Il destino: romanzo

Part 6

Chapter 63,872 wordsPublic domain

Alquanti giorni dopo siffatti casi Lelio e la Fulvia stavano insieme senza mutare parola: il primo trastullavasi con i bottoni del giustacuore ad annoverare le ore, che Ciriaco avrebbe potuto mettere per tornare da Roma; l'altra di tratto in tratto lo sfolgorava con lo sguardo, e non faceva profitto, imperciocchè Lelio non si attentasse per paura a levare gli occhi da terra.

Di repente ecco presentarsi loro dinanzi, introdotto da un servo di casa, certo uomo vestito di nero, vecchio, macilento, di colore oscuro tra il giallo e il cenerino e porgere alla moglie e al marito due carte co' segni esterni di lutto, poi chinato il capo senza dire motto si ritirò. Alla vista di cotesto uomo, che pareva lo inventore del cataletto, al tocco di quelle carte, comecchè per diverse cagioni, rabbrividirono entrambi: aperse Fulvia la sua, presaga di quello avesse a contenere, e si appose; era lo invito ad assistere ai funerali di Paride Bulgarini, che si sarebbero celebrati il giorno appresso in suffragio dell'anima sua.

— E voi andrete? Domandò la Fulvia a suo marito con tale uno amaro sogghigno, che mal si potrebbe dare ad intendere con parole.

— Voi vedete come mi trovo ridotto: pel male, che io gli voglio desidero, che a questa ora si trovi in paradiso; e voi ci andrete, Fulvia?

— Sì, sì, sì, e queste tre affermative sonarono così impetuosamente vibrate, che parvero tre moschettate percosse nel bersaglio di lamiera di ferro. Lelio si guardò bene di rispondere, nè la Fulvia convulsa potè aggiungere motto.

La Fulvia non dormì la notte, nella vigilia tormentosa sempre invocava Paride; co' più dolci nomi lo appellava, appariva, ed era inebbriata di amore e di dolore. Ora come avveniva questo? — Favellando un dì _temporibus illis_ di amore con la mia nonna, femmina saputa quanta altra mai in questa ragione faccende, mi disse, per mio governo, che difficilmente si acquista amore da donna, che per te non senta caldo nè freddo; all'opposto più agevolmente, che non sapresti immaginare, da donna, la quale ti professi odio; e ciò perchè anco odiandoti la donna ti serba nella memoria, alla sua immaginativa tu stai sempre presente, e non vi ha cielo, dove così subito si muti il vento come nello spirito di lei. Aggiungi, che la donna, quantunque non disposta ad amarti, pure si trova lusingata dal sapere che tu l'ami, ed alla lunga non può astenersi dal professartene gratitudine, donde propensione, grazia, usanza, domestichezza, e poi mano a mano amore, imperciocchè appunto di due maniere compaiano gli amori, come di due maniere abbiamo assedi, assedio di assalto, dove alla prima scalata pigli la ròcca, e assedio di blocco, dove ti fanno mestiere industria e pazienza infinite. Di fatti il Poeta ha insegnato: che _Amore a nullo amato amar perdona_; il che vuol dire, che tenendo sempre il fuoco del tuo amore accanto al cuore altrui, questo non può fare a meno, che non avvampi: la volontà non presiede o poco alla genesi di questo affetto, la donna lo patisce _circum circa_ come un tacchino infilato nello stidione, voglia o no, bisogna che arrostisca. Necessità costringe la donna ad amare nella guisa stessa, che nella bussola l'ago magnetico sta rivolto al polo; ma o sospetto, o rispetto o dispetto, o qualche altro movente tolto dal grande arsenale delle passioni, dando una spinta al cuore della donna hanno virtù di deviarlo dallo amore: proprio nel modo col quale agitando la bussola devia l'ago calamitato, ma nella guisa stessa che, quietato il moto, l'ago oscillando torna colà dove lo chiama natura, così il cuore di donna, sgombro ogni affetto men bello, si volge al cuore dell'uomo, che mostra riverirla costantemente, ed amarla. Così m'insegnava mia nonna; se non è vero rifatevela con lei.

La chiesa appariva parata a lutto con le solite rasce nere alle porte, e dentro co' soliti ceri, co' soliti moccoli, e co' soliti preti o frati, che fossero; ci si vedeva il solito catafalco, il solito scheletro, i soliti rami di cipresso; si udirono il solito uffizio da morti, la solita messa, le solite musiche, ed il solito molteplice invocare la luce eterna ai miseri cui fu rapita ogni speranza di luce terrena; ci furono i soliti schizzi di acqua benedetta, e tutto insomma, che anc'oggi si vede, si ode e si costuma: pertanto io non descriverò il funerale. Francesco Guicciardini rimprovera gli storici antichi, massime latini, di avere omesso ricordare molte cose giudicate volgari, e però non degne di essere ricordate, non considerando come per lontananza di tempo, e mutabilità delle condizioni umane, coteste cose potevano riuscire gnorate, e quindi andare del tutto perdute; messer Francesco ha, come quasi sempre ragione; ma ciò non mi persuade a descrivere i funerali per due motivi, di cui l'uno giudico più potente dell'altro: e consiste il primo nel conoscere questi miei scritti destinati a vivere i giorni di Giacobbe sopra la terra, i quali, secondo ch'egli dichiarò a Faraone furono brevi ed infelici, massime ora, che mi mancano le trombe dei _Giornali moderati_ dispensatori di fama perenne così in cielo come in terra. Aimè! poveri scritti miei, pari ai pesci volanti, si levano alcun poco sopra la superficie dell'oceano dell'oblío, ma in breve, asciutte le ale, è forza che ci ridieno il tuffo senza speranza di risorgere mai più. — Il secondo è che, che ormai mi rassegno a vedere preti, frati, messe, e funerali sopravvivere a me ed ai miei libri, sicchè non se ne sperderà la memoria per colpa del mio silenzio. Che importa, che io veda rompere uno errore ai miei piedi, però che come io miro sovente su le mie marine infrangersi onda sopra onda, così ad errore succede senza posa un altro errore? L'errore fu la fascia, che ravvolse ogni uomo nella sua nascita, l'errore sarà il lenzuolo nel quale lo avvolgeranno deponendolo in grembo alla terra. — Che giova nelle fata dar di cozzo? — La mola del destino macina Dei, macina uomini, ma non macina ignoranza; che rimarrebbe a fare? Forse quello, che la moglie di Giobbe consiglia al suo marito: _maledici e muori_, che l'arcivescovo Martini volgarizza piamente: _benedici_, ma il testo _ebraico_ dice espresso: _maledici_: ed una volta a rilevare questa infedeltà si correva rischio di avere qualche tratto di fune, oggi non importa nulla ad alcuno nè manco ai preti, i quali hanno bene altre cose a fare, che a pensare alla religione; ed io pure mi sento meno la balìa di maledire; anzi di ridere: io sto testimone nel mondo del come un uomo possa essere morto prima, che per lui sia giunto il giorno supremo.

Dunque era finito il funerale, ma avanzava un'altra cerimonia, ed era calare il feretro dentro il sepolcro della famiglia Bulgarini posto sotto il pavimento della chiesa, onorevole per lo stemma della casata squartato per traverso, da mezzo in giù con daghe diritte alternate di vermiglio e di argento, dal mezzo in su aquila nera incoronata in campo di oro. Gli stemmi premono anco ai morti, e i nobili stinchi si hanno da presentare al giudizio in calze di seta per non confondersi co' plebei; se ciò non fosse ne andrebbe scombussolato l'ordine dei cieli: ora per lo appunto dal cielo cattolico piovve sul capo dell'eccelso reggimento nostro il domma dell'_Ordine_ e della _Resistenza_. Il Padre Eterno è il tipo dei conservatori: difatti non si vorrebbe movere mai, quantunque prima di lui altri inquilini abitassero i cieli, e forse, chi sa, il fato cova nei suoi misteri altre divinità a succedergli nelle sedi beate.

[Illustrazione: .... cadde supina singhiozzando per la pena. (Pag. 98.)]

Tutto dunque, nel funerale di Paride Bulgarini, era stato recitato, e cantato, acceso e spento; adesso non rimaneva altro, che calare il cadavere nel sepolcro: pertanto levarono la lapide, e assicurata con funi la cassa, quattro incappati si disponevano a _questa ultima fatica_; molti già se n'erano iti pei fatti loro, taluni piegati i moccoli se li erano riposti in tasca onde farsi lume per le scale tornando a casa di notte, mentre tali altri avevano superbamente donato i mozziconi ai ragazzi, i quali durante la funzione avevano raccolto le gocce cadenti dalle candele, e dai moccoli nella palma delle mani senza tema delle scottature, con inestimabile dispetto dei frati torzoni, che, nel vedersi defraudati di cotesti sgoccioli, strabiliavano di rabbia. I più pietosi, od anco, se vuoi, i più curiosi però erano rimasti ad assistere a cotesto atto estremo; la Fulvia fra questi. La cassa fu calata, e dal tonfo, che diede, si conobbe che aveva toccato il fondo; la lapide era dai maestri rimessa a sesto, ed aggrappata con le solite staffe; il sacerdote anco una volta l'asperse con l'acqua benedetta, e per l'ultima volta con voce lugubre pronunziò il _Requiem æternam dona eis, Domine, et lux perpetua luceat eis_. — La Fulvia col velo abbassato su gli occhi stava immobile a capo della sepoltura, Lattanzio a' piedi di quella presso alla lapide accanto al sacerdote: allo improvviso ella levò gli occhi e lo vide.... Dapprima rimase come impietrita, le sue labbra susurravano accenti indistinti, gli occhi balenavano smarriti; le parve, anzi credè che Paride, appena consegnato al sepolcro, ne uscisse subito potente più che mai fosse stato di vita, e di bellezza; certo le sembianze di lui ora apparivano quali le mirò, e se le finse dopo il perdono, che immaginò ottenere da lui, ma questo la consolava poco in paragone dello spavento, che le penetrava le ossa allo aspetto di un uomo appena sepolto resuscitato. La paura poi crebbe fuori di modo, quando guardando per di là i suoi occhi incontraronsi con quelli di Lattanzio; se ne sentì trafitta; con atto disperato si portò la destra al cuore quasi per tema le si sfiancasse; le gambe le mancarono sotto e dubitò sprofondare nel sepolcro donde era uscito Paride; di sè immemore e del luogo, incapace affatto di contenersi, proruppe in altissimo grido, e voltò le spalle per fuggire; senonchè nel moto scomposto il lembo della veste s'inviluppò fra i piedi di uno scanno, per cui di un tratto rimase impedita: allora pensò, che il morto resuscitato l'agguantasse per le spalle a fine di tirarla seco nello avello, e giudicandosi così dall'umano, come dal celeste aiuto abbandonata, cadde supina singhiozzando per la pena. La rilevarono alcuni pietosi, i quali appena miratala in volto esclamarono: «Madonna Fulvia Piccolomini, la signora Griffoli,» e questo grido propagandosi di bocca in bocca arrivò alle orecchie di Lattanzio, il quale si scosse come persona invasa da scintilla elettrica; e visto, che la gente sorreggendo la donna l'avviava fuori della chiesa, la precorse uscendo da una porta laterale, aspettandola sopra la soglia della porta mediana. Colà quanto l'odio ha in sè di più atroce, la rabbia di terrore, la minaccia di pauroso, tutto raccolse nella virtù dello sguardo, e d'improvviso comparendole innanzi glielo lanciò a modo di freccia negli occhi. Allora la donna sgomenta stette per istramazzare da capo; ma presa subito dopo forza dalla disperazione, respinti i soccorritori, si svincola dalle mani loro correndo verso casa quasi ad asilo. Lattanzio, giovenilmente gagliardo, la seguita da vicino, ond'ella si sente dietro le spalle lo strepito delle sue orme; accelera il passo, indarno, perchè più di lei sente accelerarlo lo insecutore, pure trangosciata arriva alla sua magione, picchia, e ripicchia, sto per dire a fuoco, si avventa alle scale, le vola, apre con fracasso le porte fino alle più intime stanze. Quivi gli occorre il marito, che rumina i rimorsi dei commessi delitti, pure meditando a commetterne di nuovi; verso lui ella si slancia, lui aggrappa con l'agonia del naufrago intorno allo scoglio, ed urla da spiritata:

— Chiudete le porte, sbarratele, tirate tutti i catorci; deh! che non passi..... impedite, ch'ei venga, od io mi butto giù dalla finestra.

— Ch'è mai? Rimescolandosi tutto chiede Lelio.

— Lui! lui!

— Chi lui?

— Paride Bulgarini.... lo avvelenato da te.

— Ma non era morto? Non lo seppellivano oggi?

— Già! morto sì; sepolto sì, ma è resuscitato.

— Resuscitato! Misericordia!

— Resuscitato, e mi corre dietro per agguantarmi.... O Dio! O Dio! senti, che vuole entrare.... entra.... dove mi salvo! Trattenetelo....

E questo ella diceva perchè prima udì picchi concitati nella porta, e poi le pedate di uomo, che con passi scomposti si avvicini; nè Lelio compariva percosso da paura niente minore di quella della sua donna; a bocca aperta, e con isguardi appuntati fissava la porta, presago d'imminente sciagura.

La porta sospinta da mano poderosa si spalanca, ed irrompe dentro la stanza Lattanzio; bello come i poeti e gli scultori immaginano fosse bello Apollo quando vibrò le quadrella mortali contro il serpente Pitone: dalle narici dilatate il suo alito fumava, gli si crispavano convulsi tutti i muscoli della faccia, dalla fronte bianca di marmo grondava sudore, e tuttavia conteneva l'ira pronta a traboccare; a mezzo della stanza si fermò, e lento lento disse:

— Scellerati, voi mi dovete la vita di mio fratello, ed io vengo a dirvi, che prima che scappi l'anno, voi me la pagherete....

Lelio si aggomitolò come un baco da seta infratito, Fulvia no, che fece ogni sforzo per rispondere; ma la voce le fece groppo nella gola, e non potè uscire: quando ella riebbe un po' di calma, Lattanzio era sparito.

CAPITOLO IV.

Il Castigo.

A Lelio si cacciò addosso la febbre della paura, onde giudicandosi più sicuro in villa (dove a verun patto non consentì accompagnarlo la Fulvia), colà si ridusse: appena si può con parole significare lo stato miserrimo in cui cadde disfatto dal rimorso, e dal terrore. Quanto a rimorsi alla lunga ci si sarebbe accomodato però che, come il proverbio insegna, anco co' denti guasti si mastica, ma quello che non gli dava tregua era la paura. Pertanto appena arrivato in villa si diede sottilmente a rivedere le mura, le finestre e le porte; le prime tastò per conoscere se per caso in parte fossero deboli, ovvero contenessero qualche vano di gola di cammino, o simile, intonacato alla meglio per non parere, come talora succede, ma le trovò salde quasi di fortezza: alle finestre terrene in fretta e in furia fece raddoppiare le inferriate; porte e finestre del piano terreno munì d'impostoni con nottole da assicurare usci di città; inoltre, appena sonate le ventiquattro, li rinforzava mercè stanghe di querce poste per traverso, ed intromesse nelle buche aperte dentro i muri di sguancio. Molte volte in capo al dì mandava contadini a speculare se scoprissero uomo in cotesti dintorni, ovvero a pigliar fumo se taluno avesse incominciato a bazzicare per quei pressi; nè soddisfatto a tanto, ordinò gl'inalzassero per bene quattro braccia una torretta sorgente sul tetto della casa onde scoprire maggior tratto di paese, e quivi sovente si metteva egli stesso a velettare per ore ed ore. Ogni giorno che Dio mandava in terra, appena la serva tornava dal mercato del prossimo villaggio, egli la sottoponeva a inquisizione, interrogandola troppo più sottilmente del fiscale, che avesse visto, che udito, che cosa ella avesse detto altrui, e che altri detto a lei; visi nuovi ce n'erano capitati? E via, e via. All'ora dei pasti egli medesimo si recava a pigliare acqua alla fontana, alla quale, per trovarsi fuori dell'orto chiuso da muro, si faceva accompagnare da contadini armati, ed egli stesso portava con una mano l'orciuolo, dall'altra il moschetto; più tardi quando la stagione si rese inclemente di per sè l'attinse al pozzo, che gliela dava salmastrosa ed amara, piuttostochè fidarsi ad altri, che andasse alla fonte; presala, la chiudeva nella credenza riponendosene la chiave in tasca. La più parte del tempo stavasi in cucina per assistere alla cottura delle vivande, nè gli bastava, che non se ne saria messo per cosa al mondo un boccone in bocca laddove la serva non le avesse pregustate; ed era argomento di giocondità considerare com'egli per ottenere questo scopo ora vi adoperasse le preghiere, ed ora le minacce, e strattagemmi infiniti: quando non gli sovveniva altro partito ne gittava un pezzo al cane e al gatto, i quali lo assistevano al pranzo a destra ed a sinistra del seggiolone, come il diacono e il suddiacono il prete quando celebra la messa, e poichè gli pareva, che lo avessero senza sospetto rosicchiato come senza danno ingerito, allora si attentava a mangiarne anch'egli. La sera prima di giacersi tirava il chiavistello dell'uscio di camera, ne chiudeva la serratura a due mandate, poi ci appuntellava tavolini e scranne, all'ultimo s'inginocchiava accanto al letto, e sporgendo la candela sguaraguardavaci sotto. Non passava notte che il sonno non gli fosse rotto subitamente da sogni spaventosi, o da altre cause inani in sè, e pure capacissime ad atterrire uno spirito atterrito: certa volta un parpaglione gli prese a zufolare intorno al letto, ed egli immaginò che l'anima di Paride si accostasse a sollevargli le foglie del saccone, ond'ei si levò di un tratto a sedere sul letto urlando da spiritato: «Misericordia! misericordia!» e siccome la farfalla non cessava il ronzìo, ecco si precipita giù dal letto per fuggire; invano, chè lo insetto gli svolazza intorno agli occhi e al naso: fuori di sè, co' capelli come stecchi ritti mena pugni a destra ed a sinistra, finchè la farfalla visto uno spiraglio di luce si drizza verso la finestra dove la insegue Lelio, e ce la chiude spingendole addosso le imposte: allora si udì raddoppiato lo strepito, il quale alla inferma fantasia del Griffoli fece supporre, che la fantasima rotti i cristalli fosse fuggita via; ond'egli grondante di sudore tornossi a giacere, nè ebbe requie mai, chè a destra si volgesse, ovvero a manca, incontrava la faccia di Paride, che gli mostrava i denti in atto di morderlo. Un'altra volta avendo spento la lucerna, e lasciato lo spegnitoio sul beccuccio avvenne, che nel dar volta su le piume urtasse con le coltri la tavola dov'era la lucerna, ove lo spegnitoio cadde, e cascando diede dentro alla colonna di quella, la quale mandò un suono acuto ripercosso dall'eco della stanza. La novità del suono, il caso inopinato ebbero virtù di levare di sentimento il peccatore, che si avvoltolava pel letto mugolando a modo di uomo preso dalla colica: si quietò dopo un lungo anelito ed abbandonandosi sul guanciale con un gemito, che gli partiva proprio dalle viscere, disse: «Oh! che affanno.» Come provvide il cielo, il peso del delitto l'opprimeva; colui che aveva spenta la vita del fratello da per tutto paventava una insidia alla sua; l'avvelenatore temeva in ogni liquore il veleno.

Intanto la Fulvia rimasta in Siena di breve venne chiarita dello errore suo, e seppe Lattanzio non essere larva od ombra vana, bensì giovane potente di vita e di leggiadria: quella sua faccia piena di corruccio, e pure di grazia le stava impressa nella mente, perchè simile alla sembianza di Paride quando nella sua immaginativa divenuto pio le pronunziò la parola di perdono; e dove mai ella avesse potuto dimenticarlo, troppo spesso incontrava Lattanzio, perchè non le venisse rinfrescata; il quale, a vero dire, la guardava sempre a squarcia sacco, anzi un dì peggio dell'altro, e nondimanco la Fulvia nutriva in cuore la speranza, che l'ira fosse giunta sul pendìo, pari al marinaio, che, nel massimo infuriare della tempesta, presente non lontano il termine di lei. A poco a poco tanto nel desiderio di Lattanzio si accese, che in meno di un mese le parti di Paride verso la Fulvia parvero mutarsi in quelle di Fulvia verso Lattanzio; lui cercava, ed anch'egli un po' cercava lei non fosse altro per farle, com'ei credeva, paura; lui nella segreta sua stanza indefessa invocava, per lui vigilava, per lui pregava, per lui sentiva struggersi dentro. Mirabile a dirsi! Comecchè giacente in letto si fosse, col cortinaggio chiuso, e chiuse del pari le finestre e le imposte, di un tratto un tremito fitto le si metteva addosso, i denti le battevano, e gli occhi intantochè esclamava smaniosa: — Eccolo! eccolo! — Chi ecco? — Egli, Lattanzio, il Bulgarini. — Temerono un pezzo, ch'ella non finisse per dare il tuffo nello scimunito; ma in breve toccarono con mano, come Lattanzio presentito, e preannunziato da Fulvia, o si affacciava in cotesto punto alla contrada, o stava poco a vedercelo capitare. Ai giorni nostri chi crede a simili presentimenti, chi no; ma a senso mio è più facile negare la virtù magnetica, che dimostrare sul sodo ch'ella non sia. Questo intenso desìo, crescendo di ardore diventò spasimo; ond'ella all'ultimo deliberò, postergato il pericolo, ogni verecondia cessata, di chiamare Lattanzio a privato colloquio.

A privato colloquio! Ma sa ella che il cuore di questa sua Fulvia assai mi ha l'aria di un pagherò all'ordine s. p., il quale in meno che non si recita un _credo_ può girarsi ad una serqua di persone. — Scusi, mio lettore garbato, prima di tutto, o (come i Piemontesi invariabilmente scrivono, e bene) _innanzi tratto_, io non mi sono impegnato a mantenerle la Fulvia uno stinco di santo, nè farina da farne ostie; e poi cotesto amore era una faccenda, la quale non generata da obietto esterno, bensì si accendeva dentro, e quivi nata e cresciuta, calzata e vestita si riversava fuori; nel che corre grandissimo divario: la prima senza uomo non può stare, la seconda sta anco con la rimembranza: sicuro eh! e chi lo nega? Quando il tuo amore gli è bello formato nel penetrale dell'anima tua, se ti occorre una nicchia dove posarlo tu ce lo metti subito, e ti pare leggerezza, o peggio, e non è così. Fulvia si era condotta ad amare Paride morto, adesso quando se lo aspetta meno, si mira comparire davanti un Paride vivo, e per di più fatto a pennello, e il suo cuore si volge a questo: veda, e' fu come passare di camera in salotto: di più io non so dirle, per maggiori spiegazioni, benigno lettore, io la rimando alla sua moglie, che naturalmente se ne intenderà più di me: per la qual cosa la non m'impacci di più, e mi lasci finire il racconto.

Pertanto ella si mise a pensare sul modo di avvertire Lattanzio del suo desiderio: avrebbe voluto scrivergli, ma se costui la odiava, e avesse voluto intorarsi nell'odio, non poteva adoperare cotesto suo invito per farla la più vituperata femmina del mondo? E poi che dirgli? Se poco o non sarebbe venuto, o chi sa che mai avrebbe abbacato col cervello: se molto, ci era il caso, di vederci entrare chi doveva starne lontano, vo' dire Don Mattias de' Medici governatore di Siena, ovvero i Signori Otto. Meglio commettere il negozio in mano a donna discreta, che andasse a tenergliene proposito destreggendosi cauta per non fare scappucci: ma dallo altro canto rammemorando i modi da lei e da suo marito adoperati a danno della povera Betta, quando le si condusse davanti messaggera di Paride, s'invilì peritandosi di porre allo sbaraglio qualche persona dabbene: di altre non si sarebbe potuto senza suo biasimo infinito giovare. — Stringendo ogni ora più veemente la necessità, bisognò non istar più sul lellarla e prendere partito, onde si risolvè scrivergli: alla peggio avrebbe potuto stracciare la lettera.... sempre meglio, che scaraventare giù una donna, ovvero uomo per le scale con pericolo di fiaccargli il nodo del collo. Rispetto poi a serbare la lettera e girsene intorno a mostrarla per rendere lei contennenda ed infame.... siffatte ribalderie tra gentiluomini, ella pensava, non costumano.... si trattasse di un popolano, ti dia la peste! Insomma scrisse. O che scrisse? Vediamo, leggiamo, sentiamo. Largo, donne mie, ella era una lettera scema come.... talvolta ne scrivono talune femminuccie senz'arte nè parte; io ve la riferirò in succinto:

«Signor Lattanzio Bulgarini,