Il dolce far niente: Scene della vita veneziana del secolo passato
Part 6
La casa del povero pescatore era situata in un quartiere remoto di Venezia. Essa formava l'angolo di una calle che finiva in laguna, e la stanza di Valdrigo aveva tre finestre, una guardava la strada, le altre l'acqua. Da lontano la catena dei monti formava la cornice del quadro. Quella camera era stata la stanza nuziale dei genitori di Beppo, morti entrambi da due anni. Ripulita e imbiancata, si voleva affittarla, ma non trovava aspiranti perchè se la stanza era vasta, ariosa e decente, l'aspetto esterno della casa era affatto miserabile, cosicchè quell'alloggio riusciva troppo povero e lontano dal centro per le modeste fortune, e di troppo lusso per i poveri. Valdrigo vi si trovava a meraviglia, e sosteneva che l'esterno era più bello dell'interno. I muri scalcinati, i modiglioni sporgenti, le reti distese sulla facciata che si asciugavano al sole, i canestri panciuti del pesce che circondavano la porta, i laceri pannilini che sventolavano dalle finestre sopra un lungo bastone, come le banderuole dei navigli in un giorno di festa, davano veramente a quella casa un certo che di pittoresco, che conveniva perfettamente alle idee di Valdrigo. La vista poi dalle finestre era magnifica, e si estendeva sopra un vasto orizzonte. Alcune bianche vele disperse per la laguna si riflettevano sulle acque e parevano uccelli fantastici vaganti sulle onde azzurre del mare. Nelle ore del riflusso gli strati scoperti apparivano come verdi tappeti galleggianti, e i cercatori di crostacei vagavano per le alghe ricurvi il dorso, in traccia della preda. Al tramonto del sole le montagne lontane si tingevano di colori cangianti dal giallo d'oro al rosso porporino, dal rosso al violetto, e finalmente all'azzurro, fino a che le nevi brillavano ai languidi chiarori della luna. Tutto il giorno la laguna era popolata di barche, le più vicine apparivano distinte coi loro accessorii più minuti, le lontane parevano un punto nero nello spazio. Entravano di continuo nel canale, passavano o si fermavano alla riva battelli, burchi, caicchi, gondole, peote, e ogni maniera di barche. Sulle fondamenta le donnicciuole si sedevano al sole, rattoppando i cenci, o facendo i calzetti, querelandosi fra loro, mormorando del prossimo, lamentandosi della crescente miseria. I fanciulli giocavano, i battellieri si riposavano sulle soglie delle porte o apostrofavano i compagni, o si burlavano dei passeggieri, o con un segno degli occhi imberciavano certe gondole che uscivano al fresco con due innamorati.
Quel luogo, quantunque lontano dal centro romoroso di Venezia, pure non era il più opportuno per decidere al lavoro il nostro indolente Valdrigo. Mille motivi lo attiravano alla finestra, mille altri ve lo ritenevano in osservazione. Da un lato studiava la natura, dall'altro le scene popolari che aveva sotto gli occhi. Dagli alberi e dai campi di Saltore, alle barche ed alle acque di Venezia il mutamento era troppo grande per non attirare gli sguardi d'un artista. Dalla solitudine della campagna alla bizzarra conversazione del popolo di Venezia la differenza era troppo rimarchevole per non servire di distrazione, a chi tanto facilmente si lasciava distrarre.
La famiglia de' suoi ospiti si componeva di tre soli individui. Beppo, sua sorella Maddalena, e la vecchia Marta, la nonna degli orfani, una povera vecchierella grinza e rugosa. Beppo era un ardito pescatore, laborioso sul mare, scioperato sulla terra. Marta aveva dieciotto anni, i capelli castagni, gli occhi briosi, una bocca ridente che lasciava vedere il candore dei denti, la carnagione brunetta, la figura snella. La gioventù e la salute andavano d'accordo nell'abbellire la modesta popolana la quale aggiungeva a questi doni della natura la pulitezza della persona, un abito semplice, un grembialino fiorito, un monile di corallo coi relativi orecchini.
Quando usciva di casa battendo i tacchi delle pianelle sul selciato, dimenando i fianchi con una particolare leggiadria, col fazzuolo bianco sul capo, e l'aspetto franco e sicuro, tutti gli sguardi la seguivano; i giovinotti si volgevano indietro a guardarla con quella attenzione avida ad un tempo e stizzosa colla quale il cacciatore osserva una rara selvaggina che gli passa sotto al tiro, ma vola rapidamente e sparisce, prima che possa montare lo schioppo per farla cadere a' suoi piedi. E i vecchi libertini stralunando gli occhi per vederla tutta intiera, si passavano la lingua sulle labbra come il goloso gastronomo davanti l'evaporazioni solleticanti d'un delizioso manicaretto che non è destinato per lui. Ma nessuno osava importunarla, tanto la sua fisonomia incuteva rispetto, per una certa aria fra l'innocente e il risoluto, che pareva dire — non avrete niente, o uno schiaffo. — Valdrigo la guardava sottecchi coll'ammirazione del pittore, ma colla indifferenza dell'innamorato di un'altra.
I primi giorni, Maddalena portava nella stanza del giovane il suo modesto desinare che era trovato sempre eccellente, ma poi egli chiese di far tavola comune cogli ospiti, e dopo alcune cerimonie venne accettato. La mensa si allestiva in cucina, e dopo il pranzo prendevano tutti una fiammata davanti al camino. Quando nevicava, o soffiava il vento, la conversazione si prolungava qualche ora. La vecchia si addormentava la prima, e Beppo le teneva compagnia poco dopo, cosicchè Vittore e Maddalena restavano soli a contarsela.
Taluno dei nostri giovani lettori si aspetta adesso una dichiarazione d'amore, e un dialogo passionato. Tutt'altro, signori, Valdrigo parlava a Maddalena del buon tempo e della pioggia, del caldo e del freddo, — non vi ricordate che egli era innamorato di Silvia? e di che sorta d'amore! di quegli amori che scompariscono dal mondo coll'abolizione delle classi privilegiate, col principio dell'eguaglianza.
L'amore cresce sempre in ragione diretta delle difficoltà che incontra, e degli ostacoli che si frappongono al suo corso regolare, come quei torrenti che ingrossano davanti agli argini e alle dighe, e diventano minacciosi pei campi sottoposti. Quando gli odii politici dividevano le famiglie, rendendo impossibile ogni alleanza fra i nemici, allora si vedevano gli amori di Giulietta e Romeo; quando si divisero le nazioni fra nobili e plebei con una sbarra insormontabile, si videro fra i giovani delle due parti degli amori d'una tenacità pari all'alterigia dei nobili, e questo era il caso di Valdrigo. Le leggi della ingenua natura sono semplici e piane, la fecondazione delle piante succede spontaneamente sul campo, la fecondazione degli animali bruti è sottoposta alle stesse condizioni dei vegetali, e così sarebbe anche della razza umana, al cui naturale connubio la natura non domanda altro che un maschio ed una femmina. Ma l'uomo essendo un animale ragionevole non ha trovate giuste le leggi di natura, si è incaricato di correggerle ed ha emanate delle leggi civili che costituiscono la base della nostra società. La natura diceva: un matrimonio è bene assortito quando due giovani di sesso diverso si sentono chiamati da una istintiva inclinazione a formare una sola famiglia. E sembra che questo fosse un grande sproposito, che venne corretto nel modo seguente: La società dichiara un matrimonio bene assortito quando i nobili sposeranno i nobili; quando i ricchi si uniranno coi ricchi e i plebei coi plebei, e in altre parole un matrimonio sarà bene assortito quando una donna con ricca dote sposerà un uomo che nuota nell'abbondanza, e quando un uomo che non ha nulla per vivere formerà famiglia con una donna che muore di fame. La società avendo fissati questi principi fondamentali, la natura si oppose e protestò, e da questa lotta fra le leggi di natura e le leggi sociali nacquero tutte quelle sventure amorose e i conseguenti delitti che troviamo registrati nelle storie, raccontati nelle cronache, esagerati nei romanzi.
E siccome noi non vogliamo esagerare questa storia perchè non si dica che scriviamo un romanzo, diremo francamente che Vittore Valdrigo, quantunque perdutamente innamorato di Silvia, pure non si trovava male con Maddalena, e senza avvedersene egli stesso le stava volontieri vicino.
Ma non essendo punto innamorato di lei, le sue idee non subivano quella specie d'esaltazione cerebrale che innalza i pensieri al disopra dei tetti, cosicchè le sue idee volgevano al positivo e al comune, e riscaldandosi al camino andava dicendo fra sè stesso: — È egli giusto ed onesto che per il piacere di riscaldarmi con questa buona ragazza io debba consumare la legna de' miei ospiti?... È egli giusto ed onesto che intanto che a Saltore abbonda il combustibile, io mi riscaldi colla legna che scarseggia a Venezia? — Così riflettendo prese una lodevole determinazione e scrisse a sua madre che mandasse Osvaldo a Mestre con un buon carro di legna, e ne fissava il giorno preciso. Rosa, ricevuta la lettera, corse dal curato per farsela leggere, e ritornò a casa decisa a farsi onore, ma Zammaria si mise a brontolare e a mendicare dei pretesti, e finì dichiarando che la legna bisogna venderla pei bisogni di famiglia, e incominciò una resistenza ostile e una scaramuccia che a poco a poco divenne un vero combattimento. La Rosa impiegava invano la solita artiglieria degli sguardi fulminei, chè Zammaria prevedendo i mezzi del nemico si difendeva voltando la schiena agli assalti. Allora la Rosa, assalito di fronte l'avversario, gli gettò due parolette nell'orecchio che parvero far breccia; e come al solito mormorando per la sofferta sconfitta, cedette il campo di battaglia, e se ne andò nella stalla a sfogare la sua collera coi buoi, sopra i quali menava la striglia con tanto furore che i poveri animali si dimenavano spaventati e mandavano dolorosi muggiti.
Al giorno fissato Valdrigo pregò Beppo di accompagnarlo a Mestre colla barca ove egli disse, che suo fratello lo aspettava con alcune masserizie. Partirono e trovarono esattamente Osvaldo che li aspettava col carro. La buona madre aveva interpretato largamente la commissione del figlio, perchè, oltre la legna in abbondanza, la spedizione comprendeva quattro magnifici capponi, del formaggio fatto in casa, del butirro, delle uova, e un bottaccio del vino saporito di Saltore. I fratelli avevano voluto aggiungere le loro offerte a quelle della madre, a motivo delle prossime feste del Natale, e così c'erano delle noci, dei pomi ed una zucca formidabile, la quale soddisfaceva l'ambizione d'Osvaldo nella sua qualità di ortolano. Vittore rimase commosso, non sorpreso della bontà e dell'affetto materno. Egli aveva portato da Venezia un bel fazzoletto rosso per sua madre, una tabacchiera per suo padre, del buon caffè, del levante e dello zucchero per tutti, e consegnò ogni cosa ad Osvaldo, raccomandandogli di non dimenticarsi i suoi baci, e le più tenere espressioni di gratitudine e di affetto. Non è a descriversi la gioia di Beppo che si manifestava con espressioni volgari e troppo colorite; ma è certo che non dissimulava il suo contento con ipocrite cerimonie. Trasportati gli oggetti dal carro alla barca, e rinnovati i saluti al fratello, si misero in viaggio, Osvaldo per ritornare a Saltore, gli altri due per Venezia. Valdrigo pensava con tenerezza a sua madre, e Beppo ripeteva ogni momento le stesse parole: — Paron benedetto, che cuccagna! —
Così per merito di Valdrigo e della buona Rosa, la famiglia dei pescatori passò le feste, come non le aveva forse mai passate, e crebbe l'intimità e l'amicizia fra l'artista e i suoi ospiti, ed egli poteva prolungare le sue sedute intorno al focolare senza rimorsi. Le provvisioni ricevute eccitando la curiosità delle donne, che incominciavano a crederlo un principe travestito e a sospettare delle sue intenzioni, resero necessari degli schiarimenti e delle giustificazioni.
Valdrigo dovette quindi raccontare la sua storia, ben inteso riveduta, corretta e diminuita dall'autore, il quale stimò necessario di tacere intieramente il motivo dell'abbandono degli Orseolo, e tutti i particolari relativi alla sua passione per Silvia. Questo amore pareva ingrandito dalla distanza, fomentato dalle impossibilità, inasprito dagli ostacoli insormontabili. A che scopo ostinarsi ad amare una nobile e ricca donzella, fidanzata ad un potente signore? a che scopo conservare nel cuore questa fiamma che gli consumava la vita?... Andatelo a domandare agli innamorati!... andate a domandare all'incendio con quale scopo egli distrugga i palazzi, i teatri, i dipinti preziosi, le suppellettili, i libri, i documenti più rari!
Lo abbiamo detto, l'amore nella natura è un dolce sentimento che guida alla felicità, l'amore inasprito dalle leggi o dai pregiudizi sociali è una passione che conduce alla disperazione e alla pazzia.
Talvolta in qualche sera di gennaio veniva giù una pioviggina gelata che metteva i brividi al solo vederla. Sul focolare dei pescatori brillava una viva fiamma, la bella Maddalena sedeva sotto la cappa del camino, ed una sedia vuota dirimpetto pareva messa a posta per Valdrigo. Egli guardava colla stessa indifferenza il fuoco crepitante, il posto vacante e la ragazza, e involgendosi nel ferraiuolo attraversava Venezia fra il fango e l'intemperie per procurarsi l'indescrivibile contento di contemplare le invetriate del palazzo Orseolo. Le stanze essendo illuminate e la calle oscura, si distinguevano abbastanza bene le persone che si avvicinavano alla finestra.
Talvolta era un domestico in gran livrea, o il volto color di rosa di Don Lio, o la candida parrucca del nobile Partecipazio. Vittore passava la sera spiando avidamente ogni movimento, e premendosi il petto colla mano quando un'ombra passaggiera gli faceva battere il cuore con soverchia violenza. Intanto il vento gli soffiava la pioggia sul viso, e lo faceva battere i denti dal freddo. Solo risultato di tali prove amorose era una qualche violenta infreddatura che lo confinava a letto per tre giorni. Così non giungeva mai il momento del lavoro e del giudizio, e passavano i mesi coi soliti prodotti del dolce far niente.
La convalescenza riconduceva l'infelice innamorato sotto la cappa del camino, e ristabiliva le conversazioni colla Maddalena. La buona ragazza compiangeva le sofferenze di lui, gli riscaldava le tisane per la tosse e gli parlava di sua madre.
Se egli le avesse fatto delle dichiarazioni amorose, essa si sarebbe tenuta in guardia, ed avrebbe chiuse le porte del cuore, per istinto d'onestà, ma il contegno di Valdrigo rendeva inutile ogni precauzione, ed escludeva qualunque pretesto di diffidenza. Ma a quanto sembra, l'amore è una passione insidiosa, ed avendo trovate aperte le porte del cuore di Maddalena, vi entrò, senza chiederne il permesso. Un bel giorno la povera fanciulla si trovò il nemico in casa senza sapere da che parte vi fosse entrato, cosicchè mentre Vittore adorava la Silvia, la Maddalena adorava Vittore.
XIX.
I giorni dell'inverno son brevi e se le cure d'un amore infelice assorbono alcune ore e i bisogni della vita alcune altre, che cosa resta per lo studio? Aggiungete il tempo perduto in pensieri amorosi ed artistici, i sogni del cuore, i voli della fantasia, ed anche il timore di non riuscir bene nel lavoro. Certi giovani pensano sempre alle grandi difficoltà di compiere un'opera perfetta, all'ingratitudine del mondo che non tiene conto delle privazioni, delle pene, delle fatiche dell'artista, e così via fino al disprezzo della gloria, fino al disprezzo della vita. Sono le solite idee di chi non ha voglia di far niente.
Canova in Roma non pensava a queste cose; egli era invaso da una specie di febbre, e gli pareva di non mai lavorare abbastanza; non pensava alle difficoltà che per vincerle, e alla gloria che per meritarla.
Modellando la creta egli sentiva nell'animo il sublime entusiasmo di colui che vede il suo pensiero trasformarsi in realtà, e si agitava sotto la foga d'una ispirazione più pronta della mano. Nelle ore che riposava dal lavoro della plastica, si dedicava allo studio delle lingue straniere, alla lettura delle opere classiche, letterarie, erudite ed artistiche, o delineava degli studi dagli antichi modelli o dal nudo, apparecchiandosi così un vasto terreno sul quale potesse spaziare il suo genio.
Valdrigo studiava in altro modo; passeggiando per Venezia, osservando gli effetti della luce sulle sculture dei palazzi, ammirando i colori del tramonto sulle nuvole e sull'acque, cercando i motivi delta tavolozza della veneta scuola sulle figure dei passanti, sulle quali non trovava più le robuste tinte che si ammirano nei quadri degli illustri maestri.
O percorreva la laguna sulla barca di Beppo osservando da lontano lo stupendo spettacolo della città, che pareva galleggiante sulle acque trasparenti, come un'isola fantastica, troppo bella per rimanere sulla terra, troppo grave di peccati per salire verso il cielo. Un giorno invaso da' suoi sogni poetici, rimase lungamente immobile nella barca a contemplare Venezia lontana immersa in un velo di nebbia che la rendeva più bella del solito, e ritornando alla riva si trovò tutte le membra intirizzite dal freddo. Entrò allora in una bettola, e per riscaldarsi tracannò in tutta fretta uno dopo l'altro alcuni bicchieri di vino di Dalmazia, e uscì tosto a passeggiare al sole sulla riva. Vagando da una strada all'altra si trovò in Campo San Giovanni e Paolo, e sentendosi stanco entrò in chiesa ove andava sovente ad ammirare le cospicue opere d'arte che abbondano in quel Pantheon delle Venete glorie.
La luce esterna entrava nel tempio illanguidita e variopinta attraversando le ampie invetriate a colori; le lampade accese davanti gli altari gettavano un riflesso rossastro sulla penombra dei monumenti, l'odore dell'incenso si spandeva nella grave atmosfera, e contribuiva a rendere misterioso e solenne il sacro luogo. Valdrigo entrando a destra si sedette dirimpetto al monumento lavorato da Pietro Lombardo, e si mise a contemplare con un occhio istupidito l'urna sepolcrale, portata sul dorso da tre guerrieri, sulla quale s'erge la statua del doge Pietro Mocenigo. Tutto ad un tratto gli parve di vedere che i guerrieri si movessero, e che il principe scosso dal lungo sonno aprisse gli occhi. Un brivido gli passò per il corpo, si levò in fretta, fece alcuni passi e si sedette nuovamente in faccia al Mausoleo del generale Orsino, ma levato lo sguardo vide le statue della Prudenza e della Fede che si abbassavano per salutare la statua equestre dell'eroe, il quale agitando leggermente le gambe sembrava voler conficcare gli sproni nel ventre del cavallo per farlo avanzare. Valdrigo, sbalordito, mandò un grido di sorpresa, poi chiusi gli occhi si mise a urlare di spavento. Poco dopo sentendosi cadere dell'acqua sulla fronte riaperse gli occhi e si trovò circondato da una folla d'individui. Allora parve si facesse animo perchè ringraziava gli astanti, ma poco dopo soggiunse: — Voi siete certamente gli eroi di queste tombe mossi a pietà del mio male. Grazie, Capitano Orazio Baglioni, grazie, illustre Bragadino, e voi che mi guardate, serenissimi principi Vendramino, Loredano, Morosini, Cornaro, lasciatemi in riposo, e ritornate in pace ai vostri Mausolei...
XX.
Alla mattina seguente Valdrigo ritornando alla sua dimora trovava i poveri pescatori nella più grande inquietudine. Maddalena appena lo vide gli si fece incontro dicendogli:
— Non ha avuto disgrazie?... Ove ha passato la notte?
— Nessuna disgrazia... ho passato la notte tranquillamente in un buon letto, in casa del sagrestano di san Giovanni e Paolo...
— Come?...
E qui le raccontò ingenuamente l'effetto impreveduto del vino di Dalmazia, ajutato dall'incenso e dalla fantasia predisposta alle allucinazioni. Gli eroi che lo circondavano in chiesa erano naturalmente i devoti attirati dalle sue grida, e il sagrestano accorso con dell'acqua per calmare le sue sofferenze. Il bravo uomo mosso a pietà per l'accidente del giovane, e conoscendo per pratica che un buon sonno lo avrebbe guarito, non volle deporlo sul lastrico, e assistito da' suoi colleghi lo trasportò sopra un letto in casa sua, seguendo la massima cristiana «fare agli altri quello che si vorrebbe che fosse fatto a sè stessi.»
L'apprensione degli ospiti, e certi sospetti di Maddalena finirono con una bella risata e con l'osservazione dell'artista: che se il vino di Dalmazia fa risuscitare i morti, minaccia per riscontro di far morire i vivi.
Intanto erano trascorsi alcuni mesi dal giorno ch'egli s'era proposto di darsi seriamente al lavoro senza che nessuna opera compiuta fosse uscita dalle sue mani, meno alcuni ritrattini che gettava giù in fretta per guadagnare qualche cosa e non rimanere di aggravio a sua madre. Come le api che cercano il miele su tutti i fiori egli cercava un alimento al suo spirito sulla superficie delle arti, ed evitava di penetrare nel fondo ove si trova la gloria, ma a prezzo di sudori e di stenti. In quel tempo l'atmosfera di Venezia era pregna di molecole soporifere e di emanazioni debilitanti, che penetravano nelle fibre umane come una fatale epidemia e le rendeva floscie e cascanti. Valdrigo invaso da una passione infelice sciupava il genio improvvisando versi ispirati dalla sua diva, o gettava sulla carta degli schizzi di quadri futuri, o prendeva il violino e trasfondeva la sua anima sulle corde armoniose, dalle quali cavava delle espressioni che mancano alla parola umana, ed erano i suoi lamenti dolorosi, o il canto delle sue aspirazioni.
Maddalena aveva la sua stanza sopra quella dell'artista, dirimpetto alla laguna; i suoi balconi erano adorni di vasi di garofani e di geranei odorosi, e quando udiva le soavi melodie del violino, apriva la finestra ed ascoltava con religiosa attenzione. L'esalazione dei fiori, l'aspetto delle acque azzurre che si confondevano col cielo, e quella musica strana, lamentevole, piangente, agitavano i sensi della fanciulla innamorata. Erano voci d'amore ch'ella traduceva a meraviglia, era il linguaggio d'un cuore derelitto, ch'ella intendeva a perfezione, erano accenti d'un'anima solitaria che vagando per l'aria andavano a ricadere sopra un'altra anima solinga e non intesa. Le deliziose armonie ricercavano i più reconditi recessi di quel cuore di dieciott'anni, ma il pensiero funesto che non erano per lei, rivolgeva in amarezza l'incanto, e due lagrime furtive uscivano da quegli occhi dolenti, e irrigavano le fresche guancie della bella fanciulla.
Quante notti al chiarore della luna Valdrigo contemplando il firmamento sereno, suonava a mezza voce il violino, credendo quelle melodie trasportate dal vento e perdute nella solitudine, quando invece penetravano fatali per una finestra dischiusa ed andavano a ferire un cuore innocente, e a turbare un sonno dianzi tranquillo.
Sarebbe inutile il raccontare i mesi e gli anni trascorsi in varii progetti, in speranze vaghe e chimeriche, in proponimenti di studio, svaniti all'indomani; la vita dell'uomo indolente non lascia traccia di sè, e guardando il suo passato egli non distingue un anno dagli altri che per rari avvenimenti smarriti in uno spazio vuoto, come il punto nero d'una barca lontana sull'oceano.