Il diavolo nell'ampolla

Part 7

Chapter 73,650 wordsPublic domain

D'altra parte, non poteva Demetrio aver pensato giustamente che Giovanni, meglio che servo l'uomo di fiducia, e lui l'amico, vigilerebbero, e in ogni caso provvederebbero alla custodia delle sue carte e all'adempimento delle sue disposizioni?

Fu così che la mano di Amaldi accompagnò il pensiero con moto spontaneo, proprio per naturale conseguenza. Aperse il cassetto di mezzo e guardò. Ma senza curiosità e intenzione ferma; con mente già inerte guardava, sollevando le prime delle carte sparse che lo riempivano e....

Quasi a ricevere un urto nel petto, quasi per difendersi istintivamente da un assalto impensato, respinse il cassetto dello scrittoio, si levò in piedi con tutto il sangue al capo, al volto, in un'apprensione ontosa, con un'impressione indefinibile di colpa e di repugnanza, con un impeto d'ira e di rabbia contro sè stesso, che già si lasciava afferrare da un dubbio insano; e non gli bastavan le forze a divincolarsi, a sfuggirne la mostruosa, diabolica presa.

Una lettera..., in una busta fina..., tra quelle carte, tra quei documenti..., interpostavi come per caso o dimenticanza.

Ricadde a sedere; riaperse; la tolse; ne guardò attento la soprascritta, vinto. E: sì; la lettera, il carattere (.... anche il profumo) era di Rina. Di Rina? Ebbene, fosse pur stata! Che cosa di male se sua moglie aveva avuto bisogno di scrivere, una volta, a Demetrio?

Ecco: egli era tranquillo, padrone di sè. Ragionava. Poteva ragionare freddamente. -- Nessun male? Bisogno di scrivere a Demetrio? Perchè? No no! Quella lettera non era di Rina, ecco tutto! Pazzo! pazzo a lasciarsi allucinare da una somiglianza di scrittura. Dunque, via!; rimettere la lettera dove era prima, pentito dell'azione indegna che stava per commettere; violare, forse, un segreto dell'amico.

.... Vigliacco! Scampare, cercava scampare alla certezza?

E risolutamente levò il foglietto dalla busta, e vide che non c'era la firma, e lesse, e vide che era di Rina. Fu certo.

Ma ecco: sentì che possedeva una forza meravigliosa.

Non si muore d'una ferita, ricevuta a tradimento, nel cuore? di dolore, di spavento? Non si muore! Egli richiuse. Credè d'aver voce bastevole a chiamar Giovanni appena fosse tornato. -- Via Goito era a due passi -- e dirgli: -- Vado a casa, per un momento --.

Si alzò.... (una forza meravigliosa!) e, come spinto da tutte le energie superstiti, entrò invece nella camera del moribondo, si avvicinò a guardarlo, con gli occhi sbarrati....

Ah! L'amico!

Allora il medico lo prese per il braccio, lo trascinò fuori. Cominciava l'agonia.

Ebbene.... -- una forza meravigliosa! --, di là, nello studio, senza accorgersi dell'intimo schianto, della ferita ricevuta nel cuore a tradimento, senza piangere, senza gridare all'infamia, senza morire, Amaldi rilesse la lettera per confermarsi, di tutto, evidentemente.

Era un bigliettino scritto in fretta, dopo un convegno. Assicurava l'amante da ogni timore d'imprudenza o contrattempi.

Ma questa l'infamia! questa la prova! questa: «A casa ho trovato la cartolina che mi aspettava. Tornerà da Genova dimani o posdimani».

Egli era tornato da Genova.... Quando? Come gli era possibile ricordarsene? Oh se avesse potuto non ricordarsene! Era tornato....: il 14 maggio. Aveva scritto, e se ne ricordava, all'albergo, due sere prima. Due sere prima.

Nel biglietto amoroso mancava la data. Ma il timbro su la busta? si leggeva benissimo: 12-5.... Dunque: c'era più appiglio a dubitare che fosse di Rina?

Tutto evidente! Che infamia!

E come gli fosse strappata solo allora la benda dagli occhi, Corrado Amaldi vide sua moglie affranta e pallida all'annunzio della disgrazia; e solo allora sentì lo spasimo della ferita, l'atrocità del colpo, l'insopportabile tormento. Fuggire! scomparire dal mondo! Ammazzarla!

Adagio! Aspettare! L'altro, intanto, agonizzava.

Ed entrò il notaio. E passò, trafelato, un prete.

Poi Giovanni annunciò:

-- Il presidente del Consiglio Provinciale e un assessore del Comune.

Corrado Amaldi immobile, in piedi in mezzo alla camera, ora provava la sensazione d'uno che sia trascinato da una forza irresistibile in un precipizio. Quei signori si condolevano con lui, più che amico, fratello del commendator Lecci.... Anche, volevano informarsi da lui, per regolarsi nelle onoranze funebri. E l'assessore, più disinvolto, venne dal notaio, presso lo scrittoio, e l'interrogò.

Mentre il Presidente seguitava nelle condoglianze, Corrado udiva il notaio che rispondeva:

-- Il testamento segreto è depositato presso di me; ma non si procede all'apertura senza richiesta del presunto erede.

Udiva soggiungere l'altro: -- E se il nipote, il presunto erede, ritarda qualche giorno a tornare, come conoscere le precise disposizioni testamentarie per i funerali?

-- I familiari.... Il signor Amaldi....

Già, il signor Amaldi.

Ma il signor Amaldi pareva esagerare -- un pochino -- il suo cordoglio; pareva troppo stordito. Rispondeva a stento che il commendatore sdegnava i funerali chiassosi; che disapprovava l'uso dei discorsi, dei fiori.... Non altro. Giovanni, Giovanni forse ne sapeva di più.

Interrogarono anche lui; e rispose che il suo padrone non avrebbe sdegnata una messa di _requiem_. Ma la messa, quando fosse richiesta o permessa dal testamento, poteva celebrarsi giorni dopo il trasporto; non era cosa urgente.

A ogni modo, Provincia e Comune stavano per accordarsi su le onoranze, quando il medico s'affacciò sulla porta e aperse le braccia.

Amaldi, che si era seduto accanto al Presidente, balzò in piedi, livido; rimase impietrato, con gli occhi torbidi; e Giovanni scappò via gemendo. L'assessore guardò l'orologio e disse: -- Sette e venti --; e il Presidente disse: -- Animo, signor Amaldi! --; e afferrò e strinse la mano del signor Amaldi.

Il quale adesso sembrava non esagerar più; sembrava manifestare con il dolore di chi perde il fratello lo stupore del mistero e lo sgomento del nulla; o pareva rimasto senza pensiero.

Pensava: «Dovrò fingere, dissimulare fino all'ultimo!»

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Fino all'ultimo, fino a che la salma fu deposta nel loculo, egli si comportò così, come aveva sentito la necessità di comportarsi, come volevano le convenienze sociali.

Ma dopo! Al ritorno, nella carrozza chiusa, libero della cappa di piombo che la società vile e corrotta gli aveva imposta, in una commozione di scherno e di rabbia Amaldi s'abbandonò a meditare, a pregustare la vendetta. Oh sfogarsi! sfogare l'amarezza dell'onta patita e l'onta dell'ipocrisia a cui era stato trascinato come in un baratro; sfogare tutto l'odio che gli si era addensato in veleno nel cuore; esasperare con voluttà di martirio la ferita dilaniante; gettar la maschera, e accusare, e calpestare l'infame prostrata, nella confessione e nel rimorso, ai suoi piedi; o colpirla, ammazzarla se sorretta dalla passione e insolente!

Che benefizio nell'anima e nel sangue, a immaginare il castigo tremendo, mortale! Ammazzarla!

Ma era illusione fugace. A poco a poco intravvedeva che a lui non era concesso -- no -- nemmeno l'inconsulta attesa della catastrofe che fosse, per sua mano, tragica!

No: egli, povero uomo, doveva riprendersi tosto, ragionare, riflettere. No. Non gli era possibile vendicarsi in tal modo; non doveva ucciderla; non cacciarla, sgualdrina, di casa; non trascinarla a un tribunale. No. Perchè? Perchè sarebbe uno scandalo!

Era caduto in una contradizione; la contradizione in cui s'era messo non tardò a stringerlo, ad attanagliarlo, a soffocarlo. Non poteva vendicar il suo onore senza provocar uno scandalo enorme; ma per evitare lo scandalo, per salvare il suo onore aveva dissimulato restando fin la notte in casa del defunto, fin reggendo nel trasporto uno dei cordoni del feretro!

Sciagurato! Rivelando adesso il suo disonore non darebbe forse diritto al mondo di chiedergli: Come mai, tu, ad accorgerti d'esser tradito, hai aspettato che il traditore sia stato morente o morto? Per quale misterioso interesse hai dissimulato fin all'ultimo? Per quale vergognoso passo hai accompagnata la salma all'ultima dimora? Per quale inconfessabile ignominia hai taciuto sempre con tua moglie, e schiamazzi adesso che Dio o un accidente ti ha liberato del più colpevole, del più forte?...

In ogni persona che vedeva, egli vedeva un ridere osceno; e gli pareva che tutti coloro che conosceva gli ridessero in faccia, gli gridassero:

-- Anche tu! anche tu....; e finchè l'altro viveva...., eri contento!

Tutti, sempre, l'avevan tenuto per un uomo onesto, un gentiluomo; e cadere, affogare nel fango! Aveva amata sua moglie e....

Al pensiero del suo amore di un tempo, non resse più. Ruppe in singhiozzi; pianse.

Lo riscosse il rumore delle ruote sul ciottolato, rientrando in città. E non osò rincasare fiaccato in tal modo dalla passione e dalla ragione.

Gli era necessaria una tregua; un po' di riflessione pacata; di silenzio; le forze umane hanno un limite, perdio!

E ordinò al fiaccheraio di condurlo, invece che a casa, all'uffizio del Consorzio.

Ivi per fortuna l'aspettava un telegramma il quale lo chiamava, d'urgenza, a Ferrara. Per non scrivere o telefonare alla moglie mandò un impiegato a casa a mostrar il telegramma; dicesse alla signora ch'egli ritornerebbe solo al dimani.

E partì davvero subito.

Ma non poteva fuggire, miserabile, da sè stesso; non poteva fuggire al dilemma che gli si veniva determinando sempre più chiaro nella mente:

O il mondo sapeva, e sarebbe inesplicabile la sua condotta, la sua ipocrisia, la sua dedizione alle convenienze quando e in qualunque modo egli desse a vedere che non ignorava, già prima, la colpa della moglie; o il mondo non sapeva, e guai per lui se si vendicasse. Rivelerebbe lui la sua sventura. La pubblica moralità non giustifica il marito che ammazza, o scaccia la moglie, o se ne separa, se il castigo non chiarisce, non specifica la colpa.

Anche in treno, e poi la notte insonne, nel letto dell'albergo, cercò la via a superar sè stesso. Invano. Il pensiero di rimettere all'avvenire una decisione gli era insostenibile; nessun conforto, nessun consiglio, nessun aiuto. Che poteva sperare dal destino?

E invano la mattina dopo si provò a un ritorno di vita normale nelle faccende per cui era stato chiamato a Ferrara; anzi quei discorsi, così lontani e diversi dell'intima cura, gli esacerbarono sempre più la ferita, gli rintorbidarono la mente.

Ripartì con una più fiera tempesta nell'anima, con un senso di energia ricuperata e prorompente, e un bisogno d'uscire da quella sua agonia; con un solo pensiero fisso e, solo esso, ragionevole: che la risoluzione del suo destino non dipendeva da lui; dipendeva dal contegno della moglie.

Egli l'affronterebbe gettandole in faccia la lettera che ne attestava la colpa, le direbbe: -- Ho tentato di salvare il tuo onore salvando il mio. Ora, a noi! E senza chiasso, senza scandalo! Che intendi di fare?

Ma una mossa sola di lei, una parola sola avversa alla sua passione immensa lo trasporterebbe al di là del limite che divide la ragione dalla follia; e allora non indietreggerebbe, non esiterebbe davanti alla catastrofe sanguinosa. Una revolverata per lei e una, magari, per sè; tanto, la sua vita era spezzata!

Così, mentre andava a casa, l'immagine della donna gli si confondeva nella mente con le attitudini o del terrore improvviso, o della negazione disperata; o della confessione umiliante, o dell'invocazione di pietà e di perdono. La immaginava di nuovo in una crisi di lagrime e di rimorso, a cui sovrastava imponente, spietata, tremenda, quale che si fosse, la risposta e l'azione di lui....

A casa! A casa! Ma nell'entrare in casa pallido, fremente, ecco venirgli incontro la moglie frettolosa e, al tempo stesso, tranquilla. Tranquillissima! Diceva:

-- Il notaio Neri t'ha cercato ierisera e stamattina per una cosa di grande premura. Poco fa ha mandato questa lettera.

E la porgeva. Tranquillissima!

Amaldi per prendere la lettera del notaio e aprirla lasciò nella tasca quell'altra, che già stringeva per gettarla in faccia all'adultera. E lesse; e intanto che leggeva, Rina, nel vederlo affoscare sempre più, dubitò di una nuova disgrazia e: -- Che c'è, Corrado? Una nuova disgrazia? -- chiese con dolcezza.

Corrado non rispose respingendola: -- Via, malafemmina! -- Rispose: -- Nulla! --; e si diresse all'altra camera.

-- Vuoi desinare subito? -- Rina domandò ancora con dolcezza --. Sarai stanco; avrai fame.

Senza volere, assentì, del capo.

Poi, nella camera di là.... Era una cosa incredibile! Una cosa turpe, laida, lurida; una schifezza orrenda! Da ridere. Che vigliacco era stato quell'uomo saggio!

Diceva la lettera del notaio:

".... Il testamento del compianto commendatore Demetrio Lecci, aperto a richiesta del di lui nipote, lega lire cinquantamila a favore della S. V...."

-- Ed io -- disse a sè stesso Corrado Amaldi sobbalzando con l'impeto del martire che riconfermi la sua fede di fronte allo scherno osceno e tirannico --, io rifiuto il legato, io rifiuto il prezzo della mia vergogna! Rifiuto!

Ah sì? Rifiutava? Un eroe! Se non che il mondo vigilava e chiedeva:

Perchè? Perchè rinunciare al lascito del tuo miglior amico, che hai tanto stimato e amato in vita, che hai tanto onorato in morte, che hai accompagnato all'ultima dimora e hai visto, con tanto strazio, seppellire?

O il mondo sa, o non sa....

Ma no (ragioniamo), no che il mondo non sapeva! Un uomo prudente, retto, saggio quale Demetrio Lecci, non avrebbe avuto mai simile audacia senza l'assoluta certezza che il mondo ignorava la sua colpa; non avrebbe corso il rischio di contaminare _post mortem_ la fama di tutte le sue belle virtù con un atto che disonorasse il benefattore non meno del beneficato; anzi con illuminata esperienza egli aveva forse provveduto così a smentire, a rendere inverosimile la malignità se mai qualcuno osasse di mormorare!

E se il mondo ignorava, non sarebbe stata stoltezza metterlo in sospetto rifiutando l'eredità?

Accettarla!

Ma (ragioniamo), ma accettandola come avrebbe potuto -- povero marito --, come avrebbe potuto investire, assalire l'adultera, chiamarla infame? Essa avrebbe ribattuto, trionfante: -- Chi più infame di te che accetti l'eredità dell'amante di tua moglie?

Nessuno scampo, gran Dio! Così, proprio così: per salvare la sua dignità, il suo onore; per serbarsi un galantuomo, un gentiluomo agli occhi degli altri e di sua moglie, Corrado Amaldi doveva prendersi le cinquantamila lire e tacere! Irremissibilmente; ad ogni costo: tacere e prendersi le cinquantamila lire! Nessun rimedio.

-- Corrado, vieni a desinare? -- chiamò Rina con dolcezza.

Egli stracciò la lettera.... -- non quella del notaio, l'altra --; ne sparse i minutissimi pezzetti fra le carte del cestino; e raccolte tutte le forze a superar sè stesso, rispose, con dolcezza:

-- Vengo.

Non c'era altro da fare.

LA STELLA SIRIO.

Alfonso Graldi entrò nella stanza del fratello e gli chiese:

-- Hai sentito che cosa han detto le Raffi: dei socialisti e di Turri?

Raimondo lo guardò, e tacque. Non ricordava e ricercava nella memoria. Ma Alfonso interpretò quel silenzio e quello sguardo quali segni di apprensione per lo stesso suo dubbio e di timore per una deliberazione grave. E disse, calmo:

-- Sta attento.

Poi, dominandosi e augurando la buona notte, uscì.

-- Le Raffi? -- Raimondo ricercava. -- Vattelapesca! -- Mentre discorrevano, su la terrazza, egli osservava Vega, Arturo e Antares. -- Attento? A che cosa dovrei stare attento? Ai socialisti? A Turri? Perchè? Mah!

Turri non era venuto a conversazione, quella sera, e nemmeno l'arciprete; e appunto perchè non aveva avuto gli amici con cui si intratteneva volentieri egli, alle chiacchiere delle informatrici, aveva preferito ascoltare ciò che gli dicevano le stelle.

-- Domattina lo domanderò a Adriana -- soggiunse --; se era presente e se ci avrà badato.

Anche Adriana infatti non dimostrava mai d'interessarsi ai pettegolezzi del paese, e, quando poteva, scampava dai fastidiosi argomenti di leghe, di soprusi municipali, di studiate rappresaglie, e battaglie minacciate, e sperate vittorie.

Raimondo si mise dunque a leggere il libro che gli giovava più del bromuro. Finchè l'occhio gli scorse su le righe senza più afferrarne il senso.

-- Mio fratello -- pensava -- non è uno stupido; tutt'altro! Ma è vittima di una ambizione meschina. Vorrebbe prevalere a Castelronco. Che gloria!

A dir vero Alfonso Graldi non viveva solo nel paese e del paese. Arricchiva sempre più usando ingegno, energia e volontà in imprese agricole e industriali; estendendo l'opera sua in tutta la regione; acquistandosi stima invidiabile pur in città, dove si trasferiva l'inverno. Ma nel luogo nativo quasi per necessità doveva sorreggere i conservatori, e prepararli alla riscossa. -- Bel gusto! -- mormorava, malcontento, Raimondo. -- Bel gusto consumar gioventù, forze, ingegno in simili lotte, per simili conquiste! Al solito: dispetti, ire, arrabbiature. E inganni da opporre, e insidie da evitare.... Ah ecco!

Aveva trovato: credè aver trovato ciò che avevan detto quelle pettegole Raffi. Una delle solite: la storia di un appalto favorito dal sindaco e conceduto alla lega dei birocciai, per la ghiaia; di una frode nella misura delle birocce. -- E io, forse, dovrei stare attento quando passano di qua, per la strada, le birocce, e accertarne la misura, io, che non ho niente da fare? Io? Povero Alfonso! Ma, e come c'entra Turri?

Per non perdere il sonno che arrivava, Raimondo si disse: -- Domani sera lo domanderò a lui. -- E chiuse il libro. E lo schiarimento ultimo sembrò venirgli appena spento il lume:

-- Turri avrà gridato alla frode senza prove sicure, e i socialisti se la prenderanno, al solito, con lui e con noi. Anche con me? Oh io non ci penso, povero Alfonso, a queste gran cose! Sta pur sicuro! Sirio....

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-- In cielo non c'è soltanto la luna per attestare, anche adesso, con la figura di Caino la nostra ignoranza, o non c'è soltanto il sole per abbarbagliare il nostro orgoglio, o Marte coi canali perchè possiamo riferire agli altri pianeti la nostra intelligenza e la nostra scienza, o Venere e Giove perchè troviamo lassù un termine di paragone al brillante e allo smeraldo che abbiamo in dito: c'è, a centro di un altro sistema planetario, una certa stella che si chiama Sirio, che in inverno e in primavera risplende mirabilmente e che col suo fulgore dovrebbe esortarci tutti a considerar più in là del nostro naso, della nostra terra e del nostro sistema planetario. Sapete con quale velocità corre la luce? Trecentomila chilometri al minuto secondo! Dico trecentomila chilometri al minuto secondo. Bene: sapete quanto tempo impiega Sirio a mandar a noi il suo fulgore? Sedici anni. Dico sedici anni! E sapete a che distanza corrispondono sedici anni di luce? A centocinquantasei bilioni di chilometri! Quando si consideri ciò, e quando si rifletta un poco che Sirio è vicinissimo in confronto alle nebulose, pare che le faccende dell'orbe terraqueo, non che gli avvenimenti della cronaca cittadina, i dibattiti del Consiglio comunale a Castelronco, gli interessi dei nostri amici o nemici, i casi e i beni e i mali delle nostre rispettabilissime persone, non possano avere una grande importanza nell'universo; non debbano avere nemmeno per noi l'importanza che crediamo noi.

Così Raimondo Graldi risolveva ogni questione, commentava ogni fatto, s'alleviava di ogni noia.

Ma non perciò era egoista e apate. Non era felice. Infermiccio sin da ragazzo, aveva trovata e protratta negli studi la sua illusione; e s'era consolato con la superiorità intellettuale che l'agiatezza gli consentiva di esercitare, in città e in villa a Castelronco, su un contorno di conoscenti e d'amici. E per un pezzo non si era accorto come in quella deferenza che gli dimostravano sottentrasse un sentimento di compassione, e doveva a Adriana -- moglie di Alfonso da quattro anni -- se aprendo gli occhi nella realtà del suo dominio egli aveva cominciato a disgustarsene. Non però un'intenzione maligna induceva Adriana ad essere sempre ironica con lui. La frivolezza e la mondanità (del mondo, naturalmente, fuori di Castelronco) sembravano accrescerle grazia, e la sua ironia era amabile perchè toccando solo gli studi che rendevan strano Raimondo e lo distoglievano dalla vita comune, significava insomma un riconoscimento della superiorità male riconosciuta dagli altri. E, anche, egli sentiva che il brio della cognata celava un segreto rovello. Forse perchè Adriana ormai disperava di divenir madre? Mah!

-- Le donne, chi le capisce? -- pensava Raimondo. -- Mia cognata si direbbe leggera, eppure.... Si direbbe vana, eppure.... Si direbbe tal quale tutte le signore della società sciocca e falsa, eppure.... Soffre: questo è solo quel che ci capisco io!

Finchè un bel giorno egli, che tra le scienze in cui aveva delibato noverava anche la psicologia, credè penetrare senza più dubbio nel mistero di lei. Certe sue mosse, certe occhiate al marito, certe attitudini sdegnose o certe ostentate espressioni d'affetto quando Alfonso tornava a casa dopo le frequenti assenze, per osservatori inesperti sarebbero state prove di stanchezza, di freddezza, magari di un'antipatia insorgente e indarno repressa.

-- Ma a me non me la dà a intendere! -- pensò Raimondo. -- Ho visto! Adriana è innamorata pazza di Alfonso; ne è appassionata; è gelosa delle occupazioni e dell'ambizione che glielo rubano.

Tanto vero che compiangendo sè stessa compiangeva chi sfuggiva alle affannose gioie dell'amore.

A lui diceva:

-- Innamoratevi, Raimondo! Amate, fin che siete in tempo!

-- Amo -- egli rispondeva.

-- Già!, la vostra Sirio.

-- Sirio è maschio.

-- Vedete che sproposito? E intanto vi sfugge il meglio: la donna.

-- Il meglio?

-- Il meglio! Non avete ancora imparato che siamo stati creati appunto per godere e per soffrire amando; amando come si usa in terra e non fra gli astri? Non avete ancora compreso che la vita è amore e amore è la vita? Non avete ancora pensato voi, signor pensatore, perchè la fanciullezza è così bella? Perchè anche la vecchiaia può essere bella?

-- No. Perchè?

-- La fanciullezza -- non ridete -- è come l'antipasto dell'amore.... E la vecchiaia può essere la tranquilla, beata, invidiabile digestione dell'amore. Non ridete, vi prego.

-- Filosofia gastrica! -- esclamò ridendo Raimondo. -- Ma io mi pasco di luce.

-- E siete cieco! Infelice!

Ebbene, sì: da qualche tempo egli si sentiva davvero infelice; ma non perchè si era lasciato rapir dalla scienza: anzi perchè alla scienza non si era dato con amore più saldo. Inoltrandosi negli anni e negli studi, a quel dilettarsi di una cultura superficiale e varia, al compiacimento di poter discorrere, con nozioni vecchie e nuove, di astronomia, di fisica e di chimica, di botanica e zoologia e mineralogia, eccetera, e di potere, con vive rimembranze, adornarsi di storia e filosofia e poesia, gli era seguìto nell'animo un senso di rammarico, come in chi s'avvede di consumare invano le sue forze.

E ora sapeva che non sapeva nulla di nulla, e sapeva tanto che immergersi nell'ignoto con l'ingenuità d'un bambino o d'un barbaro gli sarebbe parso ineffabile gaudio.

Ma anche ciò non poteva, perchè quanto aveva appreso gli suscitava dalla terra e dal cielo, in mille modi e mille forme, le tentazioni dell'ignoto e le prove della sua ignoranza particolare. E gli costava uno sforzo dire a sè stesso:

-- Che importa il tuo soffrire, la tua ambizione insoddisfatta, se ti ricordi, Raimondo, che Sirio...?

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Per fortuna Sirio non gli rifiutava tutti i conforti di quaggiù.