Il Diavolo

c. 1262) parla di certi fantasmi che, in luogo prossimo all'Etna, si

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vedevano, tutta la settimana, affaccendati a costruire un castello, il quale precipitava nella notte del sabato, e per opera loro ricominciava a sorgere dalle fondamenta la mattina del lunedì; ma sembra fossero piuttosto anime purganti che dannate.

Più d'una volta fu veduto, nel colmo della notte, l'intero popolo infernale andare a processione, per l'aria, o passar per un bosco, con ordinanza come di sterminato esercito in marcia. Il monaco Otlone, vissuto sin verso la fine del secolo XI, racconta di due fratelli, che cavalcando un giorno, videro improvvisamente nell'aria una turba grandissima, la quale passava non molt'alto da terra. Esterrefatti, chiesero, facendosi il segno della croce, a quegli strani viaggiatori chi fossero. Uno, che pel cavallo che montava e per le vesti, sembrava cavaliere di conto, si diede loro a conoscere, dicendo: “Io sono il padre vostro, e se voi non rendete al convento, cui lo tolsi ingiustamente, il fondo che sapete, sarò irremissibilmente dannato, e con me saranno tutti i successori miei che terranno il maltolto.„ Il padre dà ai figliuoli un saggio degli orribili tormenti che soffre, e i figliuoli riparano la colpa di lui, e in tal modo lo liberano dall'inferno.

Ma una storia più meravigliosa e spaventosa di questa trovasi narrata da un altro monaco, il cronista Orderico Vital, vissuto sin verso il mezzo del XII secolo. Un prete di nome Gualchelmo, curato di Bonneval, tornava una notte dell'anno 1091 dall'aver visitato un infermo, lungi un buon tratto dalla sua casa. Mentr'egli attraversava i campi deserti, illuminati dalla luna che alta splendeva nel cielo, gli percosse l'orecchio un rumor vasto e formidabile, come di grandissimo esercito che valicasse. Preso dallo spavento, fa per nascondersi tra certe piante, che quivi erano, quand'ecco un gigante, armato di una smisurata mazza, gli vieta il passo, e senza altrimenti nuocergli, gl'ingiunge di non muoversi. Il prete resta come inchiodato, e assiste a uno strano e terribile spettacolo. Passa da prima una turba innumerevole di pedoni, i quali trascinano con sè grande quantità di bestiame, e vanno carichi d'ogni sorta di masserizie. Si lamentano tutti in grave modo, e l'un l'altro sollecita. Segue una torma di sotterratori, i quali recano cinquanta feretri, e su ciascun feretro siede un orribile nano, con capo enorme, a guisa di dolio. Sopra un gran tronco, che due tenebrosi etiopi recano in ispalla, è strettamente legato un malvagio uomo, il quale empie l'aria di orrendi ululati. Un mostruoso demonio gli sta sopra a cavalcioni, e con isproni affocati gli lacera il tergo ed i lombi. Viene dopo una cavalcata senza fine, tutta di donne peccatrici: il vento solleva ogni tratto quegli aerei lor corpi all'altezza di un cubito, e subito li lascia ricader sulle selle irte di chiodi roventi. Alla cavalcata s'accoda una schiera di ecclesiastici d'ogni condizione, e a questa tien dietro un esercito di cavalieri, vestiti di tutte le armi, cavalcanti corsieri grandissimi, e spieganti all'aria negri vessilli. Il prete ha con uno di quei cavalieri un colloquio che qui non importa riferire: il cronista Orderico afferma d'avere udito dalla stessa bocca di lui l'intero racconto.

Nell'Apocalissi detta di san Giovanni si legge che lo strazio dei dannati durerà nei secoli, e non avrà lenimento nè di giorno, nè di notte, e gli scrittori ecclesiastici sono unanimi in affermare che Dio abbandona affatto i dannati e si scorda di loro. San Bernardo dice esplicitamente, in uno de' suoi sermoni, che in inferno non è luogo a indulgenza, come non è possibilità di penitenza. È questa la opinione fermata dalla rigida teologia dogmatica; ma ad essa un'altra opinione contrasta, suggerita da una teologia più tollerante e più umana, da una teologia che ignora le sottigliezze della dialettica, e vien dal cuore per andare al cuore; e secondo quest'altra opinione la infinita misericordia di Dio non si ferma dinanzi alle porte dell'inferno, ma, come un raggio di luce benefica, penetra nell'abisso, e consola di alcun blandimento e di alcuna requie le torture inenarrabili dei dannati.

Il poeta cristiano Aurelio Prudenzio (c. 348-408?) parla, in un suo inno, di riposo conceduto alle anime dannate, la notte della risurrezione di Cristo. In un'apocrifa apocalissi di san Paolo, composta verso la fine del quarto secolo da un qualche monaco greco, si racconta una discesa dell'apostolo delle genti nel regno dell'eterna perdizione. Guidato dall'arcangelo Michele, l'apostolo ha già tutto percorso il _doloroso regno_, ha veduto i varii ordini di peccatori e gli aspri castighi a cui li assoggetta la divina giustizia, ha versato a quella vista lacrime di pietà e di dolore. Egli sta per togliersi all'orror delle tenebre, quando i dannati gridano ad una voce: “O Michele, o Paolo, movetevi a compassione di noi; pregate per noi il Redentore!„ L'arcangelo dice loro: “Piangete tutti, ed io piangerò con voi, e con me piangeranno Paolo e i cori degli angeli: chi sa che Dio non v'usi misericordia.„ E i dannati gridano: “Miserere di noi, figliuolo di David!„ ed ecco scende dal cielo Cristo incoronato, e rinfaccia ai reprobi la malvagità loro, e ricorda il sangue inutilmente per essi versato. Ma Michele, e Paolo, e migliaja di migliaja di angeli, s'inginocchiano dinanzi al figliuolo di Dio, e chiedono misericordia; e Gesù, mosso a pietà, concede alle anime tutte che sono in inferno tanta grazia che abbiano requie, e sieno senza tormento alcuno, dall'ora nona del sabato all'ora prima del lunedì.

Questa, che è forse la più bella tra quante leggende divote nacquero dalla fantasia cristiana, ebbe più tardi, volta di greco in latino, e di latino in varii volgari d'Europa, grande divulgazione e celebrità, e gli è più che probabile che Dante l'abbia conosciuta e n'abbia fatto ricordo nel suo poema divino; ma il pensiero che la informa non le è così proprio che anche in più altre leggende del medio evo non si ritrovi. San Pier Damiano racconta sulla fede dell'arcivescovo Umberto: Presso a Pozzuoli sorge, fra acque fetide e negre, un promontorio sassoso e ronchioso. Da quell'acque pestifere sogliono levarsi, a tempi determinati, uccelli spaventosi, i quali si lasciano vedere dal vespro del sabato sino al mattino del lunedì. Durante questo tempo volano come emancipati, di qua e di là intorno al monte, spandono l'ale, si ravviano col becco le piume, e pajono godere di alcun refrigerio e di alcun riposo loro conceduto. Nessuno mai li vide cibarsi, nè v'è cacciatore che possa, per qualunque ingegno v'adoperi, insignorirsene. Come appar l'alba del lunedì, ecco sopraggiunge un corvo, di grandezza simile a un avvoltoio, e comincia con un gracchiar grave a sollecitar quegli uccelli, e a cacciarseli innanzi. Essi, gli uni dopo gli altri, s'immergono tutti nello stagno, e più non si lasciano vedere sino al sabato seguente; onde da alcuni si crede sieno anime di dannati, alle quali, ad onore della risurrezione di Cristo, è largita la grazia dì poter riposare la domenica e le due notti ancora che fra sè la comprendono.

Ma con o senza temporanea mitigazione e temporaneo riposo, le pene infernali duravano per l'eternità. La dottrina propugnata nel terzo secolo da Origene, uno dei più grandi spiriti per certo ch'abbia prodotto l'antichità cristiana, la dottrina cioè della salvazione finale di tutte le creature, e del ritorno a Dio di tutto quanto venne da Dio, pure insegnata, nel secolo successivo, da Gregorio di Nazianzo e Gregorio di Nissa, era caduta sotto la riprovazione dei più gelosi custodi della verità dogmatica, sotto l'anatema dei concilii, e aveva in tutto ceduto il luogo alla dottrina della dannazione eterna ed irrevocabile. La spaventosa minaccia era perciò perpetuamente presente agli spiriti, e di ogni mezzo si usava perchè fosse rincalzata a dovere e impressa con più forza, più addentro. Le arti a gara ajutavan la fede; e Giotto nell'Arena di Padova, l'Orcagna sopra una parete di Santa Maria Novella in Firenze, un pittore non accertato nel Campo Santo di Pisa, in luogo consacrato all'eterno riposo, altri altrove, ritraevano con pennelli di fiamma i terrori e gli orrori dell'abisso infernale. Nei Misteri drammatici si vedeva comparir sulla scena la bocca voraginosa del simbolico drago, trangugiatore di anime. Dante descriveva alle universe genti il regno delle tenebre, sulla cui orribile porta scolpiva:

Lasciate ogni speranza, o voi ch'entrate.

Dal pulpito il frate, levando con l'una mano il crocifisso a testimonio delle sue parole, noverava, una per una, le torture dei maledetti caduti in signoria di Satana, e quand'egli aveva finito, l'organo cominciava a muggire, e sotto le volte profonde, nel crepuscolo delle marmoree navate, risonava un terribil canto, e narrava gli orrori della spaventosa voragine,

Ubi tenebræ condensæ, Voces diræ et immensæ, Et scintillæ sunt succensæ Flantes in fabrilibus. Locus ingens et umbrosus, Fætor ardens et fumosus, Rumorque tumultuosus, Et abyssus sitiens.

CAPITOLO XII.

LE DISFATTE DEL DIAVOLO.

Satana aveva, come s'è veduto, numerosi fautori; ma aveva anche numerosi avversarii: quelli in inferno e sulla terra, questi sulla terra e nel cielo. Fautori suoi erano tutti gli altri demonii, e tutti gli uomini malvagi, specialmente gli eretici e gli stregoni; avversarii, tutti gli uomini buoni, e in più particolar modo i santi, vivi e morti, e gli ecclesiastici, in grazia, se non di loro virtù, di loro ministerio; poi i varii ordini degli angeli, la Vergine Maria, Dio Signore. Dio, come nel tempo della prima ribellione, poca parte prendeva alla lotta, aspettando la pienezza dei tempi e il termine fatale segnato alla diabolica tracotanza: contro l'indegno nemico egli lasciava combattere la madre sua, i suoi santi, tutte le celesti milizie, e gli uomini cui non veniva meno la sua grazia e l'ajuto di Santa Chiesa. Ed era battaglia cotidiana, perpetuamente rinnovata, giacchè, vinto appena, Satana risorgeva, e cacciato da una parte, ricompariva da un'altra. Qualche volta ancora Satana diventava, di vinto, vincitore.

Vediamo prima quali vittorie riportassero sul grande avversario gli uomini d'ossa e di polpe, e vedrem poi quali vittorie riportassero su di lui gli abitatori del cielo.

Il cristiano, che per la salvezza dell'anima propria pugnava contro Satana, non mancava di armi, acconce di offesa e di difesa, quali si richiedevano a così terribil combattimento; ed erano armi parte spirituali, parte materiali. Egli aveva anzi tutto il sussidio della divina grazia, senza di cui non era speranza di salute; poi aveva la fede e la virtù, dietro a cui si riparava come dietro alle mura di una rocca ben munita e forte. Le pratiche religiose cui egli diligentemente attendeva, la preghiera, la frequentazione dei sacramenti, i digiuni, le prolungate vigilie, erano come tante fazioni di guerra, atte a tener lontano il nemico, o a fargli perdere novamente terreno, se mai si fosse già troppo inoltrato. Arme formidabile, sempre pronta al bisogno, e di facile uso, era il segno della croce, non meno buona per l'offesa che per la difesa. Innumerevoli diavoli ebbero a confessare di propria bocca che non era loro possibile resistere alla virtù del sacratissimo segno, il quale li empieva di confusione e di sgomento. Col segno della croce, non solamente si cacciavano i demonii, ma si estinguevano incendii, si sedavan procelle, si guarivano infermi, si ammansavano animali inferociti, e molte altre cose difficili si facevano. Grande efficacia pure avevano i nomi di Dio Padre, di Gesù, della Vergine Maria, invocati con fervore di fede, e gettati come una sfida in volto ai dannati. Poi veniva l'acqua benedetta, più cocente alle cervici e alle terga scellerate che non la pece bollente e il piombo fuso delle caldaje infernali. Le campane, che empievano l'aria di lor voce squillante, invitando i fedeli alle cerimonie del culto, alla meditazione, alla preghiera, annunziando le feste piene di grazia, mettevano in rotta i demonii tutto all'intorno, dissipavano le procelle da questi suscitate assai volte, e producevano altri mirabili effetti; onde l'inno della campana:

Laudo Deum verum, Plebem voco, Congrego clerum. Defunctos ploro, Pestem fugo, Festa decoro. Funera plango, Fulgura frango Sabbata pango. Excito lentos, Dissipo ventos, Paco cruentos;

e in fine, talvolta, il terribile verso:

Est mea cunctorum terror vox dæmoniorum.

Le reliquie dei santi che avevano trionfato di tutti gli assalti e di tutte le insidie di Satana, ajutavano altri infiniti a conseguire consimili trionfi, e lo stesso dicasi di certi brevi benedetti, da portare appesi al collo, o cuciti nei panni, e di certi amuleti. Nè mancavano cose puramente naturali, le quali erano contrarie e nocive ai diavoli; tali alcune gemme, come il crisolito e l'agata, che li volgevano in fuga, e il zaffiro, che riconciliava con Dio; tali certe piante, come l'aglio e la ruta, e un'erba detta dai francesi _permanable_, che aveva virtù d'incantare i demonii. Il sale era una delle cose di cui questi si mostravano più paurosi. Il gallo era, come già s'è notato, un loro grande avversario, e con la mattutina sua strombettata, foriera del giorno, li forzava (ma non tutti) a nascondersi. Finalmente, in certi casi, il cristiano poteva anche usare felicemente, come vedremo, delle sue braccia e di un buon bastone. Chi poi era caduto in signoria del nemico poteva, con penitenze più o meno aspre e lunghe, riscattarsi e mettersi sotto i piedi il tristo padrone.

Tuttavia è da dire che quelle armi e quei ripari non sempre giovavano, come per chiari esempii si può vedere nelle vite di molti santi, non pur dei minori e dei mezzani, ma degli eccellentissimi. Accadde assai volte, qual che ne fosse la cagione, che i diavoli sfacciati e protervi, ripeterono parola per parola, con ischerno, le sante orazioni con cui altri s'ingegnava di tenerli in rispetto, e i salmi stessi del libro sacro; che ghignarono atrocemente alla vista di quella croce a cui di solito volgevano, fuggendo, le spalle; che trescarono tripudiando sotto l'aspersorio, e che tanto più gli assalti loro diventarono rabbiosi e frequenti, quanto maggiori furono le difese.

I santi erano, tra gli uomini, i più terribili avversarii di Satana, quelli che combattevano senza riposo contro di lui, sia per difendere sè medesimi, sia per difendere gli altri, e porre argine al suo mal fare. Molte insidie e infinite noje essi dovevano soffrire da lui; ma spesso se ne ricattavano con usura, e quanto più aspra e lunga era stata la battaglia, tanto più glorioso e pieno era il trionfo. Si potrebbe riempire un libro con la storia autentica degli sfregi, delle strane burle e delle sante correzioni che Satana e gli spiriti suoi ebbero da buoni servi di Dio, così dell'uno come dell'altro sesso, da anacoreti con tanto di barba bianca, e da pie vergini uscite appena di fanciullezza.

Sant'Antonio, primo eremita, che aveva pazientemente sopportato dai diavoli mille dispetti, e persino fierissime battiture, un giorno, per far intendere ad uno di quei suoi nemici quanto poco conto facesse di lui e delle sue capestrerie, gli sputò nel viso, e quegli, tutto smarrito, se la svignò. Ora è da dire che lo sputo dei santi poteva avere qualità che non ha lo sputo degli uomini ordinarii: tanto è vero, che il vescovo Donato, ai tempi di Arcadio e di Onorio, uccise uno smisurato e spaventoso drago con solo sputargli in bocca.

Abbiam veduto quanta virtù fosse nel segno della croce. Con un segno di croce san Sulpizio e san Frodoberto, essendo ancora fanciulli, cacciavano via il diavolo che voleva impedir loro di recarsi alla scuola. Usando di quella medesima arme, altri uomini santi ottennero effetti anche più meravigliosi. Narra Pietro il Venerabile che essendosi un diavolo introdotto nell'abbazia di Cluny, col proposito di tentarvi non so che monaco, il priore, che era uomo di grande avvedutezza e di non minor santità, con un segno di croce, senz'altro apparecchio, lo cacciò nelle latrine.

Nessuno si meravigli se san Sulpizio e san Frodoberto si schermivano così bene dal diavolo, anzi lo volgevano in fuga, essendo ancora fanciulli. Come molte volte era precoce la santità, così erano precoci certe facoltà e potestà conferite per essa. San Pacomio abate fu, sino dagli anni più teneri, un grandissimo ed implacabile avversario del diavolo; san Vittore d'Archiaco incuteva terrore ai demonii essendo ancora nel ventre di sua madre. Nè questo è maggior miracolo di quello che operavano le immagini di sant'Ignazio Lojola di fausta memoria, le quali, così dipinte o scolpite com'erano, facevano levar le calcagna ai più petulanti e temerarii fra gli spiriti maledetti.

Molti santi legarono il diavolo, quali con catene, quali con un semplice filo. San Silvestro papa, quel medesimo che, secondo le più autentiche storie, guarì l'imperator Costantino dalla lebbra, e n'ebbe in premio Roma e tutto l'impero d'Occidente, san Silvestro acchiappò in una profonda caverna il diavolo, che aveva presa la forma di un drago, lo legò con un filo, e gli suggellò con un segno di croce la bocca. In Ibernia, il santo abate Munna lo legò con una catena infocata. Altri santi non vollero prendersi cotal briga, o non ci pensarono, e adoperarono in altro modo.

Sant'Apollonio, abate in Tebaide, colse un giorno il demonio della superbia sotto le sembianze di un piccolo etiope e lo seppellì nell'arena. San Contesto, venutogli a tiro una volta non so che demonio, il quale sotto forma di gigante lo sollecitava a lussuria, gli gettò attorno al collo la propria stola, e lo menò in giro, come un cane, per tutta la città. Sant'Illidio ne forzò uno a trasportare due colonne da Treviri nell'Alvernia; san Procopio di Praga forzava parecchi a menar l'aratro sui sassi. Il beato Notchero Balbulo, entrato una notte in chiesa, vi trovò il diavolo sotto forma di cane: gli ordinò di aspettarlo, e tolto un buon bastone, ch'era stato già di san Colombano, glielo ruppe addosso. San Dunstano, abate di Glastonbury, lo trattò anche peggio. Il degno uomo stava un giorno lavorando nella sua fucina da fabbro ferrajo, com'era solito fare nell'ore disoccupate, quand'ecco gli si presenta il diavolo tentatore in figura di bella e giovane donna. Il santo finge di non riconoscerlo, e s'intrattiene famigliarmente con lui, aspettando che un par di tanaglie, messe sui carboni, sieno arroventate a dovere. Vedutele com'ei le vuole, colto il momento opportuno, le afferra, le brandisce, e con mirabile destrezza attanaglia il naso del malcapitato, traendo e dimenando con tanto furore, che quegli per l'angoscia, s'avvolge come una trottola, mugghia come un bufalo, e, appena può, sguizza via come una saetta. San Domenico fu alquanto più umano. Stando una notte il santo a studiare, eccoti il diavolo venirgli intorno e dargli briga. Il santo non si turba nè si spazienta; ma presa la candela al cui lume leggeva, la pone in mano al demonio, ordinandogli di tenerla ben ferma, poi come se nulla fosse, si rimette a leggere. Il diavolo è forzato d'obbedire; la candela arde, si consuma, ed egli si brucia tutte le dita. Questo stesso giuoco si dice gli abbiano fatto anche sant'Antonio e san Bernardo. In un caso presso a poco simile, Lutero si contentò di gettargli in capo il calamaio; ma Lutero non era un santo; anzi era, dicono, suo figliuolo. I santi non avevano da usar riguardi. San Bernardo di Chiaravalle viaggiava una volta con un carro. Viene il diavolo e gli fracassa una ruota. Tanto peggio per lui: il santo gli ordina di trasformarsi in ruota, e di far l'officio di quella fracassata.

Spesse volte i diavoli, quando hanno da fare coi santi, si lasciano cogliere nei lor proprii tranelli. Certo giorno, uno di essi fa venire una grandissima sete a san Lupo che appunto stava in orazione. Il santo si fa recare un bel vaso d'acqua fresca, e il diavolo subito ci si caccia dentro, con la fondata speranza di potergli così entrare in corpo; ma quegli, placidamente, pone sul vaso il guanciale del letto, e tien prigione il presuntuoso sino alla mattina seguente. Altri santi fecero ai loro nemici questo brutto scherzo di chiuderli, e per più lungo tempo. San Conone Isaurico chiudeva i diavoli in vasi suggellati, e li poneva nelle fondamenta della sua casa. Maestro di tutti costoro era stato Salomone, del quale si narrava che avesse rinchiuso in un vaso di rame non so quante legioni di diavoli, e sprofondato poi il vaso in una palude presso Babilonia. I diavoli vi sarebbero ancora, se gl'ingordi babilonesi non avessero ripescato e aperto in mal punto il vaso, credendo che il più savio dei re ci avesse nascosto un tesoro. E che dovrei dire di san Chiuppillo, un santo che non si trova registrato nel calendario, ma che i napoletani conoscono assai bene, e ricordano spesso? Nessun altro santo s'avvisò, ch'io sappia, di fare all'arrogante diavolo tentatore lo scherzo che san Chiuppillo gli fece, e di dirgli le assennate parole ch'egli per ammonimento gli disse. Se io ne taccio, gli è per non divulgar troppo la vergogna del maledetto.

Le sante non si mostrarono da meno dei santi nel dare al diavolo quel che si meritava. Un pajo d'esempii può bastare a provarlo. Santa Giuliana non aveva voluto accettar per isposo Eulogio, prefetto di Nicomedia, perchè adoratore degl'idoli. Il prefetto, avendola invano pregata e ammonita, perduta la pazienza, la fece prima battere con le verghe, poi ordinò che fosse appesa pei capelli, e che le si versasse in capo piombo liquefatto. Non potendole nuocere in modo alcuno, la fece caricar di catene e gettare in un carcere. Nel carcere appare alla vergine il diavolo, in figura di angelo, che le dice: “O Giuliana, io sono l'angelo di Dio, il quale a te mi manda perchè tu ti risolva di adorare gl'idoli, e non voglia morire di così mala morte.„ Ma Giuliana volge una fervida preghiera al cielo, e lo stesso demonio è costretto a scoprirsi. Allora la valorosa fanciulla, per insegnargli a non più tentare le sante vergini, gli lega le mani dietro la schiena, lo getta a terra, e senza punto commuoversi alle sue grida, con quella stessa catena che avvinceva lei, lo flagella ben bene. Il prefetto ordina che Giuliana sia tratta di carcere e sottoposta a nuovi tormenti: ella esce, tirandosi dietro il suo nemico. Questi si duole e si raccomanda: “O Giuliana, non mi rendere a questo modo ridicolo, perchè io non potrò più tentar cosa alcuna contro nessuno. Si dice pure che i cristiani sono misericordiosi; perchè non hai tu misericordia di me?„ Ma Giuliana non gli bada, lo mena in trionfo per tutto il foro, e lo getta da ultimo in una latrina. Quel forsennato del prefetto ha veduto ogni cosa e non se ne dà per inteso. Ordina che la fanciulla sia lacerata sulla ruota; ma un angelo spezza la ruota e la fanciulla torna più sana di prima. Infiniti spettatori di tanto miracolo si convertono alla fede di Cristo, e lì per lì sono decapitati cinquecento maschi e centotrenta femmine. Il prefetto fa immergere Giuliana in una caldaja piena di piombo fuso. Tornata vana anche questa prova, comanda che sia senz'altro decollata. In quel punto ricomparisce il demonio in figura di giovane, e aizza i carnefici, ricordando le offese fatte agli dei e a lui; ma Giuliana con solo aprire alquanto gli occhi lo volge in fuga. Da ultimo ella consegue la palma del martirio. Un'altra Giuliana, priora di Monte Cornelio, quando il demonio le dava troppa noja, se lo cacciava sotto ai piedi, e lo pigiava come si fa dell'uva nel tino.

Più poetico, se non più mirabile, è il caso di una santa Gertrude, non so quale delle parecchie ch'ebbero tal nome.

Qui il diavolo non è picchiato, nè legato; ma ciò ch'ei fa prova quanto potesse sopra di lui la santa. Un cavaliere s'era perdutamente innamorato della bellissima vergine, la quale, aliena da ogni amore mondano, non d'altre nozze bramosa che di quelle eterne con lo sposo celeste, s'era chiusa in un chiostro, e viveva di contemplazione e di preghiera. Non potendo altro fare, il gentil cavaliere dona tutto il suo all'ordine cui s'era ascritta Gertrude, e in ispazio di tre anni si riduce in povertà. Doglioso, non di questo, ma di non potere più oltre spendere a onore della sua dolce amica, egli va errando per la campagna, e una notte s'imbatte nel diavolo, che gli promette di farlo assai più ricco di prima, quand'egli, passati sette anni, s'impegni di dargli l'anima. Accetta l'innamorato, scrive col proprio sangue la obbligazione, e, divenuto più ricco di prima, spende e spande a onor della sua dama. Gli anni passano intanto, giunge il termine stabilito. Il cavaliere va ad accommiatarsi dalla fanciulla e le lascia intendere qual sorte l'aspetti; poi, bevuto un bicchier di vino che quella gli porge, monta a cavallo, e da uomo leale, a mezzanotte, si reca al luogo dove il terribile creditore gli diede la posta. Ma il demonio, al vederlo, è preso da gran turbamento, e restituisce, senza nulla chiedere, la scrittura: egli aveva scorta, seduta in groppa, dietro al cavaliere, la vergine Gertrude, venuta a soccorrere il suo innamorato.

Più d'una volta la naturale inimicizia che era tra diavoli e santi produsse vere sfide e veri duelli e lotte a corpo a corpo. San Vulstano se ne stava un giorno in chiesa, a pregare dinanzi all'altare. Capita quel mal consigliato del diavolo, e lo invita a lottare insieme. Il santo accetta, lo avvinghia, lo butta in terra e lo concia pel dì delle feste. Sant'Andrea di Scizia ebbe una volta una curiosa visione. Gli pareva d'essere in un circo, e che da una parte fosse una moltitudine di etiopi, cioè di diavoli, dall'altra una moltitudine d'uomini in vesti candide, cioè di cristiani. Gli etiopi discorrevano fra loro di corsa e di lotta, e sembravano pendere dal cenno di uno smisurato moro, che tutti gli avanzava in forza e statura. Dubitavano i candidi chi potesse affrontarsi con costui. Andrea lo affronta e lo vince. I candidi fanno risonare il circo di applausi, e un angelo reca in premio al vincitore tre corone. Parecchi narrano la storia di un lombardo, uomo devoto, e fornito di buone braccia, il quale desiderava ardentemente di potersi misurare col diavolo, e pregava Dio gliene facesse la grazia. Un giorno, trovandosi egli in Ispagna, ai tempi di san Vincenzo Ferrer, gli capita innanzi, in un campo, una povera vecchia, incartapecorita e sgangherata: egli crede sia il diavolo, e senza domandar altro, le salta addosso e la finisce di busse.

Chi volesse dire tutto il bene che i santi fecero, mentr'erano ancora in questo basso mondo impedendo ai diavoli di far male, avrebbe da dire per un pezzo. Infinite volte essi li forzarono a dire ciò che più quelli avrebbero voluto tacere, a confessare ogni loro secreto e ogni loro proposito, le birbonate commesse e quelle da commettere. Molti santi riconoscevano il nemico sotto qualsiasi forma gli piacesse nascondersi; altri lo sentivano all'odore come il bracco la preda. Da tutto ciò grandissimo giovamento doveva venire alla buona causa, e s'intende assai. bene come possa esser vero ciò che i biografi più avveduti affermano, cioè che in pieno secolo XV il solo che impedisse ai diavoli di mandare a soqquadro e in rovina questa sciagurata Italia fosse san Francesco da Paola.

L'uomo, anche non santo, poteva, usando armi acconce, vincere il diavolo quando questi assaliva di fuori; ma se il diavolo, simile ad un nemico che per occulte vie penetri in una fortezza, gli era entrato in corpo, il vincerlo diveniva assai più malagevole, e di solito, per forzarlo a sgombrare, era necessario, come abbiam veduto, l'altrui soccorso. Tommaso Cantipratense ricorda, gli è vero, il caso di un chierico indemoniato, il quale si liberò da sè, bruciando un eretico; ma queste erano eccezioni. Anche ammessa l'efficacia del rimedio, non sempre l'indemoniato aveva sotto mano un eretico da bruciare; e poi gli eretici li bruciavano gl'inquisitori, gelosissimi delle prerogative del loro mestiere. Di regola l'indemoniato era un uomo posto fuori di combattimento, e la battaglia si combatteva, non tra il demonio e lui, ma tra il demonio e un campione più o meno agguerrito, il quale, per di fuori, usava, con varia fortuna, varie arti di guerra. A rigor di termine l'indemoniato era un castello, entro a cui il diavolo, o i diavoli, si riparavano dagli assalitori, e spesso vittoriosamente li respingevano.

Molti erano i modi usati a cacciare i demonii, e la loro efficacia dipendeva, in parte, dalla qualità lor propria, in parte dalla qualità di coloro che li adoperavano. Gran differenza era, per questo rispetto, dall'umile esorcista, il quale non aveva altro che il suo carattere ecclesiastico, al santo miracoloso, uso ad appender la cappa a un raggio di sole, o a mutar l'acqua in vino. Dove quegli non vinceva se non dopo lunghe e faticose pratiche, correndo talvolta il pericolo d'essere invaso da quello stesso demonio onde liberava altrui, il santo vinceva con una parola, un gesto, uno sguardo. L'esorcismo era una operazione lunga e intricata, o semplicissima e breve, secondo i casi. Poteva richiedere preghiere insistenti, formule rituali, digiuni e altre macerazioni, candele accese, suffumigi, ecc.; ma poteva anche far di meno di tutte queste cose. Bisogna poi dire che non tutti i diavoli erano di una natura o di un umore; e come ce n'eran di quelli che voltavan le spalle alle prime avvisaglie, anzi al primo rumore di guerra, così ce n'erano altri, i quali facevano difesa disperata, e che bisognava cavar di corpo agl'indemoniati come si trae il chiodo dall'asse, con le tenaglie. Molti indemoniati rimasero liberi con solo toccare le reliquie di un santo famoso, o bevendo un po' d'acqua in cui era stato infuso un pizzico di polvere grattata via dal sepolcro di un santo famoso; parecchi furono guariti, o vogliam dire riscattati, con l'acqua che aveva servito a lavare i santissimi zoccoli di sant'Elia Speleota. Esorcizzati da santi, i diavoli solevano dare qualche segno sensibile di loro confusione e di loro sgomento. Un diavolo esorcizzato da sant'Apro, uscì dal primo uscio che gli venne innanzi, rumorosamente, e, dice il fedele biografo, con grande flusso di ventre. Degna fuga di così laido nemico.

Erasmo da Rotterdam, in quello de' suoi _Colloquii_ che s'intitola _Exorcismus sive Spectrum_, si burla allegramente di tutte le formole, di tutti i riti e di tutti gli anfanamenti degli esorcisti; ma si sa che la sua ortodossia non fu troppo sicura, e i suoi scherni non tolsero a un cappuccino mantovano di comporre, verso la fine del secolo XVI, un libro latino, il cui titolo, recato in italiano, suona così: _Flagello dei demonii, contenente esorcismi terribili, potentissimi ed efficaci, e provatissimi rimedii, atti a espellere di corpo agl'indemoniati i maligni spiriti e ogni sorta di maleficii, con le sue benedizioni e tutte l'altre cose che a detta espulsione si richieggono_. Non dimentichiamo che tra i rimedii provatissimi era anche il bastone, e che più di un energumeno, bastonato ben bene da qualche santo nerboruto, fu veduto raumiliarsi come per miracolo, e guarire senza bisogno d'altro esorcismo.

CAPITOLO XIII.

SEGUITANO LE DISFATTE DEL DIAVOLO.

Dalle vittorie che riportavano sul diavolo gli uomini vivi, passiamo a veder le vittorie che su di lui riportavano gli uomini morti fatti cittadini del cielo, e gli altri spiriti celesti, voglio dire i santi, gli angeli d'ogni grado, la Vergine Maria. I santi, gli angeli, la Vergine, erano sempre pronti ad accorrere in ajuto di chi, con salda fede e mente pura, li invocava nella perpetua battaglia contro il nemico. Qualche volta, se aveva il diritto dalla sua, il diavolo la vinceva contro gli avversarii celesti; ma il più delle volte, anche avendo dalla sua il diritto, la perdeva. Se ci entrava di mezzo la Vergine perdeva sempre, e rimaneva col danno e con le beffe.

I santi, guadagnatosi il cielo, non dimenticavano la terra, anzi volentieri assai seguitavano a ingerirsi nelle cose di quaggiù, dove erano chiese innalzate in loro onore, ordini monastici istituiti da loro, intere città e regni che si gloriavano d'averli patroni e protettori. A tutti i fedeli in genere, ma in più particolar modo ai loro devoti, essi erano larghi di ajuto, specie se si trattava di combattere il diavolo, e quando il bisogno lo richiedeva, non esitavan punto a scendere di cielo in terra, e a vestir novamente, in apparenza almeno, il peso della carne. Molti esempii se ne potrebbero recare; quello che segue è uno dei più illustri.

C'era una volta un vescovo, il quale aveva una speciale venerazione per sant'Andrea apostolo, e sempre lo invocava, e qualunque cosa si accingesse a fare, sempre cominciava con queste parole: “A onor di Dio e di sant'Andrea.„ Invidioso e fastidito di tanta santità, il diavolo mette mano alle insidie. Prende l'aspetto di una fanciulla bellissima, va a trovare il vescovo, e gli racconta una sua favola molto artificiosa: com'ella sia figliuola di un re; come il padre la volesse dare in moglie ad un principe possente; come, volendo serbare la sua verginità allo sposo celeste, ella sia fuggita dal suo paese ove non potrebbe tornare senza gravissimo pericolo. Udite queste cose, il buon vescovo, pieno d'ammirazione, la loda, la incoraggia, le offre protezione ed asilo, la invita a desinare. A tavola non sono soli; ma il vescovo, come più guarda la fanciulla, più la trova bella; come più l'ode parlare, più la giudica sensata ed eloquente, tanto che se ne innamora, e già aspetta con impazienza tempo e luogo opportuno da poterle scoprire la sua passione. A un tratto, s'ode giù gran rumore, alla porta. È un pellegrino, a tutti sconosciuto, il quale picchia a colpi replicati, e a gran voce chiede d'entrare. Il vescovo interroga la fanciulla: vuol ella che il pellegrino sia introdotto? E quella: “S'introduca; ma a patto che, dando giusta risposta a tre domande difficili, si mostri degno di sedere con voi a mensa.„ Per desiderio del vescovo e dei convitati le domande sono da lei proposte, e il nunzio le reca, successivamente al pellegrino, e torna con le risposte. La prima domanda è: Delle piccole cose fatte da Dio qual è la più mirabile? Il pellegrino risponde: “La faccia dell'uomo,„ adducendo ragioni, che pajono a tutti giustissime. Alla seconda domanda, in qual luogo la terra sia più alta del cielo, il pellegrino risponde: “Nell'empireo, ove è il corpo di Cristo, fatto di terra, come quello degli uomini.„ Alla terza domanda, che distanza sia dal cielo alla terra, il pellegrino risponde: “Chi m'interroga ha a saperlo meglio di me, perchè egli è il diavolo che tutta la percorse, quando fu precipitato giù dal paradiso.„ A tale risposta inaspettata il diavolo sfuma. Il pellegrino è sparito ancor esso; ma al vescovo, che piange e confessa il suo peccato, si dà a conoscere in sogno: egli è sant'Andrea.

Gli angeli fedeli, che in antico avevano vinto e cacciato i ribelli, seguitavano a combattere contro di loro: alla fine dei tempi l'arcangelo Michele, di cui si custodivano gelosamente, nella città di Tours, la spada e lo scudo adoperati nel primo combattimento, vincerà Satana di bel nuovo e per sempre. La credenza che ciascun uomo abbia un suo proprio angelo custode è assai antica, giacchè si trova già nel secondo secolo dopo Cristo; anzi da molti si crede che ciascun uomo vada accompagnato nella vita da un angelo a destra, da un demonio a sinistra. La natural nimistà ch'è tra i celesti e gl'infernali è qui fatta più acre dalla comunità dell'oggetto su cui le contrarie potenze si esercitano, l'anima dell'uomo. L'angelo si sforza di tirar l'anima in cielo, il demonio si sforza di tirarla in inferno. Strano a pensare e doloroso a dire, l'anima razionale, e provveduta di libero arbitrio, ajuta nella maggior parte dei casi chi la vuol perdere contro chi la vuol salvare: in questa battaglia, se non nelle altre, vince assai più volte il demonio che l'angelo.

Ma nulla vince il demonio, anzi perde ogni suo guadagno ed ogni suo potere, e rimane miseramente sconfitto e scornato, quando, bella ed insuperabile avversaria, gli si leva contro la purissima donna che ha intorno al capo una corona di stelle, e schiaccia sotto ai piedi il serpe velenoso, l'avvocata di tutti i peccatori, la consolatrice di tutti gli afflitti, la madre di Gesù redentore, la dolcissima Vergine Maria. Ella è la regina del cielo e la dominatrice dell'inferno. Satana trema dinanzi a lei, trema e si nasconde solo che oda pronunziare il suo nome soavissimo. Ella è la salute, non pur degl'infermi, ma dell'intero genere umano, perchè, da una parte, non lascia fare a Satana la centesima parte del male ch'ei vorrebbe e potrebbe fare; da un'altra placa l'ira di Dio, e ottiene che non si rovesci, come giustizia vorrebbe, sui peccatori. San Damiano, rapito in estasi, la vide che con le sue preghiere tratteneva Cristo da distruggere il mondo pieno d'ogni scelleraggine e d'ogni bruttura. I fedeli costantemente la invocano, a lei confessano colpe e bisogni, in lei pongono ogni speranza: la salutazione angelica sale perpetuamente da questa valle di miserie al suo trono; le lunghe litanie formano come tanti invisibili lacci d'amore per cui le anime si sospendono a lei. Il suo potere è illimitato, e pari al potere è in lei la misericordia. Ella nulla sdegna e nulla tralascia di quanto può giovare a chi le si raccomanda, sia pure il più malvagio e indurito peccatore di questo mondo. Ella scende in terra, parla nelle immagini, si mostra in persona, ammonisce i vacillanti nella fede, dà da mangiare agli affamati, guarisce gl'infermi, salva i pericolanti, conforta i moribondi, affronta il demonio ogni qual volta è bisogno. Qui viene opportuno un esempio che Giacomo da Voragine narra presso a poco nel seguente modo.

Un cavaliere di nobile lignaggio e ricchissimo aveva, con indiscreta liberalità, dilapidato ogni suo avere, ed era venuto in tanta povertà, che dove prima soleva largheggiare nelle cose massime, ora persin le minime gli facevan difetto. Avvicinandosi una solennità, nella quale era uso di fare doni e largizioni grandissime, egli, non avendo più che dare, si recò, pieno di confusione e di tristezza, in un luogo deserto, col proposito di starci finchè la festa fosse passata. Ei v'era giunto appena, quando gli si fece incontro, seduto sopra un terribil cavallo, un più terribile cavaliere, che gli chiese la ragione della sua tristezza. Uditala, disse: “Quando tu voglia concedermi cosa di picciol momento, avrai da me più ricchezze e più gloria che mai non avesti in passato.„ Promette il cavaliere, e tosto a lui il principe delle tenebre: “Torna a casa, e nel tale luogo troverai tanta quantità d'oro e d'argento, e tanta di pietre preziose: tu in compenso, nel tale giorno, mi condurrai qui tua moglie.„ È da sapere che costei era donna pudicissima e in sommo grado devota della Vergine Maria. Tornato a casa, il cavaliere trova ogni cosa come gli era stato detto, e subito compra palazzi, riscatta fondi, procaccia servi, e dona altrui largamente, com'era suo costume. Giunto il dì fissato, dice alla moglie: “Sali a cavallo, perchè bisogna che tu venga con me alquanto lontano.„ La donna tremando obbedisce, e raccomandatasi devotamente alla Vergine, cavalca dietro al marito. Cammin facendo passano davanti a una chiesa. La donna scende da cavallo, entra in chiesa, e mentre il marito aspetta di fuori, si raccomanda di nuovo alla sua protettrice e si addormenta. La Vergine allora prende l'aspetto di lei, in modo da sembrar lei medesima, esce di chiesa, monta a cavallo, e col cavaliere prosegue il viaggio. Giunti al luogo stabilito, ecco venir oltre, con grande impeto, il principe dell'abisso, poi fermarsi a un tratto, e fremendo e tremando esclamare: “O il più infedele degli uomini, perchè mi hai tu ingannato a questo modo, e perchè tal premio mi rendi de' miei beneficii? io ti dissi di condurmi tua moglie e tu mi conduci la madre del Signore; io voleva tua moglie e tu mi conduci Maria.„ Allora la Vergine: “O spirito maledetto, quale temerità fu la tua, che presumesti di poter nuocere a una mia devota? Torna in inferno, e non sia mai più in te tanta tracotanza.„ Il demonio fugge ululando, e il cavaliere si getta pentito ai piedi della donna del paradiso, che gli ordina di ritorsi la sua fedele compagna, e di sperdere le ricchezze avute dal maledetto. Così egli fece, e non perciò fu povero, perchè nuove e maggiori ricchezze ebbe poi dalla Vergine misericordiosa.

Come la Vergine togliesse al demonio le scritture dei malconsigliati che stringevano patti con lui, abbiam già veduto; ma ella aveva anche altri modi di riscattar le anime cadute, per una o per un'altra ragione, in balía del nemico. In più racconti popolari, di origine certo assai antica, si dice come il diavolo e la Vergine si facessero, l'uno compare, l'altra comare di un fanciullo, quello per condurlo in perdizione, questa per salvarlo. Di solito c'è di mezzo una promessa che il padre fece al demonio, e che favorisce molto la causa di questo; ma da ultimo, superato ogni ostacolo, trionfa la Vergine.

Molte volte le potenze celesti vincono Satana con solo mostrarsi, o con ordinargli imperiosamente di cedere il campo e lasciar la preda; molte altre volte non lo vincono se non dopo un contrasto più o meno lungo, il quale varia di qualità e di procedimento, e va dalla semplice discussione, o dal diverbio un po' vivo, sino all'accapigliatura e al pugilato, o anche alla battaglia ordinata, quando sieno molte le forze impegnate dall'una parte e dall'altra. Non di rado pure il contrasto prende le forme e l'andamento di un vero e proprio piato giudiziale. La vittoria non sempre rimane ai celesti.

Le cause di tali contrasti erano parecchie; ma i più si facevano per decidere della sorte delle anime novellamente sciolte dai corpi: gl'infernali avrebbero voluto trascinarle tutte in inferno, i celesti condurle tutte in paradiso. Cominciava il contrasto intorno al letto dei moribondi. Venivano i diavoli, recando il libro in cui erano scritti tutti i peccati commessi da chi stava per uscir di vita; venivano gli angeli, recando il libro in cui erano scritte tutte le sue buone opere. Quello era, di solito, un libraccione ponderoso e negro, tutto vergato di spaventosi caratteri; questo un libriccino nitido e minuto, scritto di lettere d'oro. Cotai libri, insieme con la giusta bilancia in cui angeli e diavoli pesavano azioni buone e cattive, compajono assai spesso nei giudizii ove si decide la sorte delle anime.

È abbastanza conosciuta (ed io l'ho già ricordata) una terribile istoria narrata dal venerabile Beda, e ripetuta con qualche leggiera diversità da Jacopo Passavanti nel suo _Specchio della vera penitenza_. Un cavaliere del re Coenredo, uomo prode e di grande animo, ma vissuto assai malamente, infermò, ed esortato a confessarsi, non volle farlo, tanto che giunse presso a morte. Allora, aspettando la fine sua, egli vide comparire al suo letto due angeli, i quali si posero a leggere un libriccino in cui erano segnate alcune buone opere fatte da lui grandissimo tempo innanzi, mentre era giovine ancora. Di ciò egli si rallegrava e prendeva speranza, quando vide entrare due orribili demonii, che squadernatogli sul viso il volume de' suoi peccati, dissero agli angeli: “Che fate voi qui? voi non avete nessuna ragione in costui, che è nostro.„ E gli angeli, guardatisi l'un l'altro, senza poter nulla rispondere se ne andarono, e i demonii, presi due coltelli affilati, cominciarono a tagliare il reo cavaliere da capo e da piede, tanto che in brev'ora morì e fu dannato.

Ma non sempre il grosso libro dei diavoli la vinceva sul libro piccino degli angeli; e si diè caso che quello non servì a nulla, sebbene gli angeli non avessero da opporgli nemmeno una pagina. Nella Visione di Frate Alberico si narra di un potente malvagio, che prima di morire si pentì, e chiese perdono a Dio. Al suo letto di morte si presentano un angelo e un demonio, questi con un gran volume di peccati, quegli con le mani vuote. Il demonio si crede sicuro del fatto suo; ma l'angelo sparge sul libro lo lacrime versate dal pentito e tutto il cancella. Il peccatore ravveduto è salvo.

Spesso i santi vennero in soccorso di anime che i diavoli si forzavano di trarre in inferno; e bisogna dire che, così facendo, obbedivano molto più a un sentimento di speciale benevolenza pei loro devoti, che non ai dettami della stretta giustizia. Gli esempii abbondano. I diavoli se ne portavano entro una barca l'anima del re Dagoberto, quando scesero improvvisamente di cielo, fra tuoni e fulmini, san Dionigi, san Maurizio e san Martino, che senza stare a disputare della ragione e del torto, la tolsero loro di mano e la menarono in paradiso. Morto Carlo Magno, l'anima sua fu condotta al giudizio. Viene un nugolo di demonii che caricano de' suoi peccati l'un dei piatti della bilancia. Questa trabocca; ma san Giacomo di Compostella e san Dionigi mettono nell'altro piatto tutte le chiese e tutti i monasteri fondati da lui, e subito la bilancia trabocca dall'altra parte, in suo favore. Un monaco, stando in orazione la notte (così racconta Leone Marsicano, morto nel 1115) vede passare con grande rombo e ruina una turba di diavoli. Chiamatone uno, gli chiede ove vadano con tanta furia, e avutone in risposta che vanno a torsi l'anima dell'imperatore Enrico III, protesta di non credere che Dio possa darla loro nelle mani, e gl'impone di venirne al ritorno e narrargli tutto l'evento. Passati due giorni, ecco riapparire il malvagio spirito, con volto dimesso, con portamento lugubre, e narrare al monaco la disfatta propria e de' suoi. Già era durata un pezzo la contesa fra gli angeli ed essi, quando di comune accordo fu deliberato di pesare con una bilancia le buone e le cattive azioni del morto, e decidere così chi dovesse prenderne l'anima. Dato mano all'esperimento, già traboccava la bilancia in favor dei demonii, quand'ecco accorrere tutto anelante quell'abbrustolito di san Lorenzo, e gettar con grand'impeto nel piatto contrario un calice d'oro, che tempo innanzi l'imperatore aveva donato a una basilica di lui. Incontanente la bilancia trabocca da quella parte, e i diavoli debbono, confusi e scornati, rinunziare alla preda e prendere il volo.

Ma non sempre i santi potevano ricorrere a così ponderosi argomenti, e allora, qualche volta, finiva che dovevano cedere a chi aveva più ragione di loro. Quando morì Guido da Montefeltro, resosi frate dopo aver menato una vita scelleratissima, venne san Francesco in persona per raccorne l'anima e recarla in cielo; ma uno _de' neri cherubini_ (così dice Dante) gli si levò a fronte garrendo:

Nol portar; non mi far torto: Venir se ne dee giù tra' miei meschini, Perchè diede il consiglio frodolente, Dal quale in qua stato gli sono a' crini; Ch'assolver non si può chi non si pente, Ne péntere e volere insieme puossi Per la contradizion che nol consente.

Il consiglio frodolente cui qui si accenna fu d'aver suggerito al _principe de' nuovi Farisei_, cioè a papa Bonifacio VIII, il modo di prendere con inganno la rocca di Palestrina, ch'era dei Colonnesi. San Francesco non seppe che obbiettare alle ragioni del demonio, il quale, acciuffando l'anima trista, le disse sbeffandola:

Forse Tu non pensavi ch'io loico fossi.

Vedremo qualche altro caso in cui il demonio si addimostra _loico_, e de' buoni.

Bastava invece una lacrima di pentimento sincero per far perdere al demonio ogni sua ragione, o almeno per indurre i celesti a non tenere le sue ragioni in conto alcuno. Dice lo stesso Dante che quando il figliuolo di Guido da Montefeltro, testè ricordato, Buonconte, ferito alla battaglia di Campaldino, rese l'anima col nome di Maria sulle labbra, tosto venne l'angelo dì Dio, e prese l'anima del pentito; ma il demonio, accorso ancor egli, gridò:

O tu dal ciel, perchè mi privi? Tu te ne porti di costui l'eterno Per una lagrimetta che il mi toglie; Ma io farò dell'altro altro governo.

L'angelo non gli bada e non gli risponde nemmeno. Allora il demonio chiama in suo ajuto i venti, congrega le nubi, suscita una furiosa procella, e fa che le acque dilagate travolgano l'_altro_, cioè il corpo di Buonconte, per modo che più non se n'ebbe novella.

Noi abbiamo qui, e nell'esempio precedente, il contrasto nella forma sua più semplice e temperata, perchè non si può dire che vi sia propriamente neanche diverbio. In fatti, san Francesco nulla risponde alle buone ragioni del diavolo _loico_, e nulla risponde l'angelo ai rimproveri del vinto avversario. Ma una tale forma, appunto perchè troppo semplice e temperata, difficilmente avrebbe potuto appagare la fantasia dei mistici e del popolo. Talvolta le parole son molte fra gli avversarii. In una delle Visioni di san Furseo, i demonii disputano assai dottamente con gli angeli di peccati e di penitenza, citano le Scritture, e fanno grande sfoggio di dialettica. Sovente alle parole tengono dietro i fatti. San Gregorio Magno narra di un'anima contrastata, che i diavoli tirano per le gambe verso l'inferno, e gli angeli per le braccia verso il cielo. Per l'anima di Baronto contrastano due demonii e l'arcangelo Raffaele. Disputano un giorno intero, senza venire a nessuna conclusione: finalmente l'arcangelo, perduta la pazienza, taglia corto ai ragionamenti, e tenta di tirar l'anima in cielo; ma invano, perchè l'uno dei demonii l'afferra e la tira dal lato destro, mentre il suo compagno, da tergo, la tambussa di calci. La battaglia dura un pezzo e si fa più aspra, con molta consolazione di quell'anima tapina. Sopraggiungono altri quattro demonii in ajuto dei due, altri due angeli in ajuto dell'arcangelo. Dagli e picchia, finalmente quelli han la peggio e questi trionfano. Alcuna volta furono veduti angeli e diavoli, sotto forma di colombi e di corvi, combattere insieme pel possesso di un'anima.

Ho accennato anche a combattimenti più generali, in cui erano impegnate molte milizie dell'una e dell'altra parte, e che avevano ragioni pure più generali. Una volta, nel deserto, l'abate Isidoro mostrò all'abate Mosè, dalla parte di occidente l'esercito dei diavoli, dalla parte di oriente l'esercito degli angeli, quello in procinto di assaltare i santi uomini, questo pronto a difenderli. Un tale, di cui narra la visione san Bonifacio, apostolo della Germania, assistette a una specie di contrasto generale di angeli e di demonii, questi intesi ad accusar le anime e gravare i peccati, quelli intesi ad alleviare e scusare. Non sarà finalmente fuor di luogo avvertire che il più antico esempio conosciuto di contrasto fra angelo e demonio, è nella così detta Epistola cattolica di Giuda, che i critici hanno comunemente ora in conto di apocrifa, ma che si trova già ricordata nel secondo secolo dell'era volgare.

Talvolta, se angeli e santi non riuscivano a tenere a segno i diavoli, e a far lasciar loro la preda, veniva in mezzo la Vergine e subito la contesa finiva. In un esempio recato da san Pier Damiano, i diavoli, dopo avere disputato a lungo con gli angeli, lasciate le parole, ricorrono alla violenza, e si sforzano di trascinare l'anima in inferno. Già è men risoluta la difesa degli angeli sopraffatti, quando appare improvvisa fra i combattenti, in un nembo di luce sfolgorante, la Vergine cinta di milizie celesti. Si rinnova la disputa, e la Vergine, riconosciuto non avere i diavoli tutto il torto, ordina all'anima di rientrare nel corpo e di confessare un gravissimo peccato, sempre per vergogna taciuto. Così i diavoli rimangono frodati del loro diritto. Non senza qualche ragione dunque dice Satana a Maria nel _Giobbe_ del Rapisardi:

Gelosa Del mio scarso poter sovra i mortali, Tu mi contendi ogni vittoria; chiudi L'umane orecchie a' detti miei; debelli Le mie schiere, le mie reti dismagli. Tal che d'ogni conforto e d'ogni preda Digiuno in mal feconde opre mi scarno, E meno a Dio che a me stesso rincresco.

I contrasti fra Satana e la Vergine sono assai numerosi, e parecchi tra essi provocati, non dal disputato possesso di un'anima, ma dallo stesso antagonismo incessante che è tra il bene e il male, tra il cielo e l'inferno. Tale, e per più rispetti singolare, è quello che nel XIII secolo compose, in rozzi versi, un frate del terzo ordine degli Umiliati, Bonvesin o Buonvicino da Riva. Satana in esso si mostra assai più _loico_ del diavolo di Dante, e oppone alle invettive della Vergine certi argomenti che danno assai da pensare. Perchè ella, che a tutti i peccatori è tanto pietosa, non ha per lui pietà alcuna? perchè, tra gl'infiniti peccati che si commettono tuttodì nel mondo, solamente il suo, quello per cui egli fu cacciato dal cielo, non può essere espiato? perchè si compiace ella di defraudarlo continuamente d'ogni suo giusto guadagno e di torgli quanto per legittimo diritto gli appartiene? Se ella è madre di Dio, non è a lui che ne va debitrice? perchè senza dì lui non vi sarebbe stato peccato, e senza peccato non vi sarebbe stato bisogno di redenzione, e se di redenzione non ci fosse stato bisogno, ella non avrebbe partorito il Redentore. E perchè Dio non creò lui così buono che non potesse peccare? E se di tanta grazia non voleva essergli largo, perchè, antivedendo il suo peccato, lo creò? Se Dio non l'avesse creato, egli non sarebbe demonio, e non brucerebbe per l'eternità, senza speranza, nel fuoco d'inferno. Sembra che Dio gioisca di sua irreparabile miseria. Cristo mori pel peccatore umano, e non già per lui, demonio: a lui nulla toccò del beneficio della redenzione, e lo stesso beneficio del peccato gli è tolto continuamente contro ogni ragione e giustizia. In qualche altro contrasto tiene il luogo della Vergine Cristo in persona.

Notisi che Satana ha un concetto assai chiaro e saldo del proprio diritto; di quel diritto che, mercè il peccato dei primi parenti, egli acquistò sulla umanità tutta intera, e sulla natura; di quel diritto che Padri e Dottori della Chiesa ripetute volte riconobbero in lui, e del quale l'opera della redenzione lo spogliò solamente in parte, non in tutto. Ora, l'affermazione di un tale diritto da parte sua, le continue lesioni recate ad esso dagli avversarii celesti, i dubbii circa la sua vera natura e i suoi limiti, danno luogo a una vera controversia giuridica e a una formal procedura. Ne nasce il così detto Processo di Satana, che diede materia a giureconsulti di professione, e di cui sono varie forme.

L'idea di esso sembra essere molto antica e risalire sino a Marcione, l'eresiarca del secondo secolo. In una delle già citate Visioni di san Furseo, il demonio e l'angelo non potendosi accordare sopra il possesso di un'anima, deliberano di appellarsi a Dio. A forma piena tuttavia il processo non perviene se non per opera del famoso Bartolo da Sassoferrato (1313-1357), di cui si ha in latino, un _Trattato della questione ventilata innanzi al Signor Gesù Cristo, fra la Vergine Maria dall'una parte e il diavolo dall'altra_. Il demonio accusa il genere umano, Maria lo difende, Cristo è giudice, Giovanni Evangelista notajo e scrivano della curia celeste. Il processo comincia con una regolare citazione, e la prima udienza è fissata, a dispetto di Satana, pel venerdì santo. Satana tenta di ricusare l'avvocata della parte avversaria per due ragioni, la prima perchè madre del giudice, la seconda perchè donna; ma non gli riesce. Invoca allora, in appoggio del suo diritto, la prescrizione, e dall'una parte e dall'altra si cita a gara con grandissimo impegno il _Corpus juris_. La sentenza, favorevole al genere umano e contraria al suo avversario, reca la data del 6 aprile 1311. Più altri processi consimili si hanno in latino, in italiano, in francese, in tedesco. In essi il querelante è sempre il demonio, l'accusato il genere umano, o la Vergine Maria, la quale talvolta si presenta invece come avvocata, il giudice, di solito, Cristo. Qualche altra volta l'accusato è Cristo medesimo, a cui il demonio rimprovera di avere, contro il diritto, salvato il genere umano e spogliato l'inferno. Nel _Processus Luciferi_ di Jacopo degli Ancarani da Teramo (m. 1410), la causa va di appello in appello, giudicata prima da Salomone, poi da Giuseppe, finalmente da Geremia, Isaia, Aristotile, Augusto imperatore. Lucifero è condannato ai danni ed alle spese. Il processo si fa sempre più complicato e più lungo. Quello composto sul finire del secolo XVI dal poeta drammatico tedesco e dottore in ambe le leggi Jacopo Ayrer, conta, nella edizione del 1680, senza l'indice, 860 pagine in quarto. In tutti il demonio si mostra valentissimo legulejo, ma senza frutto. In un poemetto francese del secolo XIV, l'_Advocacie Nostre Dame_, egli, dopo avere addotto inutilmente in sua difesa molte e ottime ragioni, vedendo che nulla gli giovano, se ne va esclamando:

Ah! qu'est justice devenue!

Ma per lui non v'è giustizia, come non v'è misericordia. Nemmeno nel proprio suo regno, nemmeno in inferno, egli può tenersi sicuro dalle offese degli avversarli. Cristo vi discese una volta, e ne trasse tutto un popolo di anime: la Vergine, gli angeli, i santi, vi scendono ancora, come abbiam veduto, di tanto in tanto, e vi turbano gli ordini stabiliti sotto la sua signoria, concedono, senza chiedergliene licenza, alleviamento di pena e riposo ai dannati. Anzi fanno assai più: strappano i dannati all'inferno e, dopo ragionevole espiazione, o anche senza di essa, li portano in cielo a godere della beatitudine eterna. Questi casi non sono, se vogliamo, tanto frequenti, ma non sono nemmen poi tanto rari. A furia di preghiere san Gregorio Magno liberò dall'inferno l'anima di Trajano imperatore. Sant'Agostino racconta come Dinocrate fu liberato per le preghiere di sua sorella Perpetua. Santa Viborada liberò nello stesso modo un fanciullo, e sant'Odilone, abate di Cluny, rese tale servigio all'anima di Benedetto IX papa, che veramente non lo meritava. Di un certo Evervach, dannato, a cui Dio permette di tornare al mondo per farvi penitenza, narra Cesario di Heisterbach, e sono numerose le leggende in cui tale miracolo si compie per intercessione della Vergine. In un dramma, o Mistero tedesco della fine del secolo XV, si vede la stessa papessa Giovanna, di leggendaria memoria, liberata dall'inferno, e condotta in cielo, per le preghiere di Maria Vergine e di san Niccolò, e per le mani dell'arcangelo Michele, che respinge con la spada i diavoli contrastanti. Ma c'è di più. Nella Visione di un monaco Ansello (sec. X) si dice che tutti gli anni, nel giorno della Risurrezione, Cristo scende all'inferno, e libera le anime dei peccatori meno malvagi. In un favolello francese, un giullare, lasciato dai diavoli a custodia dell'inferno, giuoca le anime a dadi con san Pietro, il quale vince, e tutte le conduce in paradiso. Tra esse ci doveva essere anche l'anima di Aristotile, la quale non aveva potuto prima ottener tanta grazia. Nella Vita di san Bonifacio vescovo di Losanna (m. 1258 o 1259) si legge che questo santo aveva gran dispiacere della dannazione di Aristotile, e spesso pregava Dio perchè volesse salvarlo, finchè un giorno venne una voce dal cielo, e gli disse che ogni sua preghiera era inutile, giacchè Aristotile non aveva fondato la chiesa di Cristo, come poi fecero san Pietro e san Paolo.

Come si vede, se grande era la potenza di Satana e degli spiriti suoi, più grande era la potenza di Dio, e della Vergine, e dei santi, e degli angeli. La croce trionfava dell'inferno, era a un tempo stesso arme e simbolo di vittoria. Cristo era maggior signore di Satana, e la storia di quel buon gigante che fu san Cristoforo mette questa verità in azione. Cristoforo era un uomo di terribile aspetto, e alto dodici cubiti, cui venne in fantasia di voler servire il maggior signore che fosse nel mondo. Andò a trovare un gran re, di cui diceva la fama che fosse il più possente di tutti e il più magnifico, e si pose ai suoi servigi. Avvenne un giorno che uno di quei giullari di corte si mise a cantare una sua canzone in cui ricorreva frequente il nome del diavolo, e il re, ch'era cristiano, ogniqualvolta l'udiva pronunziare si faceva il segno della croce. Stupì Cristoforo, e ne chiese la ragione, e saputo che il re si segnava a quel modo per difendersi dal demonio, comprese questo essere maggior signore di quello, e osservando il suo proposito, subito si partì e andò in traccia del nuovo padrone. Camminando per certa solitudine, trova uno sterminato esercito, il cui capitano, fiero e terribile in vista, gli chiede ove vada e la cagion dell'andare. Io vado cercando, risponde Cristoforo, messer lo demonio, perchè voglia tormi al suo servigio. “Colui che tu cerchi sono io medesimo.„ dice il capitano, e Cristoforo, lieto dell'incontro, gli si obbliga servitore in perpetuo. Se ne vanno in compagnia, e in certa strada trovano una croce. Vedutala appena, il demonio, pien di terrore, scappa, e trascinandosi dietro il nuovo servo, passa per luoghi aspri e deserti, e solo in capo di certo tempo ritorna sulla strada di prima. Si meraviglia Cristoforo, e vuol sapere la ragione del fatto. Il diavolo, sebbene mal volentieri, gliela dice: “Sappi che un uomo, chiamato Cristo, fu appeso in croce, ed io temo assai questa croce, e fuggo quando la veggo.„ E Cristoforo: “Quel Cristo è dunque maggiore e più possente di te? Orbene, rimanti in buon'ora, perchè io voglio servire, non te, ma lui.„ Ciò detto si parte, e dopo avere a lungo chiesto e cercato di Cristo, trova un'eremita che lo istruisce nella fede cristiana, e gli fa conoscere quel padrone da cui più non si partirà.

CAPITOLO XIV.

IL DIAVOLO RIDICOLO E IL DIAVOLO DABBENE.

Satana si mostra sotto due diversi e contrarii aspetti, di vincitore e di vinto. Vincitore, egli appare terribile, e riempie gli animi di orrore e di paura; vinto, appar soltanto vituperoso, e provoca il disprezzo ed il riso. Allora, coloro stessi che hanno tremato al suo nome, si rinfrancano, e allegramente si fanno beffe di lui. Bisogna notare ancora che, indipendentemente dalle disfatte cui soggiaceva troppo spesso, Satana, nel concetto popolare, non poteva serbare intera la terribilità sua, ma doveva assumere, in certe determinate condizioni, un carattere più mite, e starei per dire più umano. Il popolo, tratto dall'indole del suo pensiero, e più da un bisogno dell'anima, ha sempre famigliarizzato, più o meno, i suoi numi. Le plebi cristiane fecero scendere di cielo in terra, andar gironi pel mondo, entrare nelle case degli uomini, assidersi alle lor mense, attendere a mille svariate faccende, non pure gli angeli e i santi e la stessa Vergine Maria, ma ancora Gesù Cristo e Dio Padre. Come non avrebbero esse dato talvolta un consimile carattere di famigliarità al diavolo, a quel diavolo che essi credevano fosse continuamente in mezzo a loro, e il cui nome ricorreva così frequente nei loro discorsi? In un grandissimo numero di credenze e di fiabe popolari noi vediamo comparire un diavolo profondamente diverso da quello dei teologi e delle leggende ascetiche, un diavolo che ha figura e indole d'uomo, ha una casa come hanno gli uomini, faccende e brighe quali potrebbe avere un agricoltore o un artigiano; un diavolo che mangia, bee e veste panni, è qualche volta indebitato, qualche altra ammalato, e nulla più, o ben poco, serba di diabolico. Questo diavolo ammansato non si chiama più con nomi solenni o terribili, ma con nomi umili, ridicoli gli uni, quasi carezzevoli gli altri: Farfanicchio, Fistolo, Berlic, Farfarello, Tentennino, Culicchia, Ticchi-Tacchi in Italia; Old Nick, Gooseberry in Inghilterra; Don Martin o Martin Piñol in Ispagna, e così via.

Durante tutto il medio evo l'aspetto sotto cui si rappresenta il diavolo, se ha del terribile, ha più del ridicolo. Veggasi come, non immaginando di suo capo, ma seguitando la tradizione, Teofilo Folengo dipinge il diavolo Rubicano nella decimottava maccheronea del _Baldo_:

Ille super lapidem ventosis fertur ab alis, Quæ sunt de guisa veluti gregnapola gestat. Quattuor in testam fert stantes vertice cornas, Instar montonis tortas, dependet aguzzus Nasus, qui semper vomit atro sulphure flammas. Plus asini longas hinc inde volutat orecchias. Deque cavernosis oculis duo brasida volgit Lumina, nec minor est muso sua bocca lupino, Extra quam dentes ut porcus grignat aguzzos. Barba velut becchi marzo de sanguine pectus Imbrattat, quo testa canis stat ficca tesini, Quæ semper bau bau faciens sua labra biassat. Vergognosa caput serpentis pars sua vibrat Sibila, sed retro dependet cauda leonis. Gambæ subtiles pedibus gestantur ochinis, Undique sulphureum da corpore mittit odorem.

Baldo e i compagni, vedendo gli scambietti e sberleffi suoi, schiattano dal ridere.

Nè i demonii son sempre torvi e dispettosi; anzi ridono volentieri fra loro, e talvolta eccitano al riso gli uomini, con lazzi e capestrerie da buffoni. Un sant'uomo, ricordato da san Gerolamo, vide un giorno un diavolo che sgangheratamente rideva. Chiestagliene la cagione, quegli rispose che un suo compagno diavolo, il quale stava seduto sullo strascico di una donna, era tombolato per terra nel momento che, dovendo passare un luogo fangoso, la donna s'era tirata su la veste. San Caradoc, essendosi un giorno stancato a lavorare, si tolse la cintura e la tonaca e le gettò in un canto. Venne il diavolo furtivamente e tolse la cintura con la borsa che v'era appesa. Andato il santo per riprenderle, non le trovò, e vide poco lungi il demonio che ruzzava allegramente.

Il diavolo ridicolo è anche un diavolo rimminchionito, al quale si possono dare ad intendere le più gran panzane di questo mondo, che si lascia abbindolare da false promesse, non vede i tranelli che gli si tendono, e dà spesse volte prova della più strana e più supina ignoranza. D'ingannatore, egli si tramuta in ingannato, e dove soleva guadagnare, perde. Il primo e maggiore inganno gli è fatto da Dio. Secondo alcuni Padri, l'opera della redenzione non fu se non una divina e solenne frode ordita ai danni del nemico, il quale fu preso come un pesce all'amo, con l'esca della croce. Il diavolo s'immaginò di potere aver l'anima di Cristo in cambio delle anime degli uomini, e perdette queste, senza potere guadagnar quella. In più di una novellina popolare si vede Dio ingannare il demonio con promesse e concessioni di cui questi non può in nessun modo giovarsi.

Così ancora lo ingannano i santi e gli uomini comuni. Un giorno, in una caverna, Virgilio mago trova un demonio, il quale per arte di negromanzia era stato chiuso in un foro suggellato. Il demonio prega il poeta di liberarlo da quell'angustia, e il poeta acconsente, a patto ch'ei gli insegni la magia. Tolto il suggello, il demonio esce fuori, e mantien la promessa; ma allora Virgilio mostra di dubitare ch'ei potesse capir veramente in così angusta prigione. Il demonio, per farnelo certo, ci si raccoglie novamente dentro, e Virgilio, chiuso il foro come prima, se ne va pei fatti suoi. Press'a poco allo stesso modo, Paracelso trasse fuor da un abete un diavolo, e poi ve lo fece rientrare, dopo avere ottenuto da lui una medicina che sanava tutti i mali, e una tintura che mutava ogni cosa in oro.

Altri inganni si hanno in numerosi racconti popolari. Un contadino si obbliga di dar l'anima al diavolo, a patto che questi gli costruisca una casa, o gli ari un campo, o gli renda altro servigio, prima che il gallo canti. Il diavolo si pone all'opera tranquillamente; ma quando egli sta per finire, il contadino con qualche sua astuzia induce il gallo a cantare, e quegli è forzato di partirsi, senza aver premio alcuno della sua fatica. Il diavolo, in beneficio di tale o tale città, costruisce un ponte, con la condizione che l'anima del primo che vi passerà sopra gli abbia ad appartenere. Costruito il ponte, ci si fa passar sopra un cane, o altro quadrupede, e il diavolo deve contentarsi di quella preda. Di più d'uno si racconta che, invece dell'anima e del corpo, lasciò al diavolo l'ombra. Il diavolo insegnava una volta magia nella città di Salamanca. Egli aveva dichiarato ai suoi uditori che, a corso finito, avrebbe tolto in pagamento, anima e corpo, colui che rimarrebbe ultimo nell'aula. Venuto il giorno stabilito, gli uditori traggono a sorte chi debba soddisfare il debito. Rimane ultimo uno studente, il quale al diavolo, che sta per ghermirlo, addita l'ombra propria sul muro. Il diavolo, stimandola persona, s'avventa per acciuffarla, e intanto lo studente se la svigna. Questa novelletta diede argomento a una poesia di Teodoro Körner. Nel noto romanzetto del Chamisso il diavolo si toglie l'ombra di Pietro Schlemihl, ma sapendo ciò ch'ei si fa.

La dabbenaggine e la credulità di certi diavoli minori passano ogni limite. Il trovero francese Rutebeuf, già ricordato, narra di uno, che pensandosi di raccogliere in un sacco l'anima di un villano moribondo, raccolse.... un'altra esalazione. È celebre il diavolo di Papefiguière, di cui racconta le miserevoli avventure il Rabelais. Di grandissima dabbenaggine danno pure esempio i diavoli che vengono sulla terra a tor moglie, come quel Belfagor, di cui narrano la storia il Machiavelli e lo Straparola, e quell'altro di una novella popolare spagnuola, chiuso dalla suocera in un fiasco, e abbandonato sulla cima di una montagna.

I diavoli che Dante trova nella quinta bolgia del cerchio ottavo, se hanno del terribile, hanno anche del comico, sia nell'aspetto e negli atti, sia nei nomi. Essi sono Malacoda, Scarmiglione, Alichino, Calcabrina, Cagnazzo, Barbariccia, Libicocco, Draghignazzo, Ciriatto, Graffiacane, Farfarello, Rubicante, e hanno per giunta il nome collettivo di Malebranche. Essi stringono la lingua coi denti per far cenno al loro duce, come è usanza dei monelli, e il loro duce fa trombetta di ciò che non occorre rammentare. Si lasciano ingannare da Ciampolo, o chi altri si sia il _famiglio del buon re Tebaldo_, e due di loro, Alichino e Calcabrina, si azzuffano per ciò, e cadono nel bel mezzo del bollente stagno, d'onde i compagni li traggono coi raffii. Somigliantissimi a questi di Dante sono i diavoli che si vedono trescare per entro ai Misteri e alle Moralità del medio evo e della Rinascenza, e l'officio principale loro è quello di far ridere gli spettatori, con l'aspetto buffonescamente mostruoso, coi lazzi e con le smorfie, rincorrendosi e picchiandosi sulla scena. Essi appajono frequentissimi in drammi di sacro argomento francesi, inglesi, tedeschi; molto meno nelle Sacre Rappresentazioni italiane.

In un Mistero francese composto nella seconda metà del secolo XV da Arnoul Greban, e intitolato _La nativitè, la passion et la résurrection de N. S. Jésus-Christ_, Mistero che conta 34574 versi e non meno di 393 personaggi, sono parecchie scene in cui i demonii hanno parte assai ridicola. Saputo che il mondo sta per essere redento, Lucifero fa convocare a suon di tromba tutti i demonii: chi non risponde alla chiamata, chi manca al consesso, è frustato senza pietà, trascinato sulle natiche attraverso l'inferno, immerso sette volte nel più profondo del pozzo infernale. Satana, di ritorno dalla terra, ove non ha potuto in modo alcuno nuocere a Cristo, è scamatato a dovere, sebbene si appelli all'inferno tutto. In un'altra scena, Satana, Astarot e Berich sono presenti all'ascensione di Cristo; ma Satana solo può dire d'averla veduta. Astarot, quando vuole alzar gli occhi al cielo, cade riverso con le gambe all'aria, e Berich riceve un gran picchio sul capo. Si risolvono di tornare in inferno, sebbene sappiano qual festa li aspetti:

_Astarot_: Ce ne sera pas sans sentir des miches de nostre couvent.

_Berich_: Bé! nous en sentons bien souvent, par quoy ne m'en fait point si mal.

Un'altra volta Satana è legato con catene arroventate e trascinato per l'inferno: Lucifero gli domanda se suda. Nel Mistero di San Desiderio, composto circa quello stesso tempo da Guglielmo Flamang, i diavoli escono in vantamenti ridicoli, adoperando un linguaggio ridicolo e sconcio. In un altro, intitolato _Pierre le changeur marchand_, i diavoli, vedendosi tolta per intercession della Vergine un'anima, inveiscono arrabbiati e confusi contro Dio, che pronunziò sentenza a loro sfavorevole:

Autrement ne l'oseroit faire, Et s'il le faisoit, abatuz Seroit de sa mère et batuz Dessus ses fesses.

In un Mistero tedesco della Passione Lucifero parla ai demonii della caduta sua e loro e della superbia che ne fu la cagione; ma quelli lo ingiuriano e lo picchiano, perchè non vogliono udir prediche. In un altro Mistero tedesco, intitolato la _Resurrezione di Cristo_, e composto nel 1464, Lucifero, dopo aver veduto spogliato il suo regno dal Redentore, è messo in una botte e legato con catene. Satana e gli altri demonii si partono in busca di anime da predare; ma, partiti appena, Lucifero li richiama, e tanto si sgola per farsi udire da loro che gliene viene mal di capo. Ritornati quelli. Lucifero non sa più perchè li abbia chiamati, ed essi lo rimproverano e si dolgono delle anime perdute. Satana si mette di nuovo in viaggio, e prolungandosi l'assenza di lui, Lucifero comincia a essere in angustie, e a temere di qualche disgrazia. Sarebbe egli ammalato? l'avrebbero per caso accoppato? Finalmente Satana ritorna, portando l'anima di un ecclesiastico, e Lucifero a ridere, meravigliandosi che capitino in inferno coloro che dovrebbero guidar gli altri in paradiso; ma l'astuto ecclesiastico gli risponde per le rime, e lo assorda con le parole per modo, che quegli ordina di lasciarnelo andare al più presto.

Ricorderò ancora una commedia spagnuola, dove il diavolo fa assai trista figura, _El diablo predicador_, d'ignoto autore. La commedia è del secolo XVII, ma assai più antica di certo è la novella che le dà il soggetto. Il diavolo ha con sue arti messo in mala vista della popolazione un convento di francescani nella città di Lucca. I poveri frati sono a mal partito, quando l'arcangelo Michele scende di cielo col bambino Gesù in braccio, e ordina al calunniatore di riparare al mal fatto, e di riporre i calunniati nella riputazione di prima. Si può immaginare con che gusto il diavolo eseguisca il comando.

Il diavolo Scarapino, che il Bojardo descrive in un luogo dell'_Orlando Innamorato_, appartiene alla famiglia dei diavoli ridicoli:

Era un demonio questo Scarapino, Che de l'inferno è proprio la tristizia, Minuto è il giottarello e piccolino. Ma bene è grosso e grande di malizia; A la taverna, dove è miglior vino, O del gioco e bagascie la divizia. Nel fumo de l'arrosto fa dimora, E qua, tentando ciaschedun, lavora.

Alla stessa famiglia appartengono i diavoli che Lorenzo Lippi introdusse nel suo _Malmantile_.

La derisione che colpiva il diavolo doveva, o prima o poi, naturalmente, colpire anche certe cose che si supponeva avessero stretta attinenza con lui, fossero da lui favorite e promosse: la magia e le strane sue pratiche. E questa derisione comincia appunto a farsi sentire quando cominciano a imperversare i processi contro le streghe. Nessuno la fece sonar più alto di Teofilo Folengo, l'arguto, immaginoso e festevole autore del _Baldo_, il principe dei maccheronici (1496-1544). Nella maccheronea VII di questo poema egli si burla dei domenicani, cui era affidata la inquisizione, e dice essere loro officio porre le streghe a cavallo degli asini,

Officiumque gerunt asinis imponere stryas.

Nella maccheronea XXI descrive in modo oltre ogni dire ridicolo l'officina, la scuola, il lupanare delle streghe, nel regno di Culfora, e si scusa di non dire tutto ciò che sa, trattenuto dalla paura degl'inquisitori, i quali potrebbero giudicarlo degno della mitera e del rogo. In una scena della sua _Cortegiana_, Pietro Aretino introduce l'Alvigia a piangere la morte della maestra sua, una vecchia strega che l'Inquisizione fa abbruciare; che era tenuta “una Salamona, una Sibilla, una Cronica da sbirri, da osti, da facchini, da cuochi, da frati e da tutto il mondo;„ che osservava tutte le vigilie, e che a lei, sua scolara, lascia tutte le sue masserizie e le cose del mestiere: un'ampolla piena di lagrime d'amanti, carta non nata, orazioni da far dormire, ricette da far ringiovanire, un diavolo chiuso in un orinale, ecc. ecc. In una scena della _Spiritata_ del Lasca dice il Trafela: “Come altri s'intabacca e comincia punto a credere a malie e streghe, agli spiriti e agl'incanti, si può dir ch'ei sia l'oca;„ e spesso i negromanti e le operazioni magiche sono argomento di celia nelle commedie e nelle novelle nostre del Cinquecento.

Quel capo ameno (per non dirgli altro) di Benvenuto Cellini racconta nella sua Vita una curiosa istoria, che fa molto al proposito nostro, e che qui non può essere passata sotto silenzio. Egli aveva, _per certe diverse stravaganze_, presa amicizia in Roma con un prete siciliano, di molto ingegno, di gran sapere, e assai profondo in negromanzia. Confidato a costui come tutto il tempo di vita sua avesse avuto grandissimo desiderio di vedere o udire alcuna cosa di quell'arte, n'ebbe promessa che ogni sua voglia sarebbe stata appagata, se si sentiva d'animo forte e sicuro, quale richiedeva l'impresa. Una notte, tolti con sè due compagni, se ne andarono nel Colosseo, e quivi il prete, paratosi secondo l'usanza, cominciò a disegnar circoli in terra, a bruciar profumi, a fare scongiuri, e quanto altro abbisognava. Dopo un'ora e mezzo che queste cerimonie duravano, comparvero parecchie legioni di diavoli, tanto che il Colosseo n'era pieno, e Benvenuto, invitato a domandar qualche cosa, domandò di poter essere con la sua Angelica siciliana. Per quella notte non ebbe risposta, e il prete gli disse che bisognava tornarvi un'altra volta, e ch'ei menasse con sè _un fanciulletto vergine_. Così fu fatto. Ricominciate le cerimonie e ripetuti gli scongiuri, più solenni quelle e più terribili questi, non andò molto che il Colosseo fu pieno di cento volte più diavoli che non ne fossero apparsi la prima fiata. Benvenuto rifece la sua domanda, e n'ebbe risposta che in capo di un mese il desiderio suo sarebbe appagato; ma tanto era il numero dei demonii, e così minaccioso l'aspetto loro, che il prete cominciò a smarrirsi e a tremare, e con lui i compagni, e Benvenuto medesimo. Il negromante allora cominciò a usare modi dolci e soavi, per vedere di licenziare quei maledetti, e raccomandò di bruciare dell'assa fetida. In quel punto, un dei compagni, certo Agnolino Gaddi, il quale era mezzo morto di paura, fu colto da una irresistibile e strepitosa soccorrenza di ventre, la quale, dice Benvenuto (che usa parole più significative e più spicce), ebbe maggior virtù che non l'assa fetida. Benvenuto allora si mise a ridere, e il fanciullo, levati a quel riso gli occhi, disse che i diavoli _se ne cominciavano andare a gran furia_, e quando venne a sonar mattutino, disse il fanciullo che pochi ancora ne rimanevano e discosto. Dopo un altro po' il prete, Benvenuto e gli altri se ne uscirono dal circolo in cui s'erano tenuti stretti, e senz'altro danno che della paura avuta se ne tornarono alle lor case.

Il diavolo ridicolo è, se non meno tristo in sè, certo meno pericoloso e nocivo del diavolo serio, e facilmente si passa da lui al diavolo dabbene. Dare il predicato di buono al diavolo, il quale è il principio stesso del male, pare che non si possa senza contraddizione patente; e pure gli è un fatto che il popolo immaginò una specie di diavolo buono, contrapposto al diavolo malvagio, e che teologi di professione pensarono a una possibile, o a dirittura necessaria conversione finale dei superbi ribelli.

E qui mi bisogna ricordar di nuovo che non tutti gli angeli caduti avevano peccato a un modo ed erano egualmente malvagi. Molti ce ne furono, secondo afferma Origene, che nella gran battaglia combattuta nei cieli, erano rimasti neutrali, e son quelli di cui Dante dice che

non furon ribelli, Nè fûr fedeli a Dio, ma per sè foro.

Dante li pone nel vestibolo dell'inferno, insieme con

l'anime triste di coloro Che visser senza infamia e senza lodo.

E prima e dopo di Dante altri ebbe a dire di loro. Nel corso della sua avventurosa navigazione san Brandano giunse ad un'isola, dove trovò un albero meraviglioso, popolato di uccelli candidissimi, i quali erano appunto angeli caduti, ma non malvagi. Essi non soffrivano castigo; ma eran fuori dell'eterna beatitudine. Ugone d'Alvernia trovò angeli così fatti vicino al Paradiso terrestre, i quali lodavano Dio ed erano senza castigo alcuno la domenica.

Il diavolo dabbene si dà anzi tutto a conoscere come diavolo servizievole; egli ajuta gli uomini nei pericoli e nei bisogni, spontaneamente, senza mala intenzione, e senza chiedere premio alcuno, o contentandosi di piccolissimo compenso. Gli esempii e le prove sono innumerevoli.

In molti racconti si vede un demonio trasportar per l'aria, da luogo a luogo, e a distanze grandissime, un eroe, affinchè egli possa giungere in tempo a recar soccorso, o a impedire che si compia alcuna cosa in suo danno. Un giorno d'inverno (così si narra in una vecchia cronaca tedesca) un povero demonio tutto intirizzito dal freddo entrò in casa del cavaliere Wernhard von Strätlingen. Questi, mosso a compassione, gli regala un mantello; poi, da lì a qualche tempo va in pellegrinaggio. Viaggio facendo, è preso e trattenuto prigione sul monte Gargano. Allora gli appare il diavolo con in dosso il mantello donatogli, e gli dice d'essere mandato dall'arcangelo Michele per riportar lui a casa, ove la moglie sua sta per rimaritarsi. E lo riporta a casa davvero.

Parecchi altri cavalieri e parecchi santi viaggiarono a questo stesso modo, senza che la magia c'entrasse per nulla. Di sant'Antidio, morto, come si crede, nel 411, raccontano che si fece portare a Roma da un diavolo per dare una lavata di capo al papa, il quale aveva commesso non so che peccatuzzo contro il sesto comandamento.

Di molti diavoli si legge che servirono volonterosamente in casa di persone dabbene e persino in conventi. Certo, questi servigi loro non sempre erano disinteressati, e potevano recare pericolo grande a chi se ne giovava. Nel VI secolo sant'Erveo scoverse un diavolo sotto le vesti di un servitore, in casa del conte Eleno, e un altro ne scoverse nel convento del santo abate Majano: entrambi confessarono le malvage loro intenzioni. Gualtiero di Coincy narra la storia di un demonio, che si pose ai servigi di un ricco uomo, e tentò, non solo di distorlo dalla virtù, ma di ucciderlo a dirittura. Questa poteva esser la regola; ma anche tra i servitori diavoli qualcuno di buono se ne trovava. Un diavolo si pone per valletto con un cavaliere, e lo serve con somma fedeltà e discrezione, anzi, in certa congiuntura, scampa lui e la moglie da sicura morte. Scopertane la natura, il cavaliere non osa più tenerlo con sè, ma gli dice di chiedere qual premio più gli piaccia de' suoi servigi. L'onesto demonio chiede una piccola somma, e avutala la restituisce al padrone, pregandolo di voler comperare con essa una campana per certa chiesa povera. Così racconta il nostro Cesario. Un altro diavolo stette più tempo ai servigi del vescovo di Hildesheim, secondo attesta il Trithemio. In un vecchio racconto italiano si legge di un diavolo che stava con certi monaci e faceva con grandissima diligenza e puntualità il lavoro di dieci servitori: “onde subitamente apparecchiava la mensa e sparecchiava, e spazzava, e lavava le scodelle, e così molti altri servigi: e che più è, sonata la prima volta al mattutino, toglieva un bastone e picchiava le celle, sollicitandogli ch'andassero a dire mattutino nella chiesa.„ Un esempio ancora e poi potrà bastare. Il cronista tedesco Bernardo Hederich (secolo XVI) racconta la storia di un diavolo, il quale servì lungo tempo onestamente in un convento di francescani, nella città di Schwerin, e non chiese al partirsi altro premio che una veste di più colori, con molti sonagli intorno, già pattuita innanzi.

Ma anche in altro modo sanno rendersi utili i diavoli dabbene. Uno di essi una volta fece scommessa coll'arcangelo Michele a chi avrebbe fabbricata la più bella chiesa sul monte di Normandia che appunto ha nome dall'arcangelo. Un altro giunse a insegnare a san Bernardo sette versetti dei salmi, che, recitati ogni giorno, assicuravano il paradiso. Un altro, senz'essere richiesto, trasportò l'anima di un cavaliere ammalato a Roma e a Gerusalemme, e gli fece racquistare la sanità perduta. Questi erano certamente diavoli nobili e di gran levatura: quelli di minor conto facevano ciò che potevano. Cesario racconta di uno che per una cesta d'uva custodì una vigna.

Che diremo del diavolo credente, che recitava orazioni e confessava le verità della fede? Di uno, che entrato in corpo a una vecchierella, cantava inni, salmi e il _Kyrie eleison_, si narra nella Vita di san Giovanni Gualberto. Nella storia popolare di Fausto ricordata più sopra, questi ragiona di teologia con Mefostofile. Il demonio dice, con molta verità, della bellezza ond'era adorno nel cielo il suo signore Lucifero; della caduta sua e degli angeli ribelli, provocata dalla superbia; delle tentazioni che i diavoli adoperano contro gli uomini; dell'inferno e de' suoi tremendi castighi. Una volta Fausto gli domanda: “Se tu fossi uomo e non demonio, che faresti per piacere a Dio e agli uomini?„ ed egli risponde sorridendo: “Se io fossi uomo, come tu sei, io m'inchinerei dinanzi a Dio sin che avessi fiato, e farei quanto fosse da me per non l'offendere e per non muoverlo a sdegno. Osserverei la sua dottrina e la sua legge; non invocherei, loderei, onorerei se non lui, e mi guadagnerei così dopo la morte, la beatitudine eterna.„

Ma il più savio, buono e cortese diavolo che mai sia stato al mondo è quell'Astarotte che Luigi Pulci introduce in certa parte del suo _Morgante Maggiore_. Malagigi, il mago benefico, ha scoperte le frodi del traditor Ganellone, e prevede la sciagura che sta per incogliere Orlando e gli altri paladini in Roncisvalle. Egli allora evoca il demonio Astarotte per sapere dove sieno Rinaldo e Ricciardetto. Astarotte narra una lunga storia delle loro avventure in Asia ed in Africa, poi, a un certo punto gli scappa detto che il Figliuolo non sa tutto ciò che sa Dio Padre. Malagigi rimane di ciò confuso, e vuole averne ragione; ed ecco il diavolo entrare in un nuovo discorso, in cui molto dottamente, e in modo al tutto ortodosso, ragiona della Trinità, della creazione, della caduta degli angeli; e avendo Malagigi notato che questa caduta non par si concilii con la infinita bontà di Dio, egli va sulle furie, e afferma che Dio fu egualmente buono e giusto per tutti, e che i caduti non d'altri si debbono dolere che di sè stessi. Dopo di ciò, tolto in sua compagnia il demonio Farfarello, se ne va in Egitto, per prendere Rinaldo e Ricciardetto, cui usa, tornando, mille cortesie. Provvede vivande squisite, sventa l'inganno di un altro demonio, Squarciaferro, mandato da un negromante nemico, e a Rinaldo descrive molti strani animali che sono in Africa e in Asia, e chiarisce, come a Malagigi, alcun punto più oscuro della fede, affermando che

Vera è la fede sola de' Cristiani, E giusta legge, e ben fondata e santa.

Giunti tutti insieme in Roncisvalle, egli, nell'accommiatarsi, può dir con ragione:

Non creder nello inferno anche fra noi Gentilezza non sia;

e Rinaldo, che del suo partire si duole, _quanto fussi fratello_, afferma di credere che sia in inferno,

Gentilezza, amicizia e cortesia;

invita lui, e Farfarello, e Squarciaferro ancora, fatto di nemico amico, a venirlo a vedere, e prega Dio che perdoni loro.

Il diavolo zoppo del Guevara e del Lesage è, esso pure, un buon diavolo.

Fu notato che nel diavolo bonario e servizievole riappajono alcuni caratteri proprii di esseri mitologici benigni, come gnomi, elfi, silfi; ma il concetto di un diavolo così fatto, anzi di un diavolo che potesse ravvedersi e redimersi, doveva sorgere spontaneamente negli animi, senza bisogno di suggestioni derivate di lontano.

Nel secondo e nel terzo secolo dopo Cristo, Giustino, Clemente Alessandrino e il grande Origene ammisero come possibile, o a dirittura come necessario, il ravvedimento del diavolo; Didimo di Alessandria e Gregorio di Nissa professarono nel IV la stessa opinione. Ma la opinione contraria, che cioè il diavolo non potesse pentirsi, e che la dannazione sua fosse eterna e irreparabile, prevalse, e dal sesto secolo in poi fu considerata come la sola ortodossa. Nel medio evo la eretica dottrina non è più sostenuta che da Scoto Erigena, e sant'Anselmo la combatte ad oltranza; san Tommaso, lume della teologia, nega recisamente che il diavolo possa diventar migliore. Nella Vita di san Martino, scritta da Venanzio Fortunato nel sesto secolo, si dice che il diavolo, se potesse pentirsi, sarebbe salvo; ma ciò che si negava appunto era la possibilità del pentimento in lui, e per negare quella possibilità, senza da altra banda negare il libero arbitrio, il quale era in lui non meno che negli uomini, si annaspavano strane e sottili dottrine; si diceva, per esempio, che il diavolo non poteva fare penitenza, per non essere in lui che una sola natura, la spirituale, mentre l'uomo, in virtù della penitenza, ascendeva da carne a spirito. Ma i teologi di professione avevano un bell'annaspare e un bell'arzigogolare; il popolo, il quale sente assai più che non ragioni, non riuscì mai a capacitarsi interamente di quella malvagità non necessaria, e pure irrimediabile del diavolo; ammise, se non altro, in più di un demonio, il desiderio di far penitenza; e se l'avessero lasciato fare, qualcuno in cielo ne avrebbe portato di certo. Ebrei e maomettani furono in ciò più larghi di manica che non i cristiani. Fu opinione dei rabbini, che come l'inferno un giorno sarà purificato e santificato, così i demonii saranno convertiti novamente in angeli; e di demonii convertiti si parla nel Corano.

Desiderio del cielo perduto, e pentimento della stolta ribellione mostrarono in varii tempi più diavoli. Di uno, assai degno di compassione, racconta l'inesaurabile Cesario: in un vecchio poema inglese, _The develis parlament or parlamentum of feendis_, diavolo si oppone a Cristo venuto a liberare le anime dell'inferno, e non potendogli contrastare, chiede di essere liberato con loro. Da questo desiderio di redenzione poteva nascere la volontà di adoperare i mezzi che conducevano a redenzione: si capisce per altro come quei mezzi dovessero riuscire alquanto ostici a diavoli di professione, e come, fattone il saggio, questi smettessero e si tirassero indietro.

Sant'Ipazio domandò una volta a un diavolo perchè non si pentisse, mentre, pentendosi, avrebbe potuto ottenere facilmente perdono: il diavolo ch'era dei più protervi, non volle riconoscersi peccatore. Era questo, come ognun vede, un assai cattivo principio, perchè la prima cosa che il peccatore ha da fare è di riconoscere d'aver peccato, e pentirsi. In un contrasto italiano fra Cristo e Satana, questi si lagna dei Redentore, che amò l'uomo, creatura vile, più di lui, creatura angelica, e l'uomo redense, lasciando lui in disperata miseria. Cristo gli dice: “Se io non t'ajuto, questa sì è la casgione che tu medesmo non ti vuoli ajutare. Perciò ajuto l'omo ch'elli medesmo s'ajuta. Così salverei io tei come lui, se tu ti vollessi ajutare pentendoti et adorandomi et dimandandomi misericordia et dicendo tua colpa et adorandomi come singnore.„ Ma Satana risponde orgogliosamente: “Io mi pento ch'io caddi di cielo; ma non perchè io ti vogla adorare, nè dire mia colpa. Innansi vorrei andare in profondo di inferno, in cento milia cutanta pena ch'io sia, non ch'io ti volesse adorare.„

Tristo diavolo anche questo! altri di miglior indole pensarono sul serio a convertirsi, e giunsero sino a volersi confessare. Che i diavoli si confessino è caso raro; assai più frequente invece che facciano essi da confessori, e allora bisogna guardarsi bene e raccomandarsi a Dio, perchè, ad ogni peccato che odono recitare, per quanto brutto e grave esso sia, hanno in uso di dire: “Non è nulla ciò; non v'è male alcuno; non vi badate.„ Pure qualcuno se ne confessò; al qual proposito è da ricordare che spesse volte diavoli cicaloni, fecero, non chiesti, conoscere ad uomini di santa vita, le arti loro più nascoste e più frodolenti, e Pietro il Venerabile s'ingegna di spiegare perchè essi, pur tanto astuti, facciano ciò. Il solito Cesario racconta che un diavolo s'andò un giorno a confessare, sperando perdono. Il confessore, prete caritatevole e discreto, non gl'impose altra penitenza se non d'inginocchiarsi ogni giorno tre volte, e dire con animo contrito: _Signore Iddio, mio creatore, ho peccato, perdonami_. Ma il diavolo, ch'era pur sempre un diavolo, la trovò troppo aspra al suo orgoglio, e non se ne fece altro. Guglielmo di Wadington, già ricordato altra volta, autore di un Manuale dei peccati, racconta la storia di un altro diavolo, che vedendo i meravigliosi effetti della confessione, e come molti si salvassero per essa, volle una volta confessarsi, e andò a recitare a un sant'uomo la sterminata e spaventosa lista de' suoi peccati; ma senza effetto, perchè rifiutò di far penitenza. Altri sacramenti dovevano riuscir men gravi ai maledetti superbi. Dal famoso processo di Mora in Isvezia, nel 1669, venne fuori, insieme con altre moltissime cose, che nei consueti ritrovi delle streghe il diavolo chiamava un prete e si faceva battezzare.

Nell'immortale poema del Milton, Satana, sopraffatto dall'orrore della miseria in cui è precipitato, e più dall'orror di sè stesso, rimpiange il commesso peccato, il paradiso per sempre perduto; ma sente di non poter chiedere nè ottenere perdono, e, disperato, prorompe in queste terribili parole:

Or bene, addio, speranze!... Ecco in vece di noi, dannati, espulsi, L'uom, sua gioja, ha creato, e questo mondo Tutto per lui. Speranze, or dunque addio! Addio paure! addio rimorsi! Il bene Morto al tutto è per me. Sii tu, tu solo Ora, o male, il mio ben: per te diviso Terrò lo scettro col motor de' cieli, E forse io regnerò sovra gran parte Dell'universo, e l'uomo e questa nova Terra lo apprenderanno in picciol tempo.

Non meno tenace si mostra, nè meno fiero parla l'Adramelecco del Klopstock; ma e l'uno e l'altro vince il Lucifero del Byron, l'altero e indomabile Lucifero, che a Caino, il quale gli ricorda Dio, signore del tutto, risponde:

Ah no! pel cielo Dov'ei siede e governa, per l'abisso, Per le stelle infinite, e per la vita Che comune ho con lui, no!... sul mio capo Ho solo un vincitor, non un sovrano. Ei l'omaggio otterrà dell'universo, Ma non il mio. Con esso io duro in guerra Come un tempo lassù. Per tutta quanta L'eternità, nel baratro dell'ombre, Negli spazii profondi immensurati, Sull'ala infaticabile del tempo, Tutto io vo' contrastargli, astro per astro, Pianeta per pianeta, ed universo Per universo! E fin che il gran conflitto Non cessi, ondeggeranno in dubbia lance: E cessar non potrà se l'uno o l'altro Spento non sia....

Ma nella stessa _Messiade_ del Klopstock è il demonio Abbadona, che piange il proprio peccato e la morte di Cristo, e rientra, ribenedetto da Dio, nel paradiso. La Sand nel _Consuelo_, e il Montanelli in un suo poema drammatico intitolato _La Tentazione_, mostrarono un Satana convertito e redento; Alfredo de Vigny, in un poema immaginato, ma non composto, _Satan sauvé_, voleva narrare la storia di Satana salvato dall'amore di Eloa, angelo nato da una lacrima di Cristo; e Vittore Hugo, in un poema rimasto incompiuto, _La fin de Satan_, la riconciliazione di Satana con Dio.

CAPITOLO XV.

LA FINE DEL DIAVOLO.

Alla conversione e alla redenzione del diavolo c'è un impedimento a cui non hanno pensato i teologi, e che i teologi negherebbero anzi, se ci pensassero: il diavolo è morto, o sta per morire; e morendo, egli non rientrerà nel regno dei cieli, ma rientrerà e si dissolverà nell'umana fantasia, nella stessa matrice ond'è uscito.

Secondo la opinion dei rabbini molti demonii sono mortali. Nei processi contro le streghe più di una volta le accusate narrarono che il diavolo ammalava di tanto in tanto, giungeva in punto di morte, poi si riaveva: in molte fiabe popolari, tuttora vive qua e là per l'Europa, il diavolo muore a dirittura. Mi basterà di ricordarne una mantovana, dove un giovane prende varie forme per isfuggire al diavolo, che varie ne prende egli pure inseguendolo. Da ultimo il giovane, mutatosi in faina, uccide il suo persecutore che s'era mutato in gallina: “è questa la ragione,„ conclude il racconto, “perchè non c'è più il diavolo.„

Strana e significativa un'affermazion così fatta nella bocca del popolo. Il diavolo non c'è più: prima di lasciar lui e la sua storia, vediamo qualche sintomo e qualche ragione del suo disvenire. Il diavolo nacque di certe cause, visse e prosperò in certe condizioni, adattandosi come potè meglio al loro lento ma continuo variare. Alla legge di variazione, che governa tutte le cose, soggiacque egli pure, e, come un organismo vivo, percorse tutti i gradi della evoluzion della vita: mancate le cause e le condizioni dell'esser suo, egli si estenua e muore, come farebbe un animale dei tropici trasportato sotto il rigido cielo settentrionale. Egli muore perchè la sua funzione è cessata, e perchè l'idea che lo fece vivere non riesce più, nel vasto agone della concorrenza vitale, a tener testa ad altre idee, più vigorose e più giovani.

Per iscorgere i sintomi del suo morire basta guardarsi d'attorno. Che cosa è ora l'opera sua a riscontro di quella d'altri tempi? Dove sono le spaventose sue apparizioni, le insidie perpetue, le offese d'ogni maniera, le meraviglie paurose? dove sono le formidabili milizie con cui egli di nottetempo attraversava pianure e foreste, o trasvolava per l'aria? dove i neri cavalli su cui rapiva gli uomini scellerati? dove gl'incendii suscitati da lui, le procelle scatenate da lui, le malattie devastatrici da lui cagionate? La Chiesa stessa, la quale non può concedere che il diavolo muoja, deve pur riconoscere ch'egli va assai più rattenuto di prima, e ha cessato di far molte cose che prima faceva.

E negli animi il pensiero, il sospetto e la paura di lui sono venuti sempre più mancando, non solo tra le persone colte, ma ancora tra il volgo; non solo nelle città, dove è più sollecito il rinnovamento delle idee e dei costumi, ma ancora nei campi, dove persiston più a lungo le antiche credenze e le consuetudini antiche. Il nome di lui ricorre frequente nel linguaggio famigliare, in proverbii, apostrofi e maniere di dire; ma l'immagine sua è, di solito, assente dagli spiriti. Pratiche magiche usano ancora tra le plebi ignoranti; ma è rarissimo ormai il caso che ci si faccia entrare il demonio, e dei famosi _sabbats_, o ritrovi, o giuochi, più nessuno parla. A chi mai ora potrebbe venire in mente, salvo ch'ei fosse matto spacciato, di evocare il demonio, di stringere un patto con lui, di dargli l'anima, di ripromettersi da lui ricchezze ed onori? La Chiesa stessa, di tali e simili peccati, che in altri tempi puniva col fuoco, oramai più non discorre, e volentieri pare che se ne dimentichi. Anzi va più là, e del demonio stesso parla il meno che può; e mentre fu sua cura in passato di richiamarne sempre, in tutti i possibili modi, alla memoria degli uomini, il nome, l'aspetto, la potenza, le opere, ora sembra che di tutto ciò più non si ricordi essa stessa. Così riman provata la legge di evoluzione in quegli stessi organismi che a cotal legge si mostrano più ribelli, e più s'illudono d'essere perpetui ed immutabili. Paragonate una predica di ora con una predica di cinque secoli addietro. In questa il diavolo salta in mezzo ad ogni frase, mostruoso e terribile, illuminato dai bagliori spaventosi dell'eterna fornace; in quella sarà molto se di passata se ne pronunzia il nome. Paragonate una chiesa moderna con una chiesa del medio evo. In questa il diavolo sotto tutti gli aspetti, in tutti gli atteggiamenti, dipinto, scolpito, intagliato, nei quadri, nei bassorilevi, negli scanni del coro, nei capitelli, nei fregi, sempre in iscena, personaggio immancabile di un dramma lungo e vasto quanto la storia stessa dell'umanità; in quella il più delle volte, non un'ombra, non un segno di lui.

Nessuno ora, viaggiando, teme più di capitare in tenebrose foreste, in solitudini alpine, in orrende spelonche, in laghi senza fondo, in gorghi di mare infestati da demonii traditori ed omicidi. Se un peccatore ostinato sparisce improvvisamente senza lasciar traccia di sè, a nessuno più viene in fantasia che il diavolo l'abbia preso pei capelli, e portato a volo in inferno; ma si fanno indagini, si mandano avvisi, con la ferma persuasione che, o vivo o morto, egli abbia ad essere in un qualche luogo, non dell'altro, ma di questo mondo. Se si trova un pover uomo strangolato in letto, nessuno crede più che sia stato il diavolo quegli che gli diè la stretta; ma si dice senz'altro che un delitto è stato commesso, e la polizia si dà le mani attorno per iscoprire il colpevole. Le donne non temono più gli abbracciamenti notturni del diavolo, e di diventar madri di diabolica prole, o di vedersi portar via da un diavolo, supposto padrino o tutore, i figli delle loro viscere. Chi ammala, più non s'immagina d'essere stregato, o d'avere il diavolo in corpo, e ricorre, non all'esorcista, ma al medico; chi muore, non si vede più intorno al letto una corona di diavoli fuligginosi e tetri, con le mascelle irte di denti aguzzi, con gli occhi strabuzzati, con distese le mani uncinate, in atto di ghermirgli l'anima. Una prova, fra l'altre, che la preoccupazione diabolica è mancata negli animi, o è, almeno, straordinariamente scemata, si ha nel fatto che le così dette demonopatie sono divenute rarissime, e tendono a sparire del tutto. Nei secoli scorsi, e sino a tempi non molto da noi lontani, certe malattie nervose, e in più particolar modo certe forme d'isterismo, davano luogo regolarmente ai fenomeni dell'ossessione e della possessione diabolica, appunto perchè le menti erano piene del pensiero e del terrore del diavolo: ora invece si risolvono in manifestazioni di tutt'altra natura, determinate dal modo del viver presente, dal mutato indirizzo delle idee, da nuovi interessi e da preoccupazioni nuove. I medici l'hanno veduto e detto da un pezzo. I miracoli già fatti dagli esorcisti nelle chiese si fanno ora dai medici nelle cliniche.

La civiltà umana, procedendo nell'opera del suo meraviglioso e sterminato edifizio, muta e rimuta continuamente gli strumenti del lavoro, abbatte essa stessa e distrugge le impalcature e i ponti e gli altri ajuti onde si servì per innalzarlo. Ciò che in un tempo le fu necessario, le diviene in un altro inutile o nocivo, ed essa se ne sbarazza a dispetto di chi non vuole e di chi le contrasta. La civiltà nostra espelle da sè il diavolo, che la servì in altri tempi, ma che ora le è divenuto un inutile ingombro; lo espelle da sè, come espelle la schiavitù, il privilegio, il fanatismo religioso, il diritto divino e tant'altre cose, e come tant'altre ne espellerà in avvenire. A ciò non è riparo possibile. Il diavolo era parte integrante e principale di tutto un ordine di cose e d'idee, di un reggimento complesso e potente, che raccolse per secoli sotto di sè tutta intera la vita. Mutato quel reggimento in certa misura, bisognò mutasse la parte serbata in esso al diavolo; proceduta più oltre la mutazione, bisogna che il diavolo n'esca. Una religione più grossolana, una morale più acerba e l'ignoranza introdussero il diavolo, e ne fecero il mostro che abbiam veduto; una religione più culta, una morale più matura e la scienza gli tolgono a mano a mano le orribili qualità e la spaventosa potenza, lo premono da ogni banda, lo cacciano dalla coscienza, dalla vita, dal mondo. Lo spirito che nega è negato a sua volta.

Chi voglia esser giusto non deve troppo rimproverare alla Chiesa d'aver lasciato crescere la figura del tenebroso avversario per modo da farne quasi un altro Arimane, e d'aver così offeso il diritto e snaturato il concetto del regno d'Iddio: chi, senza i debiti temperamenti e la voluta indulgenza, rinfaccia alla Chiesa di non essersi strettamente attenuta alla semplice e pura dottrina degli Evangeli, mostra di conoscer male la natura umana, e d'avere della storia, de' suoi procedimenti e delle sue necessità un assai falso concetto. Il diavolo è un portato della storia, e, come tale, dotato, finchè durano certe condizioni, d'invincibile e indomabile vitalità. La Chiesa, quando pure l'avesse saputo e voluto fare, non sarebbe stata in grado di soffocarlo e di sopprimerlo, giacchè egli perpetuamente si rigenerava nella coscienza dei singoli, e dalla coscienza dei singoli prorompeva con nuovo impeto nella storia. Immaginare nel medio evo una religione, non professata solo da pochi, ma comune a infiniti, e senza diavolo, sarebbe impossibile, come sarebbe impossibile immaginare in altre condizioni di tempi e di civiltà una religione senz'idoli, senza oracoli, senza sacrificii cruenti. Il diavolo del medio evo ha, senza dubbio, la origin sua e la sua radice in un dogma religioso anteriore a quella età; ma è quella età, presa nel tutto insieme del suo pensiero, delle sue istituzioni e de' suoi costumi, che gli dà la pienezza dell'essere e la perfezion del carattere. Esso è necessario allora, ed è così vero ciò, che la Riforma non lo tocca e lo accetta qual è.

Ma una religione muta a poco a poco al par di ogni altra cosa che viva; muta negli animi, se non nei dogmi, nei sentimenti, se non nei libri. Anche il cristianesimo muta, e mancati gli ostacoli che gliel vietavano prima, ritorna a poco a poco alla purità delle origini, tende sempre più a spiritualizzarsi, e a ridiventare essenzialmente, quale fu nei primordii, religione di speranza e d'amore, di letizia e di pace, rimovendo da sè tutto il tenebroso e il terribile che la barbarie di lunghi secoli le trasfusero in seno. Tale lavoro, pur troppo, non ancora si compie nei dogmi, nè coloro lo fanno che si chiamano custodi e ministri di verità, sieno essi di qual grado si vogliano; ma si fa da sè, spontaneamente e silenziosamente, a poco a poco, nell'intimo e nel secreto delle coscienze. Quanti cristiani ho io conosciuti e conosco, e dei più profondamente religiosi, e dei più degni, che del diavolo non vogliono udir discorrere, e risolutamente negano che un Dio di misericordia e d'amore possa dannare ad un perpetuo inferno, ad una malvagità irreparabile, ad un castigo spaventoso ed inutile, appunto perchè eterno, le sue povere creature! Ora, la religione vera (l'abbiano a mente coloro che se ne credono maestri) non è quella che rigida e assiderata si costringe nei dogmi, ma quella che viva e mobile, a guisa di fiamma, divampa negli animi, e li riscalda, e illumina le vie della vita.

Come muta la religione, così muta ancor la morale, e le due mutazioni non possono andar disgiunte l'una dall'altra, ma l'una è coordinata all'altra, e determinata dall'altra, ed entrambe sono condizionate da altre mutazioni via via, e a volta loro le condizionano, compiendo così quel vasto e labile cerchio di cause e di effetti per cui si muove infaticabilmente la vita storica della umanità.

Checchè altri possa dire in contrario, mosso da preconcetto, o da erronea cognizione di tempi e di cose, la morale cresce nel mondo, inteso, sotto il nome un po' vago di morale, l'insieme di quegli stati mentali e di quelle forme di operosità che assicurano l'esistenza e la prosperità dei singoli uomini e delle associazioni loro, e favoriscono le manifestazioni più alte della vita individuale e sociale. L'uomo si umanizza a poco a poco, discostandosi sempre più dalla belva, e la morale, attraverso i secoli, si affina, si allarga, s'innalza. C'è più umanità nel mondo ora che non un secolo fa, assai più che non nel medio evo, infinitamente più che non nell'età della pietra. So che i fautori di una morale rivelata e immutabile negano, come possono meglio, tutto ciò; ma guai per loro se ciò che essi negano a priori non fosse vero. E le prove che sia vero sono infinite, sparse a piene mani in ogni pagina di qualsiasi libro di storia si apra. Volerle riferire, anche per piccola parte, sarebbe stucchevole; ma facciamo una semplice supposizione. Supponiamo che il medio evo, co' suoi re e co' suoi baroni, con le sue fazioni e le sue città divise, con le guerre di conquista, con le guerre civili e con le guerre religiose, avesse avuto i mezzi formidabili di distruzione che la scienza ha dato a noi; ci sarebbero ancora nel mondo mura di città e di castella, ci sarebbero ancora popoli civili? È lecito dubitarne.

Gli uomini, pel fatto stesso della convivenza sociale, diventano sempre più morali; vivendo in società essi sempre più si adattano e si piegano a quelle forme e condizioni di vita che sono necessarie o proficue all'esistenza della società medesima. È un caso questo di quel generale fenomeno ch'è l'adattamento degli organismi all'ambiente. La moralità diventa un abito, si fa istintiva, come tutti gli atti di volontà eccessivamente ripetuti, e si trasmette per via di generazione; e come più diventa istintiva, meno abbisogna del precetto o del divieto della legge e della sanzion della pena. Se le leggi si van facendo sempre men aspre, e men aspri i castighi, è questo un segno, non di scemata, ma di cresciuta moralità: l'imperiosità esterna della legge si fa imperiosità interna della coscienza, e il castigo, che di sua natura non corregge, si fa rimorso, cioè ravvedimento. Ecco perchè sparisce dalle legislazioni moderne la pena di morte, e spariscono molt'altre pene atroci che già furono in uso; ecco ancora perchè vien meno e si perde la credenza in un diavolo tormentatore e in un inferno pien di dannati a cui nessuna speranza sorride. Nel medio evo, per ogni più lieve colpa il giudice minaccia la morte, il confessore l'inferno, e con ragione, giacchè ogni altro argomento sarebbe scarso a trattener dal mal fare uomini rozzi e violenti; ma a trattener dal mal fare uomini raggentiliti bastano argomenti meno terribili, e la pena di morte è abolita e il diavolo si dilegua. Come più gli uomini divengono atti ad essere governati con la ragione, più divengono disadatti e ricalcitranti ad essere governati col terrore. Perciò ancora ai reggimenti despotici sottentrano i liberali; e quando altri fatti nol provassero, basterebbero a provare che la morale è cresciuta, la cessazione del despotismo, la mitigazion delle leggi e delle pene, la sparizione del diavolo.

Finalmente c'è la scienza, che compie il lavoro cominciato da una religione più illuminata e da una morale più perfetta, e che sarebbe in grado di tutto farlo da sè, anche senza il concorso di quelle. Chi dice scienza, dice, tra l'altro, il contrario di demonismo. Il demonismo nasce spontaneo nella storia, non per opera di ciurmadori; e risponde a certa condizione degli spiriti, e a certi modi di cognizione. L'uomo rozzo non riesce altrimenti a spiegarsi i fenomeni della natura che ponendo una volontà simile alla sua dietro a ciascuna cosa, popolando il mondo di esseri superiori alla natura, buoni o cattivi. È questo il demonismo. Viene la scienza, e fa vedere che dietro le cose non ci sono volontà capricciose, ma forze disciplinate, e che la natura non obbedisce ad arbitrii, ma a leggi. Il demonismo è, perciò solo, incontanente e irreparabilmente distrutto. Gli uomini del medio evo veggono e sentono il diavolo per tutto, nel vento che imperversa, nell'onda che irrompe, nella fiamma che divampa, nella folgore, nella grandine, nel fuoco fatuo, nelle malattie, nel pensiero e nel sentimento lor proprio; gli uomini moderni, per poco che abbiano qualche coltura, non veggono nella vita delle cose se non una perpetua fluenza di cause e di effetti, della quale si può, ogniqualvolta soccorra cognizion sufficiente, predire e descrivere il moto. Essi hanno dinanzi a sè, non il regno dell'arbitrio, ma il regno della necessità. Come si caccia di posizione in posizione un nemico, la scienza ha cacciato d'uno in altro fenomeno il diavolo, e non gli ha lasciato più, sulla terra e nel cielo, un angolo solo ov'egli possa fermare il piede, e d'onde possa gettar novamente la sua ombra sul mondo. Essa ha fatto anche di più: ha mostrato come e perchè il diavolo sia nato, di quali elementi dell'animo nostro sia stato formato, e l'ha reso assai più cognito a noi, che lo neghiamo, di quello fosse nei secoli andati a coloro che ci credevano. Arrigo Heine dice, in una sua poesia, d'avere evocato una volta il diavolo, e d'aver ravvisato in lui, guardandolo bene, un antico suo conoscente. Noi possiam dire di più; noi possiam dire che nel diavolo, guardandolo bene, riconosciamo noi stessi.

La scienza combatte e caccia dinanzi a sè tutte le superstizioni, di qualunque natura esse sieno, dovunque le trovi, e non poserà finchè tutte non le abbia vinte e dissipate; ma essa non le affronta tutte con eguale impeto, nè di tutte trionfa egualmente. Le minori si salvano dal suo urto più facilmente che non le maggiori, appunto perchè offrono minor presa, e di poco spazio e di poco nutrimento si contentano; così l'erbe del prato sono appena agitate dal turbine che passa, mentre gli alberi più poderosi sono divelti. La scienza può lasciar sussistere l'umile superstizione, di piccolo significato e di poca efficacia, vegetante a fior di terra; ma non la superstizione rigogliosa e tenace, che con le infinite propaggini le attraversa ogni tratto la via; non la superstizion prepotente che aveva empiuto del diavolo le cose e le anime, la natura e la storia. Questa superstizione essa necessariamente combatte ad ogni passo che muove, dovunque la incontri; ed ecco perchè, mentre continuano a vivere indisturbati nella fantasia popolare molti fantasmi, prole vivace della paura e dell'ignoranza, il diavolo vien meno, il diavolo muore, il diavolo sfuma.

Strana vicenda delle cose di quaggiù! muore e sfuma per virtù della scienza quel diavolo che già fu creduto suscitatore delle inquiete curiosità e delle silenziose ribellioni dello spirito, onde nasce appunto e inorgoglisce la scienza. _Satis scis si Christum scis_, abbastanza sai se Cristo sai, diceva la sapienza degli asceti e dei santi; ed ogni altro sapere era guardato con sospetto, e si accusavano d'aver patteggiato col diavolo gli uomini che delle cose della natura avessero qualche lume, col diavolo, l'antico bugiardo, che sedusse la donna promettendo la scienza. E i trionfi della scienza, e il crescere di una civiltà nuova di cui la scienza, ogni giorno più, si fa moderatrice e maestra, furono pianti e maledetti come opere e vittorie del diavolo.

Ed ecco il diavolo trasformarsi nel sogno e nell'accesa parola del poeta, e diventare un simbolo luminoso e mirabile, il simbolo della scienza imperterrita e indomita, che dirocca i dogmi e sbarba le superstizioni; della ribellione, che abbatte tutte le tirannie; della libertà, sotto le cui grand'ale una nuova vita s'instaura. Il Voltaire chiamava _frères en Belzébuth_ gli amici suoi migliori, che, come il D'Alembert e il Diderot, cooperavano con lui al grande rinnovamento filosofico e civile. Il Michelet, nella _Sorcière_, narrò questo Satana simbolico, e a questo sciolse il suo inno il Carducci:

Salute, o Satana, o ribellione, o forza vindice della ragione! Sacri a te salgano gl'incensi e i voti! hai vinto il Geova de' sacerdoti.

Satana fu Dio a sua volta ed ebbe adoratori e preci; e un altro poeta, il Baudelaire, nelle ambasce d'un dolor senza nome, lo chiamava in suo ajuto:

O toi, le plus savant et le plus beau des Anges, Dieu trahi par le sort et privé de louanges, O Satan, prends pitié de ma longue misère!

O Prince de l'exil, à qui l'on a fait tort, Et qui, vaincu, toujours te redresses, plus fort, O Satan, prends pitié de ma longue misère! . . . . . . . . . . . . . . . . Pére adoptif de ceux qu'en sa noire colère Du Paradis terrestre a chassé Dieu le Père, O Satan, prends pitié de ma longue misère!

Il vinto si muta in vincitore, rientra in quel cielo onde fu bandito, e uccide il suo nemico. L'empio Rapisardi narrò in mirabili versi questa suprema vittoria di Lucifero:

Così dicendo (ed additava il sole Che sotto ai passi gli sorgea), toccollo De l'acuto suo raggio, e parte a parte Lo trapassò. Stridea, come rovente Ferro immerso ne l'onda, il simulacro Fuggitivo del Nume; e, a quella forma Che crepitando si scompone e scioglie Fumigante la calce a l'improvviso Tasto de l'acqua o del mordente aceto, Tale al raggio del Ver struggeasi il vano Fantasima; e in vapore indi converso, Tremolando si sciolse, e a l'aria sparve.

Ma questi sono simboli e miti poetici, a cui altri poeti non mancarono di contraddire. Nell'_Armando_ del Prati, Mastragabito, cioè Satana, muore di sfinimento: in un poemetto di Massimo Du Camp, _La mort du Diable_, Satana chiede in grazia a Dio la morte, e muore sotto il piede di Eva, l'antica madre ingannata, che compie così, non un'opera di vendetta, ma un'opera di misericordia. Il buon Béranger pretendeva che il diavolo fosse morto sino dai tempi di sant'Ignazio di Loyola, e per opera del santo medesimo:

Du miracle que je retrace Dans ce récit des plus succincts Rendez gloire au grand saint Ignace, Patron de tous nos petits saints. Par un tour qui serait infâme Si les saints pouvaient avoir tort, Au diable il a fait rendre l'âme. Le diable est mort, le diable est mort.

Satan, l'ayant surpris à table, Lui dit: Trinquons, ou sois honni. L'autre accepte, mais verse au diable, Dans son vin un poison béni. Satan boit, et, pris de colique, Il jure, il grimace, il se tord; Il crève comme un héretique. Le diable est mort, le diable est mort.

Il est mort! disent tous les moines; On n'achetera plus d'_agnus_. Il est mort! disent les chanoines; On ne paira plus d'_oremus_. Au conclave on se désespère: Adieu puissance et coffre-fort! Nous avons perdu notre père. Le diable est mort, le diable est mort.

Ma, soggiunge il poeta, sant'Ignazio chiese ed ottenne il posto del morto, ed ereditò l'inferno. Finalmente è da ricordare che Guglielmo Hauff in Germania, e Federico Soulié in Francia, scrissero le Memorie del Diavolo, e che le memorie si sogliono scrivere di chi è morto, non di chi è vivo.

In realtà la scienza, che tante cose uccide, mentre tante altre ne crea, uccide, o finisce di uccidere anche il diavolo, del cui ajuto, se mai ebbe, ora non ha più bisogno. Per essa si avverano le parole memorabili del vecchio Virgilio:

Felice Chi delle cose la cagion conobbe; E i terror vani, e il fato inesorabile Sotto ai piedi si pose, e dell'avaro Acheronte lo strepito.

Ma che il diavolo sia morto, o moribondo, non si ammette da tutti, e molti s'ostinano a veder l'opera sua (poichè altrove oramai non la possono vedere) negli oscuri fenomeni, o nelle troppo chiare ciurmerie, del magnetismo animale e dello spiritismo: e or è qualche anno la Santità infallibile del Sommo Pontefice Leone XIII, commossa da non so che diavoleria di spiriti e di visioni, onde per due settimane di seguito fecero gazzarra i giornali della Penisola, volse calda preghiera all'arcangelo Michele, perchè volesse impugnar di nuovo la spada formidabile, e gettato ai quattro venti, sopra e sotto la Via Lattea, il grido della battaglia, scendere anco una volta in campo contro l'antico e mal vinto avversario, e torgli il ruzzo dal capo. Beatissimo Padre! Io non so qual risposta sia stata fatta di lassù al vostro invito; ma a che pro turbare i riposi al degno paladino del cielo? L'opera incominciata da Cristo diciotto secoli sono la civiltà l'ha compita. La civiltà ha debellato l'inferno e ci ha per sempre redenti dal diavolo.

FINE.

INDICE.

_Dedica_ Pag. V

CAPITOLO I. Origine e formazione del diavolo.

La leggenda e la storia. — Il principio del male. — Religioni primitive. — Spiriti buoni e spiriti malvagi. — Il dualismo. — Divinità malefiche degli egizii, dei fenici, degl'indiani, dei greci, dei romani. — Il mazdeismo: Ormuz ed Arimane. — Satana nel giudaismo. — Satana nel cristianesimo. — Satana e i Barbari. — La figura di Satana giunge a perfezione nel medio evo. » 1

CAPITOLO II. La persona del diavolo.

Corpo dei demonii e sue qualità. — Fisiologia diabolica. — Figura dei demonii. — Bruttezza spaventosa. — Diavoli belli. — Varie forme assunte dai diavoli. — Zoologia diabolica. — Diavoli che si appropriano corpi morti. — Aspetto pernicioso dei diavoli. — Peccati diabolici. » 37

CAPITOLO III. Numero, sedi, qualità, ordini, gerarchia, scienza e potenza dei diavoli.

Diecimila bilioni di diavoli. — Diavoli nell'aria, diavoli nell'inferno. — Ordinamenti sociali e divisione del lavoro. — Monarchia infernale. — Intelligenza diabolica. — Ciò che sanno i diavoli. — Ciò che possono i diavoli. » 69

CAPITOLO IV. Il diavolo tentatore.

Ragioni, condizioni, modi, tempi e luoghi della tentazione. — La tentazione semplice. — La tentazione composta e sceneggiata: sant'Ilarione. — La tentazione amorosa. — Confessione di san Gerolamo. — Caso doloroso di un santo monaco, che cessò d'esser santo, — Avvedimento di san Benedetto. — Altre tentazioni e trappole. — Credulità del monaco Erone. — Dabbenaggine di un povero giovine che andò in pellegrinaggio a San Giacomo di Gallizia. — Accortezza di san Martino. — Storia terribile di un eremita, di un gallo e di una gallina. — Tentazioni laboriose e lunghe. — Il diavolo frate e abate. — Tentazioni indirette e tortuose. — Concilio diabolico. — Rimedio contro le tentazioni. » 101

CAPITOLO V. Burle, truffe, soprusi, angherie e violenze del diavolo.

Un nuovo Mosè. — Piccole noje date a grandi santi. — La ossessione; suoi gradi e forme. — Tribolazioni di san Romualdo, di sant'Egidio, di santa Gertrude da Oost, di santa Francesca Romana, della beata Cristina da Stommeln, e di altri santi e sante di molta reputazione. — Il soccorso di Pisa. — Angosce e terrori dei moribondi. — L'_Arte di morire_. — La possessione; come si producesse. — Quattrocentomila diavoli in un corpo solo. — Sintomi, caratteri, effetti della possessione. » 133

CAPITOLO VI. L'infestazione diabolica.

Il prete Pannichio. — Vita tribolatissima e sante dottrine dell'abate Ricalmo. — Acquazzone di diavoli. — La natura indemoniata. — I diavoli nei conventi. — I diavoli in chiesa. — _Ubique dæmon_. — Il lago di Norcia. » 163

CAPITOLO VII. Amori e figli del diavolo.

Come generano i diavoli? — Caso quasi incredibile di una donna che concepì e partorì parecchi anni dopo la sua morte. — Gl'incubi. — I succubi. — Venere demonio. — Il prete di Bonna. — Figliuoli del diavolo. — Gli unni, Caino, Attila, Teodorico. — Il mago e profeta Merlino. — Roberto il Diavolo. — Ezzelino da Romano. — Lutero. — L'Anticristo. — I figliuoli di Goffredo Plantagenet e di Balduino conte di Fiandra. — Figliuoli adottivi e avventizii del diavolo. — Il diavolo e l'esattore. » 185

CAPITOLO VIII. I patti col diavolo.

Perchè e come si facessero. — Scritture vergate col sangue. — Storia di un servo innamorato. — Storia del ricco Antemio. — Storia del buon Teofilo. — Storia del dotto Gerberto, che fu papa con l'ajuto del diavolo. — Altri papi che si vendettero al diavolo. — Perchè Cecco d'Ascoli non abbia potuto scampare dal rogo. — Come sia mal fatto fidarsi alle parole del diavolo. — Esempio notabile narrato da san Pier Damiano. — La bellissima e terribile storia di Fausto. — Probità dello scellerato Twardowsky. » 221

CAPITOLO IX. La magia.

Di quante maniere fosse. — Ragioni di essa. — Scuole in cui s'insegnava. — La evocazione del diavolo; suoi pericoli. — Esempii di un prete anonimo e di uno scolare di Toledo. — Caso narrato da san Gregorio Magno. — L'ultimo dei Carraresi. — Il libro magico. — Diavoli prigionieri. — Maghi maggiori e minori. — Miracoli dei maghi. — Il banchetto magico. — Michele Scotto e il cavaliere Ulfo. — Il mago Zito; il rabbino Löw. — Filosofi, poeti e papi stregoni. — I maghi dabbene: Ruggero Bacone. — Le streghe. — I congressi delle streghe. — I processi per istregoneria. » 247

CAPITOLO X. L'inferno.

Dove fosse. — Le porte dell'inferno. — Ampiezza, struttura, topografia dell'inferno. — La città infernale. — Il ponte del cimento. — Meteorologia, flora e fauna del doloroso regno. — Affluenza incessante di anime dannate. — I diavoli rapitori. — Ultima avvertenza di Teodorico re dei goti. — Orrenda fine del conte di Matiscona. — _Qui pro quo_ diabolico. — Anime senza recapito. — Visitatori ed esploratori dell'inferno. » 285

CAPITOLO XI. Ancora l'inferno.

Il libro dei peccati. — Punizioni anticipate. — Violenza e qualità delle pene infernali. — Esperimento di santa Teresa. — Lo scolare parigino. — Natura del fuoco infernale. — Uno dei molti gaudii dei beati. — Ciò che si vedeva in inferno. — Relazion di viaggio del monaco Wettin; del giovane Alberico; del cavaliere Tundalo. — Abbominazione della desolazione. — Il cielo di ferro arroventato. — Il monte spaventoso. — Il ponte di mille passi. — La bestia voraginosa. — Lo stagno procelloso. — Il terribil forno. — La bestia che divora e digerisce. — Le anime che ingravidano. — I fabbri diabolici. — L'ultimo fondo d'abisso. — Il re delle tenebre. — Cucina e banchetti infernali. — Pene dei diavoli. — Il purgatorio. — Dannati fuor dell'inferno. — Le anime dannate a processione. — Storie orribili. — Eternità e mitigazione delle pene infernali. — La vision di san Paolo. — Gli uccelli neri di Pozzuoli. — _Lasciate ogni speranza, o voi ch'entrate_. » 307

CAPITOLO XII. Le disfatte del diavolo.

Gli avversari del diavolo. — Armi varie. — L'inno della campana. — Bravura dei santi. — Sante correzioni date da essi al nemico. — Il nemico legato. — Il nemico bastonato. — Il nemico imprigionato. — Burle e sfregi varii: li gloriosissimo san Chiuppillo. — Storia edificante di santa Giuliana. — Storia non meno edificante di santa Gertrude. — Il pugilato col diavolo. — Guerra contro i diavoli invasori. — Come si liberasse certo chierico indemoniato. — Esorcismi ed esorcisti. » 339

CAPITOLO XIII. Seguitano le disfatte del diavolo.

Santi che scendono di cielo. — Storia di un vescovo molto devoto di sant'Andrea. — Angeli e diavoli. — La Vergine trionfatrice. — Storia del cavaliere impoverito. — Contrasti di più maniere. — Esempio del mal cavaliere del re Coenredo. — Il libriccino delle buone opere. — Anime strappate di mano ai diavoli. — Re Dagoberto. — Carlo Magno imperatore. — Enrico III. — Il contrasto nella forma più semplice. — Zuffa tra celesti e infernali. — Fra due liganti il terzo spasima. — Battaglia campale. — Satana e la Vergine. — Dialettica satanica. — Il diritto di Satana. — Il processo celeste. — Storia di san Cristoforo. » 363

CAPITOLO XIV. Il diavolo ridicolo e il diavolo dabbene.

Diavolo popolare. — Bruttezza ridicola. — Diavolo mattacchione. — Diavolo rimminchionito. — Inganni e frodi che gli si fanno. — I diavoli nei Misteri. — La magia derisa. — Profumato racconto di Benvenuto Cellini. — Gli angeli neutrali. — Il diavolo servizievole. — Riconoscenza diabolica. — Il servitore del conte Eleno. — Altri esempii. — Il diavolo credente. — Il diavolo galantuomo. — Astarotte e Farfarello. — La conversione del diavolo. — La confessione del diavolo. — Il diavolo impenitente. » 395

CAPITOLO XV. La fine del diavolo.

Il diavolo muore, il diavolo è morto. — Cagioni e sintomi. — Affinarsi del sentimento religioso. — Affinarsi della morale. — La scienza. — Satana simbolo. — L'opera di Cristo è compiuta. » 431

Nota del Trascrittore

Ortografia e punteggiatura originali sono state mantenute, correggendo senza annotazione minimi errori tipografici.