Part 7
«Se siete, come non dubito, gentiluomo, stasera a due ore di notte vi aspetto a casa mia: mi pesa essere odiata da voi senza ragione, e solo che mi concediate un po' di ascolto, io mi auguro chiarirvi interamente. Vi chiamo in casa mia perchè darvi la posta altrove non mi parve onesto nè sicuro: pregovi, per la memoria di Paride fratel vostro, a non farmi attendere invano. Mio marito da molti giorni sta in campagna per ricreare alquanto la inferma salute. State sano, e supplicando Dio, che vi tenga nella sua santa custodia mi sottoscrivo: Io Fulvia Griffoli nata Piccolomini mano propria, Siena 15 giugno 1660.»
Lattanzio quando ricevè la lettera di Fulvia sapete voi a cui pensava? Ve lo dirò io, pensava alla Fulvia; da qualche giorno si spaventava per sentirsi di ora in ora meno infellonito contro lei; e sì che il grido del fratello chiedente vendetta gl'intronava le orecchie; aveva giurato vendicare la fraterna vita, e piuttostochè mancare si sarebbe con le proprie mani scannato. O dunque? Anco il lupo talvolta ha bisogno di aizzarsi all'ira sferzandosi la pancia con la coda; anco il toro prima della battaglia contro il rivale s'inferocisce cozzando delle corna nei tronchi degli alberi. Lattanzio si sarebbe dato la disciplina, se non avesse temuto di farsi male. Al ricevere che fece la lettera della Fulvia, spiccò un salto, anzi ne spiccò due; proruppe in giuramenti da tirare giù i travicelli del paradiso (il che per parentesi non sentì troppo del gentiluomo) poi urlando e pestando i piedi, chiamò i servi ordinando loro di troncare tutte e due le braccia a suono di bastonate al portatore della lettera.
— O che un braccio solo non avrebbe a bastare? Domandò uno dei servi.
— No signore, tutte e due, e tre se gli avesse.
— Come comanda vostra signoria lustrissima.
Ma potevano forse essere i servi giunti a mezza la prima scala, che Lattanzio uscendo con impeto di camera, e correndo loro dietro gridava a squarciagola: — Bernardino addietro! Qua Giovanni, qua.
E i servi tornavano alla chiamata del padrone, il quale con la borsa in mano, mite nella voce e nel sembiante favellò:
— Che colpa ha il servo della improntitudine del suo padrone?
— Era quello che diceva ancora io, soggiunse Bernardino.
— Avrebbe potuto toccare a voi.
— Giusto! Non fa nè anco una grinza.
— Dunque non gli fate ingiuria.
— Sarà obbedito.
— Invece pigliate questo scudo e dateglielo dicendogli che se lo goda alla salute mia.
I servi uscirono piegando il capo, e venuti in parte dove non potevano essere uditi, in breve si trovarono di accordo su questo, ch'essi da parte del padrone non avrebbero dato bastonate, ma del pari nè anco quattrini: si sarebbero spartito lo scudo, e meglio bevutoselo intero: e su ciò non importa dire altro. — Spiegata e letta la lettera, mi tocca a patire la umiliazione di raccontare come il pensiero che primo cadde nella mente di Lattanzio fu per lo appunto quello di spifferare la lettera strascinando la reputazione della Fulvia in mezzo al rigagnolo; ma subito dopo gl'increbbe: tutta la mattina mulinò sopra la punta di ago di una domanda molesta: «Devo andare, o non ci devo andare?» Come! diceva a sè, tu andrai pacato a vedere la faccia, a udire la voce della micidiale del fratel tuo? Potrai mirarla e non avventarti alla sua gola, e strangolarla? Il solo trovarti insieme con lei, meno che per ucciderla, non è forse renunzia alla vendetta fraterna? — Io non andrò. — Lusinghe, blandi parlari e lagrimette, bene altri cuori irretirono, che non è il tuo, Lattanzio: quando d'inganni fu penuria nelle donne, ricorda Ulisse che, costretto a navigare presso il lido delle Sirene, turò a sè ed ai compagni suoi gli orecchi con la cera, mentre tu invece vai senza cera, e costretto a intendere le parole mortali di donna nemica, di cui le mani, gli occhi, la lingua, i detti e i gesti sono lacciuoli tesi alla tua vita. — Risolutamente io non andrò. E che può dirti ella, e che cosa dirai a lei? Quali parole ormai possono correre tra voi? Non le basta un'anima? O ch'ella è insaziabile come lo inferno? Ah! temerei incontrare su la porta di lei lo spettro del povero Paride, che in atto lacrimoso mi dicesse: — «Così hai cura della vendetta di tuo fratello? — Senza fallo io non andrò.» — Insomma, durante la intera mattinata, non ci fu rimedio, fermo al chiodo di non volerci andare: si pose a pranzo, dove cessati i pensamenti stette come smemorato: sembrava ed era fuori di sè; morse il bicchiere credendolo una pietanza, invece di condire la insalata disegnò un circolo di gocciole di olio intorno alla mensa; la mano manca, posta dentro il piatto, per poco mancò non se la tagliasse immaginandola un pollo. Senza accorgersene bevve più del consueto, sicchè al levarsi da tavola gli pareva avere il Mongibello nel capo; il caldo essendo grandissimo si buttò sul letto dove tornò a molestarlo la facoltà del pensiero, la quale prese a discorrere così: ma in fine dei conti ella si afferma innocente, e chiede giustificarsi; l'odio tuo giustissimo investe gli uccisori del tuo fratello; ma s'ella ti chiarisse non essere fra questi, perchè ti adopri ai suoi danni? Perchè la opprimi col tuo abborrimento? Giudicare, senza avere prima ricercata la causa, non è da cristiani nè da gentiluomini, nè da uomini. _Priore, udite l'altra parte_: sta scritto nella spalliera del seggiolone del Giudice di Lucignano; ora quello, ch'è buono a seguitarsi nei villaggi di Siena, non lo sarà in Siena? Se condanni senza difesa chi andrà assoluto da te? E poi... e poi... bisogna pure confessarlo, la fronte aperta, e gli occhi.... ah! gli occhini sono testimoni del cuore, lo dicono tutti, e gli occhi parlanti della Griffoli non attestano animo pravo; nè brutta femmina può estimarsi, anzi a confessarlo schietto ora, che nessuno ci sente è bella e baliosa gentildonna... e se non fosse una tal quale acerbezza nei contorni del volto, si potrebbe sostenere bellissima; il portamento, lo incesso, i capelli, lo incarnato delle guance, le labbra vermiglie, tutto stupendo. Le belle donne non possono professare iniquità, sarebbe una sconcordanza della natura, e di simili svarioni, frequenti fra gli uomini, non si ammettono nel Creatore. Non sarebbe mica affatto affatto fuori di proposito andare a sentirla; forse ti farà conoscere i veri delinquenti, e badiamo veh! Lattanzio, Paride ha chiesto lo eccidio dei rei non quello degl'incolpevoli. Che viltà t'ingombra, Lattanzio? Forse è ella una lionessa, e tu un cerbiatto? O che non hai rasciutto il latte sopra le labbra per avere paura, ch'ella ti abbindoli? Hai paura? — «Chi dice qui che io ho paura?» — E diede un salto sul letto agguantando la spada attaccata al muro; — visto poi che egli stesso si era offeso, e certo senza intenzione di offendersi, giudicò opportuno di non si ammazzare; e, perchè più oltre io non produca la esposizione di cotesto spirito incerto, conchiuderò col dirvi, che al finire del giorno egli era al tutto deciso di andare.
Avvicinandosi l'ora della posta, si vestì nobilmente, esaminò se le lattughe fossero bene stirate, se gli abiti in punto, scelse tra i guanti profumati un paio novissimi, poi quasi consultandosi cominciò a dire: «O che la spada io l'abbia a prendere? — Mai no, o che la Fulvia sarebbe capace di tanto tradimento?» — E depose la spada sul letto: — e non di manco, egli proseguiva: «_Fidati_ era un galantuomo, ma _Non ti Fidare_ fu galantuomo due cotanti più di lui; e i sospetti non sono mica sassate: quando anco ella si opponesse con tutte le forze, ma la sua gente potrebbe usarmi mal tratto; e forse avrebbero potuto condurmi nel bertovello costringendola a scrivermi lo invito pel ritrovo; di queste trappole ne abbiamo viste delle altre; dunque prendiamola. Ma davvero, va là che ti puoi vantare paladino finito, condurti armato ad onesto colloquio di gentildonna: si capisce che il Griffoli potesse odiare il povero Paride, perchè amante spasimato della sua moglie; ma te per qual cagione dovrebbe odiare a morte, o che forse tu ami la Fulvia? — Io no davvero... la devo odiare, e la odio... almeno, finchè non mi si dimostri innocente come gli Angioli custodi al seggio di Maria santissima; ond'io non dico amarla... no questo mai... e poi mai come amante, ma come prossimo sì, già a patto sempre, s'intende che la mi si mostri bianca come un lenzuolo di bucato.» Lasciò la spada, come quella che non si poteva celare; ma per via di compromesso tenne il pugnale nascondendolo nelle tasche delle brache: un termine mezzano, un partito _da moderato_.
La Fulvia quasi nel medesimo tempo dava opera al proprio abbigliamento: più che non pareva decente attese a scerre vesti, e colori ed ornati: forse in occasione tanto solenne ella aveva mente a piacere? Giusto così: la donna non renunzia mai a piacere; dicesi, una dama presso a morte volle contemplarsi nello specchio, e miratasi pallida ordinò le recassero tosto polvere di amido, e pezzetta di levante per incandidirsi, e imporporarsi dicendo: «Essere sconvenevole aversi a presentare alla Morte con quella faccia da cataletto;» e la stessa Morte vidi io raffigurata in uno scheletro inghirlandato di rose. Però la Fulvia sopra cotesta fronte ampia e bianca su la quale, se Venere avrebbe deposto lieta il suo serto, Minerva pure non avrebbe sdegnato coprire col suo elmo, non mise niente. Provò una rosa amaranto, e non le piacque; soli i capelli nerissimi, acconciati in modo che parevano arruffati, ed erano con esquisita arte composti; le vesti di colore oscuro facevano risaltare vie più l'abbagliante candidezza della pelle, nè tanto accollate, nè scollate tanto da celare troppo, nè palesare troppo i tesori del seno: appunto come il Tasso dice della rosa, che quanto si mostra meno, tanto è più bella. Messa bene in arnese si contemplò anco una volta nello specchio, non senza segreta inquietudine, chè una voce sottile e pure molesta le zufolava nel cuore, ormai ella essere giunta al suo trentesimo anno; ma quando, in mezzo al lume dei doppieri, vide la sua faccia sfavillò di riso, e dallo specchio parve movere il solito plauso: — va franca, donna, va franca, tu sei ancora bella.
Oh! che tormento aspettare incerti se la persona desiderata verrà o non verrà: per me ne ho provato parecchie, ma la dubbia aspettativa mi lima non pure il cuore e il cervello, ma le altre viscere tutte, e i nervi e i muscoli; se fosse in balía dei Giudici, io sostituirei la pena della ansietà a quella di morte: o per meglio dire non la surrogherei reputandola in coscienza più tormentosa di quella. La Fulvia aperse la finestra a mezzo e tuffò lo sguardo, quanto poteva protenderlo più lungo per iscoprire qualche sembiante umano, che colà si appressasse; indarno, chè le ombre fitte non permettevano spaziare alla vista. Ambe le mani a mo' di ventola metteva intorno gli orecchi per raccogliere l'onda sonora mossa da pedate lontane; ma non raccoglieva niente, si alzava cento volte, e su quanti lettucci, e sedie erano nella stanza si abbandonava; cominciava un discorso per esortarsi alla pazienza, e, a mezzo si rizzava in piedi furente e smaniosa. Di un tratto la torre del Mangia sonò un'ora, Fulvia schiuse gli occhi donde le schizzarono due lacrime; sentì proprio picchiarsi il battaglio sul capo; successe il secondo colpo, e con esso la seconda sensazione: se avesse continuato al quinto, o al sesto, io penso, Fulvia ne sarebbe rimasta o spenta o matta. Il petto mano a mano ansando ora si angoscia in tali palpiti ai quali sembra impossibile, che duri il tenue tessuto del petto della donna: alfine le parve udire strepito lontano; prima di pensarlo si trovò all'uscio, e apertolo si diede ad origliare; certo avevano schiuso il portone, certo parecchia gente veniva su per le scale, vide appressarsi insolito chiarore di torchi: senz'altro era Lattanzio: allora ella richiuse pianamente l'uscio, e si mise a sedere pestando mani e piedi per comparire tranquilla. Difatti dopo brevi istanti ecco comparirle davanti l'aspettato giovane: questi con gentile fierezza fattosi presso al lettuccio dond'erasi levata la Fulvia per riceverlo:
— Signora, le disse, voi m'invitaste in casa vostra; io sono venuto.
[Illustrazione: Signora, le disse, voi m'invitaste in casa vostra; io sono venuto (Pag. 116.)]
— Grazie.
— Non ci ha mestiero ringraziamenti perchè qui venni per amore di cortesia, e per istudio di vendicare la morte fraterna.
— Pregovi accomodarvi, signore.
— Gran mercè! Mi sento a mio agio tenendomi in piedi.
— Allora, ancora io mi terrò ritta.
— Questo non sia: ecco fatto il desiderio vostro.
— Ve ne sono tenuta. — E dopo qualche esitanza un po' vera, ed un po' finta, ella riprese: — perdonate il mio fiero turbamento; ma vi parlerò come il cuore mi detta, ed a voi piaccia avvertire la sostanza delle cose non lo inconsulto favellare (tutto ciò era falso di pianta, perchè a quello, ch'ella voleva dire aveva pensato tutta la notte, e tutto il giorno antecedente: ma ciò non importa). Voi, signor Lattanzio, mi odiate.
Lattanzio non fiatò. La donna ripetè:
— Voi mi odiate; e bene sta; ma perchè mi odiate? Certo perchè credete, me causa della morte del fratello vostro Paride.
— E se così fosse: non mi apporrei al vero?
— Non vi apporreste al vero, perchè io mi affermo affatto innocente di cosiffatta sciagura.
— E non vi peritate voi, signora, a mentire così; non temete, che di un tratto l'anima del povero Paride apparisca qui fra noi e vi dica: «A che vale la bugia? Cotesto atto è scritto nel libro dei peccati, che vendicherà la giustizia divina, ed anco la umana.»
— E sia, ma la partita non apparisce accesa a mio nome.
— Od a qual nome dunque?
— Signore, rammentatevi, che nacqui gentildonna e sono dei Piccolomini.
— Sì bene, ma moglie a un punto di Lelio Griffoli. E negherete voi, che dopo avere condotto alla disperazione il mio povero fratello inebriandolo con la venustà di cui male vi fu prodiga la natura, voi e il vostro marito per levarvelo davanti gli occhi gli propinaste il veleno?
— Non dite questo, signor Lattanzio, disdice a gentiluomo, e a cristiano calunniare atrocemente come fate voi.
— Lo giurereste?
— Comecchè cugina di un Papa, giurerò se volete, ma assai volentieri mi asterrei dal giuramento perchè Cristo ha detto: «Non giurare: non pel firmamento ch'è casa di Dio, non per la terra, ch'è sgabello dei suoi santi piedi, non pel Signore, il quale vuolsi adorare non sacramentare, non per te, che nulla hai di tuo, nè manco i vermi, imperciocchè tutto l'essere tuo ti abbia prestato la natura.» Pertanto adopererò meglio, che giurare invano, vi narrerò schiettamente il caso. Paride vostro mi amava certo senza pari, ma per soverchio di passione m'inseguiva più ardente che il segugio non fa alla lepre; ed io mi sento moglie e figlia, la mia prosapia onoro, nè io vorrei, nè i parenti patirebbero, che per me ricevesse oltraggio la casa alla quale appartengo....
— Però voi nella superba mente vostra non trovaste miglior partito oltre quello di consegnare alla terra il mal capitato amante?
— Io tacqui, ma le sue persecuzioni mi avevano reso favola del paese; tacqui, finchè potei in casa, e negai; però un giorno venne a parlarmi certa femmina dello amore suo; il mio marito prese a dirmi vituperio, ed io vergognando, e crucciata gli apersi l'animo mio alieno affatto da simili trascorsi, e voglioso di trovarmi affrancata da tanta molestia.
— Voi non uccideste, vi contentaste guidare la mano dell'uccisore.
— Chi vi dà facoltà di giudicare così iniquamente di me? Chi fu l'uccisore? È ignoto; nè per quanta diligenza ci abbiano messo i Magistrati si è potuto rinvenire indizi da instituire un processo.
— Sta bene; signora, avete altro da dirmi?
— Ah! Lattanzio, che voi non mi odiate... come micidiale del vostro fratello.
— Signora... Fulvia, io potrò non odiarvi, e potrò anco... riverirvi, quando mi avrete aiutato a scoprire il vile avvelenatore di Paride, ed a compire sopra di lui la vendetta fraterna.
E, salutando profondamente, mosse per uscire. Alla donna non parve opportuno trattenerlo: così separaronsi la prima volta; la Fulvia rimase come il pescatore il quale tirando le reti mentre sperava acchiappare un dentice si trova ad avere preso un crognolo; certo si riprometteva di più, e il primo senso fu di dispetto, che a mo' del poco vento sul fuoco, attizzò la sua passione; di vero dopo averci bene bene pensato su, esclamò: «Faremo meglio un'altra volta» — e non a torto, la pesca era stata scarsa, ma il mare era riconosciuto pescoso, sicchè nè contenta nè lieta se ne andò a giacere.
Lattanzio, per la parte sua dando spesa al cervello, ragionava così: «Se veramente ella non aveva peccato perchè la odierebbe egli? Il fratel suo tanto nemico di ogni ingiustizia, mentre fu in vita, potrebbesi supporre mai, che l'amasse morto, e a lui come un giogo di pena lo imponesse? S'ella aveva detto il vero, in lei sarebbe stata colpa d'imprudenza, non dolo; e comecchè non bene, pure in parte aveva già scoperto come era andato il fiero caso.» Simile allo antiquario, che con molto travaglio tenta ricomporre una iscrizione antica, talvolta si ferma a ritrovare le ultime lettere; egli con due o tre notizie di più avrebbe ricostruito precisa la storia della morte fraterna: nondimanco, prima di mettere mano ai ferri, voleva essere chiaro; per lui spegnere l'omicida del fratello era meritorio quanto comunicarsi, ma se si fosse ingannato ne sarebbe morto di affanno: avrà pensato male, ma la pensava così, nè adesso corre stagione opportuna da fargli una predica.
Ora Fulvia sperava, che Lattanzio la richiedesse di nuovo colloquio, e Lattanzio per converso teneva per certo di ricevere un secondo invito. Ella, ad ogni picchio alla porta di casa, sporgeva il capo fuori della stanza domandando chi fosse; egli tornando a casa, se dopo avere chiesto se fosse capitata persona a portare lettera o messaggio, udiva di no, tirava su per le scale fischiando come un serpe. — Così la non poteva durare, e per queste faccende, bisogna pur dirlo, le donne corrispondono fra loro come le corde armoniche del medesimo strumento: di nutrice, e di fantesche fidate, non fu mai penuria nel mondo; le amiche poi fanno a farsela. Le scuse di cui si ravvolse la seconda chiamata furono parecchie e sottili; sottili tanto, che a guisa del mantino verde intorno al lume non celavano il motivo vero. Lattanzio, richiesto se sarebbe andato rispose di botto: — Magari! — E subito dopo profferita la parola si morse le labbra in pena del peccato d'imprudenza; ma sasso lanciato, e parola detta non si revocano più; onde la messaggera sparvierata sorrise, ed egli diventò rosso fino alle ciglia. La messaggera discreta fece capace Lattanzio non essere caso ora, ch'egli come la prima volta si presentasse alla porta maestra, nè che i servi lo mirassero, nè co' torchi accesi su per le scale lo accompagnassero: venisse solo verso la mezzanotte e passasse per la viuzza dietro al palazzo, donde passò Ciriaco reduce da Roma dopo avere avvelenato Paride. Battesse nei vetri, che gli sarebbe aperto, non traesse seco compagni, ma venisse difeso di giaco e armato di spada. Ora voi avete a sapere, come nelle faccende di amore mistero è mezza colpa, o piuttosto il cartello messo sul crocicchio delle vie per indicare la strada che mena al paradiso, o allo inferno, secondo che giudicheranno o la castità, o la età dei lettori così femmine come maschi.
Trovaronsi insieme, dissero, ridissero, e dissero poi le medesime cose: la Fulvia vinta e sopraffatta non indicò per nome il suo marito, ma lo descrisse per modo, che di certo non si sarebbe potuto scambiare: ella insomma fece come il fanciullo còrso quando il bandito si ricoverò in casa di Piccione; la lingua tacque, ma additò la mano il luogo dove l'ospite bandito stava acquattato sotto un mucchio di concio. Nel cuore di Lattanzio ormai era risoluta la morte di Lelio: ora bisognava trovare tempo, ed occasione per compire la vendetta sicura, per non levarsi come suol dirsi la sete col presciutto, o pigliare il male per medicina; con Fulvia ormai i vincoli di amore o ferrei o serici lo avevano stretto più che fra loro si fossero confessato; si sentirono uno tratto verso l'altro per la mano, tuttavia comprendendo, che il destino gli avrebbe strascinati nolenti pei capelli; si amavano, e si odiavano; lontani smaniavano, trovarsi uniti, vicini pareva loro mille anni di separarsi: stato di animo di cui avrebbe pòrto immagine l'arme di Siena, spartito di bianco e di nero: temevano aprirsi il cuore, e tremando che il terreno si scoscendesse sotto loro, non osavano movere un passo più in là.