Part 8
Ma la immobilità non fu mai il peccato di amore: troppo, e troppo forti le offese non alla stregua affatto delle difese; e chi li spinse innanzi sapete voi chi fosse, o come si chiamasse? Ve lo do a indovinare in mille: fu messere Francesco Petrarca. O Petrarca figlio di Petracco notaro pubblico fiorentino e canonico di Padova, se tu comparivi al mondo prima di Dante Alighieri, per me credo, che questi invece d'incolpare Galeotto signore delle quattro Riviere di essere stato il mezzano tra Isotta e Lancellotto, egli avrebbe addirittura messo in ballo il Canonico di Padova. — Io pongo su pegno, che le rime del Canonico innamorato abbiano fatto rompere il collo a più amanti, che il Boccaccio, l'Aretino, il Casti, e tutti quanti dei quali si tace il nome _honestatis causa_. Invero, sua mercè, ogni voce di tentazione è messa in suono di flauto: dittami e rose egli sceglie nei campi dello idioma e del senso esquisito dello spirito umano e te ne infiora la via che mena alla perdizione: i suoi sonetti mi hanno sempre avuto l'aria di arazzi co' quali nel dì del _Corpus Domini_ tappezzano il bordello per celare la luridezza dei muri: insomma nel volume del canonico tu trovi come si abbiano ad usare gli atti, i sospiri, le sussurrate parolette brevi, i dolci sdegni, le molli repulse; e i sorrisi in fondo, veri arcobaleni degli amorosi temporali: colà tu trovi descritto ed inventariato intero l'arsenale di amore per istruzione di chiunque volesse approfittarsene. Aggiungi la civetteria, qualità suprema nei poeti, massime se canonici (e questo bandisco a voce alta) e nelle donne (questo altro mormoro a voce sommessa), di mostrarsi e non mostrarsi, e qui dirti quasi a lettere di avviso della compagnia equestre _Guillaume_, che di non leciti amplessi egli fu lieto peccatore, e là quasi giurarti su l'ostia, ch'egli simile in tutto all'armellino, innanzi di maculare la sua candida pelle, avrebbe preferito morire una volta e mezzo: ipocrito miscuglio di vanità indiscreta, e di gentilezza stantía. Il corpo non dona ale, bensì sensi all'anima, ond'ella esaltata dalla sua natura eterea, e da questi, s'innalza al firmamento dove legge la Gazzetta ufficiale del Creatore stampata in carattere di stelle; giù, su corre, e ricorre con voli raddoppiati il cielo col desío della rondine in cerca di mosche esca aspettata al caro nido. Allora sembra alle anime innamorate vedere nella luna una vestale che nei silenzi della notte muova a visitare la tomba dell'amica defunta; per loro i raggi degli astri lontani paiono benedizioni di luce sopra le sepolture obliate, forse derise dei caduti ad Aspromonte o a Mentana. Disgraziati! Ignoravano, che ai popoli è interdetto mangiare il pane della libertà, se non venga prima, pesato loro sopra la stadera della monarchia: da ora in poi sapranno dovere che sia. _Discite iustitiam moniti et non temnere divos_, insegna Tantalo ai dannati nello inferno, ed io lo insegno a voi, o morti, quasi con altrettanta efficacia... Ah! torniamo alle beatitudini delle anime innamorate: esse penetrano nei misteri degli amori odorosi dei fiori, esse sentono i palpiti della marina, e nella tremendamente indefessa creazione e distruzione sembra loro (o beatissime!) udire l'inno di ringraziamento dell'universo a Dio, che ci creò per soffrire e per morire. Però, dopo tanto spaziare dell'anima per la terra e pel cielo, il caso con uno strettone la tira a sè ed essa casca giù languida e spossata facile preda del senso, che l'aspetta al varco. Lasciarci governare dal solo senso è grave fallo; ma a commetterci in balía del solo spirito non corriamo minore pericolo: affermarono, che a Roma si va per tutte le strade terrene (ora il proverbio non corre più, conciossiacchè il governo guastatore di ogni umana e divina cosa non potesse lasciare intatti neanche i proverbi), ma allo inferno si fa capo anco per le vie del paradiso: di fatti il diavolo, o che ci andò da Pontedera? Ci andò precisamente dal paradiso. Lattanzio solenne ammiratore del Petrarca cominciò dal mostrare alla Fulvia i motti arguti, i concetti festosi, le locuzioni divine, poi lasciò cascare il libro, e mise le lezioni nel dimenticatoio; elle finirono come quelle di Abelardo e di Eloisa, e come erano finite sempre fra giovani innamorati prima di cotesti due incliti amanti: più baci, che parole, _eccetera_, finchè il canonico traditore zio di Elisa, che Dio faccia tristo per tutta la eternità, siccome a Ferraù costumò Rinaldo.
_Ziffe e acconciollo pel dì delle feste_.[5]
[5] Ricciardetto, cap. XX.
[Illustrazione: .... ed entrambi compiacendosi contemplare la propria immagine dentro le pupille degli occhi loro, (Pag. 125.)]
E complici erano l'ora, il tempo, e la dolce stagione tutti uniti a reggere il sacco al canonico, sicchè verso sera, sul bruzzo, quando del giorno si può dire quello che Dante favellò del foglio che brucia, che non è nero ancora e il bianco muore, Lattanzio e Fulvia si trovarono seduti a canto su di un lettuccio; a mano a mano accostaronsi, e poi tanto si strinsero, che in mezzo a loro non sarebbe cascato, nè un granello di miglio, nè un pensiero molesto. Come la fosse andata, io per me non lo so, ma il braccio destro della Fulvia a mo' del vilucchio si era disteso lungo il collo di Lattanzio, e la sua mano si era posata sopra la spalla destra di lui; mentre il braccio manco di Lattanzio, in virtù della medesima natura attaccaticcia, si era allungato a ricingere la vita alla donna, le braccia rimaste libere si erano anch'esse cercate, e trovate, ed ora le mani loro vedevansi intrecciate come in un laccio di amore. In cotesto atto rimasero... non so quanto rimasero, ma un quarto di ora rimasero, forse venti minuti; molto più che al chiarore dello spirante crepuscolo uno specchiavasi dentro gli occhi dell'altro, ed entrambi compiacendosi contemplare la propria immagine dentro le pupille degli occhi loro, fantasticavano (pietoso inganno!) che scambievolmente nel fondo del cuore la portassero impressa. Così guardando un pelaghetto di linfe limpidissime tu vi scorgi i minimi lapilli, che gli fanno pavimento: ancora ricambiavansi sorrisi leggiadri, e andavano infaticabilmente domandandosi, e rispondendosi le mille volte parole, che agli orecchi degli amanti paiono divine, ed a tutto altro, che intabaccato non sia il metro tedioso del grillo cantaiolo. Stettero gli amanti fermi al canapo, o lo saltarono? Cari miei, poco ci vedeva innanzi, adesso poi se non accendete i lumi io non ci vedo più: forse è da credersi ci sarà corso un bacio, forse dieci o venti; ma indi in là no davvero, ed io in testimonio pel vero mi offro sostenere il cimento non già del fuoco, bensì dell'acqua; la prova di Tuzia vestale, che per dimostrare la propria verginità portò non so per quanti stadi un crivello pieno di acqua... O che fate bocca da ridere? Supponete forse, che i miracoli sieno invenzione o privilegio dei preti cattolici? Quando scoppiò fuori il prete, scoppiò ancora il miracolo perchè prete, e miracolo sono quasimente due starnuti usciti uno subito dopo l'altro dal medesimo naso. Difatti dove il miracolo viene meno, il prete svapora, e poichè questo i preti sanno, talora si provano rinfrescarsi la origine con prodigi da fare strabiliare i cani; se in un luogo non attecchiscono, in altro sì, dove durano, e dove fanno l'effetto della neve marzolina: non importa; la morte ci ha da trovare vivi; prima, tutti i preti formavano un boa solo a traverso i secoli, adesso sono bachi da seta, di cui ognuno attende a rodere la sua foglia.
In tutte le faccende di questo mondo gli è il primo passo quello, che costa, come disse il sagrestano al conte di Say, stupito di udire come san Dionisio avesse camminato oltre un miglio con la sua testa mozza sotto il braccio; in quelle poi di amore si ribadisce il chiodo. Quindi Fulvia e Lattanzio andarono innanzi a golfo lanciato, ma in fondo alla dolcezza trovavano sempre un senso di amaro; la diffidenza insinuavasi fra loro come serpe tra i fiori, e Lattanzio a guisa del buono schermitore, il quale spia il momento di affibbiare all'avversario la botta maestra, attendeva a cavare fuori dalla bocca di Fulvia la confessione del veneficio di Paride operato per colpa di Lelio; ed ella parecchie volte nello abbandono dei facili colloqui era stata le cento volte lì lì per ispiattellarla, sicchè appena aveva potuto agguantare per l'ale la parola, mentr'essa stava per volarle dai labbri; ed ora le toccava a tenere l'occhio alla penna per non rimanere sorpresa; cosa che fa allo amore, quello che ogni baco fa ai frutti ed ai fiori.
E tuttavia il contrasto, la paura, e (bisogna dirlo a vergogna dello amore) qualche cosa di peggio, partecipano all'amore una maniera di mordente per cui dura di più, e i suoi diletti ne acquistano augumento acre ed intenso.
Ora accadde certa volta, che trovandosi i nostri amanti insieme producessero la veglia oltre quella parte della notte nella quale non può giustificarsi nè in greco nè in latino la presenza di un uomo nelle stanze di una donna, laddove sua legittima moglie non sia, sposata davanti il sindaco del municipio, o in chiesa al cospetto del prete, secondo i gusti. Il Mangia puntuale aveva battuto le sue ore con braccio di ferro sopra la campana di bronzo, ma essi non l'avevano sentite; come due formiche cascate nel calice di un fior di magnolia inebbriate dall'odore vi rimangono improvvide di ogni caso, che accada fuori delle foglie, Fulvia e Lattanzio avevano mandato i loro sensi a spasso in altre troppo più leggiadre regioni che non sono queste nostre terrene, onde nè manco udirono uno schiamazzo, che si fece alla porta del palazzo Griffoli, e l'urto di persone che contrastano, e finalmente lo strepito dei soperchiatori che irrompono. Domine aiutaci! — S'intende acqua, ma non tempesta! Essi erano sprofondati di santa ragione. — Sì, signora, erano sprofondati. Chi può in amore dormire come una lepre, o non ha cuore, ovvero ha il cuore negli orecchi; chi ama davvero concede a Lancillotto di appressarsi inaudito, e inosservato a Paolo e a Francesca e passargli fuor via da banda a banda con un colpo solo di spada. E poi, o mi dica un po'; quando i Romani, capitano il consolo Flaminio, combatterono al Trasimeno contro i Cartaginesi, non racconta Livio, nella Deca, credo terza, che tanto li teneva presi la voluttà di sbranarsi, che non si accorsero punto del terremoto, il quale in cotesto istante subbissò città, respinse all'origine parecchi fiumi, e perfino spianò monti: adesso, vuol essa, gentilissima, concedere all'odio la virtù che nega allo amore? Legherà i sensi nostri più veemente la rabbia che la tenerezza? Io non ci vo' mettere su altre parole: me ne rimetto in lei. E poi tra il fracasso di un terremoto, e il rumore di usci a forza aperti, e il clamore di servi respinti, una differenza ci corre, e ne deve convenire anco _lei_. Dunque abbia fede, o signora, ai miei racconti, almeno quanto a quelli, che le farà il suo confessore.
Ma ecco a riscotere gli amanti Virginia (questo nome ella diceva, le avevano posto i suoi genitori il giorno dopo la sua nascita, senza consultarla), la sparvierata fantesca, si rovescia nella stanza sclamando:
— Eccolo! Eccolo!
— Chi ecco? Domanda Fulvia.
— Don Lelio, accompagnato da tre scherani, armati fino ai denti e con le spade ignude.
— Bene, senza scomporsi rispose Fulvia; tu, Virginia, va, vola per le scale segrete e avvisa Nardino.
La Virginia sparve a mo' di baleno. Fulvia rimasta sola con Lattanzio, senza mostrare fretta nè indugio, tolta la mano del giovane gli disse:
— Vien meco.
E quegli andò: allora ella aperto l'uscio della camera nuziale soggiunse:
— Trattienti qui dentro tanto, che io torni.
— Ma.... non è questo il pessimo dei luoghi ove celarmi?
— Va, non dubitare, e gli prese la mano, e Lattanzio la sua. — In cotesta stretta si ricambiarono tali e tante parole, che a significarle tutte ci verrebbero meno il tempo e la candela; le ometterò; compendiaronsi in queste poche profferite dalla Fulvia:
— Va, in casa Piccolomini non vissero mai traditori.
— E Vallestein?[6] Ma la Fulvia non intese, chè in cotesto punto chiuse l'uscio mettendosene la chiave in tasca; poi si assettò sicura, o almanco tale in apparenza.
[6] Ottavio Piccolomini traditore del Vallestein trucidato a Egra nel 25 febbraio 1634.
Ecco spalancarsi la porta, ed ecco fragoroso, e feroce entrare Lelio, in compagnia di tre masnadieri; due alla sembianza ed agli atti più che altro rompitori di strada racimolati da Lelio nella Campagna romana, il terzo pareva ed era gentiluomo, anzi cavaliere, non però dei santi Maurizio e Lazzaro. La Fulvia levate le ciglia in su, sembrava volesse interrogarli col guardo non si giovando farlo con le labbra; a cotesta interrogazione rispose Lelio tremando per le membra e nella voce.
— Levata sempre a questa ora?
— Qual maraviglia per voi levato pure a questa ora, e vagatore di notte per sentieri, e assalitore di case. — Questo fin qui ella favellò irridendo: di un tratto però mutato suono di voce, ed aggrondati gli occhi interroga severa: — Or su, dite, che volete voi qui, che cosa cercate?
— Che cerco ti dirò io, or ora, che l'avrò trovato gettandoti il suo cadavere tra le braccia.
— Tu non moverai un passo... scellerato!... qui non si tratta propinare veleno...
E siccome l'altro vie più inviperito faceva atto di avventarsele addosso, ella stese le mani sotto un cuscino cavandone fuori due pistole pese, e voluminose come a cotesti tempi costumavano, e tenendole rivolte a Lelio gli gridò:
— Addietro... avvelenatore...
È da credersi, che coteste armi non sarebbero bastate davvero a spaventare Lelio, molto meno gli uomini di sua compagnia, là dove cheti cheti non fossero entrati nella stanza per la medesima porta, ond'erano venuti i primi, uomini armati di moschettoni ponendosi dietro le spalle loro: erano sei, e li guidava Nardino, il quale dal battesimo in fuora, caso mai lo avesse avuto, non serbava altro vestigio di uomo; ci si sarebbe accostato più un cane mastino: masnadiero maremmano di razza pura; del paese di Giuncarico dove mangiavano (non so se mangino adesso) le serpi per anguille. Lelio, e i compagni scossi dal lieve rumore, che mossero i sopraggiunti voltaronsi alquanto e viste le armi, e i ceffi scomunicati cagliarono; di ciò finse non addarsi la Fulvia la quale contegnosa continuò:
— Signore cavaliere Aloisi, ben vi ravviso; voi più volte della vostra presenza onoraste casa mia, ed io fui lieta accogliervi con la cortesia, ch'è debito fra persone dabbene: ed ora come va, che vi fate esecutore delle ribalderie del Griffoli? Comprendo le strette in mezzo alle quali gettano la scioperatezza e il mal costume; comprendo altresì quale, e quanto guaio menino sopra gli animi umani gli esempi di uomini come Lelio Griffoli, ma non mi sarei mai persuasa, che gentiluomini venissero al punto di bassezza in cui voi siete caduto. Voi siete romano, però ricordatevi, che il papa ha le mani lunghe non solo per benedire.... ed io sono sua parente. Sgombrate tosto da Siena, tornate a Roma, e per parte vostra fate, che io possa come vorrei dimenticarvi: ogni indugio potrebbe tornarvi funesto; se mi trovassi nei vostri piedi non aspetterei l'alba: levatevi di costì, e deponete prima la spada; Nardino, fategliela deporre, il cavaliere, che non seppe tenerla con onore, forza è che la ceda con disdoro.
E Nardino con un pugno menato alla sprovvista sopra la mano del cavaliere gliela fece cascare; e l'altro, comecchè per ira gli avvampasse la faccia, reputò buon consiglio tacersi.
— Quanto a voi altri due... siete stati pagati?
— Lustrissima, no.
— Ravvisò il Griffoli: ebbene eccovi due scudi per uno, e tornate a casa vostra; quello, che vi attende non vi potrà mancare; — però di qui non uscirete se non a patto, che deponiate le vostre armi.
— Lustrissima, e allora con che noi eserciteremo il nostro mestiere?
— Con la zappa, furfanti, toglietevi di qua; appena sia giorno accompagnateli fuori di porta Romana. — Ora lasciatemi col mio marito sola.
— Comanda...? Interrogò Nardino con tale un garbo, che significava: devo levare la spada anco a costui?
— Oh! no, rispose Fulvia, non è il ferro quello, che si ha da temere da coteste mani.
Partirono tutti in parte mogi, e in parte insolenti; non si dicono gli oltraggi, che ebbero a patire, e non si contano le busse. Rimasto solo Lelio con la Fulvia, egli si sentì umiliato, e conoscendo la figura strana, ch'ei sosteneva brandendo il ferro, lo depose sopra una sedia. Allora la Fulvia incominciò:
— Or bene, Griffoli, che novità sono queste?
— Per Cristo! non sono novità. Sono io morto? Sono io diventato così straniero a casa mia, che non devo pigliarmi pensiero del mio onore?
— Che parlate di onore? L'onore uscì di casa vostra quando ci conduceste l'omicidio e il tradimento.
— E fu colpa vostra: ma io devo sentire apatico il grido della mia vergogna, che viene a turbarmi anco in villa?
— Qual vergogna dite?
— Non parlaste voi con Lattanzio Bulgarini?
— Sì certo gli parlai.
— Non lo mandaste a cercare?
— Mandai.
— Non lo accoglieste notturno qui in casa?
— Lo accolsi.
— Dunque è vero?
— Che vero?
— La turpe tresca, che in onta mia, mantenete con lui.
— Questo altro, udite, è vero, il signor Lattanzio ha fatto sopra le lapide del fratello da voi avvelenato un fiero sacramento chiamandone testimoni Dio, ed i Santi, di vendicare sopra voi, sopra me la morte di Paride: se poco mi cale morire, molto mi preme essere non giustamente causa di odio implacabile. Posso curarmi poco dello affetto altrui! Posso, aimè! anco desiderare, tanti affanni mi ha portato! che veruno mi ami; non posso patire, che veruno mi odi. — Io non mi estimo l'arbore donde emana il balsamo, no, ma nè anco soffro sentirmi maledetta come il rovo, che straccia i panni e ferisce le carni: quindi lo ebbi a me più volte, lo supplicai a deporre giù gli odi, e gli sdegni; m'industriai giustificarmi, gli giurai la mia innocenza... che più? Mi genuflessi al suo cospetto per ottenere la pace pel colpevole.
— Ebbene?
— Confermò l'atroce sacramento di vendicare la vita fraterna, dovesse in questa vita dare il capo al carnefice; nell'altra l'anima al diavolo: quanto a me pose il suo perdono a duro patto, gli svelassi l'omicida del fratello...
— E voi mi avete tradito?
— Qual fede doveva serbarvi io? Io non vi ho accusato. E tanto vi basti. Non vantate vincolo di marito; il delitto lo ruppe: veruna legge obbliga la donna a sedersi a mensa con un uomo di cui la mano è assueta a versare veleno nella bevanda, a mettere il proprio capo sul capezzale insieme all'uomo, che può nel sonno agguantarti la gola per istrangolarti: noi siamo diventati stranieri, e come Dio vuole da noi non uscirono figli, che ci tengano legati nostro malgrado... catena di amore fabbricata dal demonio: perchè dunque vi gittate traverso al mio cammino? Se di alcuna cosa vorreste prendervi cura con profitto, sarebbe l'anima vostra. Orsù, Griffoli, a me non conviene, che voi finiate la vita su la forca, e a voi credo nemmeno: dunque parole brevi: vedete... già spunta l'alba... tornate in villa... colà rammentate, che vi si concede vivere... ma ad un patto, ed è, che voi facciate il morto... capite bene il morto.
E proferendo queste parole essendosi destramente accostata alla stanza da letto, ne aperse l'uscio di un tratto, e sparve. Al tempo stesso si presentarono a Lelio Nardino con un altro compagno, il primo dei quali in atto cerimoniale levatasi la berretta gli disse:
— Lustrissimo! La cavalcatura è lesta; l'attende giù a piè dell'uscio.
Lelio capì la ragia, e fatta di necessità virtù si accomodò al tempo: chi gli avesse visto la faccia ne avrebbe avuto paura, così compariva tinta in bile e stravolta, pure se avesse potuto contemplargli l'anima, io non credo, che ne avrebbe sostenuto l'orrore: tutte le atroci passioni esacerbate stavano ritte per nuocere, pari ai serpenti del capo di Medusa allora allora riciso da Perseo; e come quelli ormai incapaci a far danno.
E da cotesta notte innanzi le faccende ripigliarono il consueto cammino, senonchè gli amanti adoperavano alquanto maggiore discretezza per non parere. Però una mutazione accadde in Lattanzio, che non isfuggì punto alla Fulvia, la quale sagacissima donna era, e questa fu, che ora Lattanzio le si mostrava delirante di amore dando in quelle dimostrazioni eccessive, che sogliono costumare gli amanti quando cascano in simile stato di frenesia, ed ora si rimaneva lì freddo e apatico; interrogato rispondeva a vanvera: per cosa al mondo non ci era verso di cavarlo da cotesta astrattezza. Una notte, eravamo nell'ottobre del 1663, Lattanzio si palesò più fantastico del solito, il turbamento, che lo agitava vinceva ogni suo conato per dissimularlo: si rizzava in piedi e passeggiava come se lo molestasse il caldo insopportabile, di repente buttavasi giù a sedere con le mani prosciolte sciogliendo un sospiro lunghissimo: pareva volesse parlare, ma poi si peritava: parecchie volte, dopo avere preso commiato, tornò indietro ad abbracciare la Fulvia, alla quale, che lo interrogava affannata, che mai lo turbasse, egli sul punto di andarsene rispose:
— È destino — e si tirò dietro l'uscio.
La mattina di poi giacendosi tuttavia in letto la Fulvia, l'entrò in camera la fidata fantesca, la quale atterrita, con voce a strappi si mise a gridare:
— Signora, signorina mia, oh! che disgrazia è accaduta! Dio mio! Dio mio! mi sento mancare.
E Fulvia rizzatasi sul letto a sedere:
— Levami di pena, di' su, di' su presto.
— A me non regge il cuore; qui fuori ecci il contadino, permettete ch'ei passi: vi narrerà ogni cosa per filo e per segno.
— Venga tosto...
E il contadino essendosi fatto innanzi come uomo di giudizio spifferò addirittura, che un'ora fa era stato ammazzato il padrone signor Lelio. Forse il villano dalle scarpe grosse, e dal cervello sottile avrà odorato per aria, che alla Fulvia premeva venire a mezza spada senza tanti andirivieni: difatti Fulvia su le prime n'ebbe più maraviglia, che pietà; poi alle istanze di lei continuando a dire il villano, narrò come il padrone per ingannare la noia avesse preso usanza di recarsi alla Frasconaia per uccellare ai tordi, dove pigliava qualche sollievo, quando ecco stamani sul bruzzo uscendo fuori dal boschetto per buttare giù con la ramata i tordi invescati dal vergone, coglierlo un nugolo di palle squartate tratte da qualche sicario di dietro alla siepe; bene avere sentito le pedate di un uomo, che fuggiva, ma non averne potuto ravvisare il sembiante: essere il padrone rimasto ferito in più parti, massime nella mano; averlo subito trasportato in casa, e adagiato sul letto; comecchè tutti lo giudicassero basìto avere mandato pel prete e pel cerusico; egli messasi fra le gambe la via ad avvertirla dell'accidente per suo governo.
[Illustrazione: .... coglierlo un nugolo di palle squartate tratte da qualche sicario di dietro alla siepe (Pag. 137).]
Quando licenziato il villano, la Fulvia si gittò resupina sul letto, e si pose a meditare sul caso, di un lampo, comprese il tiro venire da Lattanzio; sentì scorrersi un gelo per le ossa, le s'increspò per ribrezzo la pelle; alla catena si alternavano spaventosamente gli anelli ora di peccato, ora di delitto: di volgere gli occhi in su per soccorso non correva più tempo, nè lo avrebbe voluto: detestava la colpa e questa vie maggiormente la stringeva al colpevole.