Part 4
-- In una delle barelle ci avevamo un ufficiale, giovine; bel giovine! Moriva, e lo lasciarono lì, vicino al camion. Tanto, non c'era più niente da fare. Portarono via prima tutti gli altri; e si allontanò anche il mio compagno. Non avevamo mangiato dalla mattina, e andò all'infermeria a cercar del pane. Io, rimasto solo, stendevo una coperta da campo su quel disgraziato; quando riaprì gli occhi, e mi guardò. Voleva dirmi qualche cosa. Capirlo! Io capii che cercava di spiegarsi in italiano, ma lo spasimo delle ferite e la morte che arrivava gl'imbrogliavano la memoria.
L'Ida tacque ansiosa.
Finalmente si toccò con la mano destra il petto e con uno sforzo riuscì a dire: -- Qui.... moneta, vostra. Carte, no. Fuoco, prego.
-- Voleva che tu le bruciassi.
-- Ah come disse «prego»! Preghiera di moribondo, pensai io. Gli apersi la giubba, tolsi il portafogli. E, nell'atto, il sangue mi si gelò nelle vene. Se qualcuno mi vedeva? Potevano vedermi i soldati che tornassero per portar via anche lui; o il mio compagno; o qualche altro camion di passaggio. Ladro! Sarei parso un ladro! E non era ancora morto!
-- Che momento! -- esclamò l'Ida.
-- Mi sentivo cento occhi addosso; ma una idea mi rincorò; cavai le carte; lasciai i denari; rimisi il portafogli nella tasca. Non avrebbero potuto più dire che rubavo!
-- Facesti bene. E le carte?
-- L'angustia fu tale che non mi accorsi nemmeno che era spirato. Quando me ne accorsi, gli chiusi gli occhi, e gli tirai la coperta sul viso.
-- E le carte?
-- Le ho qui, con me....
Erano alcune lettere di mano femminile, in una busta; una fotografia e una ciocca di capelli biondi.
-- Com'è bella! -- esclamò l'Ida considerando, presso la finestra, il ritratto della giovine donna. Ma la sua ammirazione crebbe quando, sciolto il filo di seta che stringeva la ciocca, s'avvide che solo tre capelli bastavano a comporla, tanto erano lunghi! Disse: -- Sono più belli dei miei.
Giulio scosse il capo e ribattè, serio:
-- No; noi italiani preferiamo i capelli neri e lucenti, come i tuoi.
E ritornarono al focolare. Ripigliò lui:
-- Bruciar tutto. Perchè?
-- Volontà di moribondo.
-- Perchè distruggere? -- Giulio domandò.
-- Si indovinerebbe dalle lettere, chi sapesse leggerle.
-- Ho un superiore che lo conosce, il tedesco, ma non gliele ho mostrate.
-- Hai fatto bene -- disse l'Ida. E soggiunse: -- Forse temeva, quel poveretto, che un giorno, se verrà la pace, le lettere e i ricordi fossero rimandati al suo paese. Temeva di compromettere la donna.
-- Già -- mormorò il giovine. -- L'ho sospettato anch'io: la moglie di un altro. Io però non lo credo.
-- E allora? -- essa rifletteva. Mormorò: -- Forse hai ragione tu. Non avrebbe aspettato all'ultimo momento se avesse temuto di comprometterla.
Ma Giulio scosse di nuovo il capo.
-- No. Ignoranti o istruiti, in guerra si è tutti eguali; tutti persuasi, mentre si vedono cascar gli altri, che le pallottole, le spolette o le schegge debbano rispettar noi. E sai chi ci dà questa persuasione? Proprio i ricordi che si portano sul petto; di nostra madre e di chi ci vuol bene.
L'Ida sorrise, con gli occhi pieni di lagrime.
Egli prese dal portafogli il ritratto di lei; lo considerò quasi per rinnovarsi, ora che le sedeva vicino, le impressioni che aveva a considerarlo quando era lontano, lassù; e pacatamente lo ripose. Dopo, afferrò le lettere e la busta con la fotografia e la ciocca di capelli, e buttò tutto nel fuoco.
-- «Fuoco, prego». -- Cercava rendere con la sua voce il suono delle parole indimenticabili, e osservava le carte accendersi, la fiamma invaderle raggrinzando la busta. Esclamò:
-- Vampata d'amore! --; e la frase gli parve così bella che guardò, contento, l'Ida. Ma essa:
-- Di' dunque: perchè distruggere?
-- Ascolta -- rispose Giulio. -- Quando due che si sono amati, si lasciano, cosa fanno perchè ogni legame sia troncato per sempre? Si restituiscono i pegni d'amore. Un pegno è una memoria, è un obbligo a ricordare: è vero?
-- È vero.
-- Quell'ufficiale sentendosi morire pensò che la sua fidanzata, se riavesse le lettere, il ritratto, i capelli, non resterebbe legata alla sua memoria, come ci resterebbe invece se credesse che qualche cosa di lei fosse andato sottoterra con lui.
Se non che l'Ida obiettava ancora:
-- Avrebbe pregato di seppellir le carte, non di bruciarle.
-- Rifletti -- ribattè Giulio. -- Doveva dubitare che non lo seppellissi io; e non si fidò di altri, anche se io promettevo. Nel modo che mi guardava io capii che intendeva dirmi: di voi posso fidarmi. Sembran misteri e sono verità così semplici!
Alla ragazza tornarono a luccicare gli occhi.
-- Ma io sarò più spiccio -- seguitò Giulio. -- Sul tuo ritratto ci scriverò: «Seppellitelo con me, prego». -- E sorrise.
-- Giulio! -- gridò lei.
-- E tu, se io morissi? -- dimandò lui, pacatamente.
Ah, la prova; la gran prova d'amore!
L'Ida corse a prendere le forbici, si disciolse una treccia. E lui tagliò tre capelli, li compose in ciocchettina, li baciò e li pose col ritratto nel portafogli. Pacatamente.
Ma allora la ragazza gli gettò le braccia al collo singhiozzando. Piangeva come piange una bambina per meritar perdono.
-- Cosa ti salta in mente? -- fe' Giulio scostandola a un tratto, e fissandola. Una nube gli passò per lo sguardo. Si ricordava adesso le parole di lei. -- Che confidenza dicevi d'avermi a fare? -- chiese.
-- Questa -- essa rispose rasserenata e felice: -- che niente, nessuno al mondo mi separerà più da te. Capisci? Con te, vivo o morto, l'anima mia. Per sempre!
IL NIDO.
Mai più splendido cielo; mai aria più olente e queta.... E soli lor due andavano per l'argine che limitava la risaia dall'immensa prateria.
I colori del maggio inoltrato vi superavano la verde mèsse e la trapungevano: giallo di graziole, di tulipani e ranuncoli; lilla di porrette; gridellino di vecce; viola di prunelle e di salvie; bianco di ornitogali e nigelle, di eriche e giunchiglie; rosa e azzurro di giacinti; bleu di fiordalisi; rosso di trifoglio e papaveri. E margherite da per tutto. Quante!
Andavano, gli amanti, soli, guardando intorno; guardandosi e sorridendo senza trovar parole. Nei tardi passi, vicendevolmente e quasi timidamente, avvertivano che i loro sguardi eran pieni di ricordi, dei più lieti ricordi. E così parevano accrescersi l'intima gioia d'un ritorno a sè medesimi e approfondire la coscienza della loro anima; parevano estendere la capacità vitale d'ogni senso, schiarire il pensiero all'esistenza come ridesta, risorgere nell'essere loro, reintegrati d'ogni minima forza, a una vita rinnovata e a una sconosciuta armonia. Era una letizia lieve, di sogno, eppure tenace e valida; era un'illusione suscitata e mantenuta dalla divina realtà che li accoglieva; era un vago desiderio continuo e di continuo esaudito in quel fluire degli attimi; era la consapevolezza di una felicità certa e immanente.
Essa, di tanto in tanto, si chinava al margine e spiccava un fiordaliso o un ranuncolo o un geranio campestre.
Poi, tendendo le mani al prato in cui non ancora piede d'uomo aveva lasciato traccia e da cui la concordia delle tinte assorgeva come quella dei suoni in una sinfonia, esclamò:
-- Vorrei correre, gettarmi là in mezzo!
-- Va!
Ella scosse il capo.
-- Non si può, senza calpestare!
Più avanti, al serbatoio, discesero nella barca. Remava lui.
Anche l'acqua sembrava riposare e godere in distesa azzurra, chiazzata qua e là dal verde delle ninfee e sparsa di macchie or scarse or copiose in canne e giunchi, e chiusa all'ingiro dalle sponde ombrose di salici; mentre la barca procedeva piano piano, soavemente, per quella frescura.
Canerini di valle si levavano con un vocìo sottile e così vivace da crederlo non segno di paura ma di più viva gioia nel volo.
Finchè la barca trovò adito in mezzo alla macchia più folta di cannelle e saracchi, e ristette dove l'acqua bruna, sotto l'ombra, rivelava un brivido, al rezzo. Udirono uno svolazzar forte, di folaghe e anitre. E più nulla.
-- Restiamo un poco? -- A lungo ella sarebbe voluta restar là con lui. Gli abbandonava la mano nella mano.
-- Sei contenta d'esser venuta?
-- Non te l'avevo promesso...: a primavera? E di': non ti sembra che se non fossi venuta in un giorno così bello la nostra felicità sarebbe stata meno grande?
Egli strinse forte la bianca mano.
-- Sei mia!
E lei:
-- Quanto bene mi vuoi!
Di nuovo tacquero cedendo alla dolcezza di quell'ora, in quella solitudine e nel silenzio che solo qualche pigolìo interrompeva, o qualche canto lontano. Il profumo dei fiori lontani perveniva fin troppo greve. A quando a quando un murmure fra il canneto.
D'improvviso l'amata chiese a bassa voce:
-- Hai sentito?
Si rivolse a rimuover le fronde e gli esili fusti più prossimi; volle ch'egli avanzasse la barca a quella parte, per veder meglio nel folto.
-- Là! -- dissero a una voce.
A limite dell'acqua, poggiato sui giunchi che il peso piegava, era un nido di folaghe. Avanzando ancora la barca, ecco balzar dal nido nell'acqua, con un doloroso richiamo, la folaga spaurita; e si levò a svolazzare su l'acqua intorno chiamando disperatamente il compagno.
Più nero, con un _cóvv_ minaccioso, il maschio giunse, dalla macchia; cadde di volo, lì appresso; ma a scorgere il pericolo enorme si mise a correre per terra, con tal fretta e con tanta smania di fughe e ritorni che pareva impazzito.
-- Povere creature! -- disse la signora.
Nè volle affliggerle a lungo. Anzi, poi ch'ebbe visto da vicino il nido mirabilmente contesto di cannucce e ciperacee e steli:
-- Andiamo via! -- pregava. Una strana ripugnanza la trattenne dall'osservare dentro il nido.
-- Che impressione strana! -- mormorò intanto che la barca ritornava all'aperto.
-- Tu vedessi i piccini gettarsi nell'acqua appena nati! -- diceva l'amante.
E raccontava della caccia feroce che danno alle piccole folaghe i falchi di palude. Ma la sua voce non aveva pietà.
L'amata non gli badava. In lei a poco a poco l'impressione ricevuta diveniva sentimento, diveniva avversione sommossa dal fondo dell'anima, diveniva pensiero.
Teneva lo sguardo fiso nell'amante, che non dubitava, chiedendosi: «Perchè mi ama? perchè l'amo?» Leggeva la risposta in quegli occhi. Il loro amore aveva per fine sè stesso: null'altro. S'attendevano l'ebbrezza dei sensi in cui soffocare l'anima..., e non più. Questa, questa era la colpa: che il loro desiderio non oltrepassasse il loro piacere. Null'altro! E non dalla coscienza le insorgeva il rimprovero o l'ammonimento, ma le veniva da mille voci di vita feconda e di vita novella che nel fervido giorno la terra generatrice elevava e spandeva in un incognito indistinto inno di amore.
Alla voluttà che anche lei si era promessa mancava il sublime intendimento d'una gioia divina: questa la colpa! Da un umile nido essa aveva appreso perchè si ama.
L'amante le chiese trepidando, sentendola sfuggire con lo sguardo velato:
-- Che hai?
Essa tacque; abbassò gli occhi. E come egli, in un impeto di desiderio, fe' per trarla al suo petto, lo respinse decisa:
-- No!
FERDINA.
Appena fu in condizione di poter uscire dall'ospedale, il maggiore Baredi scelse a dimora per la convalescenza la sua villa di Casaglia. Gli erano concessi due mesi a rimettersi del sangue perduto da una ferita che era stata quasi mortale, al petto, e da un'altra, al capo, che gli aveva deturpata la guancia sinistra per sempre. E oltre che ricuperare le forze respirando la pura aria nativa, egli sperava che lontano dal mondo, solo con sè stesso e coi ricordi famigliari, mitigherebbe la rancura compressa nell'animo e temprerebbe l'animo più virilmente al proposito della vendetta.
Perchè in quel suo rovello sentiva prevalere un eccitamento di vanità personale, e se ne accusava come di una debolezza. Gli bisognava vincere l'orrore che provava a guardarsi nello specchio e che aveva sorpreso negli occhi degli amici e delle amiche quando l'avevano visto senza bende; gli bisognava persuadersi che tornando a combattere e affrontare la morte con accresciuto fervore di vita, acquisterebbe davvero, se scampasse ancora, una ragione di superiore orgoglio, una riparazione di spirituale bellezza a quella deformazione indelebile.
Ciò che aveva fatto, il rischio da cui era scampato a stento, non gli pareva bastevole nè per la sua rassegnazione, nè per la stima altrui.
Volle dunque andar a Casaglia come a luogo di attesa più che di quiete. Ma lo contrariò subito la stagione.
Pioveva quasi di continuo; la primavera indugiava in un tedio di freddo aprile. Dalla loggia, ove passava gran parte del giorno adagiato nella poltrona, solo di tratto in tratto scorgeva le nuvole staccarsi, imbiancare ai margini, inargentarsi nei contorni di bambagia: tosto i pochi raggi cedevano al nuvolo, che ridiveniva coerente; e giù acqua! Ed era una intemperie priva di tuoni e di folgori.
Una tristezza eterna.
Letto il giornale, che pur lo lasciava deluso, Baredi apriva invano qualche libro; gli rincresceva fin questo svago da prigioniero o da infermo sfiduciato; e preferiva rileggere nella sua memoria e nel suo cuore.
Del padre, mortogli quando era bambino, si ricordava appena; ma della madre, perduta l'anno innanzi che andasse in Libia, riaveva, lì nella vecchia casa, così evidente l'immagine che a volte gli pareva udirne i passi e la voce, e gli pareva vederla sorridere in atto non più di perdonare ma d'essere perdonata. La stigma che egli recava in faccia lo redimeva ora dell'averla fatta soffrire un tempo: dell'aver preso la carriera militare che sua madre non avrebbe voluta e dell'essersi abbandonato a dissipazioni e a passioni che per lei, austera, rasentavano l'onta.
La stessa rimembranza materna lo traeva perciò a rivivere nei ricordi più recenti e più generosi.
Oh la sua bella batteria, di cui amava ogni pezzo come fosse animato dell'anima sua! E le ansie attive, gli incurati pericoli, le robuste fatiche, i riposi pieni e i sonni senza sogni! E gli ufficiali superiori e inferiori concordi in una fraternità di intendimenti e di speranze; e gli artiglieri forti e pronti, bravi e sicuri; avidi di operare con lui, di essere comandati da lui!
Pur il momento terribile acquistava un'attraenza di luce tragica a rievocarlo nell'azione complessiva. Ecco: due compagni caduti. L'uno si contrae muto, livido nell'agonia breve; l'altro, un soldato eroico, con uno sguardo ancor vivo e già estraneo, geme come un ragazzo: «Mamma mia!». E di sè Baredi risentiva la soavità dell'istante in cui, venendo meno, aveva creduto essere sottratto dalla morte allo strazio delle sue povere carni dilacerate.
Ma dall'alta lontananza di questi ricordi chi, che cosa, lo riabbatteva a un tratto nella realtà penosa? Perchè si sovveniva amaramente di questa o quella donna più non amata e ne scorgeva, in una simulazione di pietà, un segreto sarcasmo, o, peggio, la ripugnanza? Perchè gliene ricorrevano alle labbra le parole: «Come sei bello!»; e le ripeteva forte queste parole, e guardandosi talvolta nello specchio sorrideva? Per convincersi che non doveva, non poteva più sorridere! Nel volto deturpato il più lieve sorriso gli sembrava tracciasse un'atroce smorfia.
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Finalmente una notte sentì un usignolo, che nel boschetto di altee e di lauri s'inebriava del suo canto; e il giorno dopo il sole fu padrone di tutto il cielo.
Baredi fece quel giorno i primi passi senza aiuto. E ristette a guardare la chiostra dei colli, dilungati in lievi ondulamenti contro il cielo sereno; inclinati a valle in falde verdi di olmi e di cólti, con le case che i cipressi indicavano e a cui la luce meridiana e la distanza davano un'illusione di quiete chiara, tiepida e dolce. Là, oltre la verde cerchia, fra le piatte cime di Paderno e di Sabbiuno, i monti s'annebbiavano d'azzurro; qua, nella valle ove profondava il Ravone, la chiesa e la vicina fattoria attiravano lo sguardo come i più cari luoghi del paesaggio inobliato. E d'improvviso, con gli occhi della memoria, il capitano scorse nella fattoria la fanciulletta che sua madre ebbe spesso a svago per casa: Ferdina. Egli non l'aveva riveduta nell'altro triste ritorno, quando la morte stava al capezzale materno; l'aveva riveduta sempre gli anni innanzi; e la rammentava bambina, quando al vecchio fattore successe il padre di lei. Quanti anni aveva ora?
Calcolo breve, se non del tutto sicuro: era già una ragazza da marito.
Il giardiniere confermò dicendo:
-- Faceva all'amore col figlio di Santelli, l'affittuario. Adesso è soldato, al fronte.
-- Bella?
-- Non se la ricorda? Una faccia ardita; capelli biondi.
Poi l'informatore soggiunse:
-- Non tarderà a venirla a trovare. M'è sempre attorno a domandare di lei, e se è guarito, e come se la passa, e se vien nessuno a salutarla. È una buona ragazza.
Baredi tornò a guardare alla fattoria; poi disse:
-- Ci andrò io, fra qualche giorno.
Voleva sperimentare in lei, che certo lo rammentava bene e forse lo ricordava con affetto, l'impressione disgustosa di rivederlo così; e voleva sperimentare in sè stesso la resistenza a quel disgusto.
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Ma se, col bel tempo, si sentiva rinvigorire d'ora in ora, le gambe che avevano scalate le Alpi lo reggevano ancor male per un tratto non breve e per la riva ripida. Di più l'umiliava quella mollezza sentimentale, a cui non poteva opporre abbastanza energia di dominio su sè medesimo. Erano commozioni eccitate, irresistibilmente, dai sensi che si rinnovavano alle impressioni e dalla fantasia che si ravvivava nella necessità di ricordare; e spesso, per un nonnulla, s'accorgeva che gli occhi gli si riempivano di pianto. Sopratutto l'inteneriva un sovrapporsi di sensazioni e d'imagini. Mentre si rivedeva andar fanciullo, nel luminoso silenzio, per il giardino e per i prati ch'erano tutto un fiore, e la madre l'accompagnava, ecco riapparirgli l'artigliere morente e riudirlo invocare: «Mamma mia!»; mentre riudiva con la disattenzione e nello stesso tempo con la vigile percezione di ragazzo i gorgheggi delle capinere e degli usignoli, ecco ripercuotersi al suo orecchio il rombo del cannone e rivedere, orrenda, la scena di sangue e di strazio.
E dubitava, a volte, di guarire; non nei muscoli, ma nei nervi.
Così una mattina, quasi a superare uno sforzo più dell'animo che delle gambe, s'avviò per la stradicciuola della chiesa e arrivò, un po' affannoso, alla fattoria.
La moglie del fattore venne sulla soglia con le mani impiastricciate di farina appena intrisa, e cominciò a strillare:
-- Chi si vede! Che miracolo! Ferdina! Ferdina, corri a vedere chi c'è!
Ma come non aveva contenuta la ripulsione a scorgere quella guancia deturpata, la donna introducendo il visitatore prorompeva in parole che valessero a scusa di sè e a conforto di lui.
-- Poveretto! Quanto avrà dovuto soffrire! L'ha scampata, eh, sì; ma.... Assassini infami! Rovinare per sempre tanta bella gioventù!
Per fortuna, i passi della figliuola, che scendeva la scala di corsa, la interruppero. Ripetè:
-- Guarda chi c'è qui, Ferdina!
-- Buon giorno....
Rossa in volto, ma sorridente e franca: e non il minimo segno sfuggì alla ragazza della impressione penosa che Baredi si aspettava di dover affrontare anche in lei.
-- Che ragazzona! -- egli esclamò stringendole le mani. -- Non ti avrei riconosciuta!
La disinvoltura ch'essa aveva dimostrato a dissimulare; la delicatezza che l'aveva indotta a comportarsi in tal modo, gli riuscì così inattesa, così strana in una della sua condizione, ch'egli volle provocarne più sicura prova. Chiese:
-- E tu mi avresti riconosciuto?
-- Io sì -- rispose.
Allora alla madre parve opportuno riprendere:
-- È stata una disgrazia, signor maggiore; ma bisogna sempre pensare a chi sta peggio; a chi ci ha rimesso un braccio o una gamba....
-- Mamma -- disse la ragazza con un'occhiata di ammonimento e di rimprovero --, se andaste a nettarvi le mani? Siete tutta incollata.
-- Ah la mia sfoglia! La pasta che mi si asciuga! -- fe' la donna entrando in cucina senza più altri complimenti o spropositi.
E il capitano a Ferdina:
-- Avrei preferito trovarti come eri una volta. Verresti a tenermi un po' di compagnia nel giardino; a prendere dei fiori.
-- Oh! se è per questo....
E soggiunse che il padre da un pezzo insisteva che lei e il fratello andassero a salutarlo, ma che il ragazzo era un monello selvatico. Parlarono di lui, Gigetto, che il maggiore aveva visto appena nato; e il discorso fu avviato alle vecchie conoscenze. Ferdina dava notizie di questo e di quello, e Baredi intanto l'osservava.
Le palpebre, lunghe, le ombravano lo sguardo profondo; la voce aveva forte e calda. Non di una bellezza insolita, era però imagine di una giovinezza sana e gioconda, e suscitava -- e pareva giusto come non mai -- l'abusato confronto del fiore campestre.
-- Dunque -- egli disse alla fine --, dimani ti aspetto. Ma se vuoi delle rose e dei garofani, tu portami dei fiori di campo; delle viole.
Ella rise.
-- Delle viole, adesso? Troppo tardi!
-- Ebbene, di quei fiori che coglievo anch'io da bambino laggiù lungo il Ravone. Se no, niente garofani e niente rose!
Dalla cucina la madre gridò, dopo i saluti:
-- Si ricordi che il giardiniere la teme, Ferdina, come la tempesta!
E Baredi ricordò invece che il giardiniere gli aveva detto:
-- È una buona ragazza.
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Ma Ferdina non mantenne la parola che in parte.
Venne il giorno dopo alla villa recando, invece che tulipani, giunchiglie, narcisi e rosolacci, un mazzo di ginestre con qualche ranuncolo tra mezzo.
-- Cosa m'hai portato? -- dimandò Baredi, senza sorridere.
Sorrideva essa: del sorriso che ferve nelle pupille delle donne innamorate.
Esclamò a sua volta con accento di meraviglia:
-- Non le riconosce? Son ginestre!
-- Non ancora in fiore, e non sono i fiori che volevo io.
La ragazza chinò lo sguardo per sottrarlo allo sguardo di lui; e il modo e l'indugio a rispondere rivelarono che, imbarazzata, cercava la scusa. Poi disse rialzando gli occhi:
-- Le ginestre fioriscono a giugno; e io ci ho messo, invece, tra mezzo, un altro giallo.
-- Che idea! Perchè?
Nuovo indugio; con, di più, un gesto d'impazienza. E rivolgendosi, seria:
-- Mi sono ricordata che la sua povera mamma mi mandava sempre a raccoglierne, delle ginestre in fiore.
Baredi prese il mazzo e disse:
-- Ti ringrazio.
Ora, mentre la caricava di rose e di garofani, egli soggiunse:
-- Sei buona e meriti di essere amata e fortunata. Il tuo amante che fa? dov'è?
-- Chi gliel'ha detto? -- gridò Ferdina.
Ma non insistette nella solita scherma delle ragazze campagnuole, che quasi un pudore istintivo e inconsapevole induce a negare di essere innamorate; e ripigliò:
-- Lei è peggio del Mago Sabino! Indovina tutto.
-- No; non tutto. Che fa? -- ripetè. -- Dove è? Come ha nome?
Le risposte seguirono in fretta.
Aveva nome Guido Santelli; aiutava il padre in un'affittanza. Adesso era al fronte.
-- Ti sposa appena finita la guerra?
-- Ah! questo non lo so davvero; e se lei non ci riesce a indovinarlo, bisognerà dimandarlo al cucco. Aspetti.
L'attesa fu lunga.
-- Cantava adesso adesso. L'ha sentito?
Dal campo dove si nascondeva, il cuculo mandò finalmente il vecchio canto augurale.
-- Cucco, bel cucco dalla penna grigia: quanti anni mi dai prima che mi sposi? -- Uno.... Due.... Stia attento!
Essa contò fino a otto.
-- Otto anni! Oh povera me! -- lamentò con comica disperazione. -- Sono troppi! Fortuna che non ci credo, nel cucco!
Baredi fu tentato a sorridere; ma non sorrise. E la ragazza parve improvvisamente pentita d'aver scherzato; desiderosa di confidarsi meglio, quasi di confessarsi in colpa. Disse mutando lo sguardo e la voce:
-- Come sarà che tutte quelle che hanno il moroso al fronte stan di malanimo e io non ci penso nemmeno che possa succedere una disgrazia? Per me è una cosa impossibile!
-- La fiducia che hai nel tuo amore ti dà la fiducia nel tuo destino.
Paga, la ragazza seguitò:
-- E quando finirà la guerra?
Il maggiore si strinse nelle spalle.