Part 5
Allora essa, quasi urtata, ebbe un rude scatto, un impeto di sdegno, di disgusto profondo e incontenibile.
-- Che debba proprio durare un pezzo? Sono infamie!
Suo padre diceva che la guerra era necessaria; ma lei non riusciva a capire come potesse esser necessario spargere tanto sangue, commettere tante stragi, solo perchè due birboni l'avevan voluto.
-- Necessaria per noi? Entrare fra i litiganti per la smania di darne anche noi, per il bel gusto d'andar in molti incontro alla morte?
Beredi l'ascoltava non meravigliato di quell'ignoranza e di quegli errori; meravigliato che Ferdina, mentre dimostrava cuore generoso, non supponesse in un sentimento generoso la ragione vera del fatto che le pareva assurdo. O il sentimento della patria era attutito in lei dall'altro amore che la dominava sino ad oscurarle il pensiero?
-- La necessità che tuo padre dice -- egli rispose -- è nella difesa dei più sacrosanti diritti umani. Pensa.
Ed enumerava, chiariva le cause del conflitto enorme, e intanto seguiva sul volto di lei la commozione che veniva eccitando. Poi, non senza intenzione di pungerla, aggiunse che sopra tutto c'è, al mondo, un amore per cui i maggiori sacrifici sembrano sopportabili: l'amore che santificò il martirio di quanti preferirono la morte alla tirannia, all'insolenza straniera, alla barbarie prepotente, rivestita di civiltà ipocrita o vigliacca.
-- Ma voi donne non capite come quest'amore fa parer bella la morte!
Ferdina aveva ascoltato a mo' dell'ignorante che riceve una luce inattesa e, tuttavia un po' confuso, gode d'essere tratto dall'oscurità. Ma a quelle ultime parole arrossì, più che per il rimprovero, per il pensiero che le fecero balenare. Gli occhi le si accesero di una fiamma che parve d'ira ed era d'amore.
-- Quel che dice lei -- esclamò -- dev'essere vero! Ma anche Guido penserà così, e andrà a cercarla, la morte! So che tipo è. E la morte me lo porterà via!
Si morse le labbra per contenere uno scoppio di pianto; le lagrime non le potè celare.
Beredi non aveva visto mai in occhi di donne, improvvisamente manifesta, tanta passione. L'espressione stessa «me lo porterà via» non significava una violenza angosciosa, un ingenuo, prepotente egoismo? Gelosa della morte!
Egli riebbe il senso delle delusioni patite e provò l'invidia più acre: quello di un grande amore. Fra le donne che gli avevano giurato di amarlo quale l'aveva amato come amava Ferdina?
-- Piangi? -- le chiese ironico, per castigarla di avergli fatto male. E sorrideva ora senza timore d'accrescere col sarcasmo la bruttezza della sua guancia contratta.
Ferdina si asciugò gli occhi col dorso della mano e guardandolo non avversa:
-- Ha ragione -- mormorò. -- Perchè pensare a un guaio? Ma se Guido morisse....
E sospese la minaccia, che neppur lei sapeva se rivolta a sè o al destino, e che l'energia della voce e dello sguardo lasciava pensare non vana.
Baredi si rabbonì. Cercò di riparare al male che aveva fatto lui a lei.
-- Se il tuo Guido ti ama come lo ami tu, non temere. Non l'hai inteso dire anche tu che l'amore qualche volta vince la morte?
Oh il sorriso di Ferdina, allora! E a quell'uomo bello, a' suoi occhi, di bontà, d'intelligenza e di coraggio, disse grata e sincera:
-- Lei l'ha vinta la morte, e la sua morosa dev'essere felice!
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Idealizzava anche questa, adesso? A trentadue anni oramai Baredi aveva acquistata tale esperienza delle donne da credere sul serio che quella ragazzotta campagnuola meritasse di occupare il suo pensiero? Oh no! Egli voleva pensare ad altro. E pensava ad abbreviare la licenza, che già gli pareva troppo lunga. Tutte le mattine ricuperava lena nelle passeggiate su per i colli.
Ma quasi ogni giorno Ferdina veniva, dopo mezzodì, alla villa, e chiacchieravano sotto gli abeti: essa chiedeva ed otteneva schiarimenti alle notizie del giornale, o portava notizie del suo fidanzato e d'altri giovani dei dintorni, o riferiva qualche pettegolezzo. Non s'immaginava certo che il maggiore ne seguiva le parole, i modi, le abitudini con attenzione sempre vigile, e che egli provava un piacere amaro a scorgere in lei qualche difetto, qualche rudezza spiacevole o ignoranza bisognosa di compatimento. Ciò accadeva, piuttosto che alla villa, alla fattoria, dove talvolta egli scendeva a passar mezz'ora.
Un giorno, nel prato davanti alla casa, sorprese Ferdina che voltava lei il fieno al sole. Aveva stretto al capo e annodato alla nuca il fazzoletto rosso; la gonna succinta, le braccia scoperte fino al gomito. Muoveva e rivolgeva con atto frequente e svelto la forca di legno dai lunghi rebbi, e cantava.
-- Brava -- egli le disse. E lei interrompendosi:
-- Oh non mi vergogno, io, a lavorare da contadina! Si vergognino quelle che non han braccia sode e gambe dritte!
E riprese a cantare.
Un altro giorno Gigetto, il fratello di lei, aveva levato un nido di fringuelli. I poveri uccellini, ancora in bordoni, non si reggevano ai piccoli voli e ai brevi passi: tentavano scappare e battevano il petto e il capo in terra; e piavano spalancando il becco.
Il maggiore rimproverò il ragazzo. Il ragazzo rispose sgarbato, e la sorella gli lasciò andare uno scappellotto; ma lui si vendicò accusandola:
-- I fringuelli ti fan compassione; gli storni, no. Mi hai aiutato tu a pigliarli tra i coppi!
-- Gli storni sono di danno! -- essa rispose. -- E poi -- aggiunse rivolta a Baredi, -- quelli di nido sono così buoni in umido!
E sorrideva con labbra ingorde.
Anche andava in bicicletta e si scalmanava in corse faticose quando, scesa alla città per le spese domestiche e fatte tutt'altre compere a suo capriccio, doveva rincasare a prendere soldi e ripetere il viaggio.
Non sapeva, insomma, moderare le esuberanze dell'indole, nè mitigare le asprezze del carattere. Eppure, quand'era solo, Baredi ne rivedeva spesso l'imagine ricomposta in lineamenti ed espressioni gentili, e se ne ricercava le impressioni avverse, da quei contrasti essa, anzi che perdere, acquistava nuova attraenza, come d'una bellezza singolare, forte e sana.
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Ma un pomeriggio, accompagnandola per la strada della chiesa, Baredi osservò a caso, al margine del fosso, un fiore nuovo per lui. Lo stelo lungo e schietto reggeva, a corona, cinque o sei capolini di un delicato color lilla sorretti da un esile picciuolo senza foglie. Lo staccò e glielo porse.
Ferdina lo gettò via con disprezzo. Come offesa davvero, gridò:
-- Questo fiore a me?
Poi, alla meraviglia di lui, disse:
-- Fiorin dell'aglio, fior traditore!
E prima che egli parlasse, essa, nell'atto di scappare sdegnata verso la fattoria, gli rivolse un'occhiata lunga e intensa; una di quelle occhiate in cui l'anima si raccoglie e si concede, ma il pensiero, anzi che apparir manifesto, per il troppo fervore appare ambiguo. Voleva leggere negli occhi di lui la scusa dello scherzo che poteva spiacergli? esprimere l'affetto che la rendeva certa di scusa?
Baredi rimase perplesso un istante; indi, respinte le interpretazioni benigne, tornò indietro convinto di non errare e mormorò: -- Civetta! -- Nessun dubbio. Una rivelazione inattesa: Ferdina credeva d'averlo innamorato, e ne godeva!
-- Anche costei! -- pensò. -- Tutte a un modo; tutte stupidamente vane, perfidamente vane! Per soddisfare alla vanità istintiva, non esitano in nulla; inconsapevoli del male che possono fare, interamente consapevoli del male che vogliono fare. -- Ogni cosa era chiara adesso! Ogni prova di affetto e di gentilezza ch'egli aveva ritenuta spontanea in costei, era stata predisposta sin dal primo incontro a tal fine: innamorarlo! L'aveva conosciuta bambina: la rivedeva una bella ragazza; fidanzata. Avrebbe resistito alla bellezza di lei, all'invidia che altri n'avesse l'amore? Ah no! Essa vincerebbe se egli -- e non c'era da dubitarne -- aveva in mente altre donne! E lei andava a colpo sicuro; prima di tutto perchè era giovine, fresca, bella; poi perchè le signore e signorine, schifiltose, non riuscirebbero a nascondere, come lei, il ribrezzo della cicatrice che lo imbruttiva. E il dover supporre tutto ciò, ciò che lo feriva come un oltraggio, a Baredi fece così male che piuttosto che riveder Ferdina pensò di ritornare quel giorno stesso a Bologna. Ma non s'immiseriva a fuggire le piccole cattiverie d'una femminetta diciannovenne?
Rimase. Quel giorno stesso però scrisse al Comando che era guarito e disposto a riprendere tra una settimana al più tardi il servizio. Impiegherebbe il tempo, che gli restava, ad allenarsi camminando sui monti; e non andrebbe più alla fattoria, e con qualche pretesto non riceverebbe più Ferdina alla villa. Se non che il giorno dopo si accusò nuovamente di debolezza e, sebbene stanco di una lunga gita, andò all'ora solita nel giardino.
Ferdina non venne. Non venne neppure il dimani. Non c'era da ridere? da prenderla, quasi quasi, nel suo stesso giuoco? Lo aspettava a casa sua! Non cedeva lei; certa, sicura che cederebbe lui!
Passarono quattro giorni. Quando, al quinto, il maggiore udì alcune contadine che, per la via, discorrevano di un altro paesano morto in guerra. Egli ebbe un dubbio: e, dalla siepe, ne dimandò il nome. Non era il fidanzato di Ferdina. E poco dopo, ecco Ferdina accorrere, trafelata, rossa in volto, con una lettera, incontro a lui. Tendendola, pareva ebbra di gioia; esclamava:
-- È di Guido! La legga! Voglio che la legga!
E premeva una mano al cuore per moderarne i palpiti. Egli scorse con gli occhi alcune righe. Il soldato scriveva che si era trovato alla stessa azione in cui era perito quel paesano; che si era meritato gli elogi dei superiori e sperava d'ottener la medaglia, e una prossima licenza.
-- Che pena in questi dì! -- la ragazza seguitava. Sin dal principio della settimana aveva saputo del paesano morto, e sapeva che era nello stesso reggimento, nella stessa compagnia di lui, Guido.
-- Che angustia! Ma anche lei mi ha fatto soffrire! -- aggiunse con voce ferma, quasi aspra.
-- Perchè? -- Baredi chiese. Era già pentito d'essere stato ingiusto.
-- Vuol negarlo? Anche lei sapeva della brutta nuova e sospettava di una disgrazia. Ne saran morti tanti delle nostre parti! Io non avevo il coraggio di venir qui, a interrogare; ma l'aspettavamo laggiù, da noi, a dirci una parola.
Egli arrossì, la prese sotto il braccio traendola verso la solita ombra nel giardino.
-- Perdonami -- le disse --, non per il male che ti ho fatto senza volere, ma perchè sospettai tutt'altra cosa: che tu non fossi buona e sincera come sei. Perdonami.
Ferdina era così felice che non si perdè a chiedere spiegazioni; e alla domanda di lui: -- Sei felice adesso? -- ella sorrise guardandolo, limpidamente; con la piena confidenza di un cuore che si abbandona a chi la comprende.
Giunti in fondo al viale, sedettero di fronte; lei sul sedile di pietra, lui nella scranna di giunchi. E mentre essa, tolto dalla tasca del grembiule un fazzoletto in cui ricamava le cifre, agucchiava e discorreva, Baredi stette ad ascoltarla poggiando il gomito allo schienale e sostenendo il capo con la mano contro la guancia destra. La ragazza parlava del suo amore; dei contrasti che aveva avuto da parte dei suoi. Non senza ragione. Guido non era mica uno stinco di santo! Ne aveva avuto delle amorose!; e qualcuna.... ehm! Ma con lei non si bazzicava come con quelle. Aveva intenzioni oneste? E bisognava rigar dritto!
-- Che liti in principio che facevamo all'amore! Mi venivano a dire che era stato visto per Bologna con la tale, a teatro con la tal'altra. Capirà se ci pativo! Una sera che eravamo soli in casa, giurava di dover andar via per un contratto. Non gli credevo; serrai la porta con la chiave. Lui sale al piano di sopra, spalanca la finestra, si butta giù e scappa. Da accopparsi! Io mi divoravo dalla bile. Ma mio padre imparò che era vero che Guido stava combinando un grosso affare e che dava segni di aver messo la testa a posto; e cominciò a difenderlo. Questa è bella! Anche mia madre, perchè io, a costo di morir di crepacuore, non ne volevo più sapere, cominciò a dar torto a me! La guerra ha fatto il resto, e adesso ci vogliamo bene sul serio.
Intanto che la ragazza discorreva, Baredi la seguiva rimproverandosi. Quant'era difficile giudicare le donne! Con che ingiustizia aveva giudicata Ferdina, così buona e leale; così schietta e forte nei suoi difetti e nei suoi contrasti; così sana e assennata! A confrontarla con le donne che gli stavano più in mente gli pareva di dover sorpassare un abisso. O l'abisso, piuttosto, era in lui?
-- Il maggior bene del mondo -- Ferdina ripigliava -- non sta forse nel volersi bene? Vede? Mio padre e mia madre sono di stampo antico; senza istruzione, senza finezze; ma mi han dato a conoscere che a questo mondo più si vuol bene, e più se ne vorrebbe, e s'è più contenti.
-- O l'abisso è piuttosto in me? -- si chiedeva Baredi. Era in lui, tra il modo con cui concepiva la vita nel passato e il modo con cui gli si presentava ora, dopo l'intervallo tragico e quasi mortale? Ora sentiva come non mai l'orrore di quel passato. Eppure egli non era stato nè più fatuo nè più corrotto di tutti gli altri. Ma come tutti gli altri aveva riposta la felicità nella falsità delle illusioni, dei desideri, dei piaceri, delle passioni. Ah Ferdina! Ferdina! Proprio così: volersi bene senza pretendere dalla vita più di quanto la vita può dare; e più si vuol bene, e più se ne vorrebbe, e s'è più contenti!
Dopo una pausa, pur china sul lavoro e senza badare che egli aveva socchiuso gli occhi, la ragazza soggiunse:
-- E quando s'è contenti si vorrebbe veder contenti tutti; fa dispiacere che chi è buono come noi, più di noi, debba soffrire.
Altra pausa. Quindi:
-- Lei perchè è sempre così pensieroso?
Baredi tacque. Temè di non poter rispondere senza essere debole, e, stringendo le palpebre, tacque.
-- Dorme?
Non rispose.
E seguì un lungo silenzio. Egli, di tratto in tratto e di furto, sollevava un po' le palpebre e sogguardava; essa seguitava a cucire.
Finchè si mosse, si alzò. Baredi credè se ne andasse. Ferdina, invece, si avvicinò a lui piano piano; s'accostò. Ad accertarsi che dormiva?
Egli stava per riaprir gli occhi, chiedere:
-- Vai via? -- Ma intuì. Sentì che si abbassava, che col suo viso gli sfiorava il viso. Un attimo. E calde e lievi le labbra di lei si strinsero e si chiusero a un bacio appena sensibile, su la guancia deturpata.
Ah! afferrarla, stringerla al cuore, baciarla nella fronte gridando con anima pura, con tutta l'anima: -- Ferdina! Ferdina! -- No: gli parve una contaminazione; con uno sforzo supremo si contenne. Ella si era allontanata rapida, su l'erba; ed egli, risollevando le palpebre, la scorse che si fermava e si voltava. Dubitava d'averlo destato; temeva che se ne fosse accorto. Rassicurata, scomparve dietro la casa.
E allora egli ruppe in singhiozzi.
Ma la mattina dopo partiva per la frontiera.
IL CHIODO.
I.
Quasi in mezzo al viale, fuori della polvere, un chiodo arrestò lo sguardo, il passo e il pensiero del conte Mauro. Era un chiodo ancora buono, benchè un po' arrugginito e storto. Quanti l'avevano veduto? E perchè nessuno di quanti l'avevano veduto si era chinato a raccoglierlo? Trovate le risposte, del resto semplici ed ovvie, lo prese su lui, e seguitò la passeggiata verso la chiesa dei Cappuccini.
Pensava intanto: -- Ogni cosa, sia pur minima, ha il suo valore. Dunque: cercate di non perdere nulla; non spregiate nulla; raccogliete sempre ciò che fu perduto, o gettato via, e tenetene conto. Imparate, cioè, a osservare e a riflettere.
Ai quali consigli altri ne seguivano, se non del tutto nuovi, sempre belli. -- Profittare anche andando a spasso; vincere la pigrizia; esercitar la pazienza.
Ma dal considerare il chiodo che rigirava fra le dita il pensatore arrivò a conseguenze di maggiore importanza, per lui. Nelle brevi soste al Caffè Vecchio, dal tabaccaio nel Borgo, nella farmacia di San Rocco, non era solito ammonire che a consolazione della vita bisogna mirar in alto? Ora a vederlo prendere su da terra un chiodo tutti l'avrebbero accusato di contraddizione. E no. Se quella era un'azione giovevole, se un'azione giovevole in sè vale a pubblico esempio, ecco che si può mirare in alto anche guardando in basso. Nè bastava. Per la democrazia predominante là, nella piccola città romagnola, egli era forse un aristocratico in cui l'orgoglio della razza aveva assunto l'abito del filosofo fannullone, appartato e schivo.
-- Ebbene -- concluse Mauro Agabiti giunto che fu alla chiesa francescana --, anche per questo, da stasera in avanti, cercherò dei chiodi. Chi si umilia sarà esaltato.
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Gli accadeva sempre così. Concepita un'idea, a forza di dedurre, la tirava alle conseguenze estreme, che stupivano chi non possedeva l'energia logica di lui. E avendo pensato che pur l'esercizio di rintracciar chiodi non mancasse di morale efficacia, fu condotto a cercarne dove più se ne trovassero, e quindi dove la necessità dei chiodi nuovi rendesse maggiore la dispersione dei vecchi.
In via del Fossato, lungo le mura, erano botteghe di falegnami, fabbri, maniscalchi. Ivi, due o tre volte la settimana, la persona del filosofo, alta, magra, vestita di nero, il volto pallido e la bianca barba sotto il cappellaccio grigio, passava adagio adagio rimuovendo la polvere con la punta del bastone; talvolta arcuandosi nell'atto di tendere il braccio e la mano. Allora, se coglieva qualche cosa, gli balenava un sorriso dagli occhi chiari e guardava qua e là, come aspettasse di essere interrogato. Ma coloro che l'avevano osservato, e ridevano, si voltavano in fretta per non farsi scorgere; rispettavano in lui l'uomo generoso e diverso dagli altri ricchi appunto perchè, a parer loro, tócco nel cervello; e ne compativano la nuova, innocente manìa. Nessuno gli chiedeva: -- Cosa accatta, signor conte? --; nessuno lo pungeva ironico o mostrava meraviglia; ed egli doveva mettere in tasca il chiodo e rimettere il discorso, pronto da un pezzo, a migliore occasione. Presto o tardi la sperimenterebbe, la virtù dell'esempio! -- Infatti....
Una delle ultime fucine del Fossato era quella del fabbro Dondelli, detto Dondèla; e un giorno che questi lavorava altrove, il conte, quasi davanti al portone di lui, si chinò; con impeto allungò la mano.... Ahi! che dolore! Scottato. Le dita lasciarono subito la presa. Scottava, bruciava! Ma stringendo fra i denti il pollice e l'indice, in cui il chiodo aveva lasciato l'impronta della strinatura, il filosofo restò immobile ad aspettare. Il chiodo si raffredderebbe: no?
Intanto risate di ragazzi, trattenute a fatica, giungevano da ogni bottega, come gemiti.
-- Ridono? -- pensò il pensatore --. Dunque è una burla!
E quasi il bruciore, che non scemava, gli affrettasse il raziocinio, seguitò: -- Una burla senza intenzione di ferire in me avarizia o gretteria; tutti mi conoscono. È una burla ingenua, che attesta però una intelligenza non comune. Bravi!
A questo punto nella bottega del falegname di contro il ridere si mutò in pianto schietto, e sotto la grandine degli scapaccioni paterni un garzoncello gridava: -- Non sono stato io! È stato lui, là, che l'ha riscaldato! Celso!
-- Birichini! canaglie! -- urlava il genitore per farsi ben udire dal signor conte.
«Lui, là?» «Celso?»
Il filosofo pigliò su, risolutamente, il chiodo ancor caldo; lo mise in tasca ed entrò nella fucina di Dondèla.
-- Celso -- disse con l'usata dolcezza --, mi daresti un po' d'acqua?
Subito, di dietro all'incudine dove se la godeva ridendo piano piano e solo, il ragazzo balzò a prender la secchia, la portò, la depose ai piedi del signore. Il quale v'immerse la destra e sogguardò mentre, refrigerato, seguitava tra sè:
-- Ha dell'ingegno; molto ingegno! Si vede dagli occhi; si capisce dalla prontezza degli atti. Dunque non è contento del suo stato. -- E disse:
-- A te non ti piace di fare il fabbro.
Il monello, che si aspettava tutt'altro discorso e tutt'altro tono, sorrise e rispose franco:
-- Nossignore.
-- Bene. Cosa ti piacerebbe di fare?
Sempre più inanimito da quel "bene" rispose:
-- Il signore.
-- Ho capito -- disse il filosofo. -- Vorresti diventare ingegnere o avvocato o medico, o che cosa?
Ma ora Celso rimase perplesso. Non erano dimande inopportune? «Fare il signore» non significava «far niente»?
-- Via! -- insistè il conte rialzandosi e asciugandosi le dita nel fazzoletto. -- Quale professione sceglieresti?
Bisognava finirla.
-- Nessuna.
Fu un nuovo colpo inatteso. Ma non doloroso; anzi! Al filosofo parve di giungere improvvisamente a una felice scoperta; tale che tacque a lungo. Poi tolti dal gilet alcuni soldi, li porse al ragazzo.
-- Ti ringrazio; e ci rivedremo.
Era poco lungi, per la strada, quando udì dei passi dietro a sè. Si volse. Celso col cappello in mano, disse (e le labbra gli tremavano): -- Mi perdona?
Il conte gli pose la destra sulla spalla e tornò a fissarlo. Che occhi! -- Sì, figliuolo!
E riprese la strada pensando: -- Intelligenza; animo ardito; cuore, e, per di più, inclinazione latente!
II.
Questa dell'«inclinazione latente» era una delle sue idee. Anche nel campo dell'intelligenza -- diceva -- la natura è non di rado riserbata, quasi timida, gelosa dei suoi tesori; e ingegni non comuni restano improduttivi e sconosciuti non solo perchè sono mancate le condizioni propizie al loro sviluppo, ma perchè nessuno ne ha saputo intuire la disposizione segreta, rimasta ignota a loro stessi; nessuno ne ha eccitate le intime facoltà creative. -- E soggiungeva candidamente: -- È il mio caso. Io non sono un imbecille, eppure a sessant'anni non so ancora come sarei potuto riuscire più utile alla società e alla patria, e divenire un bravomo.
-- Facendo il professore di filosofia -- insinuava qualcuno, credendo di fargli piacere. Egli scuoteva il capo.
-- No, sarei stato ugualmente inutile.
Per esser utile, da un pezzo, aveva rivolta l'attenzione psicologica agli adolescenti che conosceva. Ma non uno che dimostrasse d'aver molto sale in testa e alla domanda: -- In qual modo, per che via preferiresti diventare un uomo celebre? -- rispondesse: «Non lo so». Lo troverò una volta o l'altra -- ripeteva il filosofo, saldo nella sua convinzione.
Finalmente! L'aveva trovato nella fucina di un povero fabbro!
Dondèla ebbe l'avviso di presentarsi la mattina dopo al palazzo Agabiti; e vi andò di malavoglia, per causa del chiodo scottante, la cui storia già esilarava tutta la città. Invece l'aspettava una bella fortuna. Il conte gli propose di stipendiargli un garzone più abile di Celso e di assumere Celso al suo servizio.
-- Ho bisogno di un giovine che aiuti la vecchia Cleofe nelle faccende di casa; ho bisogno di uno che aiuti me nelle mie faccende: contabile, segretario, bibliotecario, ecc.
-- Misericordia! -- esclamò Dondèla in un impeto di lealtà. -- Ma cosa vuol cavarci da mio figlio? Non ha voglia di far niente! È la mia disperazione!
-- È la mia speranza! -- ribattè il conte Mauro con solennità profetica.
III.
I libri dovevano prestar lo strumento più sicuro per l'assaggio intellettuale. Due o tre ore al giorno furono dedicate alla lettura e allo studio nella domestica biblioteca. E mentre uno ritornava ai filosofi primitivi, che amava di più, l'altro pareva immergersi tutto nei volumi dei novellieri, dei poeti e degli storici.
Ore deliziose! Beati pomeriggi! Maestro e discepolo s'addormentavano a un tempo. Ma se si svegliava prima Celso, con una pagliuzza solleticava il naso del conte; questi agitava la mano quasi a scacciare una mosca e soffiava spalancando gli occhi, e chiedeva: -- Hai letto? Bel libro, è vero? --. Se invece si svegliava prima lui, aspettava che il discepolo sollevasse il capo e guardasse confuso. Allora gli diceva: -- La gloria, mio caro, non si acquista dormendo come noi. Solo a prezzo di fatiche e vigilie molti autori delle opere che ci stanno d'attorno sono arrivati a non morir mai.
Col suo sorriso Celso pareva dire: -- Eh via! che qualche buona dormitina la facevano anche loro!