Il destino: romanzo

Part 9

Chapter 93,650 wordsPublic domain

In così profondo turbamento dell'animo, pure desiderando mantenere le apparenze, si vestiva in fretta per recarsi in villa di poco più di un miglio fuori delle porte di Siena, e già era scesa nella strada, e già teneva il piede nel montatoio per salire in calesse, quando da un lato della via vide una calca di gente, che accorreva intorno ad una barella portata soavemente sopra le spalle di quattro contadini; e mentre stava in asso col piè su la staffa, a cavarla di ambage ecco levarsi un turbinio di voci: — Non è morto! è resuscitato! non lo ha voluto Dio nè il Diavolo come l'anima di Lorenzino dei Medici! Gli è come i gatti, egli ha sette vite!

— È destino! — Mormorò la Fulvia, e accorse incontro alla barella dove riconobbe tutto sanguinoso, e bendato il suo marito; la compassione, che mai si scompagna da cuore gentile, punse la donna, che con voce pietosa favellò così:

— Cristiani! mi raccomando, usate carità, andate bel bello, non lo fate patire, che io poi adopererò con voi la cortesia che meritate.

E la plebe: — Oh! lasci andare l'acqua per la china, gli è meglio perderlo, che guadagnarlo, sia benedetta! La è proprio la mano di Dio, che glielo leva dintorno. Non ha mai dato un Cristo a baciare; gli è una tigna, un cacastecchi, uno spilorcio, un avaro; e via di questo gusto: chè il Romano trionfante al Campidoglio non curasse a' vituperii degli sboccati comilitoni, io lo capisco; forse non gli avrà nè anco uditi, o per cagione dello strepito delle trombe o per l'urlo dell'orgoglio soddisfatto, che più clamoroso delle trombe gli ruggiva su l'anima, ma coteste litanie a cui sente approssimarsi la morte, che lo precipita per una via di sangue dentro il sepolcro, devono tornare amarissime, quantunque l'uomo che le provoca, come quello di Lelio, possa essersi convertito in un nido di vipere.

Non per questo, anzi a cagione di questo, non si ristava la Fulvia, la quale con maggiore istanza che mai, non senza aggiungervi l'atto supplice delle mani, si raccomandava: — Carità! cristiani, carità!

Questa voce udì il ferito, il quale sporta la mano fuori della barella l'agitava: che intendeva egli fare? Chi lo sa? Chi può saperlo? La mano dell'uomo si muove nella stessa maniera, sia che benedica, o sia che maledica. Prossimo al fine, non posso trattenermi per ispiegare enigmi.

Adagiato sul letto, e visitato il ferito da quel medesimo maestro di medicina e cerusico che curò Paride Bulgarini prossimo a morte, fu di leggeri conosciuto, lievi tutte le altre ferite, eccetto quella della mano gravissima. Un pezzo il maestro stette incerto se dovesse _disarticolare_ parecchie dita, ovvero _amputare_ addirittura la mano, entrambi verbi che in buono italiano significano tagliare; e più volte levò il coltello in alto, e poi lo declinò avvertendo come alle cose che non si possono fare se non una volta sola, giovi pensarci due; e di vero parve il fatto lodare il consiglio, imperciocchè lo infermo andò di mano in mano migliorando dando speranza di non lontana guarigione.

La Fulvia, dopochè giacque ferito Lelio, o non volle, o non potè più vedere Lattanzio; forse fu un po' l'una cosa e l'altra; però Lattanzio aveva per così dire notizia di ora in ora della salute dello infermo. Avvi chi afferma darsi una cura più grave di quella che nasce dal commesso delitto, ed è quella, che deriva dal delitto tentato, e riuscito a male; altri all'opposto assicura, che l'uomo si senta come sgravato da un peso enorme quando per fortuna non compì il criminoso disegno: su di che giudichino i savi; io mi contento affermarvi come Lattanzio adesso si trovasse in siffatta condizione di animo. Non usciva più di casa; poco si cibava, meno dormiva, sempre su e giù per la stanza quasi belva in gabbia, aggrottate le sopracciglia, chino il capo sul petto di cui con la manca sorreggeva il mento, e la destra si teneva dietro chiusa a pugno lungo al dorso; tutto in sè rannicchiato; i capegli incomposti parevano avessero lite fra loro; una calza legata, l'altra rovesciata fin su la noce del piede lasciava ignuda la gamba. Certa notte, credo fosse la precedente al giorno della commemorazione dei morti, uscito dalla stanza andò nella camera, dove dormiva un suo fidato servitore, e svegliatolo a cenni lo avvertì, che si vestisse e lo seguitasse, la quale cosa avendo costui fatto, egli lo condusse in camera sua e quivi si pose fitto fitto a ragionare con lui; però a voce tanto sommessa, che si saria udito il ronzio dell'ultima zanzara rimasta viva in onta al principiare del novembre. Ad argomentare dai gesti si poteva credere, che si fossero trovati d'accordo, per così dire, in massima, ed ora si trovassero disformi intorno a negozi di seconda importanza: all'ultimo parvero essersi concertati; allora il servo tornò a dormire, Lattanzio a fare la lionessa; ma all'ultimo la stanchezza lo vinse, e così come si trovava vestito si gittò boccone sul letto a prendere un po' di riposo.

Adesso vuolsi sapere come il servo col quale Lattanzio aveva tenuto la conferenza segreta fosse quel desso, che lo accompagnava armato nelle sue notturne visite in casa Fulvia, e quivi si tratteneva finchè al padrone non piacesse tornarsene alla propria magione; quivi pertanto aveva preso domestichezza, come colui, che si mostrava sollazzevole e motteggiatore, con tutta la famiglia; e poichè il padrone non faceva seco a spilluzzico per tenere allegra la brigata, ed egli era di quelli pei quali tanti ne cresce e tanti ne muore, non è da credersi il bene pazzo, che gli avevano posto, massime l'uomo nero della Signora, di cui il naso tinto in vermiglio raccontava la gloria del vino. Da lui quotidianamente, e spesso più volte il dì, sapeva dello stato di salute del Griffoli, e con lui faceva a scarica barili delle ambasciate di Lattanzio alla Fulvia, e della Fulvia a Lattanzio: insomma per non menare più a lungo il can per l'aia: due anime in un nocciolo. Ordinariamente si davano la posta alla osteria dell'Oca, dove si trovava il miglior vino, che producesse il Chianti, il quale a cotesti tempi godeva men fama, e se la meritava di più che ai nostri, dove il padrone corrotto non ha sofferto che uomini nè cose rimanessero innocenti. Colà bevevano l'oblio dei mali e dei padroni; se tardavano troppo a tornare a casa, colpevoli tutti, eccetto loro. Ormai piegando la ferita, quella della mano, a perfetta guarigione (si erano già chiuse le altre) il cerusico visitava il malato una volta in capo a due giorni avendo commesso alla Fulvia, che lo medicava, uno o due volte al dì gli mutasse le fila stendendo sopra la faldella vie via un po' di unguento di semifreddi, ed avvertisse non fosse stantío; per la quale cosa ella lo mandava a pigliare dallo speziale tutti i giorni la mattina per tempo. — Il dì che successe al colloquio notturno di Lattanzio col servo fidato, questi si pose sul canto di via Volpe, sfiaccolato, fischiando come se non fosse fatto suo; appena visto spuntare di faccia l'uomo nero, se la svignò nascondendosi, poi si rimise alla posta; nè si mosse finchè costui non fosse di ritorno col vasetto dell'unguento in mano. Allora lo abbordò di stianto, e abbracciollo con insolita tenerezza; poi lo invitò di portarsi alla consueta osteria per gustare un vino di Broglio, che pareva stillato dalle benedette mani di Dio; di più ci troverebbe un tocco di presciutto di Casentino, presente di un suo compare, da far piangere di tenerezza non che altri re Erode: non istesse su le smorfie; già pagare tutto _lui_: cinque minuti più o meno non guastavano, e il signor Lelio poteva pure aspettare; non istava a suo agio? Certo che sì, o non giaceva in letto? Così ce lo conficasse Cristo per tutta la vita! E non saltasse fuori con lo scusarsi, che di mattina non beveva vino, perchè sapeva di certa scienza, che prima di coricarsi aveva cura di mettere il fiasco a canto all'orinale sotto il letto; così parte con le parole, e parte con le braccia lo scarrucolò, lo abbindolò, che l'uomo nero dal naso rosso si trovò ruzzolato nell'osteria dell'Oca, assettato ad una tavola, col fiasco e il prosciutto davanti. Fin lì la mente gli aveva tenzonato fra il sì ed il no, come dice Dante Alighieri; ma davanti a cotesti oggetti della sua tenerezza gli naufragarono volontà e coraggio, e (orribile a dirsi!) primo afferrò il fiasco, si versò un colmo bicchiere di vino, e se lo rovesciò nella gola a digiuno. — Di pensiero in pensiero, di monte in monte, questo dice messer Francesco Petrarca, ed io di bicchiere e in bicchiere si venne al punto, che l'uomo nero giurava di vedere le stelle e il sole, anzi due soli, e millanta stelle, nè si accorse di aver fatto tardi se non quando messo il fiasco con la bocca in giù mandava stille rade, più rade di quelle che versa l'erede dopo aperto il testamento; allora gli prese la rosa di avere fatto troppo tardi, e salutata la compagnia andossi con Dio. Tornato a casa, a mo' che le anguille vanno, fu accolto dalla Fulvia, che impazientissima lo attendeva con turbata cera, e pure non si attentò fiatare; era mestieri soffrire, imperciocchè quando poniamo i servi a parte delle cose, che non arieno a sapere, perchè le non si dovrebbono fare, il primo guaio, e forse non maggiore degli altri, egli è quello di sopportare da loro qualunque strazio.

[Illustrazione: .... si versò un colmo bicchiere di vino, e se lo rovesciò nella gola a digiuno. (Pag. 142.)]

La Fulvia pertanto tolto di mano a costui il vaso dell'unguento recavasi al letto del marito, che ora in sembianza mansueto le favellava blande parole e benigne: quivi ella con molta prescia si diede a sfasciare la ferita, e intrise le fila nello unguento con avvedutezza lo medicò: poco dopo egli ristoratosi alquanto con brodo, e vino chiuse gli occhi al riposo, onde Fulvia se ne andò ad attendere alle cure di casa. Scoccava per lo appunto il mezzogiorno, e così giusto tre ore dopo la medicatura, che lo infermo cominciò a urlare come un dannato lagnandosi che gli tagliavano, gli segavano, gli bruciavano la mano; accorse tosto la Fulvia, e procurò consolarlo, poi instando egli lo sfasciò da capo, gli mutò le fila scegliendo le più sottili fra le sottilissime, e un po' di refrigerio parve che l'infermo sentisse. Ma indi a poco lo spasimo prese a tribolarlo più veemente di prima; non è da dirsi quanta la smania e lo scontorcersi del malcapitato: si attorcigliava da sè più che le curandaie non aggrovigliano panno per ispremerne l'acqua, e quindi a spazio non lungo di tempo anch'egli diventa in faccia color di cenere, in pelle in pelle trema, si disfà come morto; anco a lui s'infossano gli occhi dentro un cerchio grigio quasi cadaveri dentro le casse di piombo; il sudore gronda giù dalla fronte a pioggia; la voce diventa rantolosa e fioca: ecco le convulsioni orribili, più violente in lui che nel Bulgarini, come quello che non era attrito dalla infermità come Paride; ecco l'umore viscoso gocciolare giù dalla bocca, lo insopportabile fetore; tutto il corpo diventa chiazzato di macchie pagonazze; — anco sopra cotesta fronte la morte ha piantato la sua bandiera come dentro una rôcca presa. Chiamasi il prete o chiamasi il cerusico? Mandisi per ambedue, comecchè si preveda che il cerusico cascava a proposito come il soccorso di Pisa.

Il prete venne, ma accostandosi non potè ricevere altro che il vomito del corpo, e se ei maledisse le dieci volte il moribondo, Cristo lo sa; quanto al vomito dell'anima Lelio se lo tenne in sè, almeno, finchè il prete stette in camera; egli uscito, Lelio a strappi parlò tanto quanto bastava a palesare, che inferno fosse l'anima sua. Dai tronchi accenti si argomentò finzione essere la presente mitezza: odiare Lattanzio, odiare Fulvia, odiare tutti; nel presagio di guarire volere implorare pace, e darla; breve; farsi il commento vivo del _Pater noster_, appendice alla orazione domenicale; così tranquillarli, ed intanto ammannire il tossico, ed un bel giorno fra le gioie convivali avvelenare come cani quanti erano. Gli assistenti appunto per paura di essere morsi dal moribondo spulezzarono dintorno al letto; sola rimase la Fulvia: e Dio, com'è da credersi, notò codesto atto, che presso lui ha da essere stato lavacro per ben molte colpe.

Ultimo a comparire fu il cerusico sorgnone: costui portava due occhiali sul naso, che parevano due lanterne, se per sovvenire la virtù visiva, o per dissimulare la malignità degli occhi, pendeva dubbio: questo era certo che quando intendeva speculare profondo dardeggiava lo sguardo di sopra agli occhiali. Ed ora di fatto guardava il moribondo traverso le lenti, ed ora la Fulvia a pupilla ignuda, in su ed in giù come fa l'uccello quando beve; ma la Fulvia si manteneva serena sotto cotesto grandinare di mortale sospetto; certo la Innocenza non avrebbe tolto cotesta fronte per insegna alla sua bottega, ma il Delitto nè anco ci avrebbe potuto scrivere: _posto preso_. Alla fine al cerusico dopo non poca esitanza parve bene non menare scandolo, ed abbuiare la cosa, sentenziando a voce alta: il povero (chi muore è sempre povero, e a patto che tu muoia ti loderanno anco i nemici, e, sto quasi per dire, anco gli amici; così almeno spero, che sarà di me; anzi ne vado sicuro) esser morto di colica intestinale acuta; a voce bassa poi chiamata la Fulvia in disparte, le sussurrò dentro gli orecchi:

— Donna Fulvia, Gesù Cristo quando bandì la sentenza: chi di coltello ammazza, di coltello conviene che pera, nol disse già in modo tassativo, bensì dimostrativo, cosicchè hassi ad intendere di ogni altro arnese o mezzo: nel caso presente intendi così: chi di veleno uccide, di veleno ha da morire.

— Che dite mai, maestro! chi può avergli propinato il veleno se lo custodiva proprio io?

— Voi avete a sapere, donna Fulvia, come la gente non si avveleni già solo per bocca, ma sì anco per assorbimento, il quale avviene mettendo il veleno sopra le carni umane: ora siffatto assorbimento è accaduto celerissimo oltre il consueto, nel marito vostro, perchè aveva il sangue disposto a corrompersi, e perchè il veleno spiegò la sua virtù sopra carni scoperte e inciprignite dalla piaga.

La Fulvia diede in un grido, e si percosse la fronte pure balenando della persona per cascare; la sorresse il cerusico aggiungendole a voce sommessa: — Povera signora, voi non ne avete colpa, lo so; però mettiamo una pietra su tutto; pensate a suffragare l'anima del defunto.

In questa passando il prete, per amministrare la estrema unzione, udì le ultime parole del cerusico, per la qual cosa soprastette alquanto, e voltosi alla Fulvia confermò dicendo:

— Gli è il meglio, che vostra signoria lustrissima possa fare.

E veramente di messe, mortori, ed altri ganci siffatti, per ripescare un'anima cristiana cascata nel pozzo del purgatorio, la Fulvia non fece a spilluzzico; onde salì in fama presso i religiosi così regolari come secolari di pia, di angiolo di bontà, di matrona insomma, la quale, per troppo levarla al cielo, non significava che non si potesse inalzare anco più in su. Per converso, alla stregua che cresceva il favore sacerdotale abbassava quello del popolo: e già il Griffoli era venuto in compassione a parecchi; in ispecie ai mariti gelosi interi e mezzo gelosi, i quali si attentavano, nientemeno, ad affermare che la moglie si piglia per sè e non per gli altri; e che chi cavalca la mula l'ha da ferrare; e che le donne hanno da badare a casa, senza uscir fuori così attillate, e con tanti fronzoli attorno; nè la femmina che costuma a cotesto modo deve lodarsi come pudica, imperciocchè quando anco non sia anco arrivata a casa del diavolo, pure è in cammino per lo inferno; nè si ha a credere, che chi tende archetti non voglia pigliare uccelli; antichi i proverbi, e di quelli proprio buoni: che chi non vuol vendere il vino levi la frasca, e chi imbianca la facciata cerca appigionare la casa.

La quale opinione, in prima latente, divampò poco dopo per un altro anello, che si aggiunse alla catena ribadita dal destino ai piedi di Lattanzio e di Fulvia: questa, quando se lo aspettava meno, sentì essere successa in lei una trasformazione. Qual mai trasformazione? Mi domanda ingenua una fanciulla allevata presso le Suore del sacro Cuore; ed io di cui la Musa crebbe all'ombra della disciplina delle Monache dei santi Pietro e Paolo qui in Livorno (o che credete, che siamo eretici in Livorno? Pensate forse che non si trovino conventi in Livorno? In Livorno ci si trovano benissimo; anzi non ce ne furono mai tanti come ora, che non ci hanno più ad essere; e oltre i conventi qui ti occorre il suo bravo seminario, il municipio, il prefetto, i bagni di acqua di mare _et etiam di acqua dolce_, i lampioni che mandano talvolta un sospiro di luce, e le scuole dove la luce sta in agonia permanente, la cattedrale in mezzo alla città, la sinagoga dietro, da per tutto are a Venere pandemia, e macelli di buona e di mala carne, e cavalieri dei santi Maurizio e Lazzaro, e taluno della Corona d'Italia altresì: insomma qui cessi pubblici, qui guardie di pubblica sicurezza, qui tutti gli oneri e gli onori, attribuzioni e prerogative di una città civile, compresi due vescovi) mormoro detti segreti: voi tutte lo sapete, o l'avrete a sapere; però a cui lo sa, giudico inutile dirlo, a cui non lo sa, siccome non può tardare a provarlo, ed ella, leggiadrissima, che me lo domanda; forse più presto delle altre, mi permetta che io me ne passi.

Dunque la Fulvia, avendo sentito come in lei fosse successa una trasformazione, mandò a chiamare il Bulgarini con le debite cautele, e tenne con lui un colloquio del quale il sugo fu questo: bisogna, Lattanzio, che, tronca ogni dimora, voi diate un padre ad un figliuolo, ed un marito alla madre; ed egli: — Magari!

Potevano anco qui non precipitare le cose: potevano consultarsi con persone prudenti, e dar miglior garbo al partito: si peritarono a domandare l'avviso altrui perchè lo avrebbero chiesto ad occhi bassi, e loro malgrado la faccia per vergogna avrebbero sentito avvamparsi fino alla radice dei capelli; sposarono di notte quasi paurosi fosse di coteste nozze testimone il sole. E fu notato altresì che le candele accese in cotesta occasione erano servite per una messa da morto pochi giorni innanzi celebrata in cotesta cappella; anzi giusto nel momento, che la Fulvia rispondendo al prete disse: _sì_, una di quelle male assicurata dentro lo spunzone del candeliere cascò sopra l'altare e si spense: per uno istante tutti si sentirono ghiacciare di paura; il prete stesso sospese il rito per indagare un po' che diavolo fosse: quanti ci erano presenti ne trassero augurio sinistro. Nei ricordi dei tempi[7], trovo che la Fulvia si costituì in dote scudi 7400, vale dire ventiquattro scudi più di quello, che pel medesimo titolo aveva portato al Griffoli: il matrimonio successe nel giorno terzo di maggio 1663; la Fulvia allora noverava 33 anni, Lattanzio ventisei.

[7] «Pertanto (narra la Cronachetta da me trovata nella Magliabechiana) questo matrimonio seguìto tanto presto dopo la morte dei Griffoli aperse affatto gli occhi al popolo di Siena facendo manifesto quello, che sino allora era stato dubbio, cioè la vera cagione di cotesta morte, e cominciossene a parlare tanto largamente, che la Corte pensò a mettervi su le mani, e formarne processo per chiarire il fatto; ma trattandosi di esporre a fiero cimento due delle più nobili e principali famiglie di Siena, una delle quali per giunta era stretta di parentado con la casa di Alessandro VII sommo Pontefice non parve a cui governava lo Stato cacciarsi dentro il negozio senza parteciparlo al Granduca; la quale cosa egli fece per via di relazione puntuale di quanto si andava dicendo, e di quanto verosimilmente poteva credersi. Tutto bene considerato cotesto Principe giudicò imprudente caricarsi di fascine verdi intorbidando per _causa privata_ la buona intelligenza, che passava fra Sua Santità e lui, ed ordinò, che per allora fino a nuovo ordine si soprasedesse. Ma forse _fremendo_ il popolo di Siena, e mormorando gli uomini dabbene della giustizia, e dolendosi, che in caso sì atroce non si facesse diligenza per trovarne la verità, ed assicurarsi delle persone di coloro, che erano reputati principali autori di tanta scelleratezza, il Granduca ricordandosi come Lattanzio Bulgarini era per altra parte contumace della giustizia, pensò sotto quel pretesto levarlo a passeggiare per cotesta città, senza punto intaccare la Fulvia, e così non dare al Papa la minima cagione di disgustarsi, ch'era il suo particolare fine. Aveva la famiglia dei Bulgarini, come hanno quasi tutti i gentiluomini sanesi, sue tenute in Maremma, ed in quelle una vena, ovvero miniera di ferro assai ricca, della quale avevano usato per molti anni servirsi i ministri della Magona di Siena, per servizio di quello Stato con guadagno notabile di quei gentiluomini, che ci erano padroni. Ora accadde, che per consiglio ed instigazione di certo ministro della medesima Magona, di cui il nome non ho potuto rinvenire fin qui, la Magona di Siena abbandonando la miniera de' Bulgarini, e lasciando di più servirsene, si gettò alle miniere dell'Elba, con pregiudizio notabile di cotesti signori, che restando privi dello esito, e dello smaltimento di quella loro mercanzia rimasero anco privi di un grande utile, che da tempo in qua era resultato alla loro casa; il che dispiacendo infinitamente a Lattanzio per la morte del fratello Paride principale della famiglia, e malvolontieri tollerandolo, come giovane di spiriti molto risentiti, pensò vendicarsene contro colui, che universalmente si era tenuto autore, del quale attentato fu inquisito, e cominciatosene il processo, poi fu, non so per qual ragione, lasciato da parte. Ora il Granduca ordinò si rimettesse mano a cotesto processo, e si tirasse a fine: il che fu fatto; in sequela di ciò Lattanzio venne condannato allo esilio ed allo sfratto da tutti i felicissimi Stati del Granduca.»