Il dolce far niente: Scene della vita veneziana del secolo passato
Part 5
Egli le prendeva la mano, e la guardava negli occhi tacendo. Tacendo colla parola, perchè gli occhi parlavano abbastanza, e le anime si trovavano in armonia, come due arpe che mandano il medesimo suono. L'ingenuità della fanciulla la rendeva sacra a Valdrigo che la circondava del rispetto dovuto dai mortali verso gli angeli. Quella pura ammirazione era una sorgente d'ispirazioni novelle, di pensieri elevati. Nella sua tranquilla cameretta egli tracciava delle immagini celesti degne della matita di Raffaello; e traea dal violino dei canti di suprema dolcezza, e sovente improvvisava dei versi sublimi riboccanti d'entusiasmo e di gemiti, che si perdeano per l'aria, e svaporavano come diamanti consumati dalla combustione. Cosicchè non restava mai nulla di tante effimere creazioni. Nessuno era presente per colpire sul fatto le idee del poeta o le note del suonatore, ed egli stesso obliava ogni cosa quando cessata quella specie di ebbrezza che agitava il suo spirito, si lasciava cadere sopra il letto, sfinito ed esausto.
Anche gli abbozzi sparivano, nei momenti di scoramento, quando misurando le difficoltà che avrebbe incontrate nella completa esecuzione di pensieri appena accennati, egli distruggeva quelle forme indeterminate, come aborti indegni dell'arte.
Una mattina d'ottobre uscì per tempo a respirare l'aria aperta. Le foglie cadendo dagli alberi disponevano la mente ai pensieri melanconici, entrò nel boschetto e si trovò dirimpetto di Silvia. Una lagrima scendeva sulle guancie della fanciulla, che vedendosi sorpresa si passò rapidamente una mano sul volto, e finse un sorriso. Ma Valdrigo se n'era avveduto e fattosele incontro, le chiese con affettuoso interesse il motivo della sua tristezza. Essa negò fermamente d'aver pianto, e volle rassicurarlo che nulla agitava il suo spirito. Passeggiarono insieme qualche tempo, in silenzio, poi Silvia volle uscire dal boschetto, Valdrigo la pregava a rimanere, ma essa gli rispose con aria risoluta:
— Usciamo, ve ne prego, non dite una parola di più....
Si separarono in giardino, Silvia, rientrò nel palazzo, Valdrigo uscì alla campagna, in traccia di solitudine.
XVI.
Vi sono dei giorni d'autunno ne' quali sembra che la natura si disponga a dare un ultimo addio alla bella stagione, avanti il sonno delle piante, avanti le brine del verno. Il sole risplende in un cielo perfettamente sereno, l'aria è tranquilla, gli uccelli cantano sugli alberi, i fiori emanano le più soavi esalazioni, tutta la campagna presenta un aspetto di pace e di felicità. L'indomani dell'ultimo incontro di Silvia e di Vittore era uno di quei giorni. Ogni volta che i due giovani uscivano in giardino i loro passi si dirigevano verso l'ombrose macchie del bosco, quasi vi fossero attirati da una forza misteriosa; talvolta, appena entrati, Silvia voleva ritornare in giardino, e sembrava dominata da due genii contrari, uno che la invitava, l'altro che la respingeva da quel delizioso recesso. Quella mattina pareva che i genii si fossero messi d'accordo, perchè i due giovani entrarono francamente nel bosco, senza esitanza, e Silvia, sedutasi ai piedi d'un albero, disse a Vittore: — Qui non saremo disturbati, e la quiete che ne circonda in questo luogo romito, si presta perfettamente all'intento. Leggete dunque i versi che avete composti ier mattina passeggiando per la campagna, dopo la vostra pretesa scoperta.
Vittore rispose: — Manterrò la promessa.... — e spiegando un foglietto si mise a leggere una poesia che aveva per titolo: _Le lagrime d'una fanciulla_.
Egli leggeva con una voce dolce e commossa, e la giovinetta impallidiva, il suo seno si sollevava agitato, le labbra semichiuse reprimevano invano i sospiri, e gli occhi umidetti non potevano rattenere le stille che le irrigavano le guancie. Finita la lettura. Vittore fece in mille brani il foglietto, e disperdendolo al vento, esclamò: «Andate, poveri sogni, nel regno dei fantasmi, questa vita non è fatta per la poesia!...» Silvia levatasi con un rapido slancio voleva arrestare Valdrigo, ma troppo tardi, che già i piccoli frammenti scendevano al suolo fra le foglie secche degli alberi. Allora trapassando con repentino movimento dall'emozione alla collera: — Ebbene, disse, addio!... mi avete dato una ferita mortale, e per voi sono morta!... — e si mise in via per uscire.
Valdrigo sbalordito dalla sorpresa le corse presso, la ritenne per la mano, la ricondusse sotto l'albero, la fece sedere nuovamente, ma essa non lo guardava, e non rispondeva alle sue scuse. Allora, disperato d'averla offesa, disperato d'aver perduto quello sguardo che gli penetrava nell'anima come un raggio di luce divina, si gettò a' suoi piedi in ginocchio, e colle mani giunte, e le lagrime del pentimento sul ciglio, gli ripeteva: — Perdonate, Silvia, perdonate, io non credeva quei versi degni di voi, la vostra collera mi uccide, ogni vostro desiderio è sacro per me, voi avrete quei versi che io tengo nella mente, ne avrete ancora degli altri, se non mi negate quello sguardo che m'ispira i più sublimi pensieri. — Allora Silvia volgendo lentamente la testa verso Vittore lo guardò e lo vide sconvolto dal dolore, cogli occhi infuocati pieni di lagrime, che domandavano pietà. Commossa fino al fondo del cuore, gli pose una mano sul capo, e pronunciando la dolce parola: vi perdono, avvicinò il suo volto a quello del giovane, ed entrambi, trasportati da quell'estasi che inebbria le anime giovanili, suggellarono con un bacio reciproco la pace, e rimasero un minuto fuori del mondo.
Ma ohimè! la realtà della vita li richiamava sulla terra per mezzo d'un fastidioso accidente. Uno scroscio di risa ruppe istantaneamente l'incanto, come lo scoppio di un fulmine che sveglia dal sonno e disperde i sogni beati da soavi visioni. Don Lio aveva sorpreso i due giovani nell'atto del bacio, e ne menava uno scalpore indiavolato.
— Bravi, ripeteva battendo le mani, bravissimi!... Brava la futura sposa del conte Leoni, bravo il nemico delle muse, lo schernitore di Cupido! Egli confida nel silenzio delle Amadriadi e simile a Prometeo tenta la salita del cielo per rapire il fuoco divino!
Le sue declamazioni mitologiche attirarono servi, la confusione si diffuse per la casa. Silvia umiliata si ritirò nella sua stanza, Vittore tentò invano di giustificare la fanciulla. Don Lio fu l'implacabile accusatore del delitto. Il nobile Almorò degli Orseolo, intimò a Valdrigo lo sgombro immediato dalla casa. La nobildonna Fulvia non poteva darsi pace d'un tale scandalo, il cavaliere servente Partecipazio ne strabiliava. Don Lio accusava il seduttore d'insaziabile ambizione, Partecipazio sosteneva che il popolo è divenuto oltremodo vizioso, che non bisognava troppo proteggere la gente bassa, e rimproverava alla nobildonna la sua debolezza, il suo capriccio di tollerare in famiglia un villano, e dichiarava che tutti devono rimanere al loro posto, i bifolchi alla marra, i nobili alla toga. — Per quanto farete, egli andava ripetendo, i villani resteranno sempre villani, il sangue non si cambia, la nobiltà dell'uomo scorre nelle vene. Il mondo sarà sempre così! e Don Lio approvava abbassando la testa, sollevando le braccia e agitandole in segno di profondo convincimento.
La figlia colpevole dovette comparire davanti alla madre, alla quale spiegò ingenuamente il motivo di quel bacio tanto fatale. La madre la minacciò di rimetterla in convento fino al ritorno dello sposo, al minimo indizio di civetteria; la ammonì a tenersi in riserva, e soggiunse: — Se Valdrigo fosse stato un nostro pari, certo non avrei permesso la vostra intimità, ma come poteva io sospettare che un uomo senza nascita potesse farvi discendere sino a lui? Quando sarà finita questa benedetta missione diplomatica del conte Leoni faremo subito il matrimonio, ed allora sarete libera; ben inteso, sempre nei limiti delle convenienze, scegliendo il vostro corteggio nel libro d'oro, e possibilmente fra quelli di antica data.
XVII.
Vittore Valdrigo si rifugiò nel seno di sua madre. La povera donna piangeva con lui, e si desolavano entrambi, non per la perduta protezione, ma per le false accuse colle quali interpretavano uno slancio di sentimento non disgiunto dal più profondo rispetto. La povera Rosa consolava suo figlio con ingenue ma affettuose parole, perchè il suo linguaggio era quello della semplice natura.
Dopo il primo sfogo violento dell'anima offesa, Valdrigo scrisse una lettera ai nobili Orseolo nella quale giustificava la sua condotta, e dichiarava la sua eterna riconoscenza dei benefici ricevuti. Non risposero, ma gli fecero pervenire tutti gli oggetti che gli appartenevano, come ultimo indizio di completo abbandono. Rosa sgombrò la stanza della torre, la fece imbiancare, vi collocò un buon letto, un tavolo, due sedie, e vi depose con religiosa attenzione tutte le quisquiglie da rigattiere che costituivano il corredo del figlio. Egli si abbandonò ad una profonda tristezza, ad un letargo che pareva assopire il suo dolore, ma non era che l'effetto d'un vuoto immenso che isolava la sua esistenza. La buona Rosa lo osservava di sottovia, rispettava i suoi lunghi silenzi, lo serviva colla assiduità instancabile dell'affetto materno. Alle sue parole di riconoscenza rispondeva con un bacio, alle sue domande d'acqua gli portava del vino, e gli metteva sul tavolo del pane caldo, dell'uva secca, delle frutta. Per lui ci doveva essere ogni giorno la panna, il butirro fresco, e si dovevano raccogliere nel pollajo le uova ancora tiepide. Zammaria brontolava, ma Rosa levava la testa e gli faceva certi occhiacci che dovevano significare una spaventosa minaccia, perchè a quel cenno il marito cessava da ogni lamento ed usciva zufolando un'arietta concitata, ma inoffensiva.
Quando le sembrava di poter parlare senza essere importuna, la Rosa si studiava di consolare suo figlio, dicendo: — Fatti animo che non siamo poi tanto poveretti, quantunque contadini. Gli animali della stalla sono tutti nostri, e qualche bel zecchino l'ho messo da parte colla mia economia. Nel fondo del cassone ho un involto di ducati nascosto in un pajo di calze, e tu potrai disporne a tua voglia. Zammaria ripete sempre al padrone che gli anni sono cattivi, ma non è vero, naturalmente queste cose si debbono dire perchè non crescano gli affitti, ma coll'ajuto del cielo, si vive, e si mette anche qualche cosa da parte.
Egli ringraziava sua madre, e dichiarava non aver bisogno di nulla.
A poco a poco l'abitudine prese il suo dominio; e i giorni passavano vuoti di opere ma ripieni di pensieri, di contemplazioni, di sogni. I progetti tenevano luogo dei fatti, chè Valdrigo vedeva bene gl'inconvenienti d'un ozio prolungato, e confessava a sè stesso che la sua educazione, e il suo genio lo chiamavano altrove, che il momentaneo ritiro nella solitudine doveva essere una specie di cura medica delle ferite del cuore, non mai l'ultimo destino della sua vita. Ma la cura era fallata e invece di sanare le piaghe inacerbiva le ferite. La solitudine ingrandisce i fantasmi, stende un velo sul mondo positivo, e dischiude l'adito al regno dei sogni. Nella solitudine Silvia gli sembrava più bella, e nel vasto universo deserto, essa dominava con tutta la forza del mistero. Agli occhi di Valdrigo essa non era più donna, ma apparteneva alle fantastiche legioni degli angeli, anime tutte divine, vestite di candide forme e di eterei sembianti. Nella solitudine l'amore diventa una religione, e gli amanti simili ai devoti eremiti si lasciano assorbire dalla adorazione degli idoli, ingranditi ai loro sguardi per l'effetto dell'esaltazione mentale. Questa vita di contemplazione bastava al suo spirito. Intanto venne l'inverno, e sua madre tentava invano di fargli abbandonare la campagna deserta, e invano ogni giorno gli offriva del denaro perchè potesse recarsi a Venezia o almeno a Treviso per seguire il suo destino, e guadagnarsi una vita onorata con un lavoro adeguato alla sua educazione ed alla sua capacità. Egli le prometteva sempre di partire, ma rimaneva.
Le nostre cortesi leggitrici, se avremo l'alto onore di averne, diranno: — Ma che cosa poteva fare un artista alla campagna, d'inverno in una bicocca di contadini, nella più profonda solitudine?... — Gentilissime signore, riflettete un momento che gl'innamorati non sono mai soli, e gli artisti nemmeno. Valdrigo passeggiava in compagnia d'una donna immaginaria, la più bella fra le belle, la più sommessa fra le schiave. Ella era tutta sua, e gli teneva luogo d'un popolo: quelle solitudini abbellite dalle sue chimere erano il suo dominio, e gli tenevano luogo d'un regno. Egli faceva un sogno delizioso e non voleva essere risvegliato. E quante volte, cortesi leggitrici, non avete trovato voi stesse i vostri sogni segreti più belli della realtà!
Permettete dunque che Valdrigo rimanga qualche tempo in campagna, malgrado la perversità della stagione, che egli però trovava secondo i suoi gusti. I rami secchi degli alberi, le foglie cadute, il cielo nebbioso, la natura morta convengono perfettamente a certe condizioni dell'animo, quando un pensiero e un'immagine riempiono il cuore. Le anime leggere e i cuori vuoti cercano avidamente i frivoli piaceri del mondo, i balli, i teatri, le feste. Ciascheduno ha bisogno della folla per cercare un compagno. Chi l'ha trovato, chi l'ha perduto per sempre può vivere nella solitudine.
Valdrigo usciva a passeggiare pei campi deserti, quando l'aria gelata aveva cristallizzata la nebbia sugli alberi. Quella scena era per lui uno spettacolo fantastico, un mondo di cristallo. I rami delle piante, le siepi, l'erba secca delle rive si trasformavano in lucidi brillanti, i salici piangenti parevano diventati fiocchi giganteschi di candida ciniglia, il ghiaccio dei fossi presentava l'apparenza dei moarri di Lione che servono di veste alle regine, ma che sono una debole imitazione della natura. E i giorni di neve le vaste campagne coperte da un bianco tappeto mandavano dei riflessi azzurri, e presentavano l'aspetto di quei deserti del polo, che ci vengono descritti dagli arditi viaggiatori. E alla notte la luna battendo sulla neve i suoi raggi raddoppiava la luce pel riflesso della bianca terra, e faceva brillare uno strato infinito di diamanti. Chi non ha veduto la campagna d'inverno non conosce uno spettacolo degno d'ammirazione.
Venne la primavera, coi fiori delle siepi, col canto degli uccelli, cogli aliti imbalsamati pregni di amorose malìe. Chi avrebbe abbandonata la natura nel momento incantevole che si desta dal sopore del verno?... Non certo un innamorato, un poeta, un sognatore. L'estate offriva al pittore i più vaghi motivi d'ombra e di luce. La falciatura dei prati gli apportava il profumo dei fieni recenti, la mietitura del frumento gli mostrava l'effetto della porpora sull'oro, per mezzo dei rossi papaveri confusi ai covoni delle spiche mature. Il canto dell'allodola pareva rispondere alla canzone della spigolatrice, entrambe solitarie, e forse entrambe innamorate. L'autunno lo riteneva col prestigio delle sue frutta, col gajo spettacolo dei pampini carichi d'uve, colle tinte variopinte delle foglie.
Egli osservava e ammirava, voleva imitare le armonie della natura col suono del violino, e colla matita disegnava i gruppi degli alberi antichi, le movenze degli animali pascolanti, gli atteggiamenti delle rustiche fanciulle che danzavano sul prato, o andavano alla pesca lungo le rive, o nelle acque cristalline. Così passò il primo anno. All'autunno i nobili Orseolo vennero a villeggiare senza Silvia. La nobildonna Fulvia, per salvarla dalle supposte insidie dell'ambizioso Valdrigo, l'aveva confidata ad una amica elegante che villeggiava sulla Brenta in mezzo a numeroso corteggio di sdolcinati cicisbei.
Vittore si decise di ritornare a Venezia, terminato l'autunno, ma i giorni di novembre erano così belli di tristezza che lo ritennero con una forza insormontabile. Alla madre che gli chiedeva il giorno preciso della partenza per le ultime disposizioni da prendersi egli rispondeva: — Domani. — Domani! arcana parola, giorno indeterminato che esiste ma non è iscritto precisamente in nessun mese dell'anno, in nessuna divisione della settimana! Domani vuol dire il futuro misterioso, l'avvenire che sta in mano di Dio! Tutti abbiamo un domani fatale; oggi la vita, domani la morte! oggi i lampi del genio, domani le tenebre della tomba!
Il domani di Valdrigo non arrivava mai. Oh! l'indolenza delle anime quanti furti commette verso la patria. Quante opere insigni, non si fecero per aspettare un domani il quale non giunse che per annunziare la vanità degli umani progetti! — Domani diceva Valdrigo, e accendendo la pipa si gettava sull'erba fra i vortici di fumo. L'indolenza è una malattia dell'anima raramente acuta, quasi sempre cronica e incurabile. Quando s'incomincia a far niente, non si esce dall'incanto di quella dolcezza senza una scossa violenta. È la storia di Rinaldo nei giardini di Armida. Chiunque avrà provato in sua vita la malattia del far niente, non sarà punto sorpreso al nostro annunzio che Valdrigo passò il secondo anno come il primo, sempre disposto a partire, sempre ritenuto da una abituale indolenza.
Finalmente venne il secondo autunno, e come al solito ricomparve a Vascon la famiglia degli Orseolo col consueto corteggio di Don Lio innamorato fedele delle muse, e col nobile Partecipazio sempre più ringiovanito dalle pomate e dai cosmetici coi quali cancellava le rughe del suo volto, come i ristauratori dei quadri antichi riparano i guasti del tempo. Questa volta poi c'era anche la Silvia, perchè l'esperienza aveva insegnato a sua madre che amori della durata di due anni non esistevano al mondo, e quindi secondo le sue massime ogni pericolo era tolto.
L'arrivo della fanciulla scosse Valdrigo dal letargo; e indovinate che cosa fece!
Valdrigo fuggì.
Cercando di vederla si sarebbe esposto a nuovi insulti, a nuove calunnie, e il suo carattere non era tale da affrontare una seconda volta l'alterigia patrizia. Averla vicina e non vederla era cosa insopportabile al suo cuore, era lo stesso come il pretendere che il ferro si allontanasse all'avvicinarsi della calamita.
Dalle lotte colla natura si fugge con energica risoluzione, ma non si resiste nè si vince. Valdrigo dunque partì, ma non per Venezia che non aveva per lui più attrattive, ma per un viaggio pedestre ed artistico sulle Alpi che contemplava da lontano e non aveva mai vedute da presso. Entrò nel Cadore, la Svizzera del Veneto, e costeggiando la Piave visitò quei boschi antichi, e quei monti scoscesi che offrono tanti spettacoli sublimi all'ammirazione di chi ama la natura, e la grande poesia delle sue opere. La donna de' suoi pensieri lo seguiva dovunque, e disponeva la sua mente alla contemplazione di quelle scene stupende che le anime volgari guardano stupidamente senza gustarle.
In quelle solitudini alpestri egli meditava le grandezze delle opere di Dio e la caducità delle umane produzioni. Quelle roccie sfidavano gl'insulti dei secoli, e le opere più solide dell'uomo non potevano sopravvivere alle spente generazioni. L'antico Egitto scomparve, Gerusalemme non è che un mucchio di macerie, la divina Atene è caduta, e di tanta scienza, e di tante arti gentili, e di tante sublimi o graziose produzioni non ci restano che pochi frammenti che rendono più amaro il tramonto di ogni grande civiltà.
Volle compiere un pio pellegrinaggio al paese che diede i natali al grande Tiziano; e in quella valle pittoresca che fiancheggia la Piave cercava i punti che avranno arrestati gli sguardi dell'immortale pittore. Visitò la casa abitata dall'artista ancora fanciullo, e baciò la parete ove appena decenne quella mano divina aveva dipinto una Vergine col succo d'erbe spremute e di fiori. Era quello il primo lavoro dell'uomo davanti al quale l'imperatore Carlo V, doveva inchinarsi a raccogliere il pennello caduto, rispondendo alla sorpresa di lui: — Tiziano è degno d'essere servito da Cesare.
Ritornò a Saltore in novembre, quando tutti i villeggianti erano partiti, e rifece solitario i passeggi che doveva aver fatti la Silvia, e seguiva le sue traccie coll'istinto, e gli sembrava di vederla. Talvolta si arrestava dietro un albero ad osservare il giardino e il palazzo. Ma le chiuse imposte gli pesavano sul cuore come le memorie dei morti. Angelo Rotondo vangava la terra intorno agli dèi venerati da Don Lio, Fiorina copriva i garofani per ripararli dal freddo, e il boschetto era deserto.
Un giorno ritornando dal solito passeggio trovò sua madre sulla porta che lo aspettava, tenendo fra le mani una lettera. Vittore riconobbe sull'indirizzo il carattere di Antonio Canova. Il collega ed amico gli scriveva da Roma la relazione del suo primo trionfo.
Il grande monumento del pontefice Ganganelli era stato scoperto al pubblico nella chiesa dei santi Apostoli. Canova gli raccontava la storia dei suoi lavori, degli studi intrapresi, delle fatiche sostenute per superare le difficoltà dell'arte, e gli svelava ingenuamente le gioje provate a lavoro compiuto, e le agitazioni sofferte davanti al giudizio del pubblico, e accennando le lodi ricevute e le critiche soggiungeva: «le critiche danno luogo a riflettere ed insegnano: le lodi sovvertono ed addormentano; tolgono la smania di andare avanti, di tenere in attività lo spirito per distinguersi»[5].
Ai discorsi dell'arte seguivano le confidenze del cuore; il quale soffriva per un amore infelice. Lo scultore amava la figlia d'un altro artista, Domenico Volpato. Erano stati fidanzati, ma inesplicabili misteri aveano rotto quel nodo, e in luogo delle nozze era seguito l'abbandono. Ma egli cercava nel lavoro un sollievo al dolore, e così anche le ambascie d'un amore tradito divenivano fomite all'arte e aggiungevano espressione alle opere.
Canova chiudeva la lettera eccitando l'amico a mettere a prova il suo genio con qualche opera di lena, e lo invitava a dargli notizia dei lavori compiuti.
Il rossore della vergogna coloriva le guancie del giovane, il rimorso del tempo perduto gli lacerava la coscienza, l'esempio glorioso dell'amico lo scoteva finalmente dal lungo letargo, e presa una risoluzione irremovibile, si diede a raccogliere gli studi dispersi, a mettere insieme i suoi libri, gli arredi, e gli utensili dell'arte mentre che la madre gli apparecchiava il fardello delle vesti, per la partenza.
All'indomani alzatosi per tempo abbracciava i parenti, stringeva al seno sua madre che piangeva a calde lagrime, dalla gioja di vederlo risoluto a lavorare e dal dolore di perderlo. La buona donna gli metteva in mano le sue economie, gli raccomandava il coraggio, lo accompagnava per un tratto di via. I suoi bagagli partivano sopra una carretta condotta fino a Mestre da Osvaldo, egli se ne andava a piedi, come la prima volta, ma con qualche anno di più con qualche illusione di meno, con l'anima ferita, col rimorso del tempo perduto.
Per via sua madre gli prodigava i consigli dei cuori semplici, lo pregava di conservarsi onesto, di meritarsi la stima di tutti, di non lasciarsi invadere dall'ozio, di aver fede in Dio, di voler bene a lei che pregava sempre per la sua felicità, e invocava sul suo capo le benedizioni del cielo. A Lancenigo si separarono con nuove lagrime e baci; la buona Rosa ritornò a Saltore col cuore stretto dall'affanno, e Vittore giunto a Mestre, e preso posto in una barca, arrivava alla sera in Venezia.
XVIII.
Sbarcò in casa d'un amico, e si mise tosto in traccia d'un alloggio modesto. Nel tempo che dimorava al palazzo Orseolo aveva fatto conoscenza con un certo Beppo Caruga battelliere, che conduceva gli artisti al lido, e nelle gite dei dintorni.
Avendolo scontrato per via gli chiese delle indicazioni in proposito. Beppo offerse una stanza nella sua casa, che venne subito accettata, e trasportativi i bagagli prese immediatamente possesso della nuova dimora dopo aver fissato un modesto contratto per l'alloggio e pel vitto.