Il dolce far niente: Scene della vita veneziana del secolo passato

Part 14

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Silvia si levò, e congedandosi dalle donne, disse loro: — Consolatevi, mio padre deve essere andato alla legazione francese per parlare in favore di Vittore... Ahimè! pur troppo il Serenissimo Doge, l'Eccellentissimo Senato, e tutti i Magistrati della Repubblica, sono oramai i vassalli della Francia nostra nemica, e dipendono dalla sua possente volontà... a rivederci un'altra volta... Rosa, sperate... e voi pure, Maddalena... un giorno sarete forse felice... ed io vi prometto di cooperare alla vostra felicità, perchè sento che la meritate... e ne avete più diritto di... di altre persone. — Voleva dire più di me, ma corresse la frase prima di pronunciarla.

XXXV.

Quando un paese subisce gli ordini degli stranieri, l'ora della sua morte è vicina. La neutralità disarmata, cioè il dolce far niente, abbandonava Venezia inerme in balìa dei francesi. Spento l'antico valore nei baccanali, e ammollite le fibre dei cittadini nella lunga pace, nelle abitudini effeminate, nei piaceri d'una vita dilettosa, l'indolenza aveva preso il posto dell'operosità, e la paura succedeva al coraggio. I tempi delle guerre di Costantinopoli, Candia, Cipro e Morea erano tramontati per sempre. Colla morte d'Angelo Emo erano spenti gli eroi della tempra di Enrico Dandolo, di Vittor Pisani, di Carlo Zeno, di Francesco Morosini. La vecchiaia aveva rimbambito la Repubblica, le altere minaccie che avrebbero animato gli antichi alla lotta, facevano piangere l'ultimo Doge. Spento ogni vigore di governo, la città si divideva in partiti.

I sostenitori delle antiche leggi e degli aviti costumi, si stempravano in lamenti imbelli e odiavano i francesi; ma alle armi che invadevano lo Stato, rispondevano con impotenti proteste. I partigiani entusiasti delle nuove idee spingevano la patria alla rovina, colla stolta fidanza di trovare la libertà nella perdita della indipendenza. Fra questi estremi in lotta si agitava il partito che si solleva in tutte le rivoluzioni, come la schiuma nel mare burrascoso, e barcheggiando fra gli uni e gli altri, cerca di cavarne il denaro, e gli onori.

Il governo mandava deputati a Bonaparte vincitore, il quale rispondeva: — «Io sarò un Attila per lo Stato Veneto. Non voglio più Senato, non voglio più inquisizione. Verrò io a rompere i piombi, barbarie dei tempi antichi... le opinioni devono essere libere!» —

Tutto era perduto!... Mancava la forza per resistere e il genio per governare; dovevasi aprire la porla alla libertà, e chiuderla in faccia agli stranieri. Hanno fatto tutto al contrario!...

Il giorno 12 maggio 1797 fu l'ultimo per la repubblica che da Paolo Lucio Anafesto a Lodovico Manin visse quattordici secoli indipendente e gloriosa!

Una colonia di famiglie sfuggite alle stragi dei barbari venne a piantare le sue tende sulle isolette deserte della laguna. Povera, ma laboriosa fabbricò le sue piccole dimore di legno, e le modeste barchette necessarie alla sussistenza dei pochi abitanti.

Crebbe a poco a poco col traffico, abbellì la sua modesta dimora col frutto degli onesti guadagni. Aumentata la popolazione e la ricchezza, ampliò le case fino a che giunse a fabbricarle coi marmi dell'Oriente, ad abbellirle colle statue della antica Grecia; le barchette pescareccie diventarono forti navigli, che percorsero i mari, e tornarono in patria onusti di tesori e di gloria. Dapprima marinaia, commerciante e guerriera, fu poi madre e nutrice di sapienza e d'arti gentili.

Ma l'acquisto di Cipro le apportò colla ricchezza l'amore della voluttà, le morbidezze di corrotti costumi; la scoperta d'America le fu fatale al commercio. Giunta all'apogeo della fortuna s'arrestò a godere la conquistata grandezza.

Ma chi s'arresta è sorpassato da chi avanza. Venezia cinta del gemmato diadema si adagiò mollemente sul manto ducale, e immersa in voluttuosi pensieri mentre il leone ammansato dormiva ricevette gli omaggi del mondo che ammirava lo splendore della sua bellezza. Nei giorni del pericolo la sua spada irrugginita e il braccio infiacchito rifiutarono il loro uffizio, essa non aveva più forze, il suo leone non aveva più ruggiti. Allora fidente nella costanza della fortuna e nel prestigio de' suoi vezzi, si cinse di fiori, e assopita dal dolce far niente, chiuse gli occhi... — Quando li riaperse lo scettro e il diadema erano scomparsi, i fiori s'erano mutati in catene, il leone, ferito nel cuore, spirava... Fece uno sforzo per difendersi, ma troppo tardi!... la regina era divenuta una schiava...

XXXVI.

L'ultimo giorno della repubblica, caduto l'antico governo avanti che il nuovo regime entrasse in funzione, Venezia fu in preda all'anarchia. Il popolo sommosso commise violenze e saccheggi guidato da alcuni capi frenetici ed avidi di bottino, che eccitavano gli animi con declamazioni violente, e si trascinavano dietro una folla esaltata da tutte le passioni sfrenate.

Si apersero le carceri, e Valdrigo si trovò liberato al grido di viva la libertà e l'eguaglianza! e sceso in piazza fra il popolo agitato, apprese la caduta della repubblica. I diversi partiti minacciavano la guerra civile, e gli scaltri birboni si studiavano di approfittarne gridando ora viva san Marco, ora viva la libertà, tanto da fomentare le discordie, la confusione e le ire. Alcuni cialtroni indemoniati calunniando i vinti provocavano le vendette per trarne il loro vantaggio, e si mettevano alla testa delle orde furibonde per guidarle al saccheggio.

Al grido — morte all'aristocratico Leoni, morte al nemico del popolo, — Valdrigo che si era incamminato verso la sua dimora si arrestò commosso dall'indignazione e dal raccapriccio, e mutata strada seguì la ciurmaglia scapestrata che correva armata di picche e di fucili ad assalire il palazzo.

Deciso di difendere la dimora del suo protettore, egli si faceva largo fra la folla, per giungere fra i primi, e il pensiero che forse avrebbe potuto salvare la Silvia dall'imminente pericolo, animava il suo coraggio. Quell'orda ubbriaca di truffatori mandava urli minacciosi, imprecazioni e bestemmie, e Valdrigo ringraziava la Provvidenza d'averlo riservato alla sorte fortunata di esporre la vita per la donna che dominava il suo cuore.

Trovato chiuso il portone del palazzo si misero ad abbatterlo a colpi di martello e di scure ed ogni colpo risuonava nell'anima di Valdrigo con dolorosa impressione.

Gettata abbasso la porta, i saccheggiatori invasero il palazzo, Valdrigo li seguì, e penetrando di soppiatto in una stanza che conduceva agli appartamenti di Silvia, chiuse l'uscio dietro di sè, e si mise a correre per quelle camere deserte, senza trovare nessuno. Allora uscito per un'altra porta salì al piano superiore, ma ogni appartamento era deserto, che gli abitanti avvertiti in tempo erano usciti per una porta di dietro e si erano rifugiati in casa Orseolo.

Intanto il palazzo era stato invaso da ogni parte, gli armadi venivano infranti e depredati, ogni cosa manomessa, in preda della distruzione e della rapina. Valdrigo vagava come forsennato, coi capelli irti sul capo, cogli occhi spaventati, sospinto dall'onda degli invasori, ludibrio di forze irresistibili, spettatore impotente di tanta desolazione.

Confinato dalla folla irrompente, nel vano d'una finestra, vide con indescrivibile spavento delle nubi di fumo uscire vorticose dal lato della galleria.

Gl'infami predatori, non potendo forzare le porte le avevano incendiate, e il fuoco s'era appiccato ai quadri e distruggeva le opere preziose dei più insigni pittori.

All'anima dilaniata dalla vista delle profanazioni di tanti oggetti consacrati dalla sua venerazione e dal suo amore, s'aggiunse lo spettacolo dell'arte violata e distrutta dalla barbara brutalità degli scellerati. L'amante e l'artista erano parimente colpiti.

La sua esaltazione giunse al colmo; egli sentì il delirio della collera che gli invadeva il cervello, e gli metteva in oscillazione tutte le membra frementi spingendolo alla vendetta.

Era disarmato, ma dato di piglio ad un brandone di legno staccato da un mobile infranto si fece largo fra la folla, e sceso nella galleria cogli occhi che gli uscivano dalle orbite s'arrestò nel luogo ove pochi mesi prima aveva collocato il suo quadro dei pescatori. — La tela era stata distrutta dall'incendio, ed appena una parte della cornice pendeva ancora dal muro!... Il fuoco era stato spento dagli stessi incendiari, i quali temendo di non poter uscire per l'ingombro della folla, spaventati dall'idea di morire bruciati, ed anche spinti dall'avidità del furto, avevano soffocate le fiamme.

Vittore, divenuto come pazzo dalla disperazione di veder distrutta un'opera che gli costò tanta fatica, si mise a menare dei colpi disperati nelle gambe, nelle schiene e nelle teste dei birboni, che tagliavano le tele per distaccarle più presto dalle cornici.

Ai primi colpi, spaventati o colpiti, vollero fuggire, ma poi rianimati dai compagni che udito il tafferuglio erano corsi in aiuto, e resi audaci dall'isolamento dell'assalitore, gli si scagliarono contro coi coltelli.

Mentre ferveva la lotta, alcuni cittadini, armati in fretta per ristabilire l'ordine turbato, seguiti dai buoni arsenalotti e da un drappello di bombardieri accorrevano al palazzo Leoni per frenare il furore del popolo. All'intervento della forza regolare i saccheggiatori sgombrarono dal luogo, abbandonando Valdrigo disteso sul pavimento della galleria, privo di sensi ed innondato di sangue.

XXXVII.

Rosa e Maddalena, appena udita la liberazione dei prigionieri, erano accorse verso le carceri per incontrare Valdrigo. Giunte in Piazzetta, lo cercarono inutilmente fra la folla, ed avendo inteso parlare d'una ciurma minacciosa che s'era indirizzata al palazzo Leoni, congetturarono tosto che si fosse recato colà per prestare la mano alla difesa. Vi giunsero qualche tempo dopo l'arrivo de' soldati, mentre un medico assistito da qualche altra persona, collocava Valdrigo sopra un letto, apportato nella stessa galleria, non giudicando prudente di trasportare il ferito. È più facile immaginare che descrivere la loro desolazione, però la necessità del momento le obbligò a soffocare ogni dolore per darsi all'assistenza del povero giovane, che aperti gli occhi parve consolarsi della vista della madre e della fanciulla, come della apparizione di due angeli discesi dal cielo in suo ajuto.

Ripararono alla meglio il disordine del locale in parte saccheggiato, in parte guasto dalle fiamme, in parte ancora adorno di stupendi dipinti.

Essendo infrante le invetriate, chiusero le finestre colle porte degli appartamenti vicini, e con dei frammenti di tappeti, lacerati dagli invasori, cercarono d'impedire l'ingresso dell'aria. Il chirurgo medicando le gravi ferite scuoteva il capo in alto di sfiducia; Rosa e Maddalena gli prestavano la più affettuosa assistenza. Alcuni cordiali opportunamente somministrati parvero giovare alquanto al malato, e la speranza ravvivò lo spirito affranto delle povere donne.

Sulla sera, Silvia accompagnata dai suoi parenti dai quali s'era ricoverata nel momento del pericolo, rientrò nel suo palazzo scompigliato dal saccheggio, attristato dalle lagrime e dal sangue, e accorse subito a visitare il ferito che alla sua vista atteggiò il pallido volto ad un mesto sorriso, che pareva volesse esprimere il seguente pensiero:

— Sono lieto di morire, perchè non sono stato degno di vivere....

Silvia pensando con raccapriccio al passato, ai pericoli incorsi nella sua vita, ed alla tremenda catastrofe del giorno, osservava con pietoso sentimento lo sguardo eloquente di Vittore, e pareva che gli rispondesse col muto linguaggio dell'anima:

— Tutto svanisce nella mia vita!... il primo, l'unico amore! — la gioventù — la speranza di giorni migliori — la patria e le glorie degli avi, calpestate dal furore del popolo.... non ho serbato che una cosa sola, la virtù!... essa mi darà la forza di sopportare ogni disgrazia, e di aspettare senza rimorsi.... il giorno del riposo.... l'eternità!

Alla notte le tre donne si chiusero nella galleria, e vegliarono intorno al letto dell'infermo, rischiarate da una lampada che mandava una languida luce su quella scena di dolore.

Valdrigo con l'occhio del moribondo guardava ora l'uno ora l'altro di quei volti che assistevano con tanta pietà alle sue pene. Gli si leggevano i pensieri sui lineamenti sparuti, agitati a seconda delle sensazioni.

Fissava la Rosa con un'espressione d'affanno. La madre gli ricordava la famiglia, le gioje innocenti dell'infanzia, la pace serena dei campi illuminati dal sole, l'alito della vita che moveva le piante e gli animali con un fremito arcano, sottomessa alla sublime volontà della natura. Rivolto a Silvia, l'occhio semispento si animava d'una scintilla, le labbra tremolavano d'un fremito convulso. Essa gli rappresentava l'amore sublime, l'aspirazione perenne della sua anima verso una felicità inarrivabile, il pensiero animatore della sua esistenza. Guardando la Maddalena egli volgeva la testa verso il quadro distrutto, ed una lagrima inumidiva le sue ciglia. Essa era stata per lui il tipo perfetto dell'arte, il modello de' suoi studi, la causa del suo trionfo d'artista. — Tutto era perduto!... Le gioje della vita, la felicità dell'amore, le glorie dell'arte!...

Il moribondo chiudeva gli occhi, e il rantolo dell'agonia gli opprimeva il respiro. — Allora forse un rimorso gli mordeva la coscienza e amareggiava i suoi ultimi istanti. — L'apatia, l'indolenza, l'inerzia avevano dominata la sua vita e soggiogato il suo genio! — La natura lo aveva dotato di rari doni, egli li aveva sprecati. Nell'arte voleva raggiungere la perfezione, nell'amore aspirava all'impossibile, della vita non coltivava che le chimere ed i sogni!...

La contemplazione inoperosa, il dolce far niente, gli rendeva amara la morte, il pensiero di non avere recato alcun vantaggio colla sua esistenza, di non lasciare veruna traccia del suo passaggio sulla terra, era il tormento della sua ultima ora. Alla mattina aperse gli occhi, e quando il sole salutava i campi coi primi suoi raggi, egli coll'estremo anelito della vita proferiva queste parole che riassumevano il suo destino: — Ho aspirato a cose troppo sublimi! — e abbandonato il capo sull'origliere, spirava.

XXXVIII.

La bruna gondoletta che menava all'estrema dimora Vittore Valdrigo tracciava un solco nella laguna, che appena aperto svaniva senza lasciare veruna traccia del suo passaggio. Tale fu la vita di lui, tale è l'esistenza di chi perde i giorni nell'ozio, e spreca le ore in vuoti vaneggiamenti e in chimere. Ciascheduno deve il suo tributo alla società in ragione delle sue forze. Il dolce far niente è la rovina degli individui, delle famiglie, e degli Stati.

Nel giorno che il giovane pittore scendeva nella tomba, lo scultore suo compagno di studi, esponeva in Roma la bella statua di Psiche, nella quale aveva trasfusa la sua anima.

La vita operosa gli fruttava onori e ricchezze. Egli visse ancora molti anni circondato dall'ammirazione del mondo, eresse sui colli del suo paesello nativo un tempio che rivela il suo amore per la patria e per l'arte, e scolpì delle statue e dei monumenti che lo ricorderanno alla più tarda posterità. Morendo lasciò i beni della fortuna alla famiglia, e trasmise all'Italia il glorioso retaggio delle sue opere e del suo nome immortale.

Villa Saltore, gennaio 1869.

FINE.

DEL MEDESIMO AUTORE:

_Il bacio della contessa Savina_. 4.ª edizione L. 1 — _Villa Ortensia_ 3 — _Il Roccolo di Sant'Alipio_ 3 50 _Sotto i ligustri_. Novelle e memorie 3 50 _Il Convento_ 3 50 _La famiglia Bonifazio_ 4 — _Brava gente!_ 3 50

NOTE:

[1] Veggasi le antiche cronache, e le Memorie Venete raccolte da Giambattista Galliciolli, stampate in Venezia nel 1795. Tomo VII, pag. 100.

[2] MISSIRINI. _Della vita di A. Canova_. Prato, 1824. Libro I, Cap. II, pag. 24.

[3] _Pensieri di Canova tratti dalle Memorie scritte da Antonio d'Este_. Firenze, p. 73. Le Monnier, 1864.

[4] _Parole di Canova_. Opera sopra citata, p. 67.

[5] Parole di Canova, citate nelle memorie scritte da Antonio d'Este.

[6] Ballarini, Lettera 14 maggio 1785 — citata da Fabio Mutinelli nelle _Memorie storiche degli ultimi cinquant'anni della Repubblica Veneta_. Venezia 1854.

[7] La descrizione dei locali e delle cerimonie è presa esattamente dalle _Memorie storiche degli ultimi cinquant'anni della Republica Veneta_, di Fabbio Mutinelli, il quale parimenti la trascrisse dai documenti autentici esistenti nell'Archivio degli Inquisitori di Stato, nell'Archivio generale e nella Raccolta del Museo Correr.

[8] Mutinelli, opera citata.

[9] Esistono due cataloghi dei Liberi Muratori Veneziani, dai quali vennero estratti questi nomi con storica esattezza, e si conservano nell'Archivio del Governo democratico e nella Raccolta Correr.

[10] Parole tutte di Canova, citate da Missirini nella _Vita_ che scrisse di lui.

[11] _Memorie di Antonio Canova_ scritte da Antonio D'Este: — Firenze. Le Monnier, 1864, p. 68

[12] Citazione testuale delle suddette memorie scritte da A. D'Este, p. 69.

[13] Egli dipinse l'illustre suo amico in procinto di cadere da cavallo per la soverchia emozione, ed aggiunge ingenuamente: «nè io poteva prestargli ajuto, trovandomi nel medesimo stato. Di ciò avvedutisi alcuni dei più spediti giovani, vedendo aumentarsi il di lui abbandono, gli si fecero ai fianchi per sorreggerlo.» Pag. 69.

[14] Veggasi le memorie storiche di Mulinelli più volte citate, a pag. 74.

[15] _Historiettes de Tallement de Reaux_, vol. II, pag. 233.

[16] SEGRAIS (_Œuvres_. Amsterdam, 1723,) _Mémoires anecdotes_, pag. 29.

[17] ANTONIO MENEGHELLI. _Notizie bibliografiche d'Isabella Albrizzi_, _nata Teotocchi_, pag. 12 e 53.

[18] M. VICTOR COUSIN, _Madame de Longueville_. Paris. Didier, 1853, pag. 136.

[19] VALERY, _Curiosité et anecdotes italiennes_. Paris. D'Amyot, 1842, pag. 353.

[20] COUSIN, opera sopracitata, pag. 136.

[21] COUSIN, op. cit., pag. 141.

[22] IDEM ibid, pag. 139.

[23] UGO FOSCOLO, _Lettera ad Isabella Albrizzi_ nella _Raccolta d'alcune lettere d'illustri italiani_. Firenze, per Le Monnier, pag. 30.

[24] Dai _Ritratti scritti da Isabella Teotocchi-Albrizzi_. Venezia, Alvisopoli, 1816. Terza edizione, pag. 54.

[25] ALBRIZZI. _Ritratti_, ecc., pag. 67.

[26] Obbligato dal Governo di lasciare Venezia come sospetto di giacobinismo, portò seco un ritratto della Albrizzi, opera di madama Lebrun. Ritornato in Francia all'epoca della Restaurazione dei Borboni, morì a Parigi, ove dopo la sua morte il conte Tommaso Mocenigo Soranzo acquistò il ritratto d'Isabella e lo offerse in dono al di lei figlio Giuseppino Albrizzi.

[27] ALBRIZZI. _Ritratti_ sopracitati, pag. 26 e 30.

[28] ALBRIZZI. _Ritratti_ sopracitati, pag. 5 e 6.

[29] Id., pag. 7.

[30] Sono tutte sue espressioni tolte dal suo lungo sermone sui viaggi. Veggasi le poesie originali di Ippolito Pindemonte. Firenze, per Barbéra e Bianchi, 1858.

[31] Veggasi il discordo di Pietro Dal Rio premesso alle poesie originali pubblicate a Firenze. — _Sulla vita e sulla opere di Ippolito Pindemonte_.

[32] Veggasi _Vita di Vittorio Alfieri_ scritta da esso.

[33] Id. Ib.

[34] Veggasi _Vita di Vittorio Alfieri_ scritta da esso.

[35] _Ritratti_ sopracitati, dalla pag. 95 alla 98.

[36] _Mémoires de M. Goldoni pour servir à l'Histoire de sa vie_, _etc_. Paris, par Duchesne, 1787. Tome III, pag. 30.

[37] _Mémoires_ sopracitate, pag. 54.

[38] Id. Ib, pag. 197.

[39] _Scritti di G. Gozzi_, scelti e ordinati da N. Tommaseo Firenze, per Le Monnier. Lettere a Caterina Tron, vol. III.

[40] Id. Ibid. vol. III, pag. 475.

[41] _Scritti di G. Gozzi_, sopracitati.

[42] Id. Ib., 477.

[43] Id. Ib., 490.

[44] Id. Ib., 491.

[45] Id. Ib., 495.

[46] Id. Ib., 496.

[47] _Scritti di G. Gozzi_ sopracitati, pag. 496.

[48] Id. Ib, 507.

[49] Id. Ib., 532.

[50] Id. Ib., 533.

[51] _Memorie inutili della vita di Carlo Gozzi, scritte da lui medesimo e pubblicate per umiltà_. Venezia, Stamperia Palese, 1797.

[52] _Memorie_ sopracitate, vol. I, cap. XXXV.

[53] _Opera sopracitata_, vol. III, pag. 101.

[54] Id. Ib., pag. 103.

[55] Opera sopracitata, vol. III, pag. 189.

[56] Id. Ib., pag. 190.

[57] Opera sopracitata, vol. III, pag. 192.

[58] Id. Ib., pag. 193.

[59] Id. Ib.

[60] Opera sopracitata, vol. III, pag. 193.

[61] ALBRIZZI, _Ritratti_, pag. 43, 44, 51.

[62] ALBRIZZI. _Ritratti_, pag. 81 e 82.

[63] EMILIANI GIUDICI. _Storia delle belle lettere in Italia_. Lezioni XIX. Firenze. Le Monnier

[64] ALBRIZZI. _Ritratti_, pag. 58.

[65] Questo ritratto non essendo fatto pel pubblico deve essere rassomigliante, è delineato poi precisamente a Venezia nel 1795, epoca del nostro racconto; trovasi nell'Epistolario di Ugo Foscolo pubblicato a Firenze da Le Monnier nel 1854. Vol. III, pag. 281. Lettera a Gaetano Fornasini. Può vedersi la differenza col suo ritratto scritto per il pubblico, nel sonetto: «Solcata ho fronte, occhi incavati, intensi, ecc. ecc.» Trovasi nel volume unico di Poesie pubblicate a Firenze nel 1856 dallo stesso Le Monnier, e che forma il volume XI delle opere edite e postume: pag. 194.

[66] Veggasi l'_Epistolario_ sopracitato. Vol. I, pag. 1.

[67] _Epistolario_ sopracitato, pag. 4.

[68] Id. Ib., vol. III, pag. 279.

[69] Id. Ib., pag. 280.

[70] Id. Ib.

[71] Veggasi una lettera di Ugo Foscolo stampata in un opuscoletto pubblicato a Firenze da Le Monnier nel 1856, col titolo: — _Alcune lettere d'illustri italiani ad Isabella Teotocchi-Albrizzi_, pubblicate per cura di Nicolò Barozzi.

[72] ALBRIZZI. _Ritratti_, pag. 14.

[73] Id. Ib., pag. 71.

[74] ALBRIZZI. _Ritratti_, pag 93.

[75] Id. Ib., pag. 63, 64.

[76] Id. Ib., pag. 38, 40.

[77] Veggasi la Raccolta cronologica-ragionata dei documenti inediti che formavano la storia diplomatica della rivoluzione e caduta della Repubblica di Venezia (Tentori).

[78] _Il fante dei cai_, ossia dei capi, cioè dei Dieci, e degli inquisitori di Stato: Messer grande era il bargello.

[79] _Memorie di Antonio Canova_, scritte da ANTONIO D'ESTE. Firenze, Le Monnier, 1864, pag. 87.

Nota del Trascrittore

Ortografia e punteggiatura originali sono state mantenute, correggendo senza annotazione minimi errori tipografici.

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