Il dolce far niente: Scene della vita veneziana del secolo passato
Part 8
Maddalena ricondusse in campo la storia degli Orseolo, che Valdrigo le aveva raccontata a suo modo sotto la cappa del camino a Venezia, e volle sapere il nome d'ogni singolo individuo componente l'illustre famiglia. Quando udì il nome di Silvia, sentì come una punta nel cuore, e il suo volto espresse l'impressione dolorosa, ma Vittore non se ne avvide, ed essa non osò spingere le ricerche più avanti; ma disse fra sè: — Ecco trovata la Silvia, che Vittore invocava nei vaneggiamenti della febbre.
Un'altra volta ritornando sullo stesso discorso, seppe che la nobile fanciulla era andata a marito, ma questa notizia non valse gran fatto a calmarla. Ne parlò alla Rosa con aria d'indifferenza, e i suoi sospetti ebbero nuovo alimento dalle spiegazioni della buona donna che volendo giustificare suo figlio lo accusava, ed imbrogliava l'intrigo.
Le cose erano a questo punto quando un giorno giunse Beppo da Venezia all'improvviso. La cucina della Marta non gli andava troppo a sangue, la buona vecchia gli aveva bruciata una frittura di sogliole, la casa era in disordine, ed egli richiedeva sua sorella. Non ci fu caso di protrarre il soggiorno della ragazza, Beppo doveva partire per la pesca, la nonna Marta era sorda, e non si fidava di lasciarla sola a Venezia. Maddalena dovette cedere, e lasciò i buoni coloni con dirotte lagrime; essa sarebbe rimasta per sempre in quel beato soggiorno, Rosa la baciò colla tenerezza d'una madre, la consolò con future speranze, e la congedò colle dolci parole: — A rivederci presto.
Partì con Beppo, ma il suo cuore rimase a Saltore; l'ultimo sguardo dato a Valdrigo avrebbe commosso una pietra: Vittore pensava fra sè: — Potessi almeno rivedere Silvia, e disse ad alta voce alla fanciulla: — Addio, buona Maddalena, a rivederci fra pochi giorni a Venezia, che qui non ci posso più stare.
Queste parole, che essa interpretava a suo modo, furono la sola consolazione della fanciulla durante il suo viaggio, nel quale si sforzò a gran fatica di reprimere le lagrime e di soffocare i singhiozzi.
XXIII.
L'aria pura ed elastica che spira dalle montagne e dal Piave ristabilì in breve tempo la salute di Valdrigo, che ritornò a Venezia sano di corpo, ma con l'anima lacerata dall'amore e dall'odio. Nel tempo che visse in casa Orseolo ebbe agio di conoscere le depravate abitudini d'una molle nobiltà che decaduta dall'antico splendore aveva deposte le armi, e s'era data al far nulla ed al vizio. Questa classe infiacchita dominava la repubblica, comandava a Venezia con un orgoglio proporzionato alle glorie passate, e teneva il popolo a vile come una razza inferiore di sangue plebeo, condannata a servire. L'oltraggio sofferto in casa Orseolo e l'amore infelice avevano inasprito il cuore di Valdrigo, e la sua mente esaltata esagerava l'ingiustizia dei privilegi e i difetti del governo. Egli andava quindi meditando il modo più opportuno d'umiliare la superbia dei nobili, di ristabilire i diritti del popolo, di demolire i pregiudizi, di emancipare la patria dal dominio d'una aristocrazia orgogliosa e decrepita. Succede troppo spesso negli Stati che le passioni politiche si alimentano di privati rancori, e gli odii diventano spietati perchè confondono il bene della patria colla brama di particolari vendette. Ogni congiura rappresenta un bisogno, ogni bisogno si accompagna ad interessi, nei quali talora le speranze dell'individuo prevalgono alla fede del cittadino. Così nessun Governo potendo soddisfare ogni suddito, ogni Stato ha i suoi malcontenti che mormorano, pronti a denigrare le migliori intenzioni, attenti ad esagerare ogni fallo, ad avvalorare ogni sospetto, a spargere false notizie, ad attizzare le passioni.
Il popolo di Venezia era semplice e tranquillo, soddisfatto nei bisogni e nei gusti della vita, lusingato da sempre nuovi passatempi, orgoglioso delle glorie d'una patria ammirata da tutti, egli amava e rispettava il suo governo, e giudicava le ineguaglianze sociali come un destino inappellabile, una eterna necessità, una volontà della divina provvidenza.
Soltanto alcune menti filosofiche che meditavano i progressi sociali e osservavano i sistemi invecchiati, e con occhio perspicace ne scoprivano i difetti, prevedevano gli inevitabili mutamenti del tempo.
Il movimento della Francia, non ostante le precauzioni del Governo per tenerlo segreto, penetrava in Venezia, come la luce del mattino entra in una stanza per gli spiragli delle imposte chiuse e delle cortine distese.
I filosofi francesi avevano i loro seguaci nella repubblica, e le nuove dottrine battevano in breccia l'edifizio diroccato dai secoli e guasto dagli abusi.
Si temeva ancora la severità del Governo, ma nel segreto del gabinetto si divoravano i libri che venivano dalla Senna, tradotti nella Svizzera e in Olanda.
I dettami della ragione, e i diritti dianzi incontrastati, ma finalmente analizzati con fina critica e anatomizzati con implacabile verità scotevano dalle fondamenta le leggi avite. I frizzi, i sarcasmi scemavano il prestigio delle antiche istituzioni, i diritti dei nobili e i doveri dei plebei si confondevano nei diritti dell'uomo, e uno scetticismo spietato surrogava la venerazione d'ogni autorità.
Alle ragioni dei filosofi si associavano le querele e le accuse dei malcontenti i quali si reclutavano fra gli ambiziosi delusi, fra gl'invidiosi, fra i rovinati dal giuoco o da cattive speculazioni, e che speravano rifarsi disfacendo gli altri e sovvertendo l'ordine, per abusare del disordine. Infatti tutte le umane passioni apportavano il loro contingente alle idee di riforma, nate nelle menti sublimi d'uomini immortali, secondate dai piccoli cervelli, dalle torbide aspirazioni, dai minuti interessi di volgari litiganti.
L'amore deluso spinse Valdrigo nella corrente, trascinato in buona fede dalle apparenze d'una filantropia che incominciava da sè, e d'una politica che allo scopo di sopprimere i disordini, voleva immergere il mondo nel caos per rifarlo. Frammischiandosi ai malcontenti e facendo lega con loro, il giovane artista trovò facile adito nei conciliaboli segreti, e a poco a poco guadagnando terreno meritò la stima e la confidenza dei compagni che gli proposero d'iniziarlo nella vasta associazione dei Franchi-Muratori.
Avendo accettato con giubilo la proposta venne iniziato alla setta con tutti i misteri allora usati. La loggia dei Franchi-Muratori si era stabilita a Venezia in una casa posta nella deserta contrada di San Simeone grande, in un sito appellato _Rio Marin_, di proprietà del procurator di San Marco Contarini, allogata a pigione ad un Colombo[6].
Una notte Vittore Valdrigo fu introdotto in tale casa da due amici, che dopo attraversata la camera detta _delle riflessioni_, lo fecero entrare nel _Tempio_, locale bujo colle pareti tappezzate di panno nero. Nel mezzo sorgeva un trono coperto di drappo turchino guernito di trine d'oro; e vedevasi uno specchio con cortina di velo ceruleo, che ad aurei caratteri aveva a trapunto la seguente iscrizione: SE AVETE UN VERO DESIDERIO, SE AVETE CORAGGIO ED INTELLIGENZA, TIRATE QUESTA CORTINA ED APPRENDETE A CONOSCERVI. — Un lettuccio coperto di nera tela sopra cui stava impressa una croce bianca e rossa ed un ramo d'ulivo; tre gradini con vari candelabri; una piramide; un quadro a chiaroscuro rappresentante un sasso ed una squadra col motto: DIRIGIT OBLIQUA; altro quadro nel quale era dipinta una nave trabalzata da burrasca colla sentenza: IN SILENTIO ET SPE FORTITUDO NOSTRA; un terzo quadro colle immagini di una colonna a spira e di una squadra, leggendovisi sotto: IN PRÆSENTI MODO ADHUC STAT; la statua di Cupido cogli occhi bendati, e da ultimo un telaio con una pelle tesa dipinta a geroglifici, standovi appeso un maglio per batterla a guisa di tamburo. Quivi gli bendarono gli occhi e lo accompagnarono nella sala vicina che si chiamava la Loggia. Colà fattolo sedere in una scranna a braccioli gli dissero che qualora udisse tre colpi si sbendasse. Appena uditi i tre colpi si tolse la benda e si trovò dirimpetto ad una tavola coperta da un bruno tappeto sopra cui stavano un teschio, un lumicino, e la iscrizione: Pensaci bene. Pendevano intorno ai muri cazzuole e martelline dorate, spade con elsa d'argento e di acciajo, stili, fazzoletti bianchi macchiati di sangue, ossarii, anfore e altri oggetti bizzarri.
Poco dopo entrarono alcuni individui coperti di lunghe vesti nere col bavero turchino orlato di bianco, alle cui estremità risaltavano una piccola squadra e due spadine incrociate di metallo dorato. Erano le cariche della Loggia: il Venerabile, il Vigilante, il Fratello terribile, il Maestro delle cerimonie, il Tesoriere, l'Elemosiniere, il Segretario, e il Grande Esperto; il quale fattosi innanzi al candidato gli disse: — Udite le massime principali dei Liberi Muratori, e i tremendi castighi inflitti ai traditori, — e con voce lenta e grave, in mezzo al generale silenzio pronunciò queste parole: — «Dio ha creato l'uomo in libertà naturale e pienissima, siamo quindi tutti eguali. La libertà non si restringe senza grave ingiuria verso Colui che a tutti la diede. Per questa pienissima libertà naturale a noi tutti così benignamente impartita, Dio s'appaga dell'omaggio degli atti interiori, e non cura le esterne cerimonie. A Lui solo spetta il dominio assoluto della terra ove pose l'uomo il quale violando la libertà naturale della creatura, insulta il Creatore. Ora la Maestà suprema di Dio è stata lesa, e l'umana libertà poco meno che distrutta dalla malvagità degli usurpatori del diritto comune, che con colpevole violenza assunsero gli attributi dell'Essere Supremo, e dominarono sulla ignoranza degli uomini, i quali permisero tale usurpazione a proprio danno, e ad oltraggio della giustizia di Dio! È dunque grande e nobile impresa, e degna d'uomini onorati ed onesti quella di togliere l'umanità dalle tenebre dell'ignoranza e dalle pressure della tirannide, è un sacro dovere l'armarsi contro gl'infami usurpatori, ed anche ucciderli essendo rei d'usurpazione verso i diritti degli uomini e la divina podestà! Nè cotanto nobile e generosa impresa viene interdetta all'ebreo, al protestante, al cattolico, al maomettano o a qualsiasi setta, avvegnachè a tutti interessi altamente l'umana libertà e la divina potenza! Ardua però e tremenda è l'impresa, dovendosi lottare con forze organizzate e possenti, laonde si rende necessaria la scelta d'uomini di solida tempra, di spirito forte ed ardito. Il segreto deve essere inviolabile, pena la morte! piuttosto che svelare l'arcano e tradire la nostra società, il fratello deve lasciarsi estirpare le viscere e svellere il cuore dal petto senza proferire un accento; chi non si sente forte abbastanza per giurare sulla sua anima di conservare il silenzio anche a queste condizioni, si alzi, e si allontani...»
Valdrigo rimase fermo al suo posto. Allora il Fratello terribile snudandogli un braccio ed una gamba, e bendatolo di nuovo lo condusse in altra stanza. Colà gli venne chiesto il nome, il cognome, il padre, la patria, la professione, e gli annunziarono un salasso e delle botte di fuoco. Valdrigo rimase imperterrito, e non gli fecero niente. Allora una voce profonda gli chiese cosa volesse, ed egli rispose — la luce — che così gli avevano prima insegnato. Allora toltagli nuovamente la benda si vide in faccia d'una fiamma, circondato da spade colle punte rivolte verso il suo petto, e la solita voce gli diceva: — In qualunque tempo della vita sarete difeso — e avanzatosi d'un passo gli venne ordinato di appoggiare una mano sul vangelo aperto sopra un tavolo, e di giurare obbedienza e fedeltà. Dopo di che chiamandolo fratello e baciandolo in volto gl'indicarono i toccamenti o segnali per conoscere i soci, che consistevano nel mettersi una mano sotto la gola; o colla mano sinistra prendere l'indice della destra e dargli col pollice tre colpi. Gl'insegnarono inoltre una parola d'ordine, e il modo di servirsene. Finite le cerimonie si sedettero ad un banchetto fraterno ed alla parola — mano all'arme — fuoco — bevettero porgendo un brindisi al fratello principe di Brunswich, alla madre Loggia di Londra, e ai fratelli di Venezia![7]
Valdrigo dopo quel giorno prese parte esattamente a tutti i segreti convegni della setta, ed ebbe libri e comunicazioni importanti sui movimenti della rivoluzione francese. Le notizie estere venivano raccolte da viaggiatori espressamente spediti, i quali talvolta appartenevano alle classi sociali più elevate. Angelo Quirini che sedeva in Senato faceva parte della Loggia, e visitò i confratelli della Svizzera e di alcune città della Francia, e venne accolto ed ospitato a Ferney da Voltaire. Altri viaggi in varie parti d'Italia, in Germania ed in Svizzera vennero fatti dai due Liberi Muratori Sebastiano Grotta e Francesco Battagia, ragguardevolissimi patrizii, e i gran Maestri e graduati convennero in una Dieta Generale Massonica aperta a Wilhemsbad nel granducato di Assia-Darmstadt[8].
Nelle riunioni dei Franchi Muratori Valdrigo riconobbe con sorpresa molti veneti patrizii che aveva veduti in casa Orseolo, e che erano stimati solidi sostegni del Governo e degli abusi prevalsi. Fra questi egli notava Girolamo Giustinian, Bernardo e Lorenzo Memmo, Alvise Pisani, Morosini, Soranzo, Falier Erizzo, Andrea Tron e Giovanni Pindemonte. V'erano tre parrochi, quello di San Michele Arcangelo, di San Maurizio, e di San Giovanni Crisostomo, e perfino un Gesuita Agostino, Signoretti[9].
Strinse particolare amicizia coi due fratelli Giuseppe ed Alessandro Albrizzi, distinti amatori di belle arti, e quindi legati d'intimità coi migliori artisti di Venezia.
Allo scopo di propagare le massime adottate, Valdrigo si frammischiava col popolo; e per non eccitare sospetti indossava le vesti dei pescatori. Portava i zoccoli di legno cogli alti talloni, le calze lunge sopra i calzoni, la maglia a larghe righe bianche e cerulee, il ruvido cappotto col cappuccio, il berretto dei chioggiotti. Seduto con Beppo e gli altri battellieri intorno ai tavoli delle bettole affumicate trincava alla salute dell'avvenire, mentre il presente se ne andava coi vortici di fumo della sua pipa di terra cotta. Le teorie dell'eguaglianza sociale solleticavano generalmente i gondolieri senza impiego, i pescivendoli senza soldi, e incontravano la diffidenza e le opposizioni di quelli che trovandosi al servizio delle case patrizie gavazzavano nell'abbondanza, e si sentivano dei bei ducati in saccoccia.
Pochi intendevano il vero senso delle dottrine propagate da Valdrigo, pochissimi avevano fiducia nelle sue promesse, e in un mutamento qualunque. Per altro qualche parola gettata per caso, qualche lamento circolante oscurava l'orizzonte, e si sentiva in aria un certo che d'inusitato e di strano. I vecchi rimpiangevano i giorni beati della loro gioventù, i bei tempi passati, ed accusavano i giovani di perdere il rispetto all'autorità e alla vecchiaja, di mettere in derisione gli usi e i costumi della patria, di riscaldarsi la testa con novità da sognatori e da matti.
Valdrigo censurava l'albagia dei nobili, le loro pretese, i privilegi usurpati al popolo, e sforzandosi di pensare alla patria, pensava a Silvia, e l'amore soffiava nella politica gonfiando gli argomenti.
Maddalena sollecitava invano il giovane pittore a riprendere il lavoro, egli rispondeva col solito _domani_ che aveva servito di risposta alle preghiere materne, oppure metteva in campo pretesti d'occupazioni più gravi e più utili, o voleva dimostrarle la vanità di un'opera che certo non avrebbe raggiunto il merito dei più insigni pittori; e quindi egli soggiungeva: quando nelle arti non si perviene a trovare la perfezione, è meglio far niente.
E usciva con Beppo, e talvolta giungeva a persuadere la Maddalena ad accompagnarli alla pesca; essa non resisteva gran tratto e lieta di passare alcune ore con lui s'imbarcava coi pescatori, e uscivano dal porto.
La pronta intelligenza serve l'uomo in ogni occasione; e Valdrigo non aveva impiegato molto tempo a diventar marinajo. La vita del mare aveva fortificato le sue membra, e abbrunato il suo volto. Nei facili tragitti egli era in caso di dirigere il timone, ed aveva imparato ad issare e ad ammainare le vele, a legar le sarte all'antenna, a gettare e raccogliere le reti.
Egli non usciva alla pesca quale semplice spettatore, ma prendeva parte alle fatiche dei compagni, e divideva con loro le lotte contro i furori del mare.
Maddalena lo contemplava con sorpresa, e ammirava la versatilità di quell'uomo, deplorando vivamente che la mobilità del carattere gli rendesse impossibile la perseveranza e la fermezza nelle cose intraprese.
Nelle ore di bonaccia egli si gettava sul ponte vicino a Maddalena e le faceva osservare la sublimità dell'infinito davanti la solitudine, e le spiegava i piaceri della navigazione, la libertà del mare, la superiorità di quei silenzi, sui silenzi della terra, la bellezza di quelle acque azzurre e di quel cielo sereno. Essa lo ascoltava con religioso raccoglimento, al tocco delle sue mani fremeva, al suo alitare sentiva un tremito in tutte membra, lo fissava in volto con uno sguardo d'adorazione, ed egli levando gli occhi al cielo varcava gli spazii sulle ali della fantasia, e pensava... alla Silvia.
XXIV.
Silvia era diventata la stella di Venezia. La nascita cospicua e l'illustre maritaggio l'aveano collocata al primo rango della nobiltà, la grande opulenza del conte Leoni la metteva al pari colle più ricche famiglie, le grazie della persona, e i vaghi lineamenti del volto le assicuravano il primo posto della bellezza, ed era infatto riconosciuta da tutti come la più bella fra le belle.
Quando compariva nelle pubbliche feste colla fronte sfolgorante di brillanti che davano un singolare risalto al languore degli occhi trasparenti e profondi, vestita di ricche stoffe ricoperte di pizzi preziosi e di gemme, la folla rispettosa le cedeva il passo e un confuso mormorio d'ammirazione irresistibile seguiva il suo passaggio.
Un sorriso misterioso muoveva le sue labbra esprimente la bontà rassegnata d'un'anima priva di letizia, e un velo di melanconia cresceva la bella espressione de' suoi sguardi.
Dal giorno che l'abbiamo lasciata fanciulla, vittima d'un ingenuo impulso del cuore, lunga sarebbe la storia de' suoi intimi pensieri, breve quella dei fatti.
La natura e l'educazione, l'istinto e il pregiudizio lottarono nella sua candida coscienza con tutta la forza d'una passione segreta. Un arcano misterioso s'era svelato con un bacio, il bacio del perdono era divenuto il bacio dell'amore, e quelle labbra congiunte per un minuto avevano lasciata una traccia indelebile. Quel bacio era un nodo stretto dalla natura, rotto istantaneamente dagli uomini; quella lacerazione aveva prodotto una piaga e un intenso dolore; i farmachi impiegati per sanare la ferita la inasprivano, non erano balsami ma fiele; l'ironia, lo scherno, la minaccia.
La fanciulla offesa aveva nascoste le sue pene nei più impenetrabili recessi dell'anima, decisa di custodire le sue sensazioni per sè, di cedere al mondo quello che il mondo reclama, le apparenze esterne, il sorriso delle labbra, le parole di convenzione. — La sua mente perspicace, illuminata dai discorsi dei parenti, dagli esempi e dai consigli delle amiche, le dimostrava chiaramente l'inutilità d'una lotta colla famiglia, e colle convenzioni sociali, lotta ineguale, impossibile; che cosa avrebbe potuto ottenere una voce del cuore contro il sistema sociale e politico, contro le tradizioni dei secoli, contro l'autorità assoluta dei genitori, e la loro onnipotente volontà?
D'altronde una opposizione tenace l'avrebbe confinata in un chiostro, e quale sarebbe il vantaggio di tanto sagrifizio?... la tomba prima della morte!...
Che cosa chiedeva il suo animo?... un affetto per Vittore. Che era l'affetto?... Un pensiero perenne, un'arcana aspirazione, una tenerezza misteriosa, un'adorazione sublime... e tutto questo era possibile nell'intimo segreto della vita interna, senza turbare l'andamento delle cose terrene e l'irrefragabile volontà del destino.
Visse dunque sommessa in apparenza, ma ribelle nel fondo alle leggi della sua classe, aspettò il conte Leoni, come si aspetta la fatalità, come si aspetta la morte, e pensò a Valdrigo come si pensa all'impossibile, o alle cose d'un altro mondo, all'eternità, al paradiso.
Era sorvegliata col rigore dei prigionieri di Stato, non parlò mai più con Valdrigo; non lo vide che rare volte, da lontano, alla finestra per un secondo, o di passaggio alla chiesa. Nessuno se ne avvedeva, soltanto i due giovani si scambiavano uno sguardo, un lampo!... ma quel lampo teneva vivo il fuoco sacro, ed equivaleva ad un linguaggio sublime, il quale bastava ad occuparli intiere settimane nella traduzione talora impossibile dei concetti trasmessi.
Così passarono dei mesi, e il tempo, che distrugge gl'imperi e le nazioni, esercitava la sua lenta ma inevitabile potenza anche sul cuore di Silvia. Il tempo scema ogni dolore e medica ogni piaga, ed ogni malato deve sottomettersi al supremo destino di guarire o morire. Silvia non guarì interamente, ma la piaga divenne cicatrice segnando un solco profondo e incancellabile.
Intanto il conte Leoni, terminata la lunga missione diplomatica che lo teneva lontano da Venezia, ritornò in patria, si presentò alla futura sposa, e vennero fissate le nozze. Quest'uomo era immerso nella politica segreta, e nei raggiri diplomatici di quei tempi minacciosi. Conservatore per educazione e per nascita, apparteneva a quel partito che non voleva transigere colle novità della Francia, e giudicava un pericolo la minima concessione. Passava quindi per implacabile nemico d'ogni più ragionevole riforma, ed era odiato dai partigiani della libertà, e dalle sètte che volevano abbattere i privilegi e proclamar l'eguaglianza. Di ricco censo, avvezzo al lusso delle Corti e splendido per le avite tradizioni, egli presentò alla sposa i doni nuziali colla prodigalità d'un principe, e gli Orseolo avevano apparecchiata una dote degna dell'illustre prosapia, gareggiando collo sposo nella sontuosità degli arredi e delle gemme; di modo che il proemio al matrimonio non fu per Silvia che una lunga tortura di sartore e modiste che le provavano le vesti, e spiegavano davanti ai suoi sguardi le magnificenze delle arti, che più solleticavano la vista. I preziosi smanigli, le filze di perle, i diademi di brillanti, gli abbigliamenti di broccato, i rasi ricamati, gli sciamiti di seta doppia trapunta d'oro, i pizzi e i veli trasparenti e leggiadri per vaghezza di disegno, i nastri, le nappe, le pelliccie, ed una varietà innumerevole di pannilini d'ogni foggia e d'ogni uso.
Il dire che Silvia rimanesse indifferente davanti a tante meraviglie, non sarebbe l'espressione del vero, che anzi assorta nella contemplazione di tali accessorii, essa dimenticava il principale.
Cosicchè il giorno delle nozze giunse come improvviso, e la pompa solenne parve un sogno alla fanciulla sbigottita dagli omaggi delle matrone e dei patrizii, e sbalordita dalle cerimonie religiose e domestiche. Alla consacrazione davanti l'altare succedettero senza posa i rinfreschi, il banchetto, le danze, la musica, e la sua mente vacillava confusa fra il bagliore delle faci, il fruscio delle vesti, il bisbiglio misterioso e confuso della folla elegante.
All'indomani della festa, un'infelice di più imprecava alla amara sorte riservata alla nobiltà ed alla ricchezza, e invidiava i modesti sponsali del popolo consigliati da reciproche attrattive e consolati da un amore concorde.
Ma il popolo alla sua volta, mancando spesso del necessario, invidiava il superfluo dei nobili e così pochi erano contenti. Questa è la sorte comune della società, e ancora non si è trovato un sistema di governo che renda tutti felici, e crediamo non si troverà così presto; quindi la rassegnazione è stata sempre e sarà ancora per lunga pezza una delle più belle ed utili virtù.