.
Alcuni colpi vigorosi del battente di casa lo scossero dai suoi pensieri, e udendo una voce che chiedeva di lui, saltò in piedi, corse precipitosamente ad aprire la porta della stanza.... e vide Antonio Canova.
Reduce da Roma ove aveva scolpito il Teseo sul Minotauro, una statua di Marte, un Amorino, Venere che inghirlanda Adone di rose, la Psiche, vari bassirilievi e finalmente il grandioso Mausoleo di papa Clemente XIII, collocato nella basilica di san Pietro, lo scultore era venuto a Venezia per rivedere gli amici, e recarsi a respirare l'aria nativa dei suoi colli di Possagno, per ristorare le forze affrante dalle lunghe fatiche. Il Doge ed il Senato lo avevano accolto come un figlio prediletto, e i più illustri patrizii andavano a gara per onorarlo come una nuova gloria della patria, e gli allogarono il monumento dell'illustre capitano Angelo Emo.
Fedele alle sue affezioni d'infanzia, Canova volle abbracciare Valdrigo, e lo sorprese nel suo alloggio. Quella visita inaspettata sbalordì Vittore, stupefatto ad un punto dalla gioia e dalla vergogna. La fama gli aveva narrate le opere dell'amico; che cosa aveva egli da contrapporre a tante insigni produzioni?.... nulla! Il piacere di stringere fra le braccia un antico collega era dunque avvelenato dal rimorso del tempo perduto fra le passioni dell'amore e della politica. L'inerzia arrossiva davanti al lavoro. Partiti entrambi da uno stesso punto, con eguali attitudini, uno aveva proseguito il cammino con perseverante costanza, superando con coraggio gli ostacoli, l'altro s'era arrestato ad ogni scabrosità del terreno.
Scambiate le prime espansioni, lo scultore cercò un punto opportuno per contemplare il quadro dei pescatori, e il pittore movendo il cavalletto verso la luce si poneva da un lato, studiando l'espressione della fisonomia dell'amico, ed aspettando trepidante il suo imparziale giudizio.
Canova collocato a qualche distanza fissava attentamente quella tela, ora concentrando la luce con le mani raccolte intorno agli occhi, ora retrocedendo d'un passo, mettendosi in fianco per giudicare un effetto, o avanzandosi per osservare da vicino alcuni tocchi di pennello; esaminò attentamente ogni singola figura, ogni accessorio, il prossimo terreno e l'orizzonte lontano, e poi raccogliendo i vari gruppi in uno sguardo sommario, per vedere se l'armonia delle varie parti corrispondesse all'insieme, studiò l'effetto generale del quadro, e colla testa alta e gli occhi semichiusi stette lungamente immobile e muto a guardarlo.
Finalmente cessando tutto a un tratto dall'esame coscienzioso e severo, si slanciò al collo dell'amico, e baciandolo in volto con affettuosa e sincera affezione gli disse: — Vittore, il tuo quadro è un capolavoro. Prendi i pennelli e compi l'opera, e fra pochi giorni il tuo nome sonerà con elogio in Venezia, e tu sarai stimato nuovo decoro alle arti.
Valdrigo piangeva, e confessava ingenuamente i suoi slanci sublimi e le lotte colle tetre nubi della vita che gli oscuravano gli orizzonti sereni dell'arte, e il continuo ondeggiare fra i lampi delle sue ispirazioni, e le tenebre d'una molle apatia la quale spegneva a poco a poco il sacro fuoco del genio che si sentiva ardere in cuore ed affraliva la sua volontà con una colpevole accidia che lo rendeva inetto al lavoro.
Allora Canova confortava di nobili consigli quell'anima addolorata, e gli ripeteva le massime che guidarono la sua gloriosa carriera e che vennero scrupolosamente raccolte e conservate da Antonio d'Este suo intimo amico, e da Melchiorre Missirini suo ammiratore e biografo, e che noi riportiamo testualmente ad onore del nostro grande concittadino, e per guida dei giovani artisti che vogliono seguire le sue traccie immortali. — «Il decoro e la grandezza del nome d'Italia debbono sempre starci fissi nella mente. Gl'Italiani sono stati destinati dalla provvidenza a condurre a fine ogni gran cosa. Essi fanno uscire nella luce del mondo capolavori d'ogni maniera, e si acquistano il merito di essere a tutti insegnatori e maestri per solo spontaneo irresistibile impulso del loro genio, recato a creare grandi cose senza emulazione, senza premio e molte volte senza lode, anzi per mezzo tutti gli ostacoli e le contrarietà delle opposizioni dei governi, e delle censure fra loro medesimi, e fra le allettatrici distrazioni di un cielo mite e di un'aria benigna che ne consiglia e sospinge alle ricreazioni e ai diporti...»
«Compiango quei giovani che credono poter comporre piaceri d'ogni maniera coll'arte. L'arte sola deve stare in cima al pensiero dell'artista, e per essa vivere e volgere in essa ogni sua cura. Non devesi sviare l'intelletto nè abbattere il corpo.»
«Chi è stanco della musica, della veglia e del ballo, del passeggio, della cena, come mai di buon mattino potrà recarsi allo studio per lavorarvi con quell'ardore che vi bisogna? Quindi si diviene neghittosi, e all'ignavia vien dietro la noncuranza della gloria e l'appagarsi della mediocrità. La vita dell'artista debbe essere un continuo studio, non v'ha cosa più preziosa del tempo. Il grande artista deve pensare a vivere più nel futuro che nel presente...»[10].
Queste gravi e solenni parole colpirono profondamente il cuore commosso di Valdrigo, che promise di mettersi con fermezza a terminare il suo quadro, seguendo i consigli dell'amico, che lo assicurava delle supreme consolazioni del lavoro, come farmaco infallibile che risana ogni dolore dell'anima, e consola il cammino della vita.
In mezzo a questi propositi si separarono, fra le scambievoli dimostrazioni di amicizia e di stima, e Canova parti per Possagno.
XXVII.
La gloria ha le sue sublimi soddisfazioni, ma non va esente da penosi supplizi.
La grande modestia di Canova lo esponeva sovente alla tortura della pubblica ammirazione, e il suo viaggetto a Possagno costò molte pene all'illustre scultore. Egli s'era proposto di giungere tranquillo al suo paesello, contemplando per via quei bei colli che gli rammentavano i giorni sereni dell'infanzia, e il pensiero di gustare in pace quel silenzio e quella solitudine era un grande conforto al suo cuore. Vane illusioni! I bravi possagnesi volevano onorare il loro esimio concittadino divenuto famoso in Europa. Canova giunto a Bassano in compagnia del suo amico Antonio D'Este, trovò il Senatore Rezzonico che lo aspettava per onorarlo con sontuose accoglienze. Le cerimonie incominciavano a intorbidare la gioja del viaggio. A Crespano sboccavano da tutte le vie i curiosi che accorrevano a vederlo. Colà scese di vettura per montare a cavallo, le strade essendo impraticabili ai ruotabili, e poco dopo s'incontrò con un drappello di giovani suoi compatrioti che venivano a riceverlo, e fargli scorta d'onore. — Addio, solitudine! — Erano una quarantina sopra cavalli adorni di alloro, ed avevano il capo incoronato di fiori. Canova voleva sollevarli dall'incomodo, ma il suo amico D'Este gli mostrava l'impossibilità di calmare il loro entusiasmo. Bisognò dunque galoppare di conserva fra la brigata trionfale, e giunti al confine del territorio di Crespano, dopo il quale s'entra nel comune di Possagno, trovarono «la strada coperta di lauro, di mirto e di fiori; e ai lati della medesima, un folto popolo d'ambo i sessi, che con rami di lauro, battendo le palme gridavano: _Viva il Canova.... Viva il patriotta_[11].»
A misura che avanzavano crescevano gli applausi e la folla, e giunti finalmente al paese il popolo accorso era immenso, e il frastuono degli evviva, e dei trasporti di allegrezza si confondeva col suono festivo delle campane, colle allegre musiche, e lo scoppio dei mortaretti! — Addio, silenzio!
Arrivati sulla Piazza i rappresentanti del Comune e del Clero si fecero innanzi con grave incesso ad ossequiare la vittima della gloria, che in quel momento avrebbe pagato la più bella delle sue statue per trovarsi sulla cima inaccessibile della più alla montagna del globo. Ma le patrie onoranze non erano finite, e fu costretto di subire un discorso «commoventissimo, e molte poetiche composizioni in vari metri che terminarono con un sonetto di Marco Bastasini in dialetto del paese»[12].
Non mancava altro!... ma l'eco di quella festosa e cordiale accoglienza risuonava ancora molti anni dopo la sua morte nelle pagine d'Antonio D'Este che ne faceva un grottesco racconto[13].
Rimase due settimane a Possagno, invocando invano la pace e il riposo. I conviti succedevano ai conviti, i versi piovevano sui lauti banchetti, e i soliti numi dell'Olimpo scendevano dagli Elisi ad onorare l'artista. Il ritorno attraverso l'Italia venne parimenti onorato da continui trionfi, che pesavano a Canova, il quale lamentava il tempo perduto e i lavori sospesi.
Ritornato finalmente in mezzo ai prediletti studi di Roma, il suo genio riprese il volo sublime nelle regioni supreme dell'arte, e diede vita a nuove e immortali creazioni.
XXVIII.
Un alito del genio alacre di Canova, aveva dato l'impulso al genio inerte di Valdrigo. Ripreso il lavoro, e richiamati i modelli, non deponeva la tavolozza che poche ore, per cibarsi o dormire, non usciva più di casa e pareva dominato da uno spirito creatore che sostenesse le sue forze. Serio, concentrato, intento a trattare i pennelli con un'attenzione sostenuta, pareva isolato dal mondo, e reso insensibile ad ogni impressione che non avesse un'influenza diretta al suo scopo. Maddalena raggiante di gioja gli stava di rimpetto silenziosa per non turbare quel sublime raccoglimento, e mentre egli dava gli ultimi tocchi alla tela, essa ammirava sul volto del pittore le traccie d'un'anima soddisfatta dalla coscienza del proprio valore.
Un giorno aveva radunato nella stanza tutti i modelli che collocati nella rispettiva posizione presentavano l'aspetto generale del quadro; tutto ad un tratto Valdrigo saltando in piedi sullo scanno sul quale stava seduto gettò in aria la tavolozza e i pennelli e gridò — basta!
A tal grido, Maddalena che conosceva le ubbie del pittore divenne pallida pallida, e stava certo per cadere svenuta dal dolore d'un nuovo capriccio del bizzarro suo ospite, quando egli soggiunse: — basta, ho finito!
Un profondo sospiro sollevò il cuore oppresso della povera fanciulla, ed una lagrima di gioja le bagnava le guancie, mentre le sue labbra si atteggiavano al più soave sorriso.
I pescatori circondavano il quadro, guardandosi ed ammirandosi riprodotti sulla tela, e lodando il pittore che sempre in piedi sullo scanno dominava le loro teste e rideva allegramente delle ingenue osservazioni, e degli applausi sollevati dal più sincero entusiasmo. Poi saltando sul pavimento li baciava tutti dalla gioja incominciando dalla nonna Marta, e terminando colla Maddalena, la quale al tocco di quelle labbra sentì una burrasca interna e il capogiro, ma egli come al solito non avvedendosi di nulla, stava vuotando le sue tasche sul tavolo, dalle quali uscivano gli ultimi ducati, una bella giustina d'argento, un'osella cogli orli frastagliati e alcuni traeri anneriti e consunti, e invitando Beppo a raccogliere questo suo fondo di cassa gli diceva:
— Invito tutti a pranzo, va a provvedere i bocconi più ghiotti, i vini più morelli, evviva l'arte e l'allegria!... — Evviva Evviva! ripetevano i convitati fra gli applausi universali, e le risa sgangherate che facevano tremare le pareti; e tutti se ne andarono lieti e contenti aspettando l'ora del banchetto; il quale non è a dirsi se fu allegro e clamoroso. Basti il sapere che tutti erano soddisfatti, e il vino buono e abbondante.
Quando la tela fu asciutta, Valdrigo vi distese sopra una bella mano di vernice che fece risortire le velature, e le luci, ed avendo trovato da un intagliatore una magnifica cornice dorata, potè ottenerla a credito colla promessa di pagarla dopo venduto il dipinto, che collocato al suo posto produceva un effetto veramente meraviglioso.
Pochi giorni dopo, il quadro colla sua cornice figurava al balcone d'una delle più belle botteghe di Piazza San Marco, con sotto il nome di Vittore Valdrigo, e attirava da ogni parte i curiosi, che si affollavano per contemplarlo e applaudirlo.
Il pittore penetrava spesso fra la gente, e s'inebbriava del trionfo, maledicendo gli anni sprecati a far nulla. Maddalena volle vedere il quadro esposto al pubblico, v'andò in segreto con una amica, godendo, degli elogi fatti all'artista come d'un bene suo proprio, ma dovette allontanarsi in fretta dagli sguardi delle persone che avevano subito riconosciuto il modello principale, e gli scoccavano degli epigrammi un po' troppo arguti e indiscreti.
Intanto il nome di Valdrigo si diffondeva per Venezia, e l'esposizione del quadro era divenuta un piccolo avvenimento. La folla attirava la folla, tutti volevano vedere l'opera della quale avevano uditi gli elogi, gli artisti discutevano fra loro sui meriti del disegno e del colorito, il popolo ammirava i suoi costumi nazionali riprodotti con inusata verità, e i nobili nelle loro radunanze esaltando il talento di Valdrigo, onoravano la loro classe che lo aveva tratto dalla oscurità, e protetto nei primi passi dell'arte. E si diceva da per tutto: — i nobili sono i benefattori degli artisti, i Falier hanno sostenuto Antonio Canova, gli Orseolo hanno assistito Vittore Valdrigo. — Il museo Farsetti ha cooperato allo sviluppo di due geni che saranno nuova gloria alla patria, i patrizi veneziani mostrarono sempre un amore vivissimo alle arti belle, ne siano prova le chiese, i palazzi e le gallerie che formano di Venezia una meraviglia del mondo.
Molli ricchi patrizi entrarono nella bottega per acquistare il dipinto, il negoziante scriveva il loro nome e rispondeva: — Non so se il quadro sia già venduto, in ogni modo farò noto al pittore il desiderio di vostra eccellenza.
La lista degli aspiranti all'acquisto venne infatti presentata a Valdrigo, il quale; percorrendola rapidamente, si arrestò tutto ad un tratto davanti al nome del conte Alberto Leoni. Era evidente che acquistando il primo lavoro di Valdrigo, il conte Leoni subiva una influenza. Naturalmente gli Orseolo gli avevano lasciato ignorare la scena del boschetto, e Don Lio celebrando nel suo Epitalamio il candore della sposa, era convinto della necessità d'usare una tale licenza poetica, ma ne sogghignava maliziosamente sottecchi.
Ma certo il nobile carattere di Silvia consigliando al marito l'acquisto del quadro, intendeva soddisfare un dovere di giustizia, dimostrando a Vittore che essa non era complice della calunnia che lo aveva colpito. — Il sentimento delicato della donna riparava i torti dell'altero casato, riabilitando l'onestà offesa ingiustamente, e rendendo omaggio al genio derelitto che trionfava d'ogni ostacolo colla sola forza del proprio valore.
Che se scrutando i più reconditi ripostigli di quel cuore generoso, si avesse scoperto un istinto più intimo che animava i suoi nobili impulsi, la purezza d'un tale sentimento non avrebbe punto offuscata la virtù, nè scemato il pregio della Sua nobile condotta.
Valdrigo comprese il significato di quel nome, ne fu commosso nel profondo del cuore, e ordinò che il quadro venisse subito portato in casa del conte Leoni.
All'indomani il giovane pittore riceveva un bel gruppetto di zecchini accompagnato da una lettera di elogi, che terminavano colla preghiera al pittore, di volersi recare al palazzo Leoni per collocare egli stesso il suo quadro nella luce più vantaggiosa.
Dopo lunghe meditazioni sulle sue nuove fortune, Vittore pensò a sua madre, a' suoi ospiti, a sè stesso. Mandò a Saltore del denaro e dei doni, fece un bel presente a Maddalena, e chiamato un sarto che vestiva i più eleganti damerini di Venezia, gli commise un vestito completo d'ultimo gusto, coi bottoni diamantati. Uno dei millecinquecento parrucchieri[14] che in quell'epoca acconciavano le teste dei veneziani, gli pettinò una zazzera incipriata da zerbinotto vaporoso, un calzolajo rinomato gli calzò un pajo di scarpini colle fibbie, un cappellajo gli fornì una leggiadra schiaccina da tenere sotto il braccio, ed ecco in pochi giorni un uomo rifatto e degno della più eletta società. Alcuni suoi conoscenti, che pochi giorni prima scontrandolo per via lo salutavano appena, vedendolo in così splendido arnese gli facevano delle profonde riverenze, e i suoi fornitori che dapprima lo tormentavano per un minimo credito, gli andavano poi incontro per offrirgli del denaro. Così va il mondo! malgrado il proverbio che l'abito non fa il monaco.
Trovatosi in tutto punto, Valdrigo accorse trepidante al palazzo Leoni. Nel salire le ampie scale gli vacillavano le ginocchia per modo che dovette arrestarsi alquanto a prender lena. Il cuore gli palpitava con violenza e gli battevano i polsi al punto da offuscargli la vista. Un servo lo condusse dall'entrata all'anticamera, era un vecchio cameriere in gran livrea gallonata, gli si fece incontro con un profondo inchino, e chiestogli il nome gli aperse l'uscio della stanza vicina, annunziando:
— L'illustrissimo signor Vittore Valdrigo.
Vittore si avanzò lentamente, il cameriere chiuse l'uscio. Un soavissimo profumo dominava la tiepida atmosfera, debolmente rischiarata da una luce rosea, trapelante attraverso pesanti cortinaggi. Nel fondo della stanza, Silvia stava seduta in un ampio seggiolone e leggeva. Il libro le cadde dalle mani, mentre Valdrigo rispettoso s'inchinava e con voce tremante balbettava un complimento. Essa con un cenno della mano lo invitava a sedere, quando aprendosi una porta, entrò il conte Leoni. Silvia presentò il pittore al marito, il quale fattosegli incontro col tratto d'un gentiluomo avvezzo alle maniere di Corte, animò la timida esitazione del giovane colla più benevola accoglienza, e lo colmò d'elogi e d'incoraggianti promesse. Dopo breve conversazione lo condusse a visitare la galleria, ove Valdrigo collocò il suo dipinto; e invitandolo a pranzo per un altro giorno, lo accompagnò fino alla porla della scala, ove prese congedo con un cortese complimento.
Il giorno del pranzo si trovò in un'ampia sala in mezzo alla più scelta nobiltà, fra la quale gli Orseolo, come lo avessero lasciato amichevolmente il giorno prima, lo trattarono con famigliare cortesia, e Don Lio che adorava sempre l'astro nascente, volle onorare il pittore riabilitato, con un sonetto, nel quale chiamava Valdrigo figlio di Minerva, e lo invitava a salire sul Pegaso per recarsi in Elicona a visitare Apollo e le Muse. Valdrigo lo ringraziava colle labbra, ma col cuore lo mandava al diavolo co' suoi sonetti granelleschi e mitologici.
Ritornava spesso al palazzo colla speranza d'incontrarsi solo con Silvia, ma la trovava sempre circondata dalle visite o dai parenti; fosse il caso o un progetto meditato, questo poi era un mistero.