Il dolce far niente: Scene della vita veneziana del secolo passato
Part 3
Alla sera la piazza di San Marco offriva lo spettacolo meraviglioso d'una folla brulicante, briosa, ma ordinata e cortese. Fra un bisbiglio di voci liete e graziose, si vedevano i più bizzarri contrasti di colori e di costumi. I nobili e i magistrati colle sfarzose loro vesti, i cittadini coi mantelli bianchi o scarlatti, coi cappellini piumati a tre spicchi, le gentildonne in guardinfante e collo strascico, gli ambasciatori e i forestieri coi loro costumi nazionali, fra i quali risaltavano particolarmente i Turchi, i Greci gli Armeni.
Le donne sciorinavano i più ricchi abbigliamenti, stoffe di raso e di seta a larghe fioriture, con trapunti in oro, o ricami, con maniche e collari di merletti e di pizzi di meravigliosa fattura. Le alte pettinature brillavano di preziosi giojelli. Accanto alle gravi e magnifiche matrone sfilavano le vezzose e vispe lustrissime dal misterioso zendaletto, o dalla ricca bauta e offuscavano lo splendore dei brillanti delle gentildonne colla luce degli occhi parlanti; e una semplice rosa sul crine incipriato ornava talvolta quelle fronti giovanili, con più effetto d'un diadema. Le livree dei domestici, i costumi dei gondolieri e dei marinai, le donnicciuole del popolo di Burano e di Chioggia con le gonnelle sul capo, formavano un quadro d'un carattere originale, unico al mondo.
Venivano tutti col pretesto della Fiera dell'Ascensione, splendido mercato che si teneva in piazza San Marco, ma l'ammirazione non era esclusivamente concentrata sulle merci esposte in vendita, chè gli avidi sguardi dei giovani miravano maggiormente gli oggetti che non si potevano acquistare a denaro, ma che talvolta si conquistavano con un assedio perseverante di sguardi pietosi, e con l'arcana potenza di qualche parola furtiva.
Tutte le celebrità di quell'epoca intervenivano pompose nella piazza, come in una meravigliosa sala, comune a tutti, cittadini o stranieri, e passeggiavano lentamente fra gli sguardi rispettosi della folla, le ripetute riverenze e i profondissimi inchini.
Per di qua si vedeva fra un corteggio di eleganti incipriati, la bella e briosa gentildonna Giustina Renier, da quattro anni soltanto sposa al patrizio Marcantonio Michiel. Tutti ammiravano il lusso e le grazie della nipote del Doge, che rivolgeva la parola a suo zio materno Lodovico Manin, predestinato dalla sorte a seppellire la repubblica. Di là usciva dalla procurativa, seguita da un codazzo d'ossequiosi cicisbei, e si pavoneggiava per la piazza la pomposa matrona Caterina Dolfin Tron, sorridendo a diritta all'eccellentissimo Quirini, giunto apposta per la festa dalla sua deliziosa villa d'Altichiero, o scherzando alla sinistra col vecchio e curvo conte Gaspare Gozzi, canzonandolo con un piglio fra l'indifferente e il geloso sulla sua inclinazione per la francese Sara Cenet.
L'arguto poeta e gazzettiere, se ne scusava con motti piccanti e fini, e si rivolgeva come ad un appello decisivo, al potente procuratore marito, che li seguiva da vicino, corteggiato da una caterva di adoratori della moglie.
Passava un altro gruppo d'eleganti, facendo gran chiasso per lo splendore delle vesti, e il numeroso e scelto corteggio. Era la vezzosa gentildonna Contarina Barbarigo, la potente ed ammirata veneziana, che due anni prima aveva vinto l'Imperatore Giuseppe II in una graziosa lotta di spirito e di galanteria. La circondavano il cavaliere procuratore Alvise Pisani, Francesco Pesaro, e Nicolò Barbarigo, ed altri, astri minori, ma tutti brillanti di quell'epoca.
La vecchia gentildonna poetessa Cornelia Barbaro Gritti camminava cautamente, sostenendosi al braccio del figlio Francesco, parimenti poeta; come una stanca musa che invoca l'ajuto d'Apollo per salire al Parnaso. La vecchia musa in toppè era pastorella d'Arcadia, e veniva conosciuta dai pastorelli suoi amici, Algarotti, Metastasio, Frugoni e Goldoni, col dolce nome di Eurisbe Tarsense.
Ma in fianco a questi nobili avanzi di caduca poesia passeggiava un uomo antico, che con la mano ferma sull'elsa della spada parea sfidare i nemici della patria. Era l'illustre capitano Angelo Emo, ultima gloria delle geste militari di San Marco.
Infatti tutti i più bei nomi di Venezia si incontravano in quel ricinto di marmi, e spiccavano fra la folla mista d'ogni classe sociale. Ma anche nel ceto cittadino e popolare non mancavano rimarchevoli individui. Un grande originale era il burbero e sospettoso Carlo Gozzi, che sfilava brontolando fra gli archi delle Procuratie, desolato da un fatale contrattempo.
Il popolo indicava a dito il rivale di Goldoni, l'applaudito autore delle favole drammatiche, il quale dopo le sventure del perseguitato Gratariol, vittima delle _Droghe d'Amore_, sfuggiva gli sguardi della Ricci, attrice di moda, e suo malgrado la scontrava a ogni svolta di calle, accompagnata dal vecchio capocomico Sacchi, il più famoso arlecchino di quei tempi.
In un angolo della piazza un cavadenti vantava ai curiosi i miracoli d'un suo elisire, mentre dietro una colonna un individuo segnava in una carta quel gruppo. Questi era il pittore Pietro Longhi che studiava dal vero i costumi veneziani dell'epoca.
Il giovane Antonio Lamberti inseguiva da vicino la bionda Marina Benzon, e ispirato dalle grazie dell'avvenente persona e da qualche sguardo incoraggiante, andava componendo le strofe della canzonetta veneziana, divenuta tanto popolare: _La biondina in gondoletta_.
Un altro giovane poeta, che viveva in quei tempi in Venezia di un modestissimo impiego, andava in traccia d'Irene. Era il bassanese Jacopo Vittorelli, già celebre pel suo poema sul Toppè, allora innamorato d'Irene e dei maccheroni, che celebrava egualmente colle sue rime. Ma Irene in bruno zendaletto si confondeva fra la gente, e cogli occhi furbetti rispondeva ad altri sguardi. Noncurante della gloria futura la vispa popolana, sedotta da un piattello di calde frittelle, fuggiva con Fileno fra le braccia dell'Imeneo, lasciando che il poeta abbandonato morisse d'amore in piazza San Marco, e dopo morto cantasse a suo bell'agio:
Non t'accostare all'urna Che il cener mio rinserra
e terminasse la sua funebre anacreontica prima di salire al letto deserto, dicendo all'infida Irene:
Rispetta un'ombra mesta E lasciala dormir!
La folla aumentava sotto le loggie della fiera, che si componevano di vaste ed eleganti botteghe mobili, in legno, che venivano levate al termine delle feste. Era una pubblica mostra delle merci più pregiate, e delle migliori produzioni delle arti. Vi si vedevano a profusione i prodotti naturali ed industriali dell'Oriente, accanto delle produzioni nazionali. Abbondavano i broccati d'oro, le stoffe sontuose, i giojelli e i merletti. Vi si ammiravano dei ricchi arredi, dei mobili e delle cornici d'intaglio, l'arte vetraria spiegava tutto il lusso delle varie sue opere, le perle, i lampadari di cristallo, gli specchi tanto famosi.
Il gusto naturale dei Veneziani per le arti guidava ogni anno gl'intelligenti nel riparto consacrato all'esposizione dei lavori degli artisti viventi, ove si collocavano le incisioni, i quadri, le statue. In quell'anno la folla che circondava il locale destinato alle arti belle era talmente stipata ed incessante, che riusciva malagevole avvicinarsi alla meta. Eppure un solo gruppo attirava tutti gli sguardi, ed eclissava ogni altro lavoro. Questo gruppo rappresentava Dedalo ed Icaro, scolpiti in marmo da Antonio Canova.
Era la natura riprodotta in plastica con verità impareggiabile. Pareva che il sangue scorresse sotto la pelle rugosa del vecchio, il quale adattando le ali alle membra giovanili del figlio, mostrava la sua agitazione, colla contrazione delle linee del volto. Il fanciullo Icaro colla sua ingenuità pareva lieto dell'idea paterna, e sorrideva al pensiero di sciogliere il volo nelle regioni dell'aria. La folla si accalcava intorno a quel gruppo, e ripeteva con rispetto il nome dell'artefice insigne.
Filippo Farsetti, il fondatore della Galleria di Scultura nella quale studiava il Canova, accorreva ad ammirare il lavoro, insieme al Senatore Giovanni Falier, il protettore del giovane artista. Si scontravano per via col Procuratore Pietro Vittore Pisani che aveva allogato il bel gruppo, e che andava superbo di poter abbellire le sue magnifiche sale di un'opera che otteneva gli applausi universali. E in vero quelle due statue erano così superiori alle produzioni dell'epoca, che la stessa invidia taceva, e gli artisti viventi confessavano il rinnovamento dell'arte e volevano stringere la mano che sapeva così bene trattare lo scalpello ed imitare la natura.
Il modesto Canova fuggiva le pubbliche ovazioni, e assaporava le intime gioie del suo primo trionfo nella cella solitaria di san Stefano, già adorna d'altri pregevoli lavori. Infatti prima del Dedalo ed Icaro aveva condotto a termine il busto del Doge Renier per commissione del nobile Angelo Quirini; aveva ripetuto l'Orfeo con modificazioni del primo pel Senatore Grimani; aveva condotto in marmo un Esculapio e modellato un gruppo d'Apollo e Dafne.
I giovani suoi amici ed ammiratori andavano a visitarlo, e lo trovavano sempre intento al lavoro. Erano fra i più intimi il giovane scultore veneziano Antonio d'Este, che gli fu fedelissimo e stretto amico sino alla morte, il trivigiano Carlo Lasinio, incisore e pittore stimato, e Vittore Valdrigo.
Costui uscendo a notte inoltrata dallo studio di Canova si aggirava solitario per le calli deserte di Venezia, assorto nelle più gravi meditazioni. Quel grande e nobile esempio agitava il suo spirito, egli era costretto di confessare che le opere applaudite dell'amico erano il risultato dei continui studi e delle perseveranti fatiche, egli conveniva che il genio non fruttifica se non è fecondato dal lavoro, e sentiva nel profondo dell'anima una voce misteriosa che gli prometteva la gloria, qualora acconsentisse a consumare i pennelli sulla tela, come Canova usava gli scalpelli sul marmo.
Passeggiando in fianco alle Chiese e ai Palazzi, egli si arrestava a contemplare quei monumenti, e le forme fantastiche di quelle antiche dimore in parte immerse nelle ombre della notte, in parte illuminate dalla luna, secondavano le sue tendenze e lo trascinavano nel regno dei sogni. Dimenticando affatto il presente, egli riviveva nei secoli andati, e gli pareva che quelle mura gli rivelassero i segreti delle arti e della politica; e cercando di penetrare nei misteri degli anni svaniti, gli sembrava di vedere gli uomini delle morte generazioni e ne studiava i caratteri, e voleva indovinarne i pensieri. Davanti una maestosa basilica, che disegnava le sue cupole nel cielo sereno, egli pensava: — Quivi Tiziano si sarà soffermato a contemplare questo spettacolo sublime, e avrà meditato il pensiero dell'Assunta. — Poi raggirandosi per le oscure vie, e pei ponti ricurvi che presentano alla vista le case del popolo sporgenti o rientranti nell'acqua dei canali, se un lumicino rischiarava una finestra, con una luce rossastra, gli pareva di vedere coricata in quella stanza la più bella Venere uscita dai pennelli del medesimo artefice, chiamato dal Buonarroti «il gran confidente della natura, il maestro universale, e il solo degno del nome di pittore». E seguitava il suo notturno pellegrinaggio attraverso l'antica Venezia, evocando il passato. Sotto al campanile di san Marco gli sembrava di riconoscere il vecchio Sansovino che si compiaceva nella contemplazione della sua loggia; sulla riva degli Schiavoni, s'immaginava di incontrarsi con Alessandro Vittoria che aveva dimorato in calle della Pietà. Ora si arrestava a dialogizzare col Tintoretto, ora chiedeva a Paolo Cagliari delle spiegazioni intorno ai suoi gruppi, o domandava a Giorgio Barbarelli i segreti della sua tavolozza, e le sue opinioni intorno alla maniera del maestro Giovanni Bellino.
Davanti l'ampia superficie della laguna pensava ai grandi capitani che conquistarono il dominio dei mari, e piantarono l'onorato vessillo di San Marco in lontane regioni. Si figurava i battiti del cuore di Marco Polo nel giorno del suo arrivo a Venezia dopo la lunga assenza dalla patria, e rammentava le glorie dei Morosini, dei Dandolo, dei Foscari, dei Zeno, dei Mocenigo, dei Pesaro. Anime grandi! bei tempi per Venezia! che ben a ragione andava superba de' suoi fasti politici, della sua sapienza civile, delle sue glorie artistiche!...
Ma tutto ad un tratto un rumore dapprima indistinto e confuso, e poi assordante e disgustoso, lo risvegliava da' suoi sogni. Era un nembo di maschere sibilanti, accompagnate da stromenti scordati, rischiarate da palloncini variopinti, seguite da una folla plaudente di curiosi e di sfaccendati. Valdrigo ritirato nel vano di una porta lasciava passare la valanga, e quando il silenzio della notte riprendeva il suo dominio egli faceva il paragone della antica Venezia colla nuova, e mettendo a riscontro le feste nazionali delle vittorie, coi baccanali senza tregua, gli uomini d'una volta con quelli del giorno, il suo cuore lagrimava di compassione. Allora rientrava in casa, abbattuto e desolato d'esser nato troppo tardi, in un'epoca di corruzione e di decadenza; e trovava miglior consiglio spegnere l'intelletto nello stordimento delle feste, al tocco dei bicchieri, al suono d'una musica festante, fra i baci voluttuosi dei facili amori!...
E così invaso dallo scoramento e prostrato dagli stravizi, dimenticava il grande esempio dell'amico, il quale, modesto, laborioso e solitario, si levava sempre più alto e dominava i tristi tempi, colla grandezza del genio e coll'incanto delle divine creazioni.
XII.
Un ardente desiderio, un pensiero tenace, turbava i sonni, e dominava le ore di studio di Antonio Canova. Un nome grande risuonava nel suo cuore, una voce misteriosa e prepotente lo chiamava da lontano. Questo pensiero, questo nome, era Roma. Roma circondata da un prestigio infinito, nome eterno e venerato dal mondo per le sue grandezze e per le sue rovine. Colà la Grecia mostra ancora le immortali bellezze de' suoi marmi; e le glorie della repubblica e dell'impero sfidano i secoli sulle pietre imperiture dei loro monumenti. La nuova era della fratellanza cristiana, fondata sulle macerie del mondo antico, narra i suoi martirii e i suoi fasti, colle catacombe e colle basiliche. Il genio dell'arte eterna ha trasfuso la sua scintilla nell'anima di Michelangelo e di Raffaello, e il fuoco sacro arde fra quelle mura, che custodiscono i tesori della civiltà greca, romana e cristiana. Il gruppo di Dedalo ed Icaro e la statua del marchese Poleni fornirono al giovine scultore i mezzi necessari per soddisfare i suoi voti, e nell'ottobre del 1780, lieto e felice, partì finalmente per Roma.
XIII.
In quello stesso mese un pesante carrozzone da viaggio, e un barocchissimo biroccio, andavano barcollando per le strade rotte e guazzose dei contorni di Treviso, trasportando la nobile famiglia degli Orseolo che si recava a villeggiare nel suo palazzo di Vascon.
Vedevasi nel carrozzone principale la nobildonna Fulvia in gran toppè seduta accanto del nobile Giuliano Partecipazio, suo cavaliere servente di servizio, e dirimpetto a loro, Silvia ed Alvise. Sedevano nel secondo biroccio il nobile marito conte Almorò degli Orseolo, l'elegantissimo abate Don Lio, poeta arcade, membro dell'illustre accademia dei Granelleschi, istitutore del giovane Alvise, e cavalier servente onorario della contessa. In faccia a loro stavano Vittore Valdrigo, e la cameriera Lucietta. Gli altri servitori e staffieri camminavano in fianco alle carrozze per sostenerle quando minacciavano di ribaltarsi, o per spingerle avanti, quando le ruote sprofondandosi nel fango, si arrestavano. Erano partiti da Venezia avanti il levare del sole colla speranza di giungere alla villa prima di notte. In due ore si attraversava la laguna, ma ci voleva una intiera giornata a percorrere le quindici miglia da Mestre a Vascon, ben fortunati quando non si aveva bisogno di quattro buoi per rimorchiare i cavalli e le carrozze attraverso i rompicolli, che allora si chiamavano strade.
Silvia era diventata una bella ragazza. Prima di ritirarla dal convento era stata fidanzata al signor conte Alberto Leoni, che aveva vent'anni più di lei, ma le era eguale in nobiltà e superiore in ricchezza, perciò tutti trovavano il maritaggio perfettamente assortito, e la ragazza non aveva nulla da dire, non potendosi ammettere in quei tempi dalle famiglie dei nobili, che le fanciulle avessero un'opinione qualunque sullo sposo a loro destinato dai genitori, secondo la nobiltà del casato e le convenienze relative.
Avanti che i nobili viaggiatori giungano alla meta, possiamo a nostro bell'agio visitare il loro palazzo di compagna e passeggiare il giardino in compagnia del cortese lettore, o della graziosa leggitrice, ciò che sarebbe per noi una maggiore fortuna.
Il castaldo Angelo Rotondo dà l'ultima spazzatura al selciato davanti della casa, dopo aver messo in ordine l'interno, e fatte sparire quelle cose che i padroni non devono vedere. Sua moglie Fiorina è tutta in faccende per ripulire le stoviglie, spiumacciare i materassi, dispiegare i coltroni, spazzare le stanze e spolverare le suppellettili.
L'antico e vasto palazzo sorge maestoso in mezzo di spaziose adjacenze che contengono una grande quantità di locali a diversi usi. Dall'ampia sala del mezzo partono le larghe scale che conducono agli appartamenti superiori. Altre scale segrete e secondarie mettono negli anditi, e conducono alle stanze dei domestici.
Le ampie camere sono quasi tutte riquadrate di capricciosi stucchi alla maniera di Carpofero, e si svolgono in curve barocche, chiudendo nel mezzo antichi ritratti di famiglia un po' affumicati dal tempo, entro a cornici d'intaglio bizzarramente accortocciate, e sormontate dagli stemmi della famiglia, incoronati dal corno ducale.
Nelle sale di ricevimento pendono dal soffitto ricche lumiere di cristallo, e graziose girandole di Venezia, con pendagli brillantati, e goccie tagliate a faccette, e adorne di vasi di fiori e frutti in vetro, maestrevolmente dipinti. Sopra ai grandi e profondi camini di marmo, che possono contenere dei tronchi d'albero intieri, veggonsi lucenti specchi di Murano entro a cornici dorate, con vaghi andari di foglie che si aggirano fra i cartocci e le volute, condotte con arte ingegnosa. Larghi e pesanti seggioloni di cuoio con borchie di metallo, e tavoli a piedi ricurvi, ricoperti da ricchi tappeti di stoffe pesanti, a grosse frangie d'intorno, e grandi armadi colle cornici sostenute da cariatidi, con ampie invetriate entro alle quali fanno bella mostra i vasi di Faenza e i bicchieri di cristallo di monte.
Il giardino è circondato da lunghi viali di carpini, tagliati regolarmente ad arco. Le viuzze regolari e simmetriche, e le ajuole dei fiori sono fiancheggiate da bossi ridotti in forma di verdi muricciuoli. Gli alberi mozzicati e ritondati dalla forbice inesorabile del castaldo, hanno perdute le loro belle forme naturali, e presentano il monotono aspetto di vasi, piramidi e globi. Le piante dei cedri che esalano un soave profumo, compiono l'ornamento del giardino, unitamente alle statue, collocate ad eguali distanze, e riguardantisi fra loro. Il dio Pane coi piedi caprini, con la testa cornuta, con la zampogna nelle mani, fissa con stupido sguardo una Diana indifferente che con una mano accarezza il suo levriere, e con l'altra prende dal turcasso una freccia. Un Zeffiro enfia le gote, e sembra burlarsi d'una Flora gentile che gli offre un canestrino di fiori. Vertunno fa degli sberleffi a Pomona, che gli mostra ingenuamente delle frutta, senza intendere le malizie del suo innamorato. Un grosso e allegro Bacco incoronato di pampini leva in aria una tazza, e sorride bestialmente a Cerere incoronata di spiche, la quale levando la falce sembra che minacci di recidergli il capo.
Gli agricoltori romani si prosternavano riverenti davanti a questi dèi, ai quali chiedevano quelle benedizioni e quelle grazie che ora la castalda Fiorina domanda al vecchio curato trattando poi con irrispettosa noncuranza gli antichi numi, alle sacre membra dei quali attacca una corda, per distendere al sole il bucato.
Niente ricorderebbe la schietta natura in mezzo alla miseranda accozzaglia delle piante frastagliate, se un rustico boschetto sfuggito per miracolo alle cure micidiali del castaldo non fosse stato abbandonato alla sua vegetazione naturale. Questi alberi dovettero la loro salvezza al sito remoto, nel quale si ascondevano alla vista degli uomini. Gli uccelli frequentavano quel delizioso boschetto che stendeva le sue ombre ospitali sulle verdi erbe d'un prato, in fianco d'un ruscello mormorante fra candide ghiaie, e in primavera vi facevano il nido, e coi loro gorgheggi sembravano protestare contro le forme artefatte degli alberi del giardino, che secondo Angelo Rotondo erano la natura privilegiata, il boschetto rappresentando la natura selvaggia; ma quell'animale ragionevole giudicava la qualità degli uomini dalla forma della parrucca e il merito delle piante dal lavoro della forbice, autorizzata dalla moda a commettere un delitto di lesa natura. Eppure quel tranquillo recesso offriva un beato ricovero alle persone modeste che amavano fuggire il sole, annoiate dalle importune suggestioni di Bacco, e dalla immobile pantomima delle altre statue dabbene.
Il giardino regolare formava naturalmente le delizie dell'istitutore d'Alvise, che per dovere della carica, si teneva strettamente legato ai precetti dell'estetica del giorno. Don Lio era uno dei più eleganti abati di Venezia. Egli portava il collarino bianco, con lattughe staccate sul petto, e manichini ai polsi artificiosamente elaborati; anellini alle dita, orologio a pendagli, ferrajuolo di seta svolazzante al vento, fibbie dorate alle scarpe, e il cappellino a tre punte appoggiato sull'orecchio. E tuttociò secondo la tolleranza dell'epoca, malgrado le severe proibizioni dei sinodi patriarcali.
Passeggiando fra i muri del giardino egli invocava le aonie muse, delle quali era bigotto, e si sentiva trasportare sul Parnaso. Ad ogni occasione d'inclite nozze egli rischiarava gli sposi colla face d'Imeneo, e con un solenne epitalamio metteva in campo Apollo, Venere e le Grazie. Per vestizioni di monache egli penetrava coll'audace fantasia nel tempio di Vesta, ed animava il fuoco sacro, sordo alle proteste di Cupido. Alla morte d'ogni illustre patrizio lo raccomandava a Caronte, dopo un'apostrofe umiliante per l'ignaro Esculapio, e una imprecazione alle Parche.
Col lodevole scopo di avvalorare i suoi precetti coll'esempio, egli aveva adottato per sistema un linguaggio costantemente figurato. Alla mattina egli vedeva la rosea Aurora sul risplendente suo carro, a mezzogiorno egli usciva coll'ombrello per evitare i dardi di Febo, alla sera egli salutava la bianca figlia di Giove e di Latona che faceva capolino dalle nubi. Usciva a respirare i soffi di Zeffiro, rientrava in casa incomodato dalle furie di Eolo, d'Austro o di Borea. Nelle tazze del caffè egli assaporava il néttare, e a mensa trangugiava l'ambrosia delle prelibate bottiglie. Finalmente alla notte si abbandonava nelle braccia di Morfeo. Alvise trovava il suo maestro eminentemente noioso; il conte Orseolo lo stimava un insigne poeta, e Vittore Valdrigo sosteneva che Don Lio era un essere completamente felice.
La religione cristiana gli prometteva il paradiso dopo la morte, la religione pagana gli concedeva in vita l'uso degli Elisi, e l'abuso dei suoi numi. Venezia gli offriva i suoi piaceri, l'Arcadia lo convitava alle agresti sue gioie. Senza sudori sulla fronte egli coltivava il Parnaso, e passava i giorni beati dalle più dolci visioni, accompagnate dagli agi materiali. Smarrito in una selva selvaggia ove Dante avrebbe incontrato una lonza, un leone ed una lupa, ove i pastori sarebbero stati assaliti dagli orsi, egli non vedrebbe che le Driadi e le Napee sorridenti e ben disposte in suo favore; e certo cadendo in acqua sarebbe salvato dalle Najadi, o almeno ripescato da Nettuno.