Il dolce far niente: Scene della vita veneziana del secolo passato
Part 7
Finalmente dopo ripetuti tentativi abbandonati e ripresi più volte, il pittore si decise di dar principio ad un quadro. Il soggetto, apparecchiato in un abbozzo in piccole dimensioni, era una partenza per la pesca. Vari pescatori apparecchiavano sulla riva le reti, le corde, gli attrezzi marinareschi, alcune donne assistevano alle ultime operazioni della partenza, ed esprimevano il dolore del distacco per un viaggio talora pericoloso; sul fondo si vedeva la barca ed il mare. Il costume nazionale dei pescatori veneziani, i vari atteggiamenti, e le diverse espressioni rendevano interessante quella prima composizione dell'artista meditata da tanto tempo e preparata da studi speciali. Gli ospiti pregati a volersi prestare in qualità di modelli di buon cuore aderirono, e Beppo trovò gli altri individui, alcuni dei quali vennero rifiutati dal pittore, e si dovette sostituirne degli altri di suo gradimento. La vecchia Marta seduta sulla porta a rattoppare le reti era una figura degna d'un pennello fiammingo, e la bella Maddalena che con un'aria dolente dava l'addio al fidanzato il quale le mandava da lontano l'ultimo bacio, era collocata in modo da far risaltare a meraviglia le bellezze della espressione e i rari pregi del vezzoso modello.
Diede mano alla tela in bella proporzione, e i suoi modelli posavano a vicenda davanti all'artista, ora l'uno ed ora l'altro, secondo il suo desiderio.
Maddalena vi si prestava con grazia, e la sua espressione era molto naturale e diffatti essa non doveva fingere gran fatto per dimostrare l'affanno d'un distacco dal fidanzato. Il partire, o il non giungere costituiscono l'assenza che causa il dolore; e se per lei realmente non partiva un amoroso, certo l'amato non giungeva, o quantunque vicino colla persona, era lontano col cuore.
Il pittore assorto nel lavoro non vedeva in Maddalena che una bellezza plastica, un tipo di rara perfezione. Il grazioso modello cercava nel sorriso del pittore una scintilla dell'anima, egli studiava sul modello un'ombra della fronte, una sfumatura delle guancie, la luce delle pupille, l'espressione delle labbra passionate, ed osservando con uno sguardo d'artista i lineamenti leggiadri e la tinta armoniosa del volto, egli esclamava con naturale ingenuità: — Cara Maddalena, voi siete una rara bellezza!...
La fanciulla abbassava gli occhi, diventava tutta rossa, e il pittore temendo d'averla offesa, soggiungeva: — Scusate, sapete, ma per noi altri artisti i modelli non sono donne, ma statue, con la durezza di meno, e la morbidezza di più, ma sempre statue!...
Maddalena sospirava, e taceva.
Egli pensava fra sè: — La gloria vale la nobiltà, ed anche più, secondo la mia maniera di vedere. Se questo quadro mi riesce, egli sarà l'equivalente d'un titolo, egli nasconderà la mia origine, egli mi metterà al pari coi più superbi signori. Silvia non isdegnerà di compensarmi con uno sguardo, per un'opera che avrà meritati gli applausi di Venezia, e chi sa!... chi sa!... gli Orseolo andranno superbi d'aver protetto i primi passi dell'artista.... essi chiederanno di vedermi, e forse, forse il matrimonio progettato dai parenti non avrà più il consenso della sposa. Prima di tutto passano gli anni e il conte Leoni non ritorna. Egli sarà innamorato di qualche principessa della Corte ove risiede, e non si cura di tornare col pretesto degli affari diplomatici, e se tornando dopo una lunga assenza, Silvia dichiarasse di non accettare la sua mano!... Chi sa!... talvolta il prestigio degli applausi prodigati ad un artista può infondere il coraggio in una donna, e Silvia non è donna volgare! La vorranno seppellire in un chiostro.... ma non sarebbe il primo caso d'una fuga!... Mio Dio! quale ampio compenso alle mie fatiche una parola di Silvia che dicesse: — Sono vostra pei diritti del cuore! — vi aspetto — scalate il muro del convento, sarò nel giardino a mezzanotte!... Una gondola pronta, due valenti rematori, e poche ore dopo si varcano i confini, e addio Venezia per sempre!... — E viaggiava con Silvia rapita, e la nascondeva nella capanna d'una valle solitaria fra i monti lontani, e viveva una vita di delizie vicino alla donna del cuore. Con questi sogni andava avanti e lavorava con lena. Arrestato dalle difficoltà dell'arte, pensava alla gloria, e alle conseguenze della gloria; copiava esattamente Maddalena, ma coll'immagine di Silvia davanti agli occhi, e colla speranza nel cuore.
Ogni giorno riprendendo i pennelli e la tavolozza trovava qualche difficoltà per rimettersi al lavoro, tanto l'abitudine dell'ozio è difficile a lasciarsi vincere, guardava fuori dalla finestra gli uccelli marini che svolazzavano sulle acque, poi si stirava le membra, sbadigliava, osservava il quadro in distanza, ma la presenza della modella che aspettava un suo cenno per mettersi al posto, lo scoteva dall'inerzia, e si sedeva davanti al cavalletto. Allora continuava materialmente il lavoro, ma col pensiero rivolto a Silvia tornava a rimuginare il progetto della fuga, ne prevedeva le peripezie, e sfidando audacemente i pericoli incorsi si compiaceva immensamente dell'esito finale dell'avventura.
Intanto il quadro andava avanti, e l'artista incominciava a sentire le intime soddisfazioni dell'opera avanzata, delle vinte difficoltà, dei mirabili effetti ottenuti, e si compiaceva nel contemplare quelle arie naturali dei volti, quelle movenze spontanee, e l'insieme armonioso dei vari gruppi. Quando usciva un'ora a prender aria non si allontanava molto da casa, ma girava in quegli estremi confini della città, ove nessun rumore distraeva il suo spirito, e l'aspetto della laguna lo teneva nel soggetto del quadro.
Beppo approfittava delle corte assenze di Valdrigo per introdurre in casa gli amici e mostrare il dipinto ai vicini. Le comarelle della calle entravano chete chete, coi gondolieri della riva, i facchini e i fanciulli. Collocati davanti alla tela, la loro ammirazione non aveva confini, e le loro esclamazioni di sorpresa rallegravano Beppo in tal modo, che sembrava che il pittore fosse lui, ed era tanto superbo di vedersi esattamente riprodotto sulla tela che non sapeva frenare il suo giubilo. — Guardate, egli diceva, guardate Tita Bosi e Nane Orada che tirano la corda, dite se non sono vivi e parlanti?... e quell'altro lo conoscete?... e accennava al suo ritratto; e tutti rispondevano in coro: guarda Beppo, guarda Toni, guarda Nane.... e la Maddalena, e la nonna Marta.... e quella cesta, e quelle reti! oh che bellezza, oh che meraviglia, oh che bravura! — poi uscivano ad uno ad uno lodando il lavoro, e congratulandosi con Beppo e colle donne. La Maddalena godeva in suo cuore del trionfo dell'artista, e ansiosa aspettava il termine dell'opera colla speranza di udire gli applausi di tutta Venezia in favore dell'uomo che stimava.... ed amava.
Valdrigo ignorando le visite clandestine dei suoi ammiratori non sapeva spiegarsi le straordinarie sberrettate, e le profonde riverenze che da qualche giorno gli venivano prodigate dai vicini. Il popolo d'allora, avvezzo a rispettare ogni superiorità, aveva il buon senso di onorare specialmente le qualità personali, e di tenerle come un giusto titolo alla stima del pubblico; e la stessa aristocrazia rendeva giustizia al merito, e vantava fra le glorie della patria gli artefici insigni che l'avevano illustrata colle loro opere.
Un giorno, di quelli che s'erano fatti più rari, ma che non erano intieramente scomparsi dalla esistenza del pittore, Valdrigo si sentì un irresistibile bisogno di far niente.
La ragione voleva ritenerlo al lavoro, il capriccio resisteva, e cercava pretesti per vincere.
Una voce arcana gli ripeteva: — Sta in guardia!... Un passo sul declivio, e il fondo t'inghiotte! — Un'altra voce soggiungeva: — Il riposo è necessario all'uomo, esso rimonta le forze, e giova al lavoro — infatti il capriccio sosteneva che la ragione aveva torto; La ragione soccombette alla lotta, perchè lo spirito d'inerzia si era alleato un desiderio d'amore; Valdrigo sentiva un'altra voce che con irresistibile attrattiva lo chiamava da lontano, e gli diceva: — Vieni ad ispirarti davanti al santuario che rinchiude la tua divinità, l'aspetto di quelle mura infonderà nuove fiamme al tuo genio! — Chi avrebbe resistito a quella voce?... Rimandò i suoi modelli, e preso il cappello se ne andò fantasticando per la strada, e cercando lo scioglimento d'un problema che gli tornava importuno allo spirito: — Se Silvia, egli pensava fra sè, fosse un giorno costretta dalla spietata severità de' suoi parenti di vestire l'abito monacale, è evidente che nel giorno della fuga non potrebbe conservare quelle vesti, che renderebbero ardua e pericolosa l'impresa!... Quale sarebbe il modo più opportuno per evitare questo ostacolo?...
E cercando uno stratagemma plausibile camminava attraverso il labirinto delle calli che conducono in Piazza, da ove pensava indirizzare i suoi passi verso i balconi del palazzo Orseolo, da qualche tempo non visti. Giunto sotto la torre dell'orologio la gente s'era accalcata davanti una bottega di caffè, e impediva il passaggio. La curiosità è contagiosa, ed egli divenuto curioso fra i curiosi, si spinse avanti per iscoprire l'oggetto della pubblica attenzione. Alcune carte stampate pendevano alle invetriate della bottega, e sovra d'esse gli parve di vedere il nome di Silvia, ma una nube gli offuscava la vista, e il sangue gli montava dal cuore al cervello con tale rapidità che non fu in caso di leggere più oltre. Fattosi animo alquanto, e facendosi largo fra la folla, giunse alfine davanti alle carte e vide una serie di sonetti e canzoni, che portavano la seguente intestazione: — Per le inclite nozze della nobile donzella Silvia degli Orseolo, con sua Eccellenza il nobile signor conte Alberto Leoni.
Una fiamma repentina gli tolse la vista, lo colse un capogiro, e barcollando come un briaco uscì da quella folla, ad uno pestando i piedi, ad un altro lasciando andare i gomiti nello stomaco, urtando e rovesciando ogni cosa che gli si parasse d'innanzi, e gesticolando per la strada scomparve, sollevando dietro a sè i lamenti delle sue vittime che lo guardavano fuggire indispettite e sorprese, come chi s'imbatte a caso in un matto. Ristabilito l'ordine nella folla, i curiosi continuarono a deliziarsi nella lettura dei versi di Don Lio il quale celebrava le auspicate nozze mettendo a contribuzione il Parnaso, e facendo nuove vittime fra le stanche Muse, il vecchio Apollo, il decrepito Imeneo, e gli altri suoi martiri dell'Olimpo.
XXI.
Valdrigo, quasi uscito di senno, rientrava in casa cogli occhi stralunati, ribaltando l'arcolajo della nonna che seduta pacificamente sull'uscio, stava dipanando una intricata matassa. Rientrato in stanza diede un calcio così potente al cavalletto che mandò in aria la tela la quale ricadde sull'armadio sopra alcune tazze di caffè che volarono in mille scheggie, ribaltò un tavolo che sosteneva i colori e i suoi libri; l'olio da dipingere andò ad allagare le sue carte, le sedie andarono a cadere sulle sedie, e v'ebbe un tale baccano indiavolato che tutti i vicini si gettarono alle finestre per vedere se cascava il mondo.
La Maddalena spaventata corse precipitosamente nella stanza, e vide una specie di caos, e Valdrigo ai piedi del letto privo di sensi. Chiamò aiuto; Beppo giunse dalla riva, e vedendo il quadro rovesciato lo levò dall'armadio, e l'osservò attentamente; per fortuna era salvo meno qualche striscia, se lo prese con molte precauzioni, e lo trasportò in una stanza più sicura.
Maddalena spruzzava con acqua fresca il pallido volto del giovane, Marta apportava dell'aceto, Beppo ritornava nella stanza, e levando da terra Vittore, lo spogliava, e lo collocava nel letto. Ma tutte le loro cure non valsero a fargli riavere i sensi smarriti. Beppo corse alla più vicina farmacia, e poco dopo ritornò con un medico il quale esaminato attentamente il malato lo dichiarò in grave stato per violenta congestione cerebrale, gli fece un abbondante salasso, ordinò dei senapismi alle gambe, ed il riposo assoluto.
Nei vaneggiamenti della febbre egli mormorava delle parole confuse fra le quali l'attenta Maddalena udì sovente il nome di Silvia.
La malattia perseverava nella sua gravità e quindi i poveri pescatori pensarono di avvertirne la madre col solito mezzo del curato, indicato da Valdrigo. Beppo andò a prenderla a Mestre, e la buona Rosa accorse al letto del figlio che la riconobbe e mostrò coi cenni il contento di averla vicina e con uno sguardo commosso ringraziò Maddalena alla quale attribuì la delicata attenzione. La Rosa e Maddalena vegliavano al letto dell'infermo e gli prodigavano tutte quelle cure che i più nobili affetti ispirano alla donna e che sono i validi ausiliari della scienza. La buona madre chiedeva alla fanciulla le origini della malattia di suo figlio, ed essa rispondeva che il medico accusava il sole di aver causato l'accesso, ma non si mostrava convinta del giudizio; le rivelazioni raccolte l'avevano persuasa che se Vittore era vittima delle funeste influenze d'un astro, quell'astro non dovea essere il sole.
La bellezza di Maddalena, e le sue attente e perseveranti prestazioni convinsero ben tosto la chiaroveggenza della madre dell'affetto della fanciulla per suo figlio, e la andava studiando col più vivo interesse cercando di scoprirne le diverse qualità, i pregi e i difetti per trarne partito a suo tempo. Le loro reciproche confidenze a mezza voce servivano all'intento: e in pochi giorni la Rosa fu convinta che Maddalena era una buona ed onesta ragazza, che avrebbe potuto formare la felicità di Vittore.
A poco a poco il male diminuiva d'intensità, e il medico nelle sue visite aveva cessato di far quei cenni colla testa che volevano dire — affar grave! — Il malato incominciava a parlare, e quando la Rosa si trovava sola con lui lo interrogava da lontano sugli ospiti. Non tardò ad avvedersi, con sua grande sorpresa, che il figlio non pensava punto a Maddalena, o l'amava colla riconoscenza d'un amico, colla affezione d'un fratello.
Valdrigo teneva chiuso in seno il segreto del suo amore infelice, e della fatale sorpresa che lo aveva colpito, egli spiegava i sintomi provati, i capogiri, l'esaltazione cerebrale e la successiva spossatezza, ma ne taceva le cause.
Maddalena custodiva il segreto delle confidenze della febbre, forse per delicato sentimento, forse per iscoprire più facilmente le traccie della possente rivale. Ma il suo amore rinchiuso cresceva d'intensità in ragione della pressione sofferta e le sue guancie impallidivano, e i begli occhi illanguiditi rivelavano le interne lotte d'una passione agitata dalla gelosia.
La Rosa attribuiva l'abbattimento di Maddalena alla veglie prolungate, e le ne faceva un merito presso Vittore, il quale voleva pagare il suo debito di riconoscenza colle più dolci espressioni, cogli elogi più eloquenti che inacerbavano la piaga; e credendo di recare il balsamo apportavano il fiele.
Il medico propose che la convalescenza si facesse in campagna, e questo consiglio piacque al malato ed alla madre; dispiacque a Maddalena. Ma la Rosa se ne avvide e trovò un pronto rimedio. Essa voleva ricompensare in qualche modo le cure che gli ospiti avevano prodigate a suo figlio, e si proponeva in pari tempo di secondare l'affetto di Maddalena, e di ottenere da Vittore un sentimento pari che li avrebbe resi entrambi felici. Invitò dunque Maddalena ad accompagnarli a Saltore, e a rimanersi qualche tempo con loro. A questo invito un lampo di felicità brillò negli occhi della amorosa fanciulla, tanto più lieta quanto più Vittore ne sembrava soddisfatto. Qualche difficoltà insorta per le opposizioni di Beppo e della vecchia Marta venne presto appianata dalla volontà di Maddalena, e dalle promesse della Rosa, e prese le opportune disposizioni partirono per Mestre nella barca di Beppo. Colà presero a nolo una vettura che li condusse felicemente a Saltore.
XXII.
Era di primavera. Le prime fogliette spuntavano dagli alberi, e l'aria tiepida esalava il soave profumo delle prime violette. La giovane veneziana non era mai uscita dal suo nido, la sua infanzia s'era passata sulle rive della laguna, in un'aria pregna di emanazioni saline, commista all'ingrato tanfo dei canali ed alle esalazioni di pece delle barche. I suoi occhi avvezzi all'azzurra superficie dell'acqua, o al freddo aspetto dei muri, non si erano mai posati sopra una vasta campagna. Essa non aveva mai contemplato la natura rurale che nei prodotti degli orti delle isole, esposti nei cestoni dell'erberia; e i pochi alberi dispersi fra le case, e i modesti vasi di garofani e geranei della sua finestra, erano per lei i soli rappresentanti del regno vegetale.
Il movimento continuo della città, il canto dei gondolieri, le ciarle delle donnicciuole, le baruffe dei facchini, le diverse grida dei pescatori e dei vari venditori ambulanti che annunziano per le strade le loro merci avevano sole risuonato alle orecchie della fanciulla, con l'accompagnamento delle musiche dei menestrelli vagabondi, e del suono delle campane, tutti rumori che confusi fra loro danno un certo suono generale che si potrebbe chiamare la voce delle calli di Venezia.
Al Saltore la scena era affatto diversa, il silenzio della notte non era interrotto che dal canto dei grilli e da qualche latrato dei cani, al giorno era la canzone degli uccelletti fra gli alberi, le varie voci degli animali domestici, lo stormire delle fronde agitate dagli aliti della primavera.
Il verde tappeto dei prati si smaltava di bianche margherite, e gli armenti vaganti per la campagna mandavano i loro muggiti, come un saluto alla pace che regnava dovunque.
Nella rustica dimora, l'abbondanza prodigava i suoi doni. Non era più come a Venezia, ove ogni cosa si misurava in proporzioni meschine, ove sul tavolo della cucina si vedeva una libbra di farina, un bicchiere di latte, un cavolo, un pollo, un piattello d'insalata; nella cucina del colono entravano ampi catini di latte, cesti ricolmi di erbaggi, il farinaio riboccava di farina, gli scaffali di formaggi, e dalle travi affumicate pendevano i salami ed il lardo. Il cortile brulicava di polli, e il bravo Osvaldo aveva introdotto sotto al portico alcuni alveari che gli davano ogni anno un miele dorato, eccellente.
Rosa faceva gli onori della casa alla sua ospite meravigliata di tanta agiatezza, sorpresa del nuovo spettacolo dei costumi campagnuoli.
Durante l'assenza della moglie, Zammaria era un uomo impacciato e disperato. La casa gli pareva un deserto, i polli erano inquieti, il majale grugniva dalla fame, il gatto miagolava, il cane da guardia giaceva malinconico in un angolo del cortile, dopo d'aver invano cercato la sua padrona da ogni parte. Il ritorno di Rosa fu una vera festa per tutti, il cane le saltava addosso urlando ed abbajando dalla gioia, tutti gli animaletti le correvano incontro, il maiale dava segni evidenti di soddisfazione, i figliuoli la baciavano, e Zammaria sbalordito rimaneva immobile in mezzo del cortile, si cavava la beretta di lana per inchinare Maddalena, e rideva colla bocca, mentre due grosse lagrime di consolazione gli correvano giù per le guancie.
La Rosa gli corse fra le braccia, lo baciò in viso e tutti entrarono in cucina. Allora disfatti i bagagli saltava fuori una bella giacchetta pel marito, una berretta col fiocco per Osvaldo, e fazzoletti rossi e variopinti per gli altri. Poi vennero i rinfreschi, il latte, le frutta per la bella veneziana, che tutti guardavano colla bocca spalancata e gli occhi sorridenti.
Maddalena osservava quel quadro di felicità, e pensava come sarebbe bella la vita in questa pace, accanto all'uomo amato, in mezzo ad una famiglia contenta! La Rosa presso a poco pensava egualmente, e rifletteva che per Vittore una signora sarebbe una vera disgrazia, una contadina troppo poco, e faceva i suoi castelli in aria. Si potrebbe, diceva fra sè, restaurare la casa con poca spesa, Vittore farebbe dei bei santi per le chiese, Maddalena lo renderebbe felice, e mi assisterebbe nelle faccende di famiglia, saremmo tatti uniti! e si proponeva di mandare alcune candele alla Madonna della Neve per ottenere questa grazia.
Vittore per sua parte pensava: — Silvia è la più divina creatura che abbia vissuto sulla terra, i suoi sguardi mi sono fitti nel cuore con indelebile fermezza, mi par sempre di vedere quell'occhio limpido e profondo, azzurro come il cielo, veggo sempre la sua bocca soave, ahimè la sento ancora sulle labbra!
Orgoliosi! egli ripeteva fra sè, orgoliosi! gettare un fiore del paradiso fra le braccia d'un vecchio consumato dagli stravizi, soffocare le aspirazioni di quel cuore innocente per considerazioni ambiziose!... No! essa non può essere rea d'un oblìo contro natura, essa fu vittima d'un pregiudizio fatale!... — E la sua mente lottava e si agitava fra l'amore e l'odio, fra l'affetto per Silvia, fra il disprezzo pei nobili inumani, e quella violenta passione dominava tutte le facoltà di quell'anima esaltata dalle aspirazioni del cuore e amareggiata dai disinganni della vita!
Nelle ore della solitudine, Valdrigo viveva concentrato in sè stesso coi pensieri condensati dall'affetto, evocava le immagini del passato, riviveva nei giorni felici, conversava col suo idolo, lo circondava d'un prestigio fantastico, lo adorava con tutte le forze del cuore. Richiamato alla vita reale da qualche accidente volgare, chiudeva nel cuore e nella mente le sensazioni e i pensieri reconditi, come si chiudono le lettere d'una amante riamata entro ad una cassettina segreta per rileggerle e ribaciarle a suo tempo; e usciva dalla sua stanza col volto sereno, coll'aspetto tranquillo, avendo preso il partito di dissimulare le interne agitazioni con una superficie calma, di vivere con lei sola nella segreta intimità dell'anima, e di vivere con tutti secondo le convenienze della comune esistenza.
La gratitudine che provava verso Maddalena per le cure ricevute lo obbligava a mostrarsi cortese ed affettuoso, ed a renderle gradevole e lieto il soggiorno di Saltore. Quindi scherzava con lei, e le indirizzava sovente quei complimenti abituali, che i giovani usano con le ragazze, e sono parole che spuntano spontanee sulle labbra all'aspetto della gioventù e della bellezza. Ma essa le ascoltava con grande attenzione, se le metteva da parte, le pesava colle bilancie dell'oro, e se le teneva come tante dichiarazioni mascherate d'un amore incipiente e forse troppo timido, per manifestarsi a volto scoperto. In fondo non erano che paglia, ma vicino al fuoco del cuore, sollevavano un incendio.
Ogni giorno egli la conduceva al passeggio, e le ingenue sorprese della fanciulla alla quale tutto era nuovo, gli eccitavano una ilarità superficiale e burlesca. Ella che lo vedeva sempre cupo, si attribuiva il merito di scacciare le tetre nubi di quell'anima misteriosa, e di ricondurre i giorni sereni.
Una mattina passeggiavano per le strade deserte di Vascon, e giunti davanti al palazzo degli Orseolo, Maddalena voleva entrare per vedere il giardino. Valdrigo le disse che dopo uscito da quella casa, non vi aveva più riposto il piede, e non voleva rimetterlo, perchè l'orgoglio di quei signori, rendeva amaro il beneficio ricevuto. Maddalena guardava pei cancelli le statue e le ajuole fiorite, e Angelo Rotondo fingendo di non vedere nessuno faceva segno col gomito a Fiorina, dicendo: — Guarda un po' se l'ha trovata la sua veneziana, e più bella della padroncina. Questa è proprio un bel pezzo di ragazza, un bocconcino che mette in appetito.
— Taci su, birbonaccio, — rispondeva Fiorina, — sei proprio come il lupo che perde prima il pelo che il vizio.