Il dolce far niente: Scene della vita veneziana del secolo passato

Part 12

Chapter 123,724 wordsPublic domain

— Sarà troppo tardi!...

La passione del giuoco teneva il conte inchiodato davanti al tavolino, la gelosia lo agitava fortemente e l'interna lotta si manifestava sul suo volto contratto dalla impazienza e dalla collera. Deciso di levarsi da sedere, la comparsa d'una carta lo ripiombava sulla sedia, e mentre con l'occhio intento seguiva le vicende del giuoco, colla attenta orecchia ascoltava gli eccitamenti della maschera che gli diceva:

— Peccato!... un angelo di bellezza... accogliere di notte in sua casa un amante all'insaputa del marito!..

— Li raggiungo fra un istante... aspettatemi... quattro zecchini sul cinque di bastoni...

— Per quattro zecchini... esporsi a perdere un tesoro... esporsi alla vergogna... al ridicolo...

— Sono con voi... Paroli...

— Troppo tardi!... È già un'ora che sono partiti... forse fuggiti da Venezia...

— Fuggiti!... e gettando le carte sul tavolo, con gli occhi stralunati e scintillanti di collera, si levò ad un tratto, gettò a terra la sedia e presa sotto al braccio la maschera la trasse in un canto della sala. La folla si restrinse intorno al tavolo, e il suo posto venne occupato subito da un altro, come nelle battaglie quando si chiudono le file per riempire i vuoti lasciati dai morti.

Allora il conte, esaminando attentamente la maschera, voleva ad ogni costo scoprire la persona che si permetteva d'insultarlo in quel modo e di provocare la sua collera e la sua gelosia. Vani tentativi. Allora sospettando ancora un qualche imbroglio, un raggiro immaginato con uno scopo secondario, e dubitando della sincerità della maschera, le chiese:

— Potreste dirmi il nome della persona che accompagnava mia moglie?...

— Certamente!... il suo primo innamorato di Villa Saltore... il pittore Valdrigo...

— Basta così!... rispose con cupa fisonomia il conte Leoni, e senza proferire altra parola si allontanò dalla maschera, e uscendo dalla stanza scese rapidamente le scale.

Maddalena e la compagna lo seguivano ad una certa distanza, ma appena liberato dalla folla, si mise a camminare con passi tanto frettolosi che volto il canto d'una via lo perdettero di vista nell'oscurità della notte fra il labirinto delle calli.

La compagna che aveva assistito a tutta la scena, invano tirando per la veste Maddalena, o stringendole le braccia, e susurrandole all'orecchio le parole — basta — prudenza — trovandosi finalmente sola con l'amica, le disse con un accento di paura:

— Che cosa hai fatto mai!... Maddalena!...

— Ho salvato Valdrigo da una relazione colpevole... Con una donna troppo superiore alla sua condizione... da una maledetta passione...

— Lo hai perduto!... rispose la compagna affannata; hai esposto la sua vita al più grande pericolo... forse...

— Taci per carità!... mio Dio... se il conte Leoni lo ammazzasse!...

Allora arrestandosi per trovare un appoggio al parapetto d'un ponte, si asciugava i sudori del volto e mandava lampi dagli occhi. La sua fantasia le dipingeva il conte Leoni con un coltello alla mano, in traccia dei colpevoli... apriva una porta... li trovava abbracciati... Allora ritornando alla collera ed alla gelosia che le ardeva nel cuore, soggiungeva:

— Ebbene, li ammazzi tutti e due... e col braccio levato in aria faceva segno di ferire, e raddoppiava i colpi con un sogghigno di gioja spaventosa, ripetendo ogni volta — li ammazzi... li ammazzi!...

Ripresero il cammino verso il loro quartiere conversando concitate per via sulle avventure della notte, e sui timori delle conseguenze probabili.

Essendo vicine di casa si congedarono all'uscio, e ciascheduna entrò nella propria dimora. Maddalena entrata nella sua stanza, si spogliò in fretta e gettandosi macchinalmente sul letto incominciò a pensare a' suoi casi. Ora si sentiva dilaniare dal rimorso, ora la collera le accendeva lo spirito e la spingeva a desideri di vendetta e di sangue. — Che cosa sarà succeduto?... chiedeva a sè stessa... e si cacciava le mani nei capelli, e sospirava e piangeva. Poi riteneva il fiato e ascoltava tremando. Ogni persona che passava per via risvegliava i suoi sospetti... se venisse a casa ferito!... e pensava non senza una certa gioja alle cure che gli avrebbe prodigate, alla guarigione sicura, al pentimento, e, chi sa!... forse avrebbe aperto gli occhi e conosciuto il suo amore... poi tornava a tormentarsi con più gravi paure... se lo portassero a casa moribondo!... mio Dio!... per causa mia!... la sua morte!... sua madre!... povera Rosa... e piangeva, affranta dal dolore.

Le ore battevano lentamente all'orologio della chiesa vicina, il silenzio regnava nella strada, non si sentiva che il tonfo dei remi di qualche gondola che passava nel canale, e la voce del gondoliere — _stali_ — _premi_ — all'atto di sboccare in laguna. I minuti le parevano infiniti... il cervello in ebollizione la trascinava da un pensiero ad un sogno, da una reminiscenza ad un timore, senza transizione regolare, colla confusione del caos. Gli orecchi le tintinnavano ancora della musica da ballo e del gridio delle maschere, vedeva l'oro dei tavolieri del giuoco, e poi pensava ad una stanza silenziosa, a due innamorati, ad un bacio, ad una donna svenuta in un'estasi d'amore e d'obblio... e poi vedeva gli occhi ardenti del conte Leoni, un coltello... un lago di sangue! Finalmente le parve di riconoscere un passo lontano, tese l'orecchio con attenzione sostenuta, il passo si avvicinava, e il cuore le diceva — è Valdrigo. — Poco dopo udì che s'arrestava alla porta, e la chiave che entrava nella toppa. Aperto l'uscio, Valdrigo saliva le scale ed entrava tranquillamente nella sua stanza.

XXXI.

In generale i mariti ammazzano raramente gli amanti, a Venezia poi nel secolo passato non li ammazzavano mai. C'era una gran licenza di costumi, ma ciò non escludeva affatto la virtù. Silvia desiderava e temeva un abboccamento con Valdrigo. Essa sentiva la necessità di frenare gli slanci imprudenti del giovane, ma sentiva in pari tempo il pericolo della lotta. Voleva dissimulare una ferita, ma temeva che mettendovi sopra le mani il dolore la scoprisse. Andò al ballo con l'idea di condursi Valdrigo al casino per fargli una predica sulla sua condotta inconveniente, ma confessava a sè stessa d'averlo talvolta incoraggiato cogli sguardi che tradivano il cuore, cosicchè essa si trovava giudice e colpevole a un tratto, e temeva giustamente che l'accusato diventasse accusatore. Dapprima esitava dunque a mandare ad effetto il suo piano, poi temendo le conseguenze del rifiuto si decise a finirla, ma giunta sulla via si pentì, ed avrebbe voluto ritornare sui suoi passi. Così le farfalline svolazzano intorno al lume fino che a forza di raggiri cadono nella fiamma e si abbruciano le ali. Non osando retrocedere, e non volendo avanzare, perdeva il tempo per via, e a Valdrigo che la sollecitava con affettuosa insistenza, rispondeva mostrandogli l'ombre cupe dei canali, e i pittoreschi effetti della notte sui palazzi, e sull'acqua.

In tal modo impiegarono molto tempo nel breve tragitto, ma finalmente giunsero al casino. Entrati, accesero il lume, e salite le scale, la padrona ordinò alla cameriera di accendere un po' di fuoco al caminetto. Valdrigo non ne aveva bisogno, ma Silvia temporeggiava per raccogliere le sue forze, e farsi animo. La cameriera indovinava le impazienze del giovane, e mossa da pietà si affrettava a metter legna e a soffiare, ma appunto le cose fatte in fretta non approdano, e invece del fuoco uscivano dei nuvoli di fumo che invadevano la stanza; e quindi fa necessario aprire le finestre e le porte. L'aria entrando facilitò l'operazione, e una bella fiamma crepitante brillò nel camino. Chiuse nuovamente le imposte, la cameriera accese due doppieri, ed uscì serrando l'uscio. Non aveva ancora attraversata l'anticamera quando s'udì una violenta scampanellata alla porta di casa: era il conte Leoni. Vi fu un minuto secondo di stupore, ma Silvia ordinò tosto si aprisse. Pensi il lettore allo stato di Valdrigo; è certo che se Don Lio avesse conosciuta in quel momento la posizione del giovane, avrebbe paragonato il suo affanno alle pene di Tantalo. Egli rimase immobile e quasi pietrificato fissando gli occhi istupiditi nella fiamma, come dovette trovarsi la moglie di Lot, quando contro al divino comando si volse a contemplare l'incendio di Sodoma. Il conte Leoni entrò nella stanza raffrenando il suo impeto, ma lasciando intravedere i suoi sospetti dall'occhio scrutatore e dalle ciglia aggrottate.

Silvia lo attendeva davanti al caminetto col fiero cipiglio della virtù offesa, e colla dignità della donna che può levare la fronte senza rossore; in quel momento di suprema soddisfazione essa sentì tutto il valore della sua onestà, tutta la forza dell'innocenza. I loro sguardi si scontrarono, l'interrogazione del marito fu muta ma eloquente, la risposta della moglie fu assoluta e severa; essa fissò gli occhi nel marito con tale sicurezza imperiosa ch'egli dovette abbassarli; perchè realmente egli era colpevole. — Passato quel primo momento essa ruppe il silenzio; e rivolta al conte gli disse con un'aria indifferente:

— Allo scampanio, non credeva che foste voi... non mi avete avvezzata a questi modi...

— Scusate, egli rispose, l'agitazione della corsa m'aveva irritato i nervi...

— E perchè avete corso?...

— Vedendovi uscire dal ballo temetti... qualche improvvisa sofferenza... pel caldo... in mezzo a tanta folla...

— Diffatti, interruppe Silvia, che lo vedeva imbarazzato, diffatti non sto bene... un'oppressione, un bisogno d'aria mi costrinse d'uscire... Ho pregato Valdrigo d'accompagnarmi...

— Vi ringrazio, caro Valdrigo, soggiunse il conte porgendo la mano al pittore, e stringendogli la destra ch'era fredda come quella d'un morto.

A poco a poco la conversazione prese l'andamento ordinario e parlarono di cose indifferenti, chè in fine dei conti, avevano tutti e tre delle ragioni per essere contenti.

Più tardi il conte propose di cenare. La cameriera uscì per fare alcune provviste ad una vicina trattoria, che nelle occasioni dei balli, stava aperta tutta la notte.

Valdrigo dovette apparecchiare la tavola, il marito apriva un armadio e ne tirava delle bottiglie di vino di Cipro stravecchio coperte di ragnateli e di polvere. E mentre la Maddalena esterrefatta vedeva nelle sue spaventose fantasie il marito che versava il sangue dell'amante, il conte Leoni mesceva il Cipro a Valdrigo, e toccando i bicchieri, bevevano insieme alla salute dalla Dama. — Fedele! pensava il marito — perduta! ma non per sempre, diceva a sè stesso il giovane innamorato.

XXXII.

La prudenza consigliò Valdrigo ad astenersi per qualche tempo dalle visite in casa Leoni, malgrado l'ardore sempre crescente della sua passione. Maddalena lo sorvegliava da vicino, studiava i suoi andamenti, leggeva nella sua fisonomia i desideri repressi, e le inquietudini d'un'anima esaltata. L'amore che essa teneva celato nei più profondi penetrali del cuore si nudriva di speranze future, e infiammava la sua gelosia irritata dalle fatte scoperte. La cieca gelosia si nutre di chimere, e guida a fatali consigli.

La povera fanciulla, incoraggiata dal felice risultato della sua prima resistenza, diceva a sè stessa. — Bisogna ch'io perseveri.... Bisogna che io continui ad attraversare i suoi progetti, ad impedire ad ogni costo i progressi d'una passione fatale, bisogna ch'io trovi il modo di rompere gli anelli d'una catena che lo trascina alla perdita della sua felicità, che lo allontana dal mio cuore; i continui ostacoli devono stancare la sua pertinacia, compromettere la Dama, risvegliare i sospetti del marito... egli sarà costretto di rinunziare all'impresa...

La ferita sarà dolorosa, ma il tempo sana ogni piaga, io consolerò le sue pene raddoppiando le cure, cercherò di ricondurlo al lavoro, alla pace... aspetterò che gli anni calmino le sue passioni violente... e forse un giorno, troverò nella sua felicità la ricompensa degli affanni, coi quali, senza avvedersene, mi avvelena la vita.

E nelle lunghe notti insonni, rivolgendosi nelle coltri affaticate, meditava uno stratagemma che riuscisse a tagliare il nodo gordiano con rottura irreparabile, senza gravi pericoli per nessuno, senza che si potesse scoprire la mano che colpiva. Dapprima pensava di mettersi d'accordo con la Rosa, di farlo chiamare a Saltore con un pretesto, per allontanarlo da Venezia, ma egli avrebbe tosto scoperto l'inganno e sarebbe ritornato. Un nuovo avviso al conte non voleva arrischiarlo, era cosa pericolosa, ed aveva tremato troppo della sua prima imprudenza per volerla tentare di nuovo, dal lato della signora non vedeva nessuna cosa possibile.

Di tutti i suoi progetti quello di allontanarlo da Venezia le pareva il più opportuno, ma non trovava il modo di mandarlo ad effetto, e poi temeva che il pittore uscito una volta dalla sua casa, potesse non tornarvi mai più, o stabilirsi in altri paesi, e perderlo per sempre. Avrebbe voluto poterlo chiudere nella sua stanza, e tenerlo tutto per sè, ma siccome la cosa non era fattibile, cercava come si potesse rendergli impossibile l'accesso alla Dama, senza troppo allontanarlo da sè, e qui stava appunto la difficoltà.

Mettendo il cervello alla tortura coi più strani pensieri, finì a coltivare un'idea, che le pareva avere del buono e del cattivo come tutti gli altri progetti, ma che presentava un incontrastabile vantaggio, ed era di mettere il Consiglio dei Dieci in alleanza colla sua gelosia. Ecco come ragionava la fanciulla: Una falsa accusa farebbe mettere Valdrigo in prigione, e l'accusa essendo falsa la prigionia non potrebbe oltrepassare la durata del processo. L'innocenza dell'accusato, e la giustizia dei giudici renderà impossibile ogni pericolo di condanna, ma forse il semplice fatto della prigione, basterebbe ad allontanare per sempre il Valdrigo dal palazzo Leoni anche dopo la sua liberazione, perchè l'esalazione del carcere rimane sempre indosso a tutti i prigionieri di Stato, innocenti o colpevoli, nè l'alterigia patrizia può ammettere nella sua società un uomo sospetto di congiura, liberato per sola mancanza di prove.

Il piano dunque le sembrava magnifico, ma teneva la sua decisione in sospeso, a motivo delle privazioni alle quali avrebbe esposto Vittore. Veramente aveva sentito dire che mentre dura il processo i prigionieri non sono da paragonarsi ai condannati, pure sentiva dentro di sè una voce tormentosa che biasimava i suoi pensieri, e le minacciava le amarezze del rimorso. Nella calma della ragione essa vedeva che provocare l'arresto di Valdrigo era un delitto, che privava ingiustamente un uomo della libertà, che gettava un innocente nella tristezza e nelle miserie del carcere, e pensando ai timori del giovane, alla dolorosa solitudine, alla privazione d'aria e di luce, al silenzio senza interruzione, ai dolori senza conforto, alle sofferenze senza lenimento, malediceva il suo progetto, si strappava i capelli dall'affanno, e giurava di frenare una passione violenta che la trascinava a colpe tanto crudeli.

Ma quando Valdrigo usciva di casa, galante e profumato come un gentiluomo, con l'aspetto ardito e l'occhio scintillante, con un'aria di provocazione e di conquista, allora la ragione taceva, allora i buoni sentimenti svanivano, e i più dolorosi sospetti entrando nel cuore, risvegliavano le furie della gelosia e la brama d'arrestare ad ogni costo il trionfo d'una pericolosa rivale. I più forsennati progetti le ripullulavano in mente, nessuna pena le sembrava soverchia pel colpevole, avrebbe pagato col suo sangue una catena, il truce aspetto delle porte ferrate, dei grossi chiavistelli e delle doppie sbarre sorrideva al suo spirito agitato, come le promesse di un amico sicuro.

Esitante sul partito da prendersi, spiava ogni passo di Valdrigo, e porgeva attenta orecchia ai discorsi del popolo che incominciando ad inquietarsi sui destini di Venezia, mormorava sotto voce del governo e d'alcuni nobili, fra i quali ritornava sovente in campo il nome del conte Leoni, detestato dai partigiani delle nuove idee, come il più accanito nemico d'ogni transazione e il più tenace difensore dell'antico sistema.

Le passioni represse fermentavano, un ardente desiderio di novità e di riforma lottava contro i difensori della Serenissima Repubblica, della quale vantavano le glorie passate e amavano le presenti dolcezze, il vivere beato e pacifico, i continui passatempi, il libertinaggio protetto dalle abitudini e dalla tolleranza del governo. Il lungo abbandono delle armi e la vita molle avevano infiacchita la fibra del popolo e della nobiltà, e abbassato il livello dei caratteri. Perduta ogni morale dignità ed ogni nobile sentimento nazionale, l'egoismo signoreggiava i magistrati del governo ed i privati cittadini.

I principî della rivoluzione francese che proclamavano i diritti dell'uomo alla libertà ed all'eguaglianza, si chiamavano il _gallico veleno_, ed era perfino proibito di parlarne. Intanto i francesi entravano in Italia, e i Savj seguitavano a chiudere le orecchie ai consigli più assennati, e continuavano a far la corte alle dame ed a frequentare i pubblici spettacoli colla maschera sul volto. All'invasione delle idee, il governo si opponeva colla proibizione degli scritti; alla invasione delle armi straniere, rispondeva colla neutralità disarmata. In conseguenza di ciò, mancavano le armi e i soldati, le piazze forti erano sguarnite nè si pensava gran fatto alle difese, nè ad accrescere la flotta, nè ad acquistare le armi o fabbricare la polvere; per riscontro si vietavano in Teatro le tragedie perchè sollevavano e concitavano gli animi. Le rivelazioni più importanti dei residenti alle Corti straniere e i dispacci degli ambasciatori veneti in Francia, che annunziavano i disordini, le minaccie e i pericoli imminenti, non venivano nemmeno letti al Senato per non turbare il sonno ai patrizii, e per ordine degli eccellentissimi Savj di settimana, tutte le carte risguardanti tali argomenti si passavano nella _Filza delle comunicate non lette_[77].

Volevano ad ogni costo la pace, il riposo ed il sonno, e dichiaravano la guerra alle mode di Parigi, ai bottoni, ai ventagli rivoltosi, alle foggie giacobine; spendendo ragguardevoli somme per ispiare la condotta dei soggetti. Lo spionaggio era una delle basi del governo, ed i magistrati dopo d'aver spiati i sudditi si spiavano fra loro. I Tre spiavano i Dieci, i Dieci spiavano i Tre, l'Avogador del Comun spiava gli uni e gli altri. Le spie frequentavano tutti i luoghi pubblici, le vie, i teatri, le chiese, e perfino le private dimore, e i loro servigi venivano retribuiti con salvacondotti temporanei, con denaro, con esenzione dalle tasse, con privilegi, impieghi, onori e impunità di delitti. Malgrado però di questa rigorosa sorveglianza e della severità delle leggi, la Voce della libertà trapanava da ogni parte e la si sentiva ondeggiare per l'aria come i profumi della primavera. Entravano furtivamente in Venezia, libri, fogli, programmi, gazzette, coccarde, ed ogni altro incentivo. Il Villetard, segretario della legazione francese, tendeva la mano ai malcontenti, favoreggiava le congiure e fomentava gli spiriti più audaci. I fucili e i cannoni della rivoluzione erano ancora lontani, ma penetravano in Venezia le massime, i pensieri, le idee che precedono ogni mutamento sociale, apparecchiano il terreno delle riforme, minano gli antichi propugnacoli e segnano le fondamenta dei nuovi edificii.

Maddalena passando una mattina per una calle remota, vide un gruppo di persone che ciarlavano con aria misteriosa, guardandosi intorno. Erano suoi conoscenti e vicini; si mise dunque in loro compagnia per udire le notizie del giorno. La fanciulla non potendo suscitare sospetti, essi continuarono i discorsi. Uno fra loro mostrava i pugni in atto di minaccia e diceva:

— Ancora un poco e dovranno deporre la toga, i parrucconi!... Cosa sono i nobili più di noi?... I francesi vengono avanti... avanti... avanti...

Uno degli uditori voltava la testa con aspetto pauroso e mandava fuori un soffio prolungato che voleva dire — Bagattelle!...

Un altro interrompeva il narratore con un — tss — tss! — e indicava con l'occhio un balcone, dal quale un individuo sospetto faceva capolino.

— Eh! non abbiate più paura!... continuava il narratore, sono appena due giorni che alcuni detenuti per sospetto di congiura contro la repubblica, vennero rilasciati in libertà per l'influenza d'un alto personaggio della legazione francese....

— Come? chiedeva il più timido, non li hanno condannati?...

— Non hanno osato torcer un capello a nessuno!... guai se lo avessero fatto!... eh! non sono più i tempi delle violenze tenebrose.... bisogna che ci pensino due volte....

Maddalena pensava dentro a sè: — La mia idea è dunque buona, e posso salvarlo senza pericoli. — L'egoismo delle passioni è sì grande che sovente confonde il proprio interesse con l'altrui. E la povera fanciulla traviata da una furente gelosia, aveva smarrito il buon senso.

Interamente dominata dal fatale pensiero che preoccupava il suo spirito, non ascoltava più che macchinalmente le declamazioni del narratore, quando il nome del conte Leoni la scosse dall'astrazione che aveva invaso il suo spirito e tendendo attentamente l'orecchio udì le seguenti parole:

— Il conte Leoni partirà fra due giorni per Vienna con una missione diplomatica.... il dispotismo si lega al dispotismo, egli è il degno sostenitore degli abusi, ma verrà il giorno della giustizia ed allora....

Maddalena non volle ascoltare più oltre, e se ne andò ferita da un nuovo colpo nel cuore. Le parole: il conte Leoni partirà fra due giorni per Vienna — le si erano scolpite nelle mente come una tremenda minaccia. Il momento fatale era giunto, l'impunità degli amanti assicurata. I vapori della gelosia le salivano al cervello, come i fumi del vino ai bevitori. Vacillava e non vedeva innanzi a sè che un velo che le offuscava la luce. Poi le ritornavano alla mente le altre parole: — I prigionieri sospetti di congiura vennero liberati. — Bisogna decidersi ad agire con risoluzione, essa pensava fra sè, il tempo stringe e fra due giorni sarebbe troppo tardi!

Con tali idee giunse a casa, si chiuse nella sua stanza, e vi stette lungamente vaneggiando coi fantasmi della gelosia e dell'amore che le passavano davanti lo spirito come una coorte d'anime dannate confuse cogli spiriti eletti. Erano sogni d'ineffabili dolcezze turbati dalle minacce d'una possente rivale, che apparecchiava il suo trionfo, erano promesse di giorni lieti e sereni, disperse dai nuvoloni d'un vicino uragano, solcato da lampi spaventosi, e dal guizzare del fulmine.

La sua mente malata delirava, passando da un pensiero ad un altro senza transizione ragionevole, e portando le immagini agli eccessi dell'esagerazione. Ora si figurava tutti gli orrori, tutte le miserie del carcere, le torture della mente e del cuore, le tenebre, la nudità delle pareti, e Valdrigo pallido e malato in un canto, abbandonato alla vendetta di giudici implacabili, condannato per la sua accusa a finire i giorni in una tomba senza luce.... egli che amava tanto il sole e la libertà, il soave profumo dei campi e l'ampio spazio del mare!...

Allora, disperata e furente, si batteva la fronte, si lacerava le vesti, si scopriva il seno palpitante, apriva le finestre, respirava l'aria a buffate come chi soffoca dall'oppressione dell'asma o dalle perniciose evaporazioni dei carboni incandescenti. La calma della laguna, il cielo sereno, le fresche brezze della sera scendevano come un balsamo sopra quell'anima desolata, e la voce della coscienza parlando al suo cuore il linguaggio dell'onestà, il rimorso degli insani progetti riprendeva il suo dominio e le lagrime del pentimento le inumidivano il ciglio e le solcavano le guancie.

Ma non passava guari di tempo che una bruna gondoletta solcando l'acque davanti alla sua finestra, lasciava intravedere dagli aperti finestrini, un giovine ed una fanciulla che stretti in amplesso affettuoso si scambiavano un lungo bacio sulla bocca.