Il dolce far niente: Scene della vita veneziana del secolo passato
Part 13
Quella scena esaltava nuovamente il suo spirito, faceva palpitare il suo cuore con violenza, e il canto del gondoliere che conduceva la coppia felice ai freschi della laguna, risuonava alle sue orecchie come una voce di scherno e d'ironia, riaccendeva la sua collera, avvelenava i suoi sospetti e faceva tacere i rimorsi della coscienza. Si figurava di vedere Silvia e Valdrigo, suggellare con un bacio il lunghissimo amore, e giurarsi una fedeltà a tutte prove, immersi nelle delizie della solitudine, fra il lusso dei ricchi appartamenti del palazzo Leoni. Chiudeva la finestra, e la luce del crepuscolo che tingeva in rosso il firmamento penetrava nella sua stanza cogli ultimi chiarori che invitano la mente ai pensieri melanconici. Una profonda tristezza invadeva i sensi affaticati della povera fanciulla, e un sopore pieno di visioni succedeva alle lotte dolorose del giorno.
All'indomani Valdrigo le appariva lieto e raggiante come un uomo che si aspetta una sicura fortuna. Ella leggeva nel volto di lui il presentimento d'un trionfo vicino, e ne fremeva di sdegno; la stanza di lui esalava un leggiero sentore di essenza d'ambra, profumo sospetto a Maddalena, perchè emanava dalle sue vesti dopo la vendita del quadro, e appunto era incominciato al tempo delle visite in casa Leoni. Rovistando fra le carte del giovane scoperse un ritrattino di Silvia, lavoro condotto di memoria dal pittore innamorato, e una tale scoperta inasprì la sua piaga, e fomentò la gelosia che dilaniava il suo cuore. Ma ciò che mise il colmo al suo furore, fu un viglietto profumato all'indirizzo di Valdrigo, apportato da un gondoliere. Appena uscito il messo, sospinta da' suoi sospetti, essa stava per aprire il foglietto suggellato, quando entrando Vittore glielo vide fra le mani e se lo prese. La fanciulla con uno sguardo scrutatore interrogò il volto del giovane, e le parve di vedere in un bagliore degli occhi un lampo di felicità.
Era troppo!... Divenuta cieca dalla gelosia, fremente dalla collera, eccitata da tante circostanze, e spinta a provvedere dall'imminenza del pericolo, salì rapidamente alla sua stanza, e preso un foglietto di carta, con la mano tremante, e le vertigini, si mise a scarabocchiarvi sopra le seguenti parole: — Vittore Valdrigo congiura contro il governo. — La sua inesperienza dello scrivere la obbligava a tracciare le lettere una per volta, ora grandi ed ora piccole, alte e basse come le onde del mare in burrasca, che indicavano perfettamente lo stato del suo animo, e in capo ad una mezz'ora aveva finito la sua delazione, col relativo indirizzo dell'accusato. La solita voce della coscienza la mordeva fortemente, e forse la avrebbe condotta a distruggere l'infame foglietto, quando la melodia del violino di Valdrigo le giunse all'orecchio come un preludio di divina dolcezza, come il canto dell'anima accesa dall'amore e dalla speranza che inneggiava alla divinità una sublime rivelazione.
Postosi un fazzuolo sul capo, usci col viglietto nascosto in seno, e attraversò rapidamente la via, senza vedere i passanti. C'erano in quel tempo in Venezia alcune cassette collocate in vari luoghi, che rappresentavano una testa di leone nella cui bocca si gettavano le denunzie segrete. Giunta davanti ad una di quelle tremende cassette, si guardò d'intorno, e trovandosi sola, gettò il biglietto nella bocca del leone, e partì.
È facile immaginare come abbia passato la notte che seguì la sua fatale risoluzione; punta dal rimorso, turbata dalla paura, ad ogni piccolo rumore trasaliva nel letto e le pareva udire gli sgherri che venissero ad arrestare Valdrigo. Ma la notte passò senza che si avverassero i suoi presentimenti, e il mattino sereno e tranquillo precedette un giorno di pace, senza avvenimenti che agitassero il suo spirito. Alla seconda notte, nuove paure vennero a funestare le lunghe ore delle tenebre, e l'insonnia manteneva sul trasudato origliere tutte le torture dell'incertezza, e tutte le palpitazioni dello sgomento. Al terzo giorno Valdrigo uscì come al solito, ma non rientrando alla ora consueta, i sospetti incominciarono a bazzicarle pel capo e pensava — sarà stato arrestato per via — ed allora sentiva un dolore intenso che soffocava i suoi sospiri, ma poi si rimetteva pensando che forse era andato in casa Leoni — allora sarebbe corsa ella stessa fra gli sgherri a strapparlo dalle braccia della rivale fra le quali lo dipingeva la sua fantasia riscaldata.
Finalmente Valdrigo ritornò a casa canterellando come era solito, e preso il violino gli fece uscire delle note misteriose e gementi, che parevano singhiozzi fra le lagrime. — Sembra il canto d'un prigioniero — disse fra sè la fanciulla, e proruppe in dirottissimo pianto. — Ma poi si consolò pensando che erano già passati tre giorni dalla delazione, e quindi essa diceva: — Non avranno fatto calcolo della mia accusa — tanto meglio! — e ringraziava il cielo con fervore.
Il violino con uno dei trabalzi che erano nelle abitudini dell'artista, cambiò metro ad un tratto, e si mise a suonare una danza brillante che era la franca e briosa espressione della gioja.
Il sole tramontava quando deposto il violino Valdrigo cambiava i suoi abiti usuali con gli abiti nuovi. Maddalena che stava sempre in agguato, guardava per il buco della serratura, e seguiva i movimenti del giovane. Egli pettinava i suoi capelli con una accuratezza straordinaria, li andava lisciando col cosmetico, e rivolgendo con arte studiata in modo da scoprire tutta l'ampiezza della fronte. Poi guardava se i manichini staccati formassero una cadenza regolare, e se le lattughe della camicia presentassero delle piegue aggraziate ed ammodo. Metteva le scarpette lucidissime colle fibbie d'argento, e tirava le calze di seta con tanta cura che non facevano una piega, e parevano una seconda pelle che coi suoi lucidi riverberi dava maggior risalto a tutti i movimenti dei muscoli.
La gelosia si riaccendeva nel cuore di Maddalena. Il conte Leoni doveva essere partito, quella era dunque la sera fissata d'un abboccamento con Silvia.
La fanciulla si torceva le mani, e rientrando nella sua stanza malediceva l'indolenza del governo, e mormorava fra i denti: — Cosa fanno questi balordi d'inquisitori di Stato?... perchè non mandano ad arrestare un accusato?... a che servono le bocche del leone?... a cosa servono le denunzie segrete?
Ma intanto che ella fremeva dalla collera, dopo d'aver assistito agli apparecchi di una spedizione galante, la notte scendeva propizia agli innamorati, e prometteva di proteggere colle tenebre i loro misteriosi ritrovi.
Valdrigo era all'ordine, ed uscito dalla sua stanza, ne chiudeva l'uscio e scendeva tranquillamente le scale, e la povera fanciulla ascoltava i passi di lui coll'ansia affannosa dell'avaro che sente il rumore dei ladri che si avvicinano allo scrigno, e si apparecchiano ad involargli tesori.
Giunto alla porta di strada mentre egli teneva in mano il bottone del chiavistello per aprire, dall'altra parte suonavano il campanello. Valdrigo aprì, e si trovò in faccia di quattro persone di sinistra fisonomia, una delle quali gli chiese: — Il signor Vittore Valdrigo?...
— Sono io — rispose il giovane, cercando di dissimulare una vaga inquietudine che lo assaliva. — Allora favorisca rientrare, io sono il _fante dei cai_[78] e vengo per ordine degli eccellentissimi inquisitori di Stato. — Gli altri erano, Messer Grande e due birri. La forza morale dei fanti, esecutori degli ordini dei tribunali, era così grande in Venezia, che bastava il loro nome per far abbassare la testa e tremare.. Rimontarono le scale, entrarono nella stanza di Valdrigo e l'obbligarono ad aprire tutte le cassette e gli armadi. Rovistarono il letto, misero sossopra ogni suppellettile, indagarono accuratamente ogni ripostiglio segreto, ogni angolo, ogni accessorio della mobilia, e batterono sui quattro lati del muro ascoltando se il suono manifestasse dei vuoti nelle pareti. Raccolte tutte le carte rinvenute le involsero in un foglio, e dopo di averlo suggellato con molta attenzione, invitarono Valdrigo a seguirli. Egli chiese in grazia d'avvertire i suoi ospiti, e questo gli venne concesso. Entrò nella stanza di Maddalena, sempre accompagnato dai quattro inseparabili compagni, e trovò la ragazza sfigurata a tal punto che ne sentì più compassione che della propria sventura. Essa aveva udito ogni cosa, voleva accorrere, ma le mancarono le forze, e cadde sopra una sedia, pallida come un cadavere, cogli occhi infossati, i capelli irti sulla fronte, la bocca arida ed amara, i denti serrati, il cuore palpitante, le membra distese dalla rigidezza dei muscoli, le mani chiuse con violenza. Valdrigo si fece a consolarla alla meglio, dicendole: — Fatevi animo, Maddalena, deve essere un errore, e ci rivedremo fra breve.
Poche altre parole potè aggiungere, che essa quasi nulla intendeva, e lo guardava fisso con due occhi incantati che parevano di vetro.
La vecchia Marta era accorsa in aiuto della nipote, Beppo era assente, il fante intimò la partenza. Valdrigo commosso per la pietà della fanciulla le si avvicinò accorato e con l'affetto d'un fratello le depose sulla fronte fredda un bacio d'addio, ed uscì senza volgersi indietro perchè gli mancavano le forze. — A quel bacio la fanciulla era caduta come colpita dal fulmine.
XXXIII.
Valdrigo venne condotto nelle prigioni dette dei Piombi, perchè, come è noto, si trovavano sotto al tetto del palazzo ducale. Colà egli aveva tutto il campo di meditare sulle sue disgrazie, e sulle umane vicissitudini; le quali poi non sono così indipendenti dalla volontà dell'uomo quanto vorrebbero pretendere coloro che attribuiscono troppo sovente alla fatalità della sorte, quello che in fatto non è che la legittima conseguenza delle loro azioni. Così Valdrigo colla sua invincibile tendenza al dolce far niente s'era creata un'esistenza avventurosa e da nulla, ed abbandonando il lavoro che gli avrebbe fruttato soddisfazioni e benefizi, perdeva i giorni e smarriva l'ingegno in vane e sterili occupazioni.
Invece il suo compagno d'infanzia perseverando nelle fatiche e negli studi, avanzava ogni giorno d'un passo, ed aveva oramai raggiunto un tal merito da bastare alla immortalità. Il Senato gli aveva decretata una medaglia d'oro del valore di cento zecchini, e gli assegnava una pensione vitalizia di cento ducati d'argento mensili, in compenso del monumento scolpito in onore d'Angelo Emo. E mentre Valdrigo entrava in carcere, Canova riceveva dall'ambasciatore della Repubblica presso la corte di Roma la medaglia commemorativa. La presentazione del dono del Senato venne fatta con molta solennità nella sala grande del Palazzo di Venezia (residenza dell'ambasciata a Roma) fra le persone addette alla legazione ed i più distinti personaggi invitati per la cerimonia. L'Ambasciatore presentò al Canova la medaglia, dicendogli: — «A voi, cittadino, onore dell'Italia, e della nostra patria, il veneto Senato mi commette presentarvi questo ricordo, in segno del suo gradimento per l'opera vostra, già collocata nel nostro arsenale, ove a gloria vostra e nostra, vivrà per molti secoli a comune compiacenza e decoro»[79].
XXXIV.
Beppo rientrando in casa trovò la Maddalena a letto col medico da una parte, e la Marta dall'altra. Il suo svenimento aveva durato quasi un'ora, e la povera vecchia, credendola morta, aveva gridato con voce disperata e chiesto ajuto dalle finestre.
Accorse le donnicciuole delle case vicine, prodigarono le prime cure alla fanciulla, e cercarono il medico.
Intanto la notizia dell'arresto di Valdrigo s'era sparsa per la calle, e diffusa per la città, e tutti fantasticavano sui misteriosi motivi d'una tale misura. Cogli animi concitati dagli avvenimenti politici tutti discutevano gli atti del governo, e ciascheduno spiegava le cose a suo modo. I timidi rientravano in casa sospettosi, bruciavano le carte e i giornali proibiti, e accusavano d'imprudenza i turbatori della pubblica quiete.
Beppo rimasto con Maddalena volle che sua sorella gli raccontasse esattamente i particolari dell'arresto, e quando udì che avevano trasportate le carte del giovane si cacciò le mani nei capelli esclamando: — Egli è perduto!...
Maddalena, quantunque abbattuta da un'eccessiva prostrazione di forze, alla parola del fratello balzò sul letto spaventata, e rizzandosi a sedere gli chiese con voce fioca ed affannosa, il motivo di tale giudizio.
Allora Beppo, dopo essersi assicurato che la porta era ben chiusa, e che nessuno ascoltava, avvicinandosi alla fanciulla tremante le disse all'orecchio: — Valdrigo è frammassone! cioè affigliato ad una società segreta, che congiura contro il governo, egli aveva carte e libri proibitissimi; faceva la propaganda fra il popolo, dei principi d'eguaglianza fra gli uomini, e predicava la libertà e la distruzione dei privilegi!...
Ad ogni parola ascoltata, Maddalena mandava un gemito profondo, il suo seno agitato palpitava con trabalzi interrotti dall'asma, con una mano nervosa serrava il braccio del fratello, e finalmente ricadde sull'origliere, con un singulto tanto profondo, e continuato che pareva il rantolo della morte. Beppo si pentiva ma troppo lardi delle sue rivelazioni, accorreva a chiamare la Marta, ritornava dal medico, ma il male era fatto. Si dichiarò una febbre violenta con vaneggiamenti, nei quali la povera fanciulla pronunciava voci sconnesse prive di senso, chiamava Valdrigo.... e balbettava sovente la parola perdono.
Intanto si spargeva anche a Treviso la notizia dell'arresto del giovane pittore, e la povera Rosa andando al mercato, udì la triste novella. Ritornata in fretta a Saltore, trovò la casa in iscompiglio e il marito nella desolazione.
Avendo scoperto un tumore in un bue, Zammaria era corso a chiamare il veterinario, il quale aveva dichiarato l'animale affetto da _spina ventosa_, incurabile.
L'annunzio dell'arresto di Vittore accrebbe la disperazione di Zammaria, il suo cervello non era suscettibile di sopportare due disgrazie in un punto senza gravi conseguenze.
Alla prima contrarietà egli diventava muto, alla seconda imbecille. Oppresso dall'affanno per i pericoli del figlio, minacciato di perdere un bue, e il migliore della stalla, sbalordito dal discorso della moglie, egli se ne stava colle mani in tasca, il naso in aria, la bocca spalancata, gli occhi stralunati, come trasognato e smarrito. Le sue idee erano confuse, egli non vedeva più chiaro, il bue malato e la prigione di Venezia, suo figlio, gl'inquisitori di Stato, e la spina ventosa gli trottavano per la testa in una nube misteriosa; il boia e il veterinario gli stavano davanti minacciosi, e la moglie spaventata aumentava i suoi terrori con le sue lagrime, e i suoi lamenti.
La Rosa si decise a partire per Venezia, e raccomandando alle cure di Osvaldo gli affari di casa, il bue ammalato e il marito istupidito, si mise in via per Mestre, e colà entrata in una barca giunse sulla sera alla casa degli ospiti di suo figlio.
Venne ricevuta dalla vecchia Marta e da Beppo colle lagrime agli occhi, e tosto la introdussero nella stanza di Maddalena. La povera malata entrava in convalescenza dopo lunghe sofferenze, superate per le cure della nonna, per l'assistenza delle amiche, ma più di tutto per l'influenza d'un pensiero che dominava il suo spirito e sosteneva le sue forze. Passata la prima violenza del male, essa aveva pensato con rimorso alla commessa imprudenza, aveva meditato ai modi di riparare la colpa, al dovere d'adoperarsi in vantaggio dell'infelice prigioniero, e di tentare ogni via per salvarlo. Il sentimento d'un tal dovere le era penetrato talmente nel cuore, che secondava i consigli del medico per ristabilirla in salute. L'energia della gioventù e la forza della volontà sono due potenti rimedi per ogni malattia. Vedendo entrare la Rosa, le parve che il cielo le inviasse un'alleata, e dopo d'aver sfogato colle lagrime l'espressione del cuore, promise alla buona madre di assisterla nelle sue supplicazioni in favore del giovane; e promise a sè stessa di prestarsi a salvarlo a costo d'ogni sacrificio.
Le loro espansioni affettuose e le reciproche promesse invigorirono il coraggio e la speranza d'entrambe, e incominciarono subito a far progetti ed a stabilire un mezzo che si mostrasse favorevole allo scopo. Ognuna manifestava le sue idee, la Rosa desiderava presentarsi alla contessa Fulvia degli Orseolo, gettarsi a' suoi piedi, muoverla a pietà, intercedere la sua valida protezione. Maddalena dimenava la testa lentamente in segno di disapprovazione e stringeva le labbra come chi dubita d'una cosa, ma non vuole opporre un'assoluta negativa.
Discussero lungamente sull'importante soggetto, ma la fanciulla meditava un piano che le sembrava infallibile, e temporeggiava soltanto ad annunziarlo per misurare le sue forze. Essa pensava che al mondo non c'è che una cosa sola d'irresistibile — l'amore. — Questa passione, essa diceva fra sè, può spingere a degli eccessi, può fare dei miracoli. Se una persona può salvare Valdrigo questa è Silvia Leoni, essa lo ama, essa troverà il modo di liberarlo. — Ma bisognava raccogliere le forze tutte del cuore e della mente, bisognava disporsi ad una annegazione completa di sè, bisognava rinunziare ad ogni aspirazione, ad ogni speranza, ad ogni gelosia. Questa era però una espiazione necessaria, la giusta punizione della colpa, colle stesse sue armi.
Quando le parve di sentirsi forte abbastanza per affrontare l'impresa, comunicò il suo piano alla Rosa, che vi aveva già pensato, ma non osava proporla per un riguardo istintivo verso la fanciulla della quale indovinava l'affezione, e sospettava la gelosia. Lieta però della decisione secondò il progetto, e fissato il giorno della visita, si disposero tutte due a sostenere la loro parte in modo da ottenere l'intento, la madre pensando a quanto avrebbe detto per intenerire la signora, la Maddalena studiandosi di domare la sua ripugnanza verso la rivale e di dominare la sua passione, sagrificando sè stessa all'interesse del giovane amato.
Giunta la mattina stabilita si misero in via, ed entrambe col cuore agitato da diversi sentimenti entrarono nel palazzo Leoni. Avendo chiesto di parlare alla padrona, un servo gallonato, le introdusse in un'ampia anticamera dicendo: — Accomodatevi qui ed aspettate.
In simili circostanze l'aspettativa è un supplizio, i minuti sono lunghi come le ore, e i pensieri tristi si accumulano nello spirito e pesano gravemente sul cuore.
Finalmente il servo ricomparve, aperse una porta, e tenendosi indietro disse: — Venite pure avanti....
Le donne entrarono in una stanza resa oscura dai pesanti cortinaggi delle finestre, ed esalante un leggiero profumo d'essenza d'ambra che salì al cervello di Maddalena come l'emanazione d'un veleno. Chiusa la porta dal domestico che rimase di fuori, si avanzarono lentamente, e si arrestarono dirimpetto ad un ampio seggiolone sul quale sedeva la dama.
Silvia, vestila a bruno, e più pallida del solito pareva oppressa da una profonda tristezza, ma quando riconobbe la Rosa si alzò in piedi, la accolse con pietosa dolcezza, se la fece sedere da presso e le disse con voce compassionevole:
— Povera Rosa!... m'immagino il motivo della vostra visita. — La Rosa scoppiò in un dirotto pianto, e dimenticò le belle espressioni che aveva apparecchiate per intenerire il cuore della signora, ma le sue lagrime erano più eloquenti di qualunque altro discorso.
Silvia indicò una sedia a Maddalena che si teneva in piedi cogli occhi bassi, e continuò:
— Siamo in tempi funesti per tutti, povera Rosa.... i torbidi delle provincie, le minaccie degli stranieri, l'audacia dei nemici del governo, rendono i giudici più severi.... ma qui si arrestò, perchè s'avvide che con tali parole raddoppiava il dolore della povera madre, e soggiunse: — fatevi coraggio, io non ho aspettato la vostra visita per occuparmi in favore di vostro figlio, ma vi ripeto, i tempi sono cattivi....
E mentre parlava andava esaminando attentamente la fanciulla che non conosceva, la quale sentendosi osservata arrossiva, e non osava alzare gli occhi, finalmente spinta dalla curiosità Silvia chiese alla Rosa:
— Chi è questa ragazza che vi accompagna?...
La Rosa esitava a rispondere, ma poi si decise, e disse con voce singhiozzante:
— È la nipote della padrona di casa di mio figlio....
Silvia e Maddalena si scambiarono un colpo d'occhio eloquente. La prima pareva che chiedesse con amaro sospetto: — saresti forse una innamorata di Valdrigo? — l'altra con fiero cipiglio sembrava dire: — Conosco i segreti del vostro cuore.
— State in casa con Vittore?... chiese Silvia con apparente indifferenza.
— Sì, signora.... rispose Maddalena, con un'aria di trionfo.
Allora Silvia, come per investigare dalle espressioni del volto, gl'interni sentimenti della fanciulla, soggiunse:
— Si potrebbe forse ottenere la liberazione di Vittore, dal carcere, ma sarebbe impossibile di salvarlo dalla espulsione dal territorio....
— Tanto meglio!... saltò fuori a dire Maddalena, che non seppe frenare la sua gioia. E la Silvia che studiava coll'istinto della donna i lineamenti della fanciulla sospetta, indovinò dall'atteggiarsi del volto e dall'improvvisa risposta, l'amore e la gelosia.
Allora, desiderosa di mettere alla prova l'intensità di quell'affezione, e forse anche di punire l'audacia d'una rivale dal cui amore sentiva offesa la sua dignità, continuò il suo discorso indirizzandosi alla Rosa, ma osservando sottecchi ogni movimento della fanciulla:
— Se potessi ottenere il suo esiglio, egli potrebbe andare in Carinzia. Io devo passare di là per recarmi a Vienna a raggiungere mio marito, e lo prenderei volontieri con me. A Vienna potrei giovarlo molto colle relazioni dei nostri amici. — Maddalena si mordeva le labbra, e le vene della sua fronte ingrossavano. — Silvia osservava ogni movimento di quel volto alterato, e continuava con apparente tranquillità: — È certo che l'esilio chiude per sempre le porte della patria, ed egli non potrebbe più entrare nei domini della repubblica.... ma piuttosto che marcire in una prigione, piuttosto di non vedere più il sole....
La povera Rosa teneva le mani giunte, e cogli occhi gonfi, infiammati, e pieni di lagrime, levava la fronte verso il cielo, che metteva compassione a vederla. — Maddalena lottava fra l'amore e la gelosia, fra il desiderio ardente di salvare Valdrigo, e il dolore di vederselo rapito per sempre. Ma alle ultime parole di Silvia, fatto come uno sforzo sovrumano sopra sè stessa, ruppe il silenzio, ed esclamò:
— Purchè sia salvo dalla prigione vada pure in esilio, purchè sia libero e possa rivedere il sole e la campagna che egli ama tanto... parta pure da Venezia... e... sia felice... e sia fatta la volontà di Dio!... Voleva dire: — e siate felici, ma si avvide che non conveniva, e mutò la frase.
Silvia intenerita da tanta annegazione, pensò: — lo ama più di me! — e stesa la mano alla fanciulla, volle tener stretta la destra di lei in atto di perdono e di simpatia, e le disse con sincera espressione:
— Siete una buona fanciulla... e il cielo vi proteggerà...
Questa specie di capitolazione istantanea stravolse i pensieri della povera Maddalena, che non trovando più la forza di frenare le sue emozioni proruppe in singhiozzi affannosi, ed in lagrime abbondanti.
Silvia avvicinatasi alla fanciulla la consolava con dolci parole, e Maddalena sempre più intenerita, le ripeteva fra i singhiozzi e le lagrime: — Salvatelo... salvatelo ad ogni costo... voi sola potete salvarlo.
Così fra le varie e strazianti commozioni rimasero lunga ora, piangendo insieme, pregando e promettendo a vicenda, sperando, e sospirando quando un domestico venne ad annunziare alla signora che Sua Eccellenza il conte Orseolo la aspettava nel gabinetto del conte Leoni per una comunicazione importante.