Il diavolo nell'ampolla

Part 3

Chapter 33,837 wordsPublic domain

Ora il vecchio l'udiva borbottare senza ascoltarla e seguiva il ronzo d'un calabrone tra il folto dei rami. E, come la piccolina quando egli protraeva una tiritera noiosa, chinò il capo; e a poco a poco si addormentò.

C'era tuttavia da dubitare che fingesse, per tradir poi di nuovo; e l'altra venne a lui adagio; lo considerò un pezzo, lo toccò a un braccio; fuggì zitta. Dormiva? Ripetè, più ardita. Lui non si mosse; una mosca gli passeggiò sul naso: essa rise, e si convinse che dormiva davvero.

Che cosa fare adesso? Pensava di scappar via; di correre dal garzone, il quale sapeva formar bambocci con la paglia o con la mota; pensava di inseguire una farfalla al sole.

Ma rammentava le minacce materne e l'imposizione di non scostarsi dal nonno; e trovò meglio imitare il nonno. Per dormire allo stesso modo di lui si assise al piede del noce, appoggiata al tronco. E il calabrone che, tra il folto, ronzava per addormentar lei pure, l'addormentò.

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Il vecchione intanto sognava. Sognava di essere a mietere; e il frumento era tanto bello che pareva d'oro. Ma le grane d'oro uscivano dalle loppe; cadevano. Egli rampognava i figliuoli d'essere andati a mietere prima quello degli altri, a stagione avanzata; e si sentiva stanco di curvarsi a recider mannelle e di sgridare mentre tutti cantavano.

A poco a poco gli rifluiva nel cuore una soavità immensa. L'aria affocata s'alleviava, si affinava in una deliziosa frescura; e al di là del grano, il campo fioriva sotto il cielo d'un nitido turchino. Rose e garofani; papaveri e gigli. Poi sorgeva un'immagine, che avanzava passo passo: e sorrideva. Sembrava domandare: -- Non mi riconosci?

Se la riconosceva! La sua donna, quando era giovane. E gli parve di sognare nel sogno, perchè la sua donna morta mutava il colore dei capelli e il colore degli occhi. E il sorriso, non più triste, la giocondava tutta, trasformandola. Un sogno nel sogno. L'immagine mutava, lentamente e distintamente, in una ragazza bionda, dagli occhi celesti, bellissima. Chi? Era lei; la bambina, ingrandita come se andasse a nozze; felice.

Egli vedeva bene che era un sogno, che non poteva essere già sposa; nondimeno a scorgerla così felice, non godeva: soffriva in fondo al cuore. E l'afflizione cresceva cresceva, e la nipote, che egli amava più di sè stesso, lo guardava in uno stupore muto. Ah ecco, tornava quale doveva essere: bambina; lo chiamava; e poichè, stretto al cuore, egli non ricuperava la voce a risponderle, rompeva in pianto.

Finchè, del tutto desto, il vecchione la vide che piangeva davvero, presso a lui. N'ebbe un insolito dispetto.

-- Cos'hai da piangere? Smorfiosa!

Poverina! Aveva ragione di lamentarsi. Soffriva.

-- Nell'orecchia? Cosa ci hai nell'orecchia?

-- Una formica. -- Piagnucolando portava la mano alla guancia, quasi per attenuare il fastidio. La formica, che le era entrata nell'orecchio, era tanto grande!, e pregava il nonno di liberarla dalla pena, che era tanto grande!

-- Cávala, nonno!

Il nonno la confortò, già impietosito, ma senza timore. Si fece dare un fuscello a cui si appigliasse l'intrusa, ed estrarla. Nel dubbio però che fosse peggio, le disse:

-- Non ci badare! Non è niente!

Anche a lui, mentre dormiva su l'erba, un giorno, era successo lo stesso; ma le formiche hanno giudizio, e, a non stuzzicarle, tornan fuori, riprendono l'andare.

La bambina lo guardava per credergli. Tacque un poco; indi, quasi il fastidio s'accrescesse d'un tratto ad acuto tormento, si gettò in terra, agitata e piangente. Non valevano più le parole a quietarla.

Il vecchio pativa con lei; nè trovava più parole da dire.

Quando, a un tratto, aprirsi nella sua mente il ricordo di un male tremendo, di una orrenda sciagura! Mosse rapidi gli occhi dal lato del noce, lì vicino. E scorse. In fila le nere forfecchie andavano su e giù per il tronco.

-- Dov'eri a dormire? -- domandò rabbrividendo d'angoscia.

La bambina non rispondeva, piangeva.

E lui ripeteva la domanda; pregava, scongiurava che rispondesse. Ah le abominevoli bestie!

-- Dov'eri a dormire? Dimmelo! dimmelo dunque!

Essa accennò al noce; e singhiozzando si contorceva. Soffriva tanto! Nessun dubbio: un pericolo, una disgrazia terribile; enorme!

Affannosamente, con quanta voce aveva, il nonno si diede a chiamare il garzone. Lo manderebbe a chiamare il medico: corresse subito, per l'amor di Dio! Sempre lo aveva inteso dire, sempre, che le forfecchie entrano negli orecchi di chi dorme, e se non si han pronti i ferri e la mano dell'arte, bisogna morire. Impazzire, e morire arrabbiati come per rabbia di cane. Quella bambina!

Chiamava quanto più alto poteva:

-- Cleto! corri, qui! Cleto! ohe!

Invano. Il garzone se ne era andato o alla bottega per la foglia, o altrove. Maledetto!

E la poverina gemeva, mentre lui, il nonno, atterrito, con le sue grida ne copriva il gemito; e inveiva contro le donne che avevano lasciata la casa vuota, sciagurate!, e contro gli altri che eran via, lontano, senza pensare.

Nessuno udiva; e cosa poteva far lui, vecchio impotente, inchiodato in una scranna, con quella angustia nel cuore, con quella certezza che aveva di un pericolo, di un male -- a tardare -- irrimediabile! Impazzire, morire! La bambina!

Ma forse non era vero quel che aveva inteso dir tante volte? Se era vero, no, Dio non lo permetterebbe! Avrebbe misericordia. Infatti ora piangeva più piano. Smise di piangere, un istante, come a persuadersi che il tormento cessava. Non cessava. E tornò a lui con rinnovata speranza; e l'abbracciava, il suo nonno, e lo scongiurava, per carità! -- Cávala, nonno!

La liberasse! In che modo, Dio santo? Non osava: temeva far peggio; tremava. Un medico ci voleva, súbito!; e nessuno lo udiva, povero vecchio, solo nella sua impotenza, nella sua miseria, nel suo terrore!

L'ignoranza e il pregiudizio eccitavano la senile fantasia a un immaginare atroce. Con le pinze della coda, le robuste e aguzze forbici, l'animaluccio mostruoso, portato dall'istinto a nascondersi, forava a penetrar nel cervello, e vi penetrava a poco a poco, finchè vi zampiccava, atroce, dentro. Qual tormento, qual martirio, quale spasimo più grande? Impazzire; morire di spasimo!

Nè la bambina fremendo, con la faccia sul suo petto, con le braccia su le sue spalle, perdeva la speranza. Dal nonno attendeva il sollievo; dal nonno il rimedio all'intollerabile male, che la frugava, la fustigava a dentro, sempre più a dentro. E il nonno non diceva più nulla, non faceva più nulla, non sapeva far più nulla. Tremava tutto. E allora essa si ritrasse ostile e gli rivolse un'occhiata livida. Ah che atroce patire doveva essere, se una bambina, quella bambina, la sua bambina, aveva potuto esprimere dal più profondo senso vitale tant'odio, mostrarsi così crudele, spietata! O forse era quell'occhiata il primo indizio della demenza?

-- Voglio la mamma! -- urlava tentando staccarsi dalle braccia tenaci.

Egli la tratteneva preso da un'altra paura, che fuggisse e si smarrisse, insana, per la campagna.

-- Voglio la mamma! -- urlava divincolandosi con tutte le forze; ed egli la teneva con tutte le forze. Lottavano, il vecchione ottantenne e la bambina di sei anni. Ma vinta, disperata, lei piegò le gambe, e lui vinto, disperato, la lasciò abbattersi ai suoi piedi.

E per non vederla svenuta o in convulsione, povero vecchio impotente, reclinò il capo e invocò dal Cielo una fine.

Perchè, Dio? perchè? Da cinque anni campava inchiodato in una scranna, e non aveva bestemmiato mai; e la gente diceva: -- Siete bello, nonno! Ammiravano la sua pazienza e la sua virtù. Rassegnato, lui, che era stato un lavoratore, un gigante! E, in coscienza, era buono. Se sgridava, sgridava sempre per buon fine, non per cattiveria; e quando non ubbidivano, perdonava. E ringraziava Dio e la Madonna, mattina e sera, di conservarlo al mondo pur inchiodato a letto e nella scranna. Perchè dunque, perchè castigarlo in una maniera così barbara, in una creatura innocente, che era la sua consolazione, il cuor del suo cuore? Impazzire; morire!

Dio santo! no!

Il vecchione ebbe una scossa di tutti i nervi; tutta la vitalità che gli restava insorse afferrata dalla volontà indomita, e lo sospinse a un impeto prodigioso, a una possanza furibonda, a un miracolo. Fermò le mani sui bracciuoli, si alzò. Si alzò, si resse. In piedi: diritto: gigante; col baleno, col delirio, con l'animoso spavento del miracolo. Credette di poter muoversi da sè, di poter camminare, di poter correre a cercar qualcuno, solo che non avesse impedito il passo.

La bambina gli impediva d'andare. E trasmettendo nella voce la ricuperata energia e il prodigio, egli urlò: -- Aiuto! aiuto! --; e fu come se la casa bruciasse, o come lo assassinassero.

Non si muoveva perchè dubitava che la bambina, lì, a terra, fosse svenuta o morente. Per questo non si muoveva. Ma quando la udì ripetere: -- La mia mamma! --, le gridò inviperito di lasciarlo passare; con un supremo sforzo avanzò il piede.

E ricadde, affranto, nella scranna, nella sua desolata miseria.

Un freddo mortale gli invadeva in fretta le membra, saliva a gelargli il sangue in ogni vena. Sentì la morte.

Anche la bambina stette un pezzo senza dar segno di vita. Tutto il mondo adesso taceva; tutto il mondo aspettava.

.... Ma, a un tratto, essa levò su il capo, la persona.

Indicando, a terra, esclamò vivace e giuliva:

-- Guarda, nonno! Guarda che formicone che era!

Il nonno cercava con lo sguardo. E vide: proprio una forfecchia. E vide che il sole risplendeva ancora; e che il mondo era tornato bello.

Sorrise. Eppoi non vide più niente.

LA CIOCCHETTINA.

I.

Abitavano nello stesso sobborgo e ogni sera rincasavano insieme, dalle sartorie ove lavoravano, prima in tram poi a piedi. In tram era un divertimento per tutte: cicaleccio, motteggi, compiacenze d'essere osservate e d'osservare le meno belle di loro; ma nel tratto a piedi seguivano le confidenze d'amore e le espansioni sentimentali; mutava il tono. E l'Ida, la più giovane delle tre, interloquiva di rado; si sentiva a disagio per un misto di timidezza e d'orgoglio.

Il suo innamorato guidava autocarri nel Carso, non era in trincea come quelli delle amiche, e discorrendone le pareva di provocarle a ripetere: -- Fortunata te! --, quasi non avesse da star in pena lei pure.

«Fortunata te!». C'era fors'anche, in fondo a queste parole, la punta ironica, l'acredine di un'altra invidia -- lei faceva all'amore con uno di miglior condizione che i loro innamorati --; e non voleva mostrare di accorgersene. Se però taceva o tentava invano di sviare il discorso solito, l'Ida bene spesso bolliva dentro e stentava a frenarsi, a non prorompere:

-- Fatela finita una volta con i piagnistei e con le spacconate!

Che noia, tutti i giorni! L'Olga si martoriava negli stenti e nei pericoli della trincea, accresciuti con fantasia egoista per concludere che solo il pensiero di lei sosteneva il suo caro a superarli. L'Adriana.... Eh! dopo che al suo Gustavo gli avevan dato la medaglia di bronzo, non si campava più, con lei, che dietro sacchi di sabbia, in mezzo a cavalli di Frisia, contro a reticolati, incontro a mitragliatrici -- _tac tac tac!_ -- e bombe a mano, e sotto a shrapnel e -- bum! -- a palle da trecentocinque. Si sarebbe detto che tante maledizioni fossero state inventate non per meritar l'inferno a Guglielmo II, ma per far onore a lei sola, la bionda Adriana, che aveva per innamorato un giovane di fegato -- e nessuno lo negava.

Quando poi ricevevano lettere, pretendendo non fossero scritte con libera volontà, le commentavano a loro modo, leggevano tra le righe le più strambe rivelazioni, le interpretavano a rovescio. «Non mi manca nulla» doveva significare che morivano di fame. «Per adesso non si combatte» significava -- tac! tac! tac! e bum! bum! -- battaglia e strage.

-- E te, Ida? Cosa ti scrive il tuo Giulio? -- spesso le chiedevano, forse anche per mortificarla, chè lei riceveva meno lettere.

Rispondeva senza scomporsi:

-- Niente. Dice che fa il servizio di trasporto e che sta bene, e io credo a quel che dice.

-- Fortunata te!

-- Fortunato lui!

Ma una sera le fecero scappare davvero la pazienza. Fu così: lei che aveva trepidato e trepidava non ignara dei pericoli che pur Giulio correva, lei che a Giulio gli voleva un bene grande, non sempre si sottraeva all'ipotesi di una disgrazia; ma cotesta paura la teneva in sè, nel suo segreto; non ne avrebbe discorso nemmeno con sua madre, quasi per una ripugnanza di una tristezza colpevole o di un malaugurio.

Invece l'Adriana e l'Olga, che in sentimento d'amore pretendevano dar legge al mondo, non solo non rifuggivano dall'immaginare morti i loro innamorati: ne discorrevano per vantare la passione che esse ne proverebbero. E le frasi e le esclamazioni tragiche, per quanto potesse essere sincero il sentimento che le suggeriva, urtavano i nervi all'Ida come una finzione, una falsità.

L'Adriana affermò:

-- Se Gustavo, che è troppo coraggioso, troppo! troppo!, ci restasse, oh, io non mi farei suora; vorrei che tutti vedessero, capissero il mio dolore e mi compiangessero. Uno uguale non lo troverei più! Nessun altro, mai più!

-- E io -- lamentò l'Olga con un'aria e una voce che pareva la Duse --, io diventerei matta! Lui, la mia vita, perderlo così? Non saper nemmeno dove fosse sepolto? Matta, state pur sicure; mi getterei dalla finestra!

Breve pausa. Poi:

-- E tu, Ida?

Ebbene: questa domanda, questo distaccarsi dal pensiero orribile e passare a interrogar lei, quasi a provarla in una gara in cui prevedevano resterebbe inferiore, la disgustò del tutto.

-- Tu cosa faresti se perdessi il tuo Giulio? -- insistette l'Adriana.

E all'Ida brillarono gli occhi. L'eccitava il bisogno di un contrasto comico. Scoppiò a ridere, tanto era enorme ciò che le scappava detto, e disse:

-- Oh! Per me, morto un papa, fatto un altro!

II.

Non ebbe appena pronunciate queste parole, che ne fu pentita.

-- Viva la sincerità! -- Viva la tua faccia! -- esclamarono le amiche ridendo anche loro. E l'orgoglio non le permise di ribattere: -- Non avete capito che ho scherzato? --, e la timidezza non le permise di dire, più duramente: -- Voi non dovreste credere a me come io non credo a voi. -- Tacque, ma dubitò subito che la risposta data per impazienza passasse di bocca in bocca in tutto il sobborgo come un'enormità fra vergognosa e ridicola; e quando fu in casa, il dubbio divenne timore, spavento. Cosa aveva detto! L'accuserebbero di aver poco giudizio e niente cuore; l'accuserebbero di ritenersi così bella che perduto un amante non le mancherebbero ammiratori e consolatori da sostituirlo. Figurarsi se l'invidia non ne approfitterebbe! Se qualche anima buona non si assumerebbe l'obbligo di aprir gli occhi al povero Giulio! E lui allora.... Si vedeva lasciata e screditata: per una leggerezza! per uno sfogo innocente! Stupide! causa loro....

Bisognava prevenire il colpo e confessar tutto a Giulio, subito; e lui giudicasse. Di coscienza, lei si sentiva meritevole di perdono. E si mise a scrivergli una lunga lettera, per dimostrare come il suo carattere discordasse dalle amiche e come e perchè coloro le fossero divenute antipatiche.

Ma arrivando al punto scabroso, alla frasaccia che pur doveva riferire: «Morto un papa....», non ardì tirar innanzi.

Troppo distava la brutta, cattiva, crudele espressione d'insensibilità dalle premesse e dalle proteste d'amore; e queste prendevano un aspetto di ripiego insufficiente. Cosa aveva detto! E l'immagine di lui così innamorato, così fiducioso, così fermo di volontà e d'animo per la speranza di averla interamente sua appena nel mondo tornasse la possibilità di esser felici, le si affacciò severa, ostile, minacciosa.

«Io -- pensava che le direbbe --, io soffrivo a starti lontano; io soffrivo nei pericoli che correvo a ogni ora, a ogni momento, perchè mi figuravo il tuo strazio se mai ti portassero la notizia della mia morte; io sospiravo il giorno di riabbracciarti e ridarti la forza di sperare, di attendere la nostra felicità, e tu, intanto, non mi tradivi con un altro, no, ma m'ingannavi, per adesso, forse peggio: ti vergognavi di mostrarti innamorata di me: scherzavi indegnamente sul nostro amore, e la gente aveva da ridere compassionandomi. -- Povero Giulio! Ti sei messo bene! Se una cannonata ti sfracellasse, eh! non dubitare che l'Ida si consolerebbe presto; e lo dice --».

Pianse; non dormì in tutta notte. E la mattina dopo, quando le amiche la chiamarono, al solito, dalla strada, sollecitandola che era tardi, e discese e si accompagnarono, al solito, avrebbe voluto tornar lei nel discorso e liberarsi dalla lunga ambascia; dire: -- Badate, ragazze. Giulio mi è molto affezionato, ma guai a me se imparasse!... -- Stava per vincere lo stento a umiliarsi; e provò invece un ineffabile sollievo a non scorger segno di malignità nella faccia dell'Adriana e dell'Olga; non un sorriso ambiguo. Le avrebbe baciate. Infatti non si era montata la testa con un timore assurdo? E poi, se interveniva qualche cosa di nuovo, dimenticherebbero del tutto per sempre quel discorso.... Erano così leggere!

E, grazie al cielo, il fatto nuovo, la distrazione fu la neve. Oh che danno per i loro stivaletti, che costavano tanto! L'argomento, nell'andata, mentre nevicava, fu non solo il prezzo delle scarpe, ma il costo della vita; la difficoltà a risparmiare per il giorno che metterebbero su casa.

E al ritorno la neve era alta. Dovettero fenderla, calcarla, spesso sprofondarvi.

L'Olga piagnucolava; l'Adriana malediceva il destino, e l'Ida, come se Dio l'aiutasse, rideva tutta contenta.

Seguì il gran freddo; il pericolo di cadere per la strada ghiacciata. Altro che conversare! Bisognava star dritte; e si sorreggevano a vicenda strillando a ogni scivolone.

Ma si rinnovarono i giorni delle confidenze. Già ritornavano i soldati dal fronte, in licenza invernale; e le amiche a lamentarsi e a protestare che le licenze non si dessero a tutti quanti.

-- Il tuo Giulio verrà di certo -- dicevano all'Ida.

-- Verrà; tu sei fortunata.

Finchè, una sera, l'Adriana disse, maligna:

-- E se non venisse, poco male, eh, Ida?, per te e per lui.

-- Perchè? -- lei chiese trepidando.

-- Perchè tu non ti guasteresti il sangue; e lui potrebbe consolarsi con qualche ragazza di lassù. Dov'è il tuo Giulio ce ne sono che portano gli stivaletti alti, dicono; e non se li guadagnano in sartoria.

L'Ida si morse le labbra; l'Olga rise sguaiatamente, e aggiunse: -- Poco male! Tanto, morto un papa, fatto un altro!

-- Siete cattive! -- allora esclamò l'Ida con la voce piena di pianto. -- Io ho scherzato, e voi....

-- Brutto scherzo! -- interruppe, senza guardarla, l'Adriana, con solennità di rimprovero. -- Brutto scherzo! Quel che hai detto è peggio che dire: «lontan dagli occhi, lontan dal cuore»; è come dire: «io non ti ho mai voluto bene, t'ho lusingato, e tu, sciocco che sei, m'hai dato mente». Anche peggio! È come dire: «a me non m'importa proprio niente della guerra, e che molti ci muoiano, e che tu ci muoia; io mi diverto lo stesso». Un uomo che abbia del sangue nelle vene e innamorato, a udir di queste belle proposizioni commetterebbe fino un delitto. Immaginarsi Gustavo! Mi ammazzerebbe!

(Bum!)

E l'Olga:

-- Il mio Attilio mi scrive sempre: «Non mi abbandonare, per carità, per l'amor di Dio!» Se imparasse che io a dimenticarmi di lui ci durerei così poca fatica e che già prima che morisse avrei il coraggio di pensare a un altro, si accorerebbe di passione. Lui si ammazzerebbe.

(Buum!)

L'Ida si era riavuta: le cuoceva di essere stata debole. Le fissò con una mossa del capo di sotto in su, che significava: «Avete finito? Adesso parlo io». Ma non parlò a lungo. Gridò forte, perchè, nel sobborgo, molti udissero la canzonatura: -- _tac tac tac!... Bum! bum!_ -- E soggiunse, forte: -- Come siete buffe! -- Poi, essendo prossima a casa, vi entrò di corsa, presa da un riso convulso. L'avevano amareggiata, ferita, offesa, dubitando, oltre che di lei, dell'uomo che amava; si contentassero se si era limitata a metterle in ridicolo, spasimanti fastidiose e spropositate!

Ma il giorno dopo non l'aspettarono per andare e tornare insieme. Essa finse di non curarsene e da quel giorno le prevenne nell'andata e nel ritorno a casa. In cuor suo, però, temeva; ne paventava il rancore, la vendetta; tanto più che Giulio veniva in licenza, e i fidanzati di quelle due non si erano ancor visti.

III.

Oh! dargli una prova che il pensiero di lei non lo abbandonerebbe mai più: sua per la vita e per la morte! Quante volte la morte lo aveva rasentato!; e perciò essa lo amava, ora, di più.

-- Un giorno -- raccontava Giulio -- una nespola abbastanza grossa cadde proprio sul mio carro, s'internò fra i sacchi. Se scoppiava, addio Ida!

Essa, mentre egli parlava, mutava colore; egli sentiva fredda la mano che stringeva nella sua. E si guardavano negli occhi sorridendo.

Era arrivato, Giulio, la mattina. Un saluto ai suoi, ed era corso da lei. E discorrevano, soli, davanti al fuoco. Guardandosi riconoscevano il loro amore più vivo, più forte, più buono; le parole che dicevano, vibravano di un sentimento che ne superava il senso e il suono: così profondo e così grande che il silenzio e la luce degli occhi parevano esprimerlo meglio; e di quando in quando tacevano e si ascoltavano, finchè il silenzio diveniva una pena. L'Ida allora interrogava; ma non una delle domande gli fece che le amiche si sarebbero immaginate gli rivolgerebbe per gelosia. E lui, quel ragazzone di ventiquattro anni, che aveva una infantile dolcezza negli occhi chiari e aveva nel viso la serenità di un animo saldo e di una mente padrona di sè, lui non solo non dava segno di aver dubitato o di dubitare, ma dimostrava, a vederlo, che vicino a lei, nulla, nessuno al mondo avrebbe potuto turbarne la fiducia e l'amore. Nè lui nè lei dimenticavano intanto che la felicità era breve; che sarebbero di nuovo divisi, e sentivano che a soffrir meno dopo il nuovo distacco avrebbero dovuto fermare per sempre, nella memoria, quegli istanti gioiti. Come? Con una prova d'amore indissolubile, superiore a ogni lontananza, a ogni timore, a ogni evento; superiore a quella stessa felicità che il cuore palpitando e la mano stringendo la mano promettevano nell'avvenire.

-- Ho da farti una confidenza -- Giulio disse a un tratto.

-- Anch'io.

-- Prima io! Sai che trasporto non solo munizioni e materiali, ma feriti e morti?

-- Non me l'hai mai scritto.

-- Certe cose a voi donne è meglio non dirvele; ci piangete sopra o le esagerate.

-- L'Adriana, sì, e l'Olga! -- esclamò la ragazza --; a me fan rabbia per questo!

Senza badarle egli seguitò: -- Dopo una avanzata, avevo avuto l'ordine di raccogliere i feriti austriaci e portarli, dalla prima linea, giù, al posto di medicazione; di dove le autoambulanze li trasferivano alle sezioni di sanità.

Descrisse il camion attrezzato, con le barelle sospese al di sopra per i feriti più gravi e le panche, sotto, per i meno gravi; insistè a dimostrare come era il luogo delle prime cure.

-- Una casa di là dalla strada, al riparo dalle altre, tutte scoperchiate e rovinate. E stando col carro nella strada noi non vedevamo quelli dell'infermeria, e non eravamo visti.

-- Ho capito -- ripetè l'Ida.

-- Io e il mio compagno, il meccanico, calavamo a terra, nelle barelle, i feriti; due soldati venivano a prenderli, a uno a uno. Ma non era finita la musica; squassava ancora l'aria il rombo di qualche cannonata e allora i feriti leggeri, che pensavano d'essersela cavata con poco e che forse avevano combattuto da bravi, si prendevano una gran paura e si raccomandavano:

-- Jésus! Jésus!

L'Ida rise; ma chiese subito:

-- E quelli più gravi?