canto d'infiniti uccelli. In breve la caldura crebbe di sorta, che
i convitati cominciarono a tôrsi le vesti di dosso, e, seminudi, ripararono all'ombra delle piante. Fornito il mangiare, i numerosi e leggiadri valletti che avevan servito, sparvero come nebbia, e di subito il cielo si rabbujò, e le piante si dispogliarono, e un orrido gelo coperse novamente ogni cosa, con sì acerba freddura, che gli ospiti tremando corsero in casa, e si accalcarono intorno al fuoco.
Molte altre simili storie si raccontano. Michele Scotto che, a testimonianza di Dante,
veramente Delle magiche frode seppe il gioco,
e che perciò fu da lui posto con gli altri incantatori in inferno, trovandosi un giorno alla corte di Federico II, illuse sì fattamente con le sue arti un cavaliere per nome Ulfo, che questi credette d'aver lasciato Palermo e la Sicilia, e, dopo lunga navigazione, passato lo stretto di Gibilterra, d'esser giunto in istranie e remote contrade, e quivi aver vinto ripetutamente in battaglia poderosi nemici, conquistato un vasto s florido reame, condotto moglie, e avutone più figliuoli, consumando in tali fatti un tempo che parve a lui di vent'anni e in realtà non fu se non di poche ore.
Verso il 1400 frequentò la corte del re di Boemia e imperatore Venceslao, soprannominato il Beone e il Fannullone, un mago di nome Zito, o Zitek, il quale faceva le più strane gherminelle del mondo: entrava in un guscio di noce e si faceva tirare a carretta da due scarafaggi addestrati; mostrava un gallo che attaccato a una pesantissima trave, se la traeva dietro trionfalmente, come fosse stata un fuscello; mutava in porci i manipoli di fieno e per porci li vendeva. Alcune di tali gherminelle si raccontarono poi di Fausto. Nel secolo XVI un rabbino di Praga per nome Löw giunse a tal segno di potenza che nemmeno la morte poteva nulla contro di lui. Questa da ultimo si celò in una rosa, e il rabbino morì fiutandola.
La credenza alla magia fu universale nel medio evo, e continuò ad essere universale dopo, turante il Rinascimento. Le leggi ecclesiastiche e civili che condannavano e punivano i cultori dell'arte diabolica, non facevano se non ravvivare e rafforzare quella credenza, a cui s'accompagnavano naturalmente il sospetto e il terrore. Come si vedevano diavoli in ogni banda, così vedevansi streghe e stregoni, e non vi fu uomo insigne su cui non pesasse l'accusa di magia, a cominciare dai grandi dell'antichità morti da secoli, da Aristotele, da Ippocrate, da Virgilio, e a venir giù sino ai contemporanei di Leone X e oltre. Di magia fu sospettato il Petrarca, e in pieno secolo XVII si fece un processo ad Alessandro Tassoni, per essergli stato trovato in casa, entro una boccia di vetro, uno di quei diavoli che servono a trastullare i fanciulli, e che si chiamano diavoli di Cartesio. Parecchi papi, come Leone III, il già ricordato Gerberto, Benedetto IX, Gregorio VI, Gregorio VII, Clemente V, Giovanni XX, soggiacquero alle medesime accuse. Sul finire del secolo XI, il cardinale Benno pretendeva nella sua Vita d'Ildebrando (Gregorio VII) che c'era in Roma una scuola di magia da cui quello ed altri papi erano usciti; e del secolo XII, e del XIV, ci sono lettere autentiche di Satana, scritte ai principi della Chiesa, amici e cooperatori suoi. Un dotto francese, Gabriele Naudè, potè stampare nel 1625 un grosso libro in cui si fa l'apologia dei grandi uomini d'ogni condizione cui toccò la stessa sorte.
Ma gl'incantatori illustri non eran più che falange a fronte dello sterminato esercito degli incantatori minuti, degli stregoni e delle streghe, e di queste in più particolar modo, giacchè tutti gli scrittori di sì fatte cose s'accordano in dire che per un maschio dedito all'arti magiche, si avevano a dir poco dieci femmine. Qualcuno degli illustri riuscì da ultimo a frodar Satana e a sgusciarli di mano, e seppe anche adoperare a buon fine l'arte malvagia, forzando Satana a far più bene che non avrebbe voluto. Tale Ruggero Bacone, il quale liberò un cavaliere che a Satana aveva venduta l'anima, e sulla fine della sua vita, bruciati tutti i libri di magia, si chiuse in una cella, d'onde non uscì più, e dove morì santamente dopo due anni consacrati alla preghiera e alla penitenza. Ma queste erano eccezioni, e degli stregoni spiccioli, non si salvò forse nessuno, e tutti meritarono la mala lor fine, la quale assai volte fu di bruciar vivi in questo mondo prima di andar a bruciar morti eternamente nell'altro.
Costoro erano il gregge e la mandria del diavolo, tanto è vero che non nell'anima solamente, ma nel corpo ancora recavano, come pecore e giovenchi bollati, il marchio del padrone, il così detto _stigma_ o _sigillum diaboli_, il quale era un punto fatto privo, per virtù soprannaturale, di ogni sensitività. Spesso, in un medesimo corpo, erano parecchi di tai suggelli, e gl'inquisitori figgendovi un ago facilmente si assicuravano della colpa o dell'innocenza dell'accusato.
Streghe e stregoni si congregavano in certi tempi e luoghi per rendere omaggio e far festa al loro signore. Eran quelle le corti bandite del diavolo. Ogni paese aveva suoi luoghi appositi per così fatte riunioni, le quali contavano a volte, se i racconti non mentono, migliaja e migliaja di persone. In Francia il principale era il Puy de Dôme; la Germania aveva il Blocksberg, l'Horselberg, il Bechtelsberg e altri assai; la Svezia il Blakulla; la Spagna la landa di Baraona, le sabbie di Siviglia; l'Italia il famosissimo Noce di Benevento, il monte Paterno presso Bologna, il monte Spinato presso la Mirandola, ecc. ecc. Assemblee si tenevano ancora sulle rive del Giordano e sul monte Hecla, nella remota Islanda. Facevansi di solito una volta la settimana, ma in giorni diversi, secondo i paesi, e c'erano poi, nell'anno, riunioni più generali e solenni, le quali ponevansi di preferenza in giorni prossimi alle maggiori feste religiose. In Germania la principale solennità delle streghe cadeva la notte di Santa Valpurga, come sanno quanti hanno letto il _Fausto_ del Goethe.
Le streghe (giacchè degli stregoni era, come ho detto, scarsissimo il numero) si recavano al giuoco dopo essersi unto il corpo di certi unguenti, a cavalcioni di granate, di forconi, di pale da forno, di sgabelli, o anche di caproni, di porci e di cani diabolici. Volavan per l'aria, non molto alto da terra, e dovevano por mente di non pronunziare, durante il viaggio, il nome di Cristo, e di non lasciarsi cogliere dal suono mattutino dell'_Ave Maria_, se non volevano capitombolar giù, con pericolo grande di fiaccarsi il collo.
Le cerimonie, i riti e gli spassi del giuoco variavano secondo i paesi, mutarono coi tempi; e chi volesse conoscerli tutti dovrebbe leggere i trattati speciali, i così detti _Martelli_ o _Flagelli delle streghe_, scritti dai più gran luminari della Santa Inquisizione, e i constituti delle streghe medesime negli innumerevoli processi. Satana si lasciava vedere a' suoi devoti sopra un trono, o sopra un altare, in figura d'uomo, di caprone, di cignale, di scimia, di cane, secondo i casi. Se in figura d'uomo, talvolta si mostrava arcigno, uggito, rabbujato, talaltra ilare e ridente, e in tal caso scherzava con le streghe, sonava, cantava. Queste gli rendevano omaggio, come a loro signore, s'inginocchiavano davanti o dietro a lui, gli baciavano i genitali, o le natiche, o altra parte del corpo, gli si confessavano, raccontandogli tutte le ribalderie che avevano commesse in suo onore dopo l'ultimo congresso. Egli ascoltava, lodava o biasimava, e puniva di bastonate, o con una buona multa, quelle che avessero trascurato di venire alle assemblee, o in qualche altro modo mancato al loro dovere. Accoglieva le nuove devote, le battezzava in suo nome, le istruiva e ammoniva. Diavoli minori in gran numero facevano corona al principe, partecipavano insieme con le streghe alle cerimonie, tra le quali spiccava una specie di parodia dei riti ecclesiastici, della messa, dei sacramenti, con profanazione di ostie consacrate e altri sacrilegi orribili e turpissimi. Non mancava un'acqua benedetta, o maledetta che si voglia dire, scura e puzzolente, con cui quegli strani sacerdoti aspergevano gli astanti. Finite le cerimonie si banchettava allegramente. Il convivio era rischiarato da streghe, che stavano carponi, con candele accese confitte tra le natiche: i cibi erano quando delicati e squisiti, quando orribili e stomacosi, degni in tutto della infernal cucina. Spesso si mangiavano bambini lattanti, o cadaveri strappati alle sepolture. Da ultimo si ballava, al suono di diabolici strumenti; poi ciascun demonio ghermiva la sua strega, e _coram populo_ si sollazzava con lei. Dico che si sollazzava con lei; ma le streghe affermano che, per esse almeno, quegli abbracciamenti di solito non erano troppo gradevoli: una di loro poi, introdotta da Pico della Mirandola in certo suo dialogo intitolato appunto _La strega_, entra in particolari ch'io passerò volentieri sotto silenzio.
Le streghe, del resto, non vedevano i loro demonii solamente al giuoco; ma ne ricevevano visite frequenti nelle proprie lor case, in quelle tetre officine dov'erano insieme accozzati gli ordigni, le suppellettili e le mille sozzure dell'arte; andavano con esso loro a diporto, li tenevano in luogo di mariti, e in segno di cara dimestichezza li chiamavano con nomi, non diabolici, ma umani, e spesso carezzevoli, oppure con soprannomi curiosi e bizzarri. Quelli erano con le drude larghi di donativi, i quali, per altro, mostravansi ancor essi non di rado pieni di diabolica falsità, convertendosi le monete in foglie secche e in trucioli, le gemme in mota, se non in peggio. Ingravidate dai diavoli, le streghe spesso partorivano mostri, i quali avevano, quando figura umana, e quando belluina. I diavoli poi, non contenti delle infinite streghe ond'era già pieno il mondo, andavano in giro facendo i bellimbusti, vestiti da cavalieri, e seducevano, e traevano ai loro servigi donne e ragazze. Per poter attendere più liberamente ai fatti loro, le streghe usavano di tramutarsi in gatte, e così tramutate andavano attorno la notte; onde si diè più d'una volta il caso che taluna ne rimanesse, trovandosi in quello stato, ferita, o mutilata, e tornando poi donna, e mostrando la piaga aperta, o la mancanza di un membro, dèsse a conoscere la sua qualità e il suo delitto.
Il benedettino tedesco Giovanni Trithemio (1462-1516), grandissimo teologo e grandissimo storico, scrisse appositamente un libro, da lui intitolato _Antipalus maleficiorum_, col quale insegna a tutti gli uomini dabbene a guardarsi dalle streghe e dalle scellerate lor arti. I ripari e i rimedii da lui suggeriti sono senza numero, e passabilmente ridicoli: il riparo più serio, il rimedio più efficace era, secondo l'opinione concorde degl'inquisitori, il rogo.
Nulla v'è che della formidabile potenza di Satana dia così adeguato concetto come la storia delle streghe, e la storia delle persecuzioni che Santa Madre Chiesa promosse contro di loro. Poco mancò (se gli storici dicono il vero) che Satana non trascinasse alle maledette pratiche, al mostruoso peccato di magia l'intero genere umano, e i zelantissimi e oculatissimi inquisitori avrebbero volentieri abbruciato l'intero genere umano, pur di vincere l'iniquità e debellare il nemico. Io non intendo rinarrar qui cose note, e, benchè note, meritevoli sempre di meditazione e di studio: qualche rapido cenno potrà bastare al proposito mio.
Le persecuzioni contro le streghe imperversarono più particolarmente sul finire del secolo XV e nei due secoli che vennero poi. Non già che non se ne trovino esempii anche prima, e parecchi; ma, strano a dire, essi diventano più frequenti e più terribili come più i tempi procedono, scostandosi dalla barbarie medievale e approssimandosi alla civiltà nuova del Rinascimento. In uno dei capitolari di Carlo Magno è detto espressamente che coloro i quali attendono alle arti fallaci della magia debbono, come seguitatori della superstizione pagana, essere presi e ammoniti; se perseverano nell'errore, debbon essere tenuti in carcere fino a tanto che non si sieno emendati. In altro capitolare il glorioso imperatore dice più saviamente ancora: “Se alcuno sia che, ingannato dal diavolo, creda, secondo l'usanza dei pagani, esservi stregoni e streghe divoratori di uomini, e, mosso da tale credenza, quelli abbruci, o ne dia le carni a mangiare, sia condannato nel capo.„ Intorno all'800 dunque Carlo Magno giudicava fallaci le arti della magia e puniva di morte gli uccisori dei presunti maghi: gl'inquisitori sarebbero stati freschi se egli si fosse trovato ai tempi loro.
Agobardo, vescovo di Lione, morto nell'840, uno degli spiriti più illuminati e più liberali che abbia avuto la Chiesa, non pure in quello, ma in tutti i tempi, biasimava come superstizioni assurde le credenze volgari attinenti a magia, e deplorava i mali trattamenti usati dal popolo ignorante ai presunti stregoni. La credenza circa il viaggio aereo delle streghe, quell'orribil viaggio che doveva porgere agl'inquisitori argomento di accuse capitali, è antichissimo; ma antichissimo pure è il giudizio che se ne faceva come di cosa in tutto illusoria e fantastica; e nel XII secolo, dopo altri, Giovanni Sarisberiense lo diceva un inganno del demonio, e più recisamente, nel XIII, Stefano di Borbone lo giudicava una fantasia di donne che sognavano. Per lungo tempo la Chiesa non adoperò contro i rei di magia altre pene che le spirituali, e più di un pontefice sorse, come Gregorio VII, a condannare e vietare qualsiasi procedimento criminale instruito contro chi non era d'altro colpevole che di una vana e sciocca superstizione. E la Chiesa non era sola allora a dar prova di così sano giudizio: Coloman, che dal 1095 al 1114 fu re di Ungheria, di un paese cioè quasi barbaro, diceva chiaro ed esplicito in un suo decreto: _Non ci sono streghe, e contro quelle che tali si stimano non deve farsi procedura alcuna_.
Ma tanta saviezza e umanità di giudizii e di consigli non dovevano, pur troppo, perpetuarsi. Nel secolo XIII, san Tommaso d'Aquino, quel san Tommaso che doveva diventar poi e rimanere l'oracolo della Chiesa, quello stesso che si rimette ora innanzi ai popoli civili stupefatti quale unico lume della filosofia, dichiarava che, secondo la fede cattolica, la stregoneria è cosa, non già illusoria, ma reale. In quel medesimo secolo la inquisizione sopra l'eretica pravità è affidata ai domenicani, i quali ne fanno l'uso che tutti conoscono, e Innocenzo IV introduce la tortura, contro la quale un altro papa, Nicolò I, s'era quattro secoli innanzi scagliato con nobilissime e memorabili parole. Comincia allora uno strano e doloroso spettacolo. La Chiesa si fa tutrice e banditrice di superstizione, accarezza i più bassi istinti della plebaglia, li promuove e li attizza. Confonde insieme, deliberatamente, e conscia di ciò che fa, eresia e stregoneria, e crea una mostruosa promiscuità d'interessi, dove l'ignoranza, la paura, la stupidità, la malvagità, si accordano insieme e si porgono vicendevolmente la mano. Cominciano i processi contro le streghe, divampano i primi roghi: col volger degli anni il furore, invece di scemare, cresce. I pontefici gareggiano di zelo e di ferocia in quest'opera, ch'essi chiamano una battaglia di Dio contro Satana: Gregorio IX, Giovanni XXII, sono, tra i più antichi, i più ardenti. Così si giunge all'anno di grazia 1484, nel quale anno, il 5 di decembre, il glorioso pontefice Innocenzo VIII promulga la sua famosa bolla _Summis desiderantes affectibus_, con cui dà ordine e norma alla inquisizione sopra la stregoneria, ferma e regola i diritti e i doveri degl'inquisitori, e apre tale un'èra di terrore e di lutto che non ha riscontro nella storia degli uomini. La Chiesa volentieri ne tace per parlare a suo agio del Terrore onde va tristamente famosa la Rivoluzione francese, e questo durò appena due anni, quello più di due secoli.
Il domenicano inquisitore Jacopo Sprenger scrive allora il suo insensato e terribile _Malleus maleficarum_, o _Martello delle streghe_, il quale diventa il Vangelo o il codice degl'inquisitori di tutta Europa, e a cui molti altri libri consimili, terribili ed insensati, tengono dietro, che tutti insegnano la santissima arte di scoprire, esaminare, torturare, arrostire la strega, a dispetto di ogni ciurmeria e impostura del demonio, suo naturale amico e padrone. Da indi in poi si moltiplicano i roghi e più non si spengono: i papi vi soffian su terribilmente, Leone X fra gli altri, l'umanissimo e magnifico Leone, protettore di letterati e di artisti, amico d'ogni gentilezza. Nella sola Lorena, in ispazio di quindici anni, si bruciano novecento persone, e novecento, in ispazio di cinque, nella diocesi di Vürzburg; cento l'anno se ne bruciano nella diocesi di Como; il Parlamento di Tolosa ne brucia quattrocento in una volta. Non v'è nessuno che si possa tener sicuro da un'accusa di stregoneria, e l'accusa si risolve quasi sempre in condanna, e la condanna è quasi sempre al rogo: il mostrar di non credere alle malíe è già per sè stesso un indizio grave, se non a dirittura una prova di colpa. La tortura fa miracoli, strappa ai più protervi e ai più riottosi la confessione dello scellerato loro commercio con Satana, provoca sequele interminabili di denunzie le une legate alle altre, le quali, dal tribunale del giudice, si protendono, come i tentacoli di uno smisurato polipo, per mezzo i popoli esterrefatti. Più di un inquisitore si domanda atterrito se l'umanità tutta intera non sia passata al servigio del diavolo. Per veder di rendere l'opera riparatrice della giustizia più sollecita che non sia la stessa propagazione del male, si procede a precipizio, s'interrogano gli accusati secondo certi formularli che pongono loro in bocca la confession del delitto, s'inaspriscono e si moltiplicano le torture, si abbrucia quanto è sospetto d'infezione, uomini, donne, vecchi, bambini: in qualche luogo i carnefici, oppressi dal soverchio lavoro, stracchi, istupiditi, rifiutano l'opera consueta, rinunzian l'officio.
Gli effetti di tale giustizia sorpassano l'aspettazione di coloro stessi che l'amministrano: Niccolò Remy, giudice in Lorena, esclama in un accesso di legittimo orgoglio: “la mia giustizia è così ben fatta che in un anno sedici streghe si sono uccise di propria mano per non capitarle sotto.„ Bisogna pur dire, a onor del vero, che i protestanti non si mostravano punto da meno dei cattolici in così fatta bisogna. Lutero, non solo credeva alle streghe, ma esprimeva il desiderio che fossero tutte bruciate, e fra coloro che più si adoperarono a tener deste le false credenze, e a rendere più violenta la procedura, tiene principalissimo luogo Giacomo I d'Inghilterra, il re pedante e poltrone. Così in tre secoli, mercè il concorde lavoro di cattolici e di riformati, furono spente, non decine, ma centinaja di migliaja di vite umane.
Ora è da por mente che il giudice, nei processi, aveva a fronte, visibile, la strega, invisibile, il diavolo, giacchè, come di giusto, il diavolo non abbandonava la sua protetta, la sua amica, la sua druda. Egli (sono gl'inquisitori che lo affermano, e gl'inquisitori lo devono sapere) le ajutava a mentire, e a sostenere valorosamente la tortura; egli faceva perdere la memoria ai testimoni, e ingarbugliava le idee ai giudici, e metteva la stracchezza addosso ai carnefici. Tutto veniva da lui. Se la strega durante la tortura moriva, era il diavolo che l'aveva strozzata, per impedirle di parlare; se la strega si uccideva da sè stessa, era il diavolo che a ciò l'aveva spinta, affinchè non si potesse più fare il processo. In Lindheim, villaggio dell'Assia, cinque o sei donne furono accusate d'aver dissotterrato un bambino e d'essersene servite per la manipolazione della consueta broda delle streghe. Torturate in regola, esse confessarono il delitto. Allora il marito di una di esse tanto s'adoperò che potè ottenere si facesse una visita al camposanto, per meglio accertarsi della cosa. Aperta la fossa, il corpicino apparve intatto nella sua bara; ma l'inquisitore, senza punto smarrirsi, disse che quella doveva essere una illusione del diavolo maledetto, e che essendoci la confessione delle colpevoli non era da cercar altro, ma era da dar corso alla giustizia, a onore e gloria della santissima Trinità: e le donne furono bruciate vive.
Per render vane le frodi e le gherminelle del diavolo, si usavano in varii luoghi varii accorgimenti e rimedii: si vestiva la strega di una camicia tessuta e cucita in un sol giorno, le si dava bere un intruglio fatto di cose benedette, si aspergevano d'acqua benedetta gli stromenti di tortura, si bruciavano certe erbe, ecc. ecc. Fosse in grazia di tali pratiche, fosse per altra ragione, certo si è che assai di rado riusciva il diavolo a porgere alle streghe e agli stregoni amici suoi ajuto veramente efficace e durevole. Lo storico siciliano Tommaso Fazello (1498-1570) narra di certo mago Diodoro, che ajutato dal diavolo scappava di mano alle guardie, e volava per l'aria, da Catania a Costantinopoli. Il giuoco durò un pezzo; ma finalmente il vescovo Leone potè mettergli le mani addosso, e lo fece gettar vivo in una fornace ben accesa, d'onde quegli non uscì più, o uscì solo per andar capofitto in inferno.
Il primo a insorgere contro la odiosa superstizione, e contro gli orribili effetti suoi, fu nel secolo XVI il famoso Cornelio Agrippa di Nettesheim, seguito e superato dal suo proprio discepolo Giovanni Weier (1518-88) il cui libro fa epoca. I difensori della retta ragione e della umanità si moltiplicarono poi rapidamente; ma la battaglia da essi combattuta non fu coronata di vittoria se non assai tardi. Le ultime vittime della superstizione caddero in Europa nella seconda metà del secolo scorso: fuori d'Europa, nel Messico, due roghi si accesero ancora nel 1860 e nel 1873.
L'Inquisizione è morta, e sono finiti i processi per istregoneria; ma non è morta la stolta credenza, nè sono finiti i lamenti di coloro che la serbano viva; e non passa anno senza che venga alla luce, scritto da un qualche teologo fallito e frenetico, un libro in cui si grida che il mondo è nelle mani del diavolo, e che i satelliti del diavolo, ammaestrati da lui, corrompono con l'arti loro ogni cosa, insidiano e sopraffanno i buoni. Il mondo è pieno di stregoni, camuffati in altra maniera, ma non meno tristi e pericolosi degli antichi, e, quel ch'è peggio, il diavolo, lor buon signore, ha finalmente trovato il modo d'impedire che sieno bruciati. Se si potessero ancora bruciare, a tutto ci sarebbe rimedio.
CAPITOLO X.
L'INFERNO.
Immaginate un mondo spartito in tre piani. Nel piano di sopra è il paradiso, la reggia di Dio, la dimora degli angeli e dei beati, sfolgorante di luce, risonante d'ineffabili armonie, odorosa di fiori immarcescibili; è il regno della santità incorruttibile e della eterna letizia. Nel piano di mezzo è questo mondo terreno, popolato da una umanità decaduta e dogliosa, che pecca anelando al riscatto, e spasima sognando beatitudine; è il regno della perpetua vicenda, del cimento sempre rinovellato nella mescolanza del bene e del male. Nel piano di sotto è l'inferno, la voragine tenebrosa, dove Satana e gli angeli suoi, con l'infinito popolo dei dannati, pagano alla divina giustizia un debito che mai non si salda; è il regno del peccato irreparabile, della scelleratezza irredimibile, del dolore smisurato, disperato ed eterno. A quest'ultimo regno è congiunta una regione dove il peccato si ripara e si purga, dove il dolore è alleviato dalla speranza; è il purgatorio, vestibolo bujo del cielo radioso.
Il regno di mezzo è come un vivajo immenso di anime, le quali ininterrottamente ne emigrano, spartite in doppia corrente, l'una che sale al cielo, l'altra che scende all'inferno. Satana e la innumerevole sua milizia non intendono ad altro fine, non ad altro usano l'arte e la malvagità loro, che a trarre all'ingiù quante più anime possono, a popolare l'inferno a scapito del paradiso. E della loro riuscita in tale intento non si possono lagnare.
Ma dov'era propriamente l'inferno? Dice sant'Agostino, nel suo libro della _Città di Dio_, che nessun uomo lo può sapere se Dio stesso non glielo ha rivelato. Ciò non tolse tuttavia che le più disparate e le più strane opinioni fossero espresse in proposito; e il regno dei dannati fu posto nell'aria, nel sole, nella Valle di Giosafat, sotto i poli, agli antipodi, dentro ai vulcani, nel centro della terra, nell'ultimo Oriente, in isole remote, perdute in grembo di oceani sconosciuti, o, a dirittura, fuori del mondo. Qualche esempio a tale riguardo potrà bastare. Gregorio Magno racconta di un solitario dell'isola di Lipari, che vide una volta il papa Giovanni e Simmaco precipitar nella bocca di quel vulcano l'anima di Teodorico. Alberico delle Tre Fontane, cronista francese morto nel 1241, dice, parlando dell'Etna, che le anime dei dannati erano quivi portate quotidianamente a bruciar tra le fiamme. Aimoino, monaco di Fleury sul finire del secolo X, e Cesario di Heisterbach, narrano fatti e storie consimili. San Brandano, navigando fuori dei termini del mondo conosciuto, vide un'isola ignivoma, dove demonii in figura di fabbri ferrai martellavano sulle incudini le anime arroventate. Nell'_Huon de Bordeaux_, poema francese del secolo XIII, si dice che l'inferno è in un'isola chiamata Moysant, e nell'_Otinel_, altro poema pure francese, che esso è posto sotto la Tartaria. Ugone d'Alvernia trova l'adito infernale nell'ultimo, favoloso Oriente.
L'opinione più comune tuttavia, e nel tempo stesso più naturale, era quella che poneva l'inferno nelle viscere della terra, conformemente a quanto già avevano creduto gli antichi. Così l'abisso era spalancato, insidia e minaccia perpetua, sotto ai piedi dei peccatori e dei giusti, e la corteccia terrestre diveniva un tenue solajo che trepidava e fremeva per l'impeto delle fiamme penaci e pel mugghio degli eterni tormenti. La terra, illuminata fuori dal sole, lieta di floridi campi e di selve, rorida di acque, era come un frutto bacato che, sotto vaga buccia, abbia fradicio il midollo; era com'un di quei pomi che a detta dei viaggiatori nascevano sulle rive del Mar Morto, e che coloriti e odorosi di fuori, erano, dentro, pieni di cenere. Il baco che aveva ròsa e guasta la terra era Satana, cui Dante chiama il _verme reo che il mondo fora_, e alla cui caduta dal cielo fa seguire, con mirabile fantasia, la formazione del baratro infernale.
L'inferno doveva avere le sue bocche e i suoi aditi, necessarii, se non altro, al disimpegno di quelle mille faccende che i diavoli avevano, al loro andare, venire, frullare perpetuo. Negli Evangeli è cenno di porte dell'inferno che non prevarranno contro la Chiesa; Cristo, accingendosi a penetrar nei regni buj, grida ai principi delle tenebre di aprir quelle porte, e non obbedito, le infrange. Dove fossero non si sa con certezza. Gervasio di Tilbury dice ch'eran di bronzo, e che si vedevano ancora, così infrante, in fondo a un lago, presso Pozzuoli. Dante entra in inferno per una porta senza serrame, su cui si leggono le parole di colore oscuro. Altre entrate ad ogni modo non mancavano. Più di una caverna tortuosa e cupa, più di una voragine sprofondante sotterra, fu creduta una bocca dell'inferno, e se alcuni pensavano che dentro i vulcani abitassero i demonii e fossero tormentate le anime dannate, altri dicevano i vulcani essere più propriamente bocche e spiracoli dell'inferno, d'onde esalavano gli ardori e il fumo dell'eterna fornace. In Irlanda il famoso pozzo di San Patrizio metteva in purgatorio e in inferno. Nè mancavano, oltre gli aditi ordinarii e stabili, gli straordinarii e avventizii. Il suolo si lacerava per lasciar passare i demonii, o per ingojare vivi gli scellerati maggiori. L'inferno era come un mostro immane sul cui corpo si moltiplicavano le bocche, avide di procacciare nuova pastura al ventre voraginoso. Non senza ragione dunque si vede rappresentato l'inferno, nelle pitture e nei misteri del medio evo, sotto la forma di una mostruosa bocca di drago che divora anime e vomita turbini di fiamme e di fumo.
L'inferno è il regno del dolore e del bujo, come il paradiso è il regno della letizia e della luce. Le tenebre vi sono dense, profonde, fatte in qualche modo consistenti. La dolorosa valle d'abisso, dice Dante,
Oscura, profond'era e nebulosa, Tanto, che per ficcar lo viso al fondo, Io non vi discernea nessuna cosa.
Essa è il _cieco mondo_, il _loco d'ogni luce muto_, la cui eterna caligine è rotta solo dai sanguigni lampeggiamenti di quei nembi e vortici di fiamme, dal corruscare delle brage ammontate, dei metalli colati. Non mancò del resto chi disse il fuoco infernale aver l'ardore e non la luce, esser nere le fiamme che mai non si spengono.
Il regno _della morta gente_ è vasto e profondo, come si conviene all'infinito popolo che vi si accoglie. In un antico poema anglosassone si dice che Cristo ordinò a Satana di misurarlo, e Satana trovò che dal fondo alla porta correvano 100,000 miglia. Giova per altro avvertire che il gesuita Cornelio a Lapide (1566-1637), autore di dieci volumi di commento sopra la Sacra Scrittura, afferma non avere l'inferno più di dugento miglia italiane di larghezza. Un buon teologo tedesco andò più in là e calcolò che una capacità di un miglio per ogni verso basta a centomila milioni d'anime dannate, le quali non hanno già a stare al largo e a loro agio, ma le une sulle altre, pigiate, come le acciughe nel barile, o gli acini dell'uva nel tino.
Dante ci descrive un inferno geometricamente costruito, diviso in cerchi, che facendosi sempre più angusti, vanno digradando verso il centro della terra. Tale struttura si ritrova in alcuni degli imitatori del divino poeta, ma non in quelli che si possono in qualche modo chiamare precursori suoi, negli autori delle Visioni. Qui l'inferno descritto rassomiglia a una regione terrestre, salvo che è più orribile assai d'ogni più orribile luogo che conoscano gli uomini, e non vede mai lume di cielo. Vi si trovano montagne dirupate ed ignude, valli asserragliate e ronchiose, precipizii spalancati, foreste d'alberi strani, laghi color di bitume, paludi putride e tetre. Lo traversano per lungo e per largo fiumi pigri o impetuosi, alcuni dei quali scaturiti dalle viscere dell'Averno antico, l'Acheronte, il Flegetonte, il Lete, il Cocito, lo Stige, che anche Dante descrive, o ricorda.
Non mancavano nel doloroso regno le città e le castella. Dante dipinge la città di Dite, vallata d'alte fosse, con le torri eternamente affocate, con le mura di ferro. Spesso l'inferno tutto intero è considerato come una gran città, che prende il nome di Babilonia infernale, e si oppone alla Gerusalemme celeste, come Satana si oppone a Dio. Immaginate, dice san Bonaventura, una città vasta ed orribile, profondamente tenebrosa, accesa di oscurissime e terribilissime fiamme, piena di clamori spaventevoli e di urla disperate; tale è l'inferno. Un poeta francescano del secolo XIII, Giacomino da Verona, descrisse in due suoi poemi assai rozzi, ma accesi di fede, le due città contrarie, l'una a riscontro dell'altra. La Gerusalemme celeste è cinta d'alte mura, fondata di pietre preziose, munita di tre porte più lucenti che stelle, adorna di merli di cristallo. Le sue vie e le sue piazze sono lastricate d'oro e d'argento; i palazzi risplendono nello sfoggio dei marmi, dei lapislazzuli, dei metalli preziosi. Acque cristaline corrono per ogni banda e dànno alimento ad alberi meravigliosi, a fiori soavissimi: l'aria pervasa da un lume divino, è tutta un olezzo, e vibra di armonie sovrumane. Ben diversa da quella è la Babilonia infernale.
La cità è granda et alta e longa e spessa
coperchiata da un irrefrangibile cielo di ferro e di bronzo, murata tutt'intorno di macigni e di monti, corsa da torbide acque più amare che il fiele, piena d'ortiche e di spine acute e taglienti come coltelli, divorata da un furioso e perpetuo incendio. L'aria vi è pregna d'incomportabile puzzo, sonante di spaventoso fragore.
Tra le cose più notabili di quella terra maledetta è, per testimonianza di molti, un ponte sottilissimo su cui debbono passare le anime, e d'onde precipitano nel baratro sottostante tutte quelle cui grava troppa soma di peccati; immaginosa finzione del lontano Oriente venuta a cacciarsi, non si sa come, nelle Visioni cristiane del medio evo, se pure non sorse spontanea tra noi, come sorse spontanea laggiù.
Il doloroso regno ha la sua topografia; ma ha ancora la sua meteorologia, la sua flora e la sua fauna. Lo infestano venti impetuosi, gelidi gli uni, gli altri infocati, piogge dirotte che mai non ristanno, grandine e neve. Le piante cui nutre l'orribile suolo, sono irte di spine e recan frutti gonfii di tossico. Gli animali, o sono tali veramente, o son demonii contraffatti, Cerbero, Gerione, cani rabbiosi, draghi, vipere, rospi, insetti nauseabondi.
In inferno capitavano anime d'ogni qualità e condizione, anime di papi e d'imperatori, di frati e di cavalieri, di mercanti e di giullari, di donne impudiche e di fanciulli malvagi; tutte le classi, tutte le professioni gli pagavan tributo e tributo larghissimo. Il cómpito principale dell'umanità, il fine de' suoi lunghi travagli pareva esser quello di vettovagliare l'inferno. Le anime, o erano catturate e trasportate dai diavoli, o precipitavano nell'abisso come tratte da una specifica gravità di peccato. Un eremita dell'ottavo secolo, san Baronto, vide i demonii portar l'anime in inferno con la frequenza che mostrano le api, quando, fatto il loro bottino, se ne tornano all'alveare; sant'Obizzo (m. c. 1200) vide cader le anime in inferno fitte come neve, e santa Brigida dice in una delle sue Rivelazioni che le anime le quali piombano ogni giorno in inferno sono più numerose delle arene del mare. Quante ce n'entrano in paradiso? Nessuno lo dice.
Molte volte furono vedute le turbe dei diavoli portare le anime a volo per l'aria. Così ne fu portata l'anima di Rodrigo, ultimo re dei Goti di Spagna; così quelle di molti altri scellerati, pari suoi. Ma i demonii, anche in ciò mutavano modo volentieri. Certi monaci, racconta Giacomo da Voragine, stavano una volta, prima dello spuntar del giorno, sulla riva di un fiume, e s'intrattenevano in frivoli ed oziosi discorsi. A un tratto veggono venir oltre, sull'acqua, una barca piena di remiganti, i quali remavano con grandissimo impeto. “Chi siete voi?„ chiedono essi. E quelli: “Noi siam demonii, che portiamo all'inferno l'anima di Ebroino, maggiordomo di Neustria.„ Udendo ciò i monaci allibiscono di terrore, e gridano: “_Santa Maria, ora pro nobis!_„ — “Voi fate bene a invocar Maria,„ dicono i demonii, “perchè era nostro pensiero di lacerarvi e di sommergervi in punizione di questo vostro cicalar dissoluto e fuor di tempo.„ I monaci non se lo fan ripetere, e tornano al convento, mentre i demonii si affrettano alla volta d'inferno.
Del resto i diavoli non si contentavano di portarsi via le anime; ma spesse volte rapivano vivi gli scellerati, anima e corpo. Cesario di Heisterbach racconta di un soldato della diocesi di Colonia, giocatore arrabbiato, il quale una volta giocò a dadi col diavolo e perdette: per rifarlo della perdita, il diavolo se lo portò via attraverso il tetto della casa, lasciandone gl'intestini attaccati alle tegole.
Per compiere tali rapine il diavolo prendeva volentieri la forma di un cavallo nero, o di un cavaliere montato sopra un cavallo nero. Un giorno Teodorico, vecchio oramai, si stava bagnando, quando udì uno de' suoi famigli gridare: “Laggiù corre un cavallo nero di tanta bellezza e vigoria ch'io mai non vidi l'eguale.„ Il principe barbaro balza fuori dell'acqua, si copre alla meglio e comanda che tosto gli si conducano il suo proprio cavallo e i suoi cani. Ma tardando i servi a tornare, egli, impaziente, salta sul cavallo nero, il quale tosto si mette a fuggire, più rapido di un uccello. Lo insegue, ma indarno, con tutti i cani sguinzagliati, il miglior cavaliere della scorta. Teodorico, sentendo essere nel cavallo che lo rapisce alcun che di soprannaturale, si sforza di scendere, ma non può. Il cavaliere da lungi gli grida: “Signore, perchè corri tu in cotal guisa, e quando farai ritorno?„ e quegli: “È il diavolo che mi porta. Tornerò quando piacerà a Dio e alla Vergine Maria.„
Jacopo Passavanti racconta nel suo _Specchio della vera penitenza_: “Leggesi iscritto da Elinando, che in Matiscona fu uno conte, il quale era uomo mondano e grande peccatore, contro a Dio superbo, contro il prossimo spietato e crudele. Et essendo in grande stato, con signoria e colle molte ricchezze, sano e forte, non pensava di dovere morire, nè che le cose di questo mondo gli dovessero venir meno, nè dovere essere giudicato da Dio. Un dì di Pasqua, essendo egli nel palazzo proprio attorniato di molti cavalieri e donzelli, e da molti orrevoli cittadini, che pasquavano con lui; subito uno uomo iscognosciuto, in su uno grande cavallo, entrò per la porta del palazzo, senza dire a persona niente; e venendo in sino dove era il conte con la sua compagnia, veggendolo tutti e udendolo, disse al conte: Su, conte, lévati su e séguitami. Il quale, tutto ispaurito, tremando si levò, e andava dietro a questo isconosciuto cavaliere, al quale niuno era ardito di dire nulla. Venendo alla porta del palazzo, comandò il cavaliere al conte, che montasse in su uno cavallo che ivi era apparecchiato; e prendendolo per le redini e traendolosi dietro, correndo alla distesa, lo menava su per l'aria, veggendolo tutta la città, traendo il conte dolorosi guai, gridando; Soccorretemi, o cittadini, soccorrete il vostro conte misero, isventurato. E così gridando, sparì dagli occhi degli uomini, e andò a essere senza fine nello inferno co' demonii.„ Prima che dal Passavanti e da Elinando, si trova narrata una storia in tutto simile da Pietro il Venerabile nel suo libro _De Miraculis_.
In questo lor mestiere d'acchiappar le anime, o anche gli uomini vivi, i diavoli non la guardavano tanto pel sottile, e spesso mettevan le mani addosso a chi non dovevano. Morto l'imperatore Enrico II, un eremita vide una turba di diavoli portarne l'anima, sotto forma di un orso, al giudizio, che riuscì favorevole al prigione. Gregorio Magno racconta la storia di certo uomo nobile per nome Stefano, il quale, essendo in Costantinopoli subitamente ammalò e morì. Condotto dinanzi al giudice infernale, il morto udì questo gridare: “Io ho ordinato di portar giù Stefano ferrajo e non costui.„ Incontanente fa ritorno al mondo Stefano nobile, e Stefano ferrajo muore in suo luogo. Altri esempii, e più strani ancora, di anime mandate e rimandate non mancano. Eccone uno raccontato da Tommaso Cantipratense. Muore un fanciullo disobbediente, e i diavoli ne ghermiscono l'anima per portarla in inferno. Sopraggiunge l'arcangelo Michele, che la toglie loro, e la porta in cielo. Quivi un vecchio (certamente san Pietro) si oppone al suo ingresso, e ordina a Michele di rimetter l'anima nel corpo suo.
All'inferno era facilissimo andare come inquilino perpetuo; difficilissimo, per contro, l'andarci come semplice visitatore. Ciò nondimeno molti lo visitarono, a cominciare dalla Vergine Maria, che vi andò accompagnata dall'arcangelo Michele, e da numerosa schiera di angeli, secondo è narrato in certa apocalissi greca. Subito dopo lei v'andò san Paolo, secondo una leggenda molto divulgata nel medio evo, e che Dante certamente conobbe. Sì fatte discese nel regno dei dannati solevano essere effetto della divina grazia, sollecita della salute di alcun peccatore, o di quella di un intero popolo, dimentico dei precetti e degli ammonimenti divini; ma non sempre la grazia c'entrava, almeno in modo diretto. San Gutlaco, di cui ho già ricordato più di una volta il nome, è assalito nella sua cella, una notte, da una legione di diavoli, che con molti tormenti lo trascinano a vedere le pene dell'inferno. Ugone d'Alvernia, l'avventuroso cavaliere, va in inferno per ordine espresso del suo re, che voleva tributo da Lucifero. L'anno 1218 un conte di Geulch offre gran premio a chi sappia dargli notizia della condizione del padre, morto poco innanzi. Un intrepido cavaliere offre i suoi servigi, scende con l'ajuto di un negromante in inferno, e quivi trova il vecchio conte, il quale dice che le pene gli saranno alleviate, se si restituiranno alla Chiesa certi beneficii da lui tolti indebitamente. Quando la grazia divina operava in modo diretto, un angelo soleva guidare il visitatore.
La visita poteva compiersi in ispirito soltanto, e anche corporalmente. Nel primo caso si aveva la visione propriamente detta; nel secondo, una vera e propria peregrinazione. Le visioni toccavano di solito a chi era in istato di sovreccitazione mentale, o spossato da lunga infermità: mentre l'anima viaggiava per conto suo, il corpo rimaneva in istato di profondo letargo, simile alla morte. Io non debbo qui entrar nell'esame delle condizioni psicologiche e patologiche del fenomeno; mi basta di recar qualche esempio. San Furseo, monaco irlandese del settimo secolo, essendo ammalato da tre giorni, fu condotto a vedere le pene dell'inferno da due angeli, preceduti da un altro angelo, che aveva una spada sfavillante e uno scudo luminoso. Una notte, Carlo il Grosso stava per coricarsi, quando udì una voce terribile gridargli: “Carlo, l'anima tua lascerà il corpo, e sarà condotta a vedere i giudizii di Dio;„ e così fu. Alberico, figliuolo di un barone della Campania, fu soprappreso, all'età di nove anni, da un deliquio che durò nove giorni, durante il qual tempo, guidato da san Pietro e da due angeli, visitò l'inferno e il paradiso. L'anno 1149, un cavaliere irlandese per nome Tundalo, uomo empio e di mali costumi, fu pressochè ucciso con un colpo di scure da un suo debitore. Rinsensato, raccontò ciò che aveva veduto delle cose dell'altro mondo. Altri invece, come Ugone d'Alvernia e Guerino il Meschino, già ricordati, e il cavaliere Owen, andarono all'inferno in carne ed ossa, imitando gli esempii di Ulisse e di Enea. Dante v'andò allo stesso modo.
Comunque ci si andasse del resto, col corpo o senza il corpo, l'andata non era senza pericolo: san Furseo portò tutto il tempo di vita sua le tracce del fuoco infernale che l'aveva tocco. I demonii vedevano assai mal volentieri aggirarsi pel regno loro chi non doveva restarci, e si studiavano di nuocere in tutti i modi agli intrusi. Essi tentarono di uncinar Carlo il Grosso con uncini arroventati, e di afferrare con ignee tenaglie un buon uomo di Nortumbria di cui narra la visione il Venerabile Beda. Il giovane Alberico, il cavaliere Owen, altri assai, furono da loro in varii modi minacciati o tormentati. Senza l'ajuto di Virgilio e del messo celeste, Dante si sarebbe trovato più d'una volta a mal partito.
CAPITOLO XI.
ANCORA L'INFERNO.
L'inferno c'è per comun punizione dei dannati e dei diavoli, dei tormentati e dei tormentatori. Satana ha in se più qualità e più officii, che pajono, a primo aspetto, non potersi conciliare fra loro. Cagion prima del male nel mondo, suscitatore instancabile di peccato, e seduttore perpetuo di anime, egli è nel tempo stesso il gran giustiziere, egli è colui per la cui opera il male è represso e il peccato si espia.
Non è così picciolo atto, nè così tenue pensiero, nella vita e nella mente degli uomini, di cui i demonii non serbino memoria, quando siavi in quelli alcuna parte, alcun fermento di colpa. Sant'Agostino vide una volta un diavolo che recava sulle spalle un grandissimo libro, dove erano notati per ordine tutti i peccati degli uomini. Più spesso c'era per ogni singolo peccatore un particolar volume, ponderoso e tetro, che i diavoli portavano ostentatamente in giudizio, opponendolo al piccioletto ed aureo in cui l'angelo custode aveva amorosamente descritte le azioni buone e meritorie, e scaraventandolo talora, con iscalpore e con ira, in uno dei piatti della bilancia divina. In più chiese del medio evo, come, per esempio nel duomo di Halberstadt, si vede dipinto il diavolo che scrive i nomi di coloro i quali dormono nella casa di Dio, o chiacchierano, o in altro modo non serbano il contegno dovuto. Nella vita di sant'Aicadro si legge che avendo un pover uomo osato di tagliarsi i capelli in giorno di domenica, fu veduto, appiattato in un angolo della casa, il diavolo, che frettolosamente scriveva il peccato sopra un foglietto di pergamena.
Di regola il peccatore indegno di misericordia è punito in inferno; ma talvolta Satana, coltolo sul fatto, anticipa la vendetta divina e lo castiga mentre è ancor vivo. Gli uccisori di san Regolo, vescovo, furono strozzati, l'assassino di san Godegrando fu portato via dal diavolo; certa donna di mala vita, che voleva trascinare al peccato sant'Elia Speleota, fu da lui conciata pel dì delle feste. Se non mente lo storico Liutprando, il pessimo pontefice Giovanni XII fu ammazzato a furia di legnate dal diavolo, che lo colse in letto, fra le braccia di una concubina; e sì che il pontefice usava, mentr'era vivo e sano, di bere alla salute di colui che doveva fargli fare così misera fine. Fra Filippo da Siena racconta la terribile storia di certa donna non meno vana che leggiadra, usa di spendere l'ore in lisciarsi ed ornarsi, la quale fu una bella volta lisciata dal diavolo, e sfigurata in modo che di vergogna e di paura se ne morì. Ciò avvenne in Siena, l'anno di grazia 1322. Ai 27 di maggio del 1562, alle sette ore di sera, nella città di Anversa, il diavolo strangolò una fanciulla, che invitata a nozze, aveva osato comperare certa tela a nove talleri il braccio, per farsene uno di quei collari crespi a ventaglio, come usavano allora. Spesso il diavolo picchia, strozza, o porta via chi si mostra irriverente alle reliquie, o deride le sacre cerimonie; entra in corpo a chi assiste distrattamente alla messa; rimprovera ad alta voce, con gran confusione dei colpevoli, peccati secreti. Spesso il furore diabolico non si cheta se non dopo essersi esercitato anche sul cadavere del peccatore, e molte orribili storie si raccontano di corpi che furono strappati a furia fuor delle chiese, o bruciati negli avelli, o lacerati a brani.
Santa Teresa chiese una volta a Dio di poter fare, per propria edificazione, un piccolo saggio delle pene dell'inferno. Le fu conceduta la grazia, e dopo sei anni il ricordo dello strazio sofferto la gelava ancora di terrore. Sono molte le storie in cui si narra di dannati usciti per breve ora dall'inferno, a solo fine di dare a' vivi alcun segno delle inenarrabili torture a cui vanno soggetti. Jacopo Passavanti racconta quella di Ser Lo, maestro di filosofia in Parigi, e di certo suo scolare, “arguto e sottile in disputare, ma superbo e vizioso di sua vita,„ il quale essendo morto, apparve dopo alquanti giorni al maestro, e gli disse d'essere dannato, e per fargli conoscere in qualche modo l'atrocità dei tormenti che pativa, scosse un dito sovra la palma della mano di lui, facendovi cadere una piccola goccia di sudore, che “forò la mano dall'uno lato all'altro con molto dolore e pena, come fosse stata una saetta focosa et aguta.„
Le pene infernali sono, al dir dei teologi, non solo continue nel tempo, ma continue ancora nello spazio, in questo senso, che non è nel dannato neppur una minima particella che non soffra intollerabile strazio, e sempre egualmente intenso. Strumento principale di pena è il fuoco. Origene, Lattanzio, san Giovanni Damasceno, credettero che il fuoco infernale fosse un fuoco puramente ideale e metaforico; ma la grande maggioranza dei Padri tenne contraria opinione, e sant'Agostino disse che se i mari tutti della terra confluissero in inferno non potrebbero temperarvi l'ardore delle orribili fiamme che perpetuamente vi divampano. Oltre il fuoco v'è il ghiaccio, vi sono i venti impetuosi e le piogge dirotte, vi sono animali orribili, e mille qualità di tormenti, che i diavoli inventano e adoprano. San Tommaso prova che i diavoli hanno il diritto e il dovere di tormentare i dannati; che essi fanno quanto possono per ispaventarli e torturarli, e che per giunta li deridono e li scherniscono. La pena maggiore ad ogni modo viene ai dannati dall'esser privi in eterno della beatifica visione di Dio, e dall'aver conoscenza della letizia dei santi. Su quest'ultimo punto per altro gli scrittori non troppo si accordano, essendovene alcuni i quali affermano che i santi vedono le pene dei reprobi, ma questi non vedono il gaudio di quelli. San Gregorio Magno assicura che le pene dei dannati sono agli eletti gradito spettacolo, e san Bernardo di Chiaravalle si scalmana a dimostrare che i beati godono dello spettacolo che i tormenti dei dannati offrono alla lor vista, e ne godono per quattro ragioni propriamente: la prima, perchè quei tormenti non toccano a loro; la seconda, perchè dannati tutti i rei, non potranno i santi più temere malizia alcuna, nè diabolica, nè umana; la terza, perchè la loro gloria apparirà, per ragion di contrasto, maggiore; la quarta, perchè ciò che piace a Dio deve piacere ai giusti.
E certo lo spettacolo era tale, per varietà ed intensità, da appagare qualsivoglia più difficile gusto. Procuriamo di farcene spettatori anche noi un istante, almeno con la fantasia, e a tal fine mettiamoci dietro a qualcuna di quell'anime pellegrine ch'ebbero in sorte di visitare il _regno della morta gente_.
Un monaco per nome Pietro, di cui fa memoria Gregorio Magno in uno de' suoi Dialoghi, vide le anime dannate immerse in uno sterminato mare di fiamme. Furseo vide quattro gran fuochi, alquanto distanti l'uno dall'altro, nei quali penavano quattro diverse classi di peccatori, e molti demonii affaccendati intorno ad essi. Queste visioni sono tra le più antiche, appartenendo esse al VI ed al VII secolo, e ne mostrano una pena non ancora differenziata, una pena semplice ed unica: nelle visioni de' tempi che seguono cresce a poco a poco la varietà e la complicazion dei castighi, e l'inferno si rivela in tutta la molteplicità degli orrori e de' terrori suoi.
Il monaco Wettin, di cui narrò la visione in sul principiare del secolo IX un abate del monastero di Reichenau, giunse, scortato da un angelo, a certi monti d'incomparabile altezza e bellezza, che parevano essere di marmo, e cui cingeva da piede un grandissimo fiume di fuoco. In quell'onde era immersa una innumerevole moltitudine di dannati, e altri dannati erano in mille altri modi tormentati. In un gran fuoco si vedevano molti ecclesiastici, di vario grado, legati a certi pali, ciascuno rimpetto alla propria concubina, similmente legata, e l'angelo disse a Wettin che quei peccatori erano flagellati nelle parti genitali tutti i giorni della settimana meno uno. In un castello tetro e fuligginoso, dal quale denso fumo esalava, stavano prigioni alcuni monaci, ed un di loro era, per giunta, rinserrato in un'arca di piombo.
Ben più vario l'inferno veduto dal monaco Alberico in principio del XII secolo, quand'era ancora fanciullo. In una valle spaventosa molte anime stavano immerse nel ghiaccio, alcune sino alla caviglia, o sino al ginocchio solamente, altre sino al petto, altre sino al capo. Sorgeva più oltre un terribile bosco, formato di alberi alti sessanta braccia, e irti di spine, da' cui rami aguzzi e taglienti pendevano per le mammelle quelle triste donne che ricusarono di nutrire del loro latte i bambini orfani di madre; due serpi suggevano a ciascuna il mal ricusato seno. Per una scala di ferro rovente, alta trecentosessantacinque cubiti, salivano e scendevano coloro che nelle domeniche e nelle feste dei santi non seppero astenersi dalla copula, e quando l'uno, quando l'altro di essi precipitava in una gran caldaja piena d'olio, di pece e di resina, che bolliva da basso. In terribili fiamme, simili a quelle di una fornace, erano puniti i tiranni; in un lago di fuoco gli omicidi; in uno smisurato tegame, pieno di bronzo, di stagno, di piombo in fusione, mescolati con zolfo e con resina, i parrocchiani poco zelanti che tollerarono le scostumatezze dei loro parroci. Si spalancava più oltre, simile ad un pozzo, la bocca del più profondo baratro infernale, pieno di tenebre orrende, di fetore e di strida. Ivi presso era legato con una catena di ferro un serpente smisurato, dinanzi a cui stava, sospesa in aria, una moltitudine di anime; ed ogni volta che traeva a sè il fiato, il serpente ingozzava di quelle anime, non altrimenti che se fossero mosche, e quando emetteva il fiato, le vomitava accese a guisa di faville. I sacrileghi bollivano in un lago di metallo liquefatto, le cui onde si agitavano crepitando; in un altro lago, formato d'acqua sulfurea, pieno di serpenti e di scorpioni, annegavano in perpetuo i traditori e i falsi testimoni. I ladri e i rapinatori erano legati con gran catene di ferro arroventate, e loro pendevano dal collo gravi pesi, similmente di ferro.
Ma di quante descrizioni dell'inferno ci tramandò il medio evo, la più terribile, quella in cui più grandeggia la poesia dell'orrore, e in cui è maggior dispendio di fantasia inventiva, è la descrizione che si legge nella Visione di Tundalo, ricordata più sopra. Sfuggita dalle mani d'infiniti demoni, l'anima di Tundalo, guidata da un angelo luminoso, giunse, attraverso fittissime tenebre, in una orribil valle, piena di carboni ardenti, e coperchiata da un cielo di ferro arroventato dello spessor di sei cubiti. Su quell'immane coperchio piovono senza intermissione le anime degli omicidi, e quivi, penetrate dallo spaventoso calore, si struggono come il lardo nella padella, e liquefatte, colano attraverso il metallo, come fa la cera attraverso il panno, e sgocciolano sui carboni sottostanti, dove tornano nel primo stato, rinnovate all'eterno tormento. Più oltre è una montagna di meravigliosa grandezza, piena d'orrore in vasta solitudine. Vi si accede per un angusto sentiero, che dall'una parte ha fuoco putrido, sulfureo e tenebroso, e dall'altra grandine e neve. Il monte è pieno di demonii, armati di roncigli e di tridenti, i quali demonii assalgon le anime degli insidiatori e dei perfidi che si mettono per quel sentiero, e le travolgono giù, e con perpetua vicenda le scaraventano dal fuoco nel ghiaccio e dal ghiaccio nel fuoco. Ecco un'altra valle, tanto cupa e tenebrosa che non se ne vede il fondo. L'aria vi mugghia pel rombo di un fiume sulfureo che corre laggiù, e per l'incessante ululo dei dannati, mentre la ingombra un fumo d'incomportabil fetore. Unisce le opposte pareti di quella voragine un ponte lungo mille passi, largo non più di un piede, e impervio ai superbi, che da esso precipitano nei tormenti senza fine. Dopo lungo e malagevol cammino, si scopre all'anima esterrefatta una bestia, più grande che le più grandi montagne, e piena in vista d'intollerabile orrore. Gli occhi suoi pajono due colline ardenti, e la bocca è così smisurata che vi potrebbero capire novemila uomini armati. Due giganti tengono, a guisa di colonne immani, spalancata quella bocca, d'onde erompe un inestinguibile incendio. Sollecitate e sforzate da un esercito di demonii, le anime degli avari si precipitano contro le fiamme, entrano nella bocca, e dalla bocca sono travolte nel ventre del mostro, d'onde si sprigiona l'urlo di miriadi di tormentati. Vien poscia uno stagno, grandissimo e procelloso, pieno di bestie muggenti e terribili, attraversato da un ponte lungo due miglia, largo un palmo, irto di acutissimi chiodi. Le bestie si raccolgono lungo il ponte, sbuffando vampe di fuoco, e inghiottono le anime tutte che ne cadono, le quali sono di ladri e di rapinatori. Da un edificio smisurato, rotondo, e simile a un forno, guizzano fiamme che a mille passi di distanza mordono e brucian le anime. Davanti alle porte, in mezzo all'incendio, stanno carnefici diabolici, muniti di coltelli, di falci, di trivelle, di scuri, di zappe, di vanghe, e d'altri strumenti, coi quali scojano, decapitano, forano, squartano, frastagliano, per poi darle al fuoco, le anime dei golosi. Più là siede sopra uno stagno gelato una bestia disforme da tutte l'altre, la quale ha due piedi, due ali, lunghissimo collo, e un rostro di ferro che erutta fiamme inestinguibili. Questa bestia divora quante anime le vengono a tiro, e le digerisce, e digerite che l'ha, come si fa del cibo le espelle. La poltiglia delle anime cade sullo stagno gelato, dove ciascun'anima si rintegra, e rintegrata, subito ingravida, sia femmina o maschio. La gravidanza segue il naturale suo corso, e durante quel tempo le anime stanno sul ghiaccio, e si sentono lacerare le viscere dalla prole concetta. Venuto il termine partoriscono, così gli uomini come le donne, e partoriscono bestie mostruose, che hanno capi di ferro rovente, e rostri acutissimi, e code irte di uncini. Tali bestie escono da qualsivoglia parte del corpo, e nell'uscire stracciano e si traggono dietro le carni e le viscere, graffiando, azzannando, ruggendo; e questa è la pena dei lussuriosi, e più specialmente di coloro che, entrati al servigio di Dio, non seppero signoreggiare la carne. In altra più remota valle son molte fucine, e innumerevoli demonii in figura di fabbri ferrai, i quali afferrano le anime con tenaglie ardenti, e le gettano sulla bragia perpetuamente avvivata dal soffio dei mantici; poi, quando quelle son fatte roventi e malleabili, con gran forconi di ferro le traggon dal fuoco, e ammassatene insieme venti o trenta, o anche cento, gettano quella massa ignea sopra le incudini, e con i magli la percuotono a gara, e così martellata e compressa la scaglian per l'aria ad altri non meno terribili fabbri, che riafferratala con le ferree tenaglie ricominciano il giuoco. Lo stesso Tundalo è sottoposto al supplizio, il quale è preparato a coloro che cumulano peccato sopra peccato. Sostenuta la formidabile prova, l'anima perviene alla bocca dell'ultima e più profonda voragine infernale, simile in figura ad una cisterna quadrangolare, d'onde esala un'altissima colonna di fuoco e di fumo. Un'infinita moltitudine di anime e innumerevoli demonii salgono dentro quella colonna a guisa di faville, poi ricadon nel baratro. Ivi, nella più remota e spaventosa profondità dell'abisso, stassi il principe delle tenebre, steso e legato sopra una enorme graticola di ferro, e assiepato di demonii, che attizzano sotto a quella, e avvivano coi mantici, i carboni crepitanti. Esso è di smisurata grandezza, negro come le penne del corvo, e mille mani, armate di ferrei artigli, agita nelle tenebre, e divincola una lunghissima coda, tutta aspra di dardi acutissimi. Freme e si torce l'orribile mostro, e furiando di dolore e di rabbia, avventa quelle mille sue mani per l'aria tenebrosa, tutta impregnata di anime, e quante ne coglie tante si spreme nell'arsa bocca, come dì un grappolo d'uva fa il villano assetato; poi, sospirando, le soffia fuori e le sparpaglia, e quando riprende il fiato, tutte a sè le ritrae novamente. Così sono puniti coloro che non isperarono nella misericordia di Dio, o in Dio non credettero, e così pure gli altri peccatori tutti, i quali, sostenuti alcun tempo gli altri tormenti, sono da ultimo assoggettati a quello, supremo ed eterno.
Altri descrisse l'inferno più propriamente simile a un'immensa e orrenda cucina, e a uno spaventoso tinello, dove i diavoli fanno da cuochi e da banchettanti, e le vivande sono di anime di dannati, in varii modi preparate ed acconce. Il già ricordato Giacomino da Verona dice che il cuoco Belzebù, mette l'anima ad arrostire _com'un bel porco al fogo_, la condisce con una salsa fatta di acqua, sale, fuliggine, vino, fiele, aceto forte, e uno schizzo di veleno buono, e così appetitosamente concia, la fa servire in tavola al re dell'inferno, il quale, assaggiatala, tosto la rimanda indietro, non parendogli cotta abbastanza. Un trovero francese dei tempi di Giacomino, Radulfo di Houdan, descrive in certo suo poemetto intitolato _Le songe d'enfer_, un gran banchetto infernale, cui gli fu dato di assistere, un giorno che il re Belzebù teneva corte bandita e generale concilio. Appena entrato in inferno, egli vide una gran moltitudine affaccendata in apparecchiar le tavole. Entrava chi voleva, e non si rimandava indietro nessuno. Vescovi, abati e chierici lo salutarono caramente; Pilato e Belzebù gli diedero il benvenuto; e, giunta l'ora, tutti sedettero a mensa. Più pomposo banchetto, e più rari cibi non vide mai corte di re. Le tovaglie erano fatte di pelli di usurai, e i tovaglioli di pelli di vecchie bagasce: serviti e inframmessi non lasciavan nulla a desiderare: usurai grassi lardellati, ladri e assassini in guazzetto, baldracche in salsa verde, eretici allo spiedo, lingue fritte di avvocati, e più manicaretti d'ipocriti, di frati, di monache, di sodomiti, e d'altro buon selvaggiume. Il vino mancava; chi aveva sete beveva spremitura di villanie.
I diavoli avevano officio di aguzzini e di carnefici. Ad essi toccava, come si è veduto, arrostire, lessare, scorticare, squartare le anime. Tale officio aveva le sue suddivisioni e i suoi gradi; e come i tormentati erano distribuiti per le regioni infernali secondo il peccato loro chiedeva, così erano distribuiti i tormentatori, secondo chiedeva il castigo alle speciali loro cure affidato; e come ciascuna colpa aveva proprii diavoli instigatori, così aveva proprii diavoli punitori. Ma i punitori, mentre attendevano a quell'ufficio, sentivano essi il castigo meritato dalla malvagità loro? erano essi straziati nel tempo stesso che straziavano?
Intorno a ciò sono varie opinioni. Non mancano scrittori, e di gran credito, i quali affermano che i diavoli non soffrono delle pene infernali, perchè se ne soffrissero, assai di mal animo potrebbero attendere all'officio di tentare e di tormentare, officio ch'essi mostrano, per contro, di esercitare con singolare compiacimento. Nelle Visioni, come nel poema di Dante, Lucifero suol essere assoggettato nell'ultimo fondo d'inferno, e in conformità di quanto è detto nell'Apocalissi, ad asprissimo supplizio; ma degli altri demonii non si dice, di solito, che patiscano gravi tormenti. Che alcuna volta si tormentassero a vicenda, si azzuffassero e si picchiassero, sembra più che naturale, e se ne può vedere esempio nella visione stessa di Tundalo e nella _Divina Commedia_, là dove è descritta la bolgia dei barattieri. Nè ai maledetti mancavano svaghi e godimenti. Come ogni opera buona era loro cagion di tormento, così era cagion di letizia ogni opera rea, e quanto sappiamo dell'andamento delle cose umane lascia supporre ch'essi avessero assai più frequente occasione di rallegrarsi che di dolersi. Spesso, nelle pietose leggende, si veggono i diavoli far grande tripudio intorno all'anima che diventa loro concittadina. Dice Pietro Cellense (m. 1183) in uno de' suoi sermoni che il diavolo, sommerso nelle fiamme infernali, sarebbe morto di fame da un pezzo, se non lo rifocillassero i peccati degli uomini; e Dante assicura che egli in inferno si placa vedendo le cose di questo mondo andare a modo suo. Anche ammettendo che la pena dei diavoli fosse gravissima, refrigerio non le mancava.
I teologi sono comunemente d'accordo nel dire che in purgatorio non ci sono demonii a tormentare le anime; ma moltissime Visioni rappresentano il purgatorio pieno anch'esso di diavoli, intesi a farvi il consueto officio di tormentatori. La Chiesa, che solo nel 1439, nel concilio di Firenze, fermò il dogma del purgatorio, la cui dottrina era stata innanzi svolta da san Gregorio e da san Tommaso, non si pronunziò sopra questo punto particolare. Dante, che quanto alla situazione e alla struttura del purgatorio ha immaginazioni e concetti tutti proprii, quanto alla relazione di esso coi demonii tiene la opinion dei teologi e lascia quella dei mistici. L'antico avversario tenta, gli è vero, di penetrare nel purgatorio del poeta in forma di biscia,
Forse qual diede ad Eva il cibo amaro;
ma gli angeli, gli _astor celestiali_, lo volgono in fuga. Sia qui notato di passaggio che le pene del purgatorio furono da taluno credute più aspre che non quelle dell'inferno, e ciò perchè non duravano eterne, come l'altre duravano.
L'inferno era l'ordinaria dimora dei dannati, e il luogo dov'essi soffrivano regolarmente il meritato castigo; ma non si creda che la regola fosse a dirittura senza eccezione. Lasciando stare per ora certi dannati avventurosi che per ispecialissima grazia divina furono tratti dall'abisso e ammessi in cielo, dei quali avrò a parlare più oltre, si vuol notare che i dannati potevano in certi determinati casi, e per un tempo più o meno lungo, uscire dalla lor prigione, e che c'era pure, se così può dirsi, un inferno fuori dell'inferno. Apparizioni di dannati erano, come s'è veduto, frequenti; ma nulla giovava ad essi l'essere fuori del luogo consueto di pena, perchè la pena li seguiva lo stesso, come l'ombra il corpo. Altri dannati non erano ricevuti in inferno, ma penavano in qualche strano luogo della terra, forse perchè potessero essere di salutare ammaestramento a chi, peregrinando, s'imbatteva in loro. Così è che san Brandano, navigando alla scoperta del Paradiso terrestre, trovò in un gran gorgo di mare il massimo dei rei, Giuda Iscariote, perpetuamente sbattuto dall'onde infuriate; e che uno degli eroi della leggenda epica carolingia, Ugone di Bordeaux, errando in Oriente, trovò Caino chiuso in una botte di ferro, irta dentro di chiodi, la quale andava senza posa ruzzolando per un'isola deserta. Giovanni Boccaccio, rifacendo a modo suo più antichi racconti, narra la paurosa storia di quel Guido degli Anastagi, che uccisosi di propria mano per disperazione d'amore, e dannato agli eterni castighi, insegue ogni giorno, quando per questa, quando per quella campagna, montato sopra un cavallo nero, con uno stocco in mano, e due mastini innanzi, la donna spietata e crudele, dannata ancor essa, la quale a piedi e ignuda gli fugge davanti, finchè raggiuntala, egli con lo stocco la trafigge, con un coltello la spara, e il cuore e gli altri visceri getta in pastura ai cani affamati. Stefano di Borbone (m.