Part 5
Intanto tutti i servi di casa Bulgarini, e non pochi del vicinato, tratti dal rumore degli omei, eransi raccolti nella stanza di Paride; tanti capi, tanti pareri, chi, secondo gli umori, voleva, che innanzi ogni altra cosa si pensasse all'anima e si mandasse pel confessore, chi all'opposto si provvedesse al corpo e si cercasse il medico, e chi il notaio per acconciare gl'interessi del mondo, chè a quelli dell'altro Dio ha destinato la eternità per pensarci due volte ed assettarli a bello agio. I rimedi proposti vari e stranissimi; ognuno, o per dire meglio ognuna, sosteneva a spada tratta il suo, sicchè vennero a lite fra loro; e' fu mestieri transigere accettando un po' da tutte; così preso un piccione, e tagliatolo in mezzo lo adattarono al povero infermo come cuffia sul capo, ebbe senapismi ai piedi, fomente al ventre, cristei, per bocca acqua calda e olio; poi il _lumen Cristi_ sul seno; l'ulivo benedetto su la fronte; abitini un diluvio; le goccie di san Tommaso di Aquino, le quali, per dire la verità, in cotesto caso facevano proprio la figura del Soccorso di Pisa, s'è pur vero, che san Tommaso morisse per lo appunto avvelenato. Dopo un tafferuglio da non si dire, tre persone corsero in tre parti per chiamare confessore, medico e notaio; quindi subito fu spedito la quarta per avvisare il fratello di Paride, Lattanzio con raccomandazione, che venisse via a rotta di collo se pure intendeva vedere vivo il fratello. — Primo accorse il prete con tutti gli arnesi del suo mestiere, il quale messa subito la mano ai ferri incominciò dalla confessione; ma lo infermo comecchè fosse più nel mondo di là, che di qua, mostrò disgusto per cotesto ronzío, che il prete gli faceva nelle orecchie da parere più che altro un moscone dentro un fiasco; allora lo tenne per confessato, e passò alla comunione; nè in questa il prete fu meglio avventuroso, chè il vomito incessante non gli concesse il destro per introdurgli in bocca l'ostia consacrata: indizio pessimo per alcune comari, le quali dopo cotesto caso si allontanarono, giudicando lo infermo al tutto sfidato; imperciocchè tenessero per sicuro, che se ci entrava l'ostia avrebbe fatto perdere la virtù al veleno come si era altre volte veduto. Sopraggiunse in cotesto frattempo il medico, il quale per far presto si era vestito correndo per la strada, che era a vederlo una pietà: tolto subito un lume lo accosta alla faccia del moribondo, nè parve nè anco un momento perplesso intorno alla indole del male: tra spaventato, e affannoso si volge agli astanti e domanda:
— Chi aveva in cura questo infelice?
— E chi altri se non io? rispose Betta.
— Che cosa gli avete voi ministrato?
— L'acqua miracolosa del medico romano.
— Quella, che aveva suggerito io, mormorò sommesso una comare comparsa nella stanza per amore di curiosità e di confusione.
— Ecco qua la guastadetta, continua la misera donna, vedete egli ne ha bevuta appena la metà.
La vide il medico, lesse la leggenda: _Manna di san Niccolò di Bari_ e compreso di orrore esclamò:
— Avvelenato! — Iniqua femmina.... tu l'hai avvelenato....
La Betta proruppe in un urlo che straziò le orecchie, e più il cuore a quanti lo udirono, con una mano si svelse una ciocca intera dei suoi capelli grigi, con l'altra strinse la maladetta guastada, e fuggì via come persona diventata per subita mattezza vesana. Ogni rimedio parve inutile al medico, pure lo tentò, ma lo stato dello infermo andò di mano in mano peggiorando, sicchè sul mettersi del dì egli si era condotto _in extremis_. In cotesto punto si affacciò su la porta il fratello Lattanzio, il quale, passando a respirare dal vivido aere cotesta atmosfera tetra e pestifera, balenò su la soglia per cadere: riavutosi alquanto, corse diritto alla finestra e la spalancò. Il sole sorgente ci versò un fascio di raggi i quali precipuamente illuminarono il letto, lo infermo e ogni altra cosa. Orribile vista! Nulla più presentava di umano il misero giovane, quanto rimaneva era informe carne putrefatta; Lattanzio stette come impietrito, ma Paride, o sia che lo improvviso colpirlo della luce suscitasse in lui la estrema scintilla della vita, o sia, come per ordinario avviene alla creatura prossima a finire, che sembra farsi indietro nella vita per pigliar campo a dare il tuffo nella morte, fatto sta, che aperti gli occhi riconobbe Lattanzio, e con voce maggiore di quella, che pareva consentirgli il suo misero stato susurrò:
— Fratello! Ti lego la mia sostanza e la mia vendetta. La Fulvia mi ha avvelenato.
E più non potè dire: un singulto gli troncò la parola e la vita. Per consiglio, anzi per ordine espresso del medico, fu ordinato che senza perdita di tempo il corpo o piuttosto i miserandi avanzi del corpo di Paride si ponessero dentro una cassa di quercie piena di calcina forte, ed occorrendo, la prima con una seconda cassa si fasciasse come invero fu fatto. Osservarono, ed anco questo diede novella prova dello avvelenamento, come nel levare il cadavere dal letto per metterlo dentro la cassa lasciasse la massima parte dei capelli sul guanciale, e gli cascassero le unghie dalle mani diventate nere. Essendogli stato rinvenuto il testamento sotto l'origliere, si notò, che di veruno dei tre accorsi tornarono utili gli uffici; così la va pur troppo, mentre un uomo solo può far male quanto vuole, ed anco più di quello che vuole, una moltitudine di uomini si trova inetta a ripararne la minima parte, ed anco questo si chiama provvidenza.
Non invitato era comparso un altro personaggio, ed era il bargello, che avuto fumo della cosa venne a pigliare notizie per informarne il Magistrato degli Otto; non ci fu mestiero argutezza, per mettere la mano sul filo della matassa: la Betta aveva la chiave di ogni cosa: dov'è la Betta? Chiamisi la Betta. Si fruga, si rovista, mandasi fuori, e da per tutto si cerca, tranne nel luogo dove sembrava più facile rinvenirla, in camera sua. Andarono, trovatala chiusa, di uno spintone scassinarono l'uscio. Betta giaceva morta sul pavimento accanto ad un inginocchiatoio; erano in lei meno gagliardi, pure tutti i segni di veleno come in Paride: di fatti sopra lo inginocchiatoio appariva la guastada della _Manna di san Niccolò di Bari_ vuota fino all'ultima goccia; cadendo riversa l'era schizzato fuor della tasca del grembiale uno stiletto, che fu riconosciuto appartenere a Paride.
[Illustrazione: .... Betta giaceva morta sul pavimento accanto ad un inginocchiatoio; (Pag. 78.)]
Dietro alquante lievi ricerche si venne a sapere come Betta, quando sparve dalla camera dopo le parole fiere del medico, fattasi a certo stipo ne cavasse fuori un pugnale, riponendovi in vece e chiudendovi a chiave la caraffa dell'acqua tofana; poi uscì correndo. Recatasi all'albergo dell'_Àncora di oro_ domandò del medico romano, e dall'oste le fu risposto con una carta d'improperi contro cotesto farabutto, che appena ella aveva sceso le scale egli le aveva tenuto dietro, ed essi avevano creduto la seguitasse a casa per visitare lo infermo; ma sendo scorse parecchie ore della notte, senza vederlo tornare, saliti nella sua camera avevano veduto, come l'assassino avesse loro lasciato in pagamento la valigia piena di paglia e la parrucca di cui compariva incamuffato; male patendo la beffa, e il danno, essersi l'oste condotto fino alla porta Romana per domandare alla guardia se avesse visto passare gente, e la guardia avere risposto, che sì, ma verso la terza ora di notte, e volere adesso rincorrere l'uomo, il quale, a quanto sembrava, buon cavallo aveva sotto, egli era come andare a mettere un pizzico di sale su la coda di una rondine. Allora la Betta si ridusse a casa; chi l'avesse vista, per certo avrebbe detto: costei porta la morte in seno; riaperse lo stipo, prese la guastada della mortale acquetta e con essa in mano si chiuse in camera.
Pare, che suo intendimento fosse uccidere prima il medico traditore, poi sè forse di ferro: mutò pensiero, e le piacque procurarsi morte uguale a quella, onde periva il suo Paride. Dimenticò rimettere al posto il pugnale, chè altra cura la tribolava: s'inginocchiò davanti la Beata Vergine, pregò per Paride, per tutti e per sè, con molte lacrime chiese perdono di quanto stava per commettere, confessò a Dio padre le sue peccata, e per ultimo bevve tutto fino all'ultima stilla l'acqua tofana; nè si rimase dallo stare genuflessa, finchè gli atroci dolori di visceri non la costrinsero a contorcersi convulsa sul pavimento. Quivi spirò supplicando a vicenda ora la Madonna ed ora Paride.
Povera Betta! — Povera Betta! Aveva tanto cuore la povera Betta.... ah!
CAPITOLO III.
La Resurrezione.
Lelio sempre malconcio del solenne cimbottolo, che aveva tombolato, stavasene tuttavia in casa dove costringeva la Fulvia, contro sua maladetta voglia a tenergli compagnia. A cotesti colloqui presiedeva lo sbadiglio nei dì di festa; in quelli di lavoro la meno trista passione che ispirasse cotesti due coniugi era l'odio: ogni parola portava seco il pungiglione, trafiggevano tutte, la diversità consisteva nella punta più sottile o meno, tra lo stiletto e l'ago; se non così quelle di Lelio, allora fastidiose, e sazievoli fino alla morte; quando ei favellava pareva a Fulvia avere un sassolino entro una scarpa, un bruscolo nell'occhio, una zanzara allorchè piglia a bersaglio il naso di un galantuomo, ovvero il ronzío dello impronto moscone dentro l'orecchio: e chi più sa più ne metta. O che giocondo vivere in matrimonio quando i coniugi riposano la testa sopra un guanciale, che ognuno dalla parte sua ha ripieno di desiderio di scambievoli e cordiali accidenti apopletici, ovvero epilettici non monta. — La sera stessa, che successe il caso del Bulgarini, questi due sposi stavano, secondo la usanza, a lacerarsi gentilmente, quando di un tratto fu udito un fischio acutissimo; Lelio si scosse, ed esclamò:
— Ha da essere Ciriaco, che torna da Roma, e mosse per andargli incontro.
— Proprio gentil maniera! E sopportate voi, che il vostro servo vi chiami a mo', che il bargello costuma gli sbirri suoi?
Ma l'altro non gli rispose che altra cura lo stringeva; egli stesso aperse a Ciriaco, come erano già accordati, per la porta di dietro, che metteva in cucina; appena potè incollare i suoi labbri all'orecchio di lui lo interrogò:
— Ebbene?
— È affare fatto; ma mi è toccato sudare acqua e sangue per trovare un po' di acquetta, che prima si aveva alla mano come l'acqua di Fontebranda; mi rincresce per voi, messer Lelio.
— Per me? Che ha che fare meco l'acqua tofana?
— Eh! riprese Ciriaco con aria compunta, perchè mi toccò pagarla un'occhio se pure ho voluto portarla meco.
— Ho capito; io metto pegno, che più di mezzi tu me gli ha rubati; prega il tuo Dio, che io non lo sappia....
— Ecco, il benefizio non è compito e la ingratitudine incomincia: ma non sapete voi, che il meno, che si arrisica per servirvi gli è il caso di trovarsi arrotato e squartato? Se tutto questo accadesse quando non ci sono io, guà! non m'importerebbe più che tanto, ma il _busillis_ sta, che sono arnesi da farmelo quando mi ci trovo proprio presente, e questo muta specie ed aggrava notabilmente. Ogni cosa invecchia, specchiatevi in cotesta perla di uomo di Francesco Cenci; or sono cinquant'anni, nel quaderno delle sue spese in opere di misericordia scriveva: _per le peripezie di Toscanella seimila ducati, e non furono troppi_; e voi, io mi aspetto, a vedere fare greppo per mille ducati spesi in una guastada di acqua limpidissima, che era un desio a vederla.
Lelio fece l'atto di cui tocca col dito un ferro, che crede freddo, e poi trova rovente; il boccone era ostico, ma fu mestieri mandarlo giù, onde senz'altre parole interrogò:
— Riuscì pulito il trovato di fingerti medico?
— A capello; e la femmina trasse al brumeggio meglio che non fa il muggine: a questa ora od egli è già partito, od ha messo il piede dentro la staffa.
— A che ora per lo appunto consegnasti la guastada alla vecchia, e che facesti poi?
— Fra la seconda, e la terza ora di notte, uscii da porta Romana, e rientrai per Pispini da Santo Viene; sicchè come potete riscontrare da voi ho corso a staffetta, e giusto adesso tutto polveroso con gli usatti in gamba mi presento a voi.
— Bene sta: hai lettere, o messaggi dei parenti di Roma? Novelle da raccontare?
— Lettere no; messaggi un sacco ed una sporta: quanto a novelle se me ne manca le semino, e le raccolgo in meno che non balena.
— Adesso vieni, che ti presenterò a madonna....
E lo condusse al piano superiore; giunto in sala vide che l'orologio stava per iscoccare le ore quattro di notte, ond'ei lo tirò indietro quasi un'ora, e sottovoce avvertì Ciriaco:
— Non ti maravigliare; ti licenzierò quando l'orologio sonerà le quattro; alle tre ore il medico romano stanziava tuttavia allo albergo, alle tre ore tu ti trovi qui.... capisci! Per ogni casaccio tu nella medesima ora non potevi trovarti in due luoghi.
— Voi dite unicamente: non basta essere nato gentiluomo per pescare di simili acutezze, ma bisogna altresì essere stati, almanco dieci anni, mercanti.
Lelio presenta Ciriaco alla Fulvia molto scusandolo dello arnese in cui le compariva davanti, ed ella lo assolvè di leggeri perchè molto le premeva appagare la sua curiosità, e molto per sollevarsi dalla tetra noia che l'oppressava. Ciriaco espose non avere veduto il papa, bensì saputo dal fratello don Mario, dal figliuolo di lui Flavio cardinale padrone, non meno che da don Agostino nipote, che papa Alessandro quanto a salute ne aveva da rivendere, però di spirito non trovarsi a punto per via dello affronto, che gli pareva avere ricevuto nella pace dei Pirenei, dove non lo avevano considerato nè manco per istrofinacciolo; e pensando, che questo gli era venuto da due potenze per eccellenza cattoliche, la Francia e la Spagna, gli trafiggeva il cuore. Arrogi, che la faccenda tutta era stata negoziata dall'eminentissimo Mazzarino a cui, come cardinale di santa madre Chiesa, non toccava tirare i sassi in colombaia: in Corte mulinarsi grandi disegni contro Parma e Modena a ragione considerate nemiche, sicchè il papa essersi ormai risoluto d'incamerare il ducato di Castro, e volere rimuginare cielo e terra, perchè dal patrimonio ecclesiastico mai più per lo avvenire si separasse. Il cardinale padrone, e don Mario incontrare, secondo il solito, contrarietà grandi per la parte dei primati per invidia, e dalla parte del popolo per le cresciute gravezze come se questo pretendesse vivere a ufo nel mondo, e di un tratto far portare altrui il basto, che natura volle egli solo portasse: ma ormai, potenti per le nozze Borghese, e molto eziandio contando sopra la guardia corsa sotto i comandi di don Mario tenersi bene in sella da non temere scavalcature. Le principesse mandarle mille riverenze e saluti: volerla ad ogni patto a Roma per le feste dei santi Pietro e Paolo, dacchè per le pasquali ella non aveva voluto andare: mal per lei se mancasse, gliene avrebbero serbato il broncio almeno un secolo. Così di parola in parola tirata proprio co' denti, per allungare il discorso, si arrivò fino al battere dell'ora. — Messer Lelio facendo le maraviglie, disse:
— Siamo sempre a buona otta; io credeva che fosse più tardi; l'orologio se non falla ha sonato le tre. Ciriaco tu dal lungo cavalcare devi sentirti le costole rotte; va a riposo, e procura domani di essere levato per tempo.
— Lustrissimo, sì, e la signoria illustrissima di donna Fulvia non vuole farmi l'onore dei suoi comandi?
— Ciriaco, o di tuo padre infermo non hai a dire motto?
— Ah! sì, povero uomo; al mio giungere in Roma trovai, ch'egli si era già partito per quella grande isola, che si chiama Eternità, ond'io non credei prudente per ora seguitarcelo per sapere da lui se gli dava più noia la podagra. Questo sarà per un'altra volta.
— Va, Ciriaco, possa il tuo viaggio non avere avuto peggiore causa di questa: a te ed a cui te lo ha fatto fare auguro riposo, e notte tranquilla.
Era istinto che la faceva favellare così, od era un presagio dell'anima? Come il vaso dove stette custodito l'ottimo vino, sebbene vuoto tramanda odore sfumato, che pure lo rammenta, così l'anima mala, quantunque s'infinga, empie l'aere dintorno di un fluido elettrico, che la rivela.
Il dì seguente, mentre la Fulvia e Lelio se ne stavano nel tinello ad asciolvere, ecco comparire Ciriaco con non so quali carte portate a casa dagli ufficiali della posta, che prese da Lelio, mentre sta leggendole, così alla carlona, domanda:
— Che novelle in città? Sei stato fuori?
— E come non sapete voi nulla? Non vi hanno detto nulla?
— Parla, Ciriaco, instava Lelio fingendosi spaventato, non ci tenere lì sulla corda; accadde disgrazia, che colpisca la mia famiglia, e me?
— No, la Dio grazia; si tratta di un certo Laperini, Luperini, insomma qualche cosa di simile, che va a finire in _ini_.
— Bulgarini? Forte domanda con voce vibrata la donna.
— Giusto! Bulgarini.
— E che mai gli successe?
— Una spiacevole cosa in verità; ma da ora in poi non gli accadrà più... egli è morto di veleno; corre comune opinione lo abbia avvelenato una serva in cui egli molto si confidava..... sento, che la chiamano la Betta; andati poi nella stanza dov'ella dormiva ci hanno trovato morta anche lei.... chi sa? La disperazione... la paura di trovarsi scoperta.....
La Fulvia, dopo tenuta alquanto la fronte nella mano, saltò su con impeto esclamando: — Non è vero.
— Che! non è vero forse, che abbiano trovato morta la Betta?
— No, che Betta abbia avvelenato Paride Bulgarini: la donna, che allattò una creatura non l'avvelena. — Io credo... spero... temo avere scoperto il reo, o piuttosto i rei di codesti omicidi: Lelio, Ciriaco, guai a voi, se il mio sospetto diventa certezza... voi siete spacciati.
Così dicendo si parte, e lascia cotesti due presi dalla paura per modo, che battevano i denti. Nè per l'uno nè per l'altro cotesto era il suo primo fatto di arme; ma cotesta stoccata diritta, mentre avevano adoperato così sottile cautela a condurre la cosa, proprio nel vero modo in che doveva essere fatta, aveva loro traferito il cuore; onde Lelio guardando sottecchi Ciriaco gli domandò:
— Ciriaco! di quella acquetta te n'è rimasta punta?
— Nè manco una gocciola.
— Tu se' nato sciupione, e morirai all'ospedale. Bisognerà, che tu ritorni a Roma.
— Per andarmene quinci in Piccardia.
La Fulvia si chiude nella sua stanza, e quivi boccone sul letto prende a pensare su la fine di Paride, io dico ella piglia, ma non mica per atto di volontà, bensì condottavi da una forza, che in lei poteva più di lei: certa virtù segreta, le dipingeva nella immaginativa il Cristo del Sodoma flagellato alla colonna; mirava le spine fitte nelle carni, le goccie sanguinose giù per la fronte, e per le guancia, gli occhi ebbri di spasimo, la bocca spirante agonia, e nella mansuetudine divina un rimprovero senza fine atroce ai suoi carnefici; a poco a poco l'agitato pensiero sostituisce alla sembianza del Cristo quella di Paride, che con voce sottile le dice: — Vedi! per te come sono concio? La mia vita fu falciata peggio di fieno nel prato. Per colpa tua io nacqui per soffrire e per morire: di me veruna traccia nel mondo, il sepolcro mi raccoglie intero. E qual mai il mio peccato contro di te? Ti amai troppo; è forse offesa amare? E tu perchè ti mostrasti così fatalmente bella al mio sguardo? E che io domandava da te? Un po' di elemosina di amore, uno sguardo, un detto, che mi consolassero; io fui reo di amarti prima di Dio, tu rea di avermi amato meno di un cane, di non volermi considerare nè manco per prossimo. Ebbene, abbiti la misericordia, che adoprasti; io t'impreco una vita presso cui la morte sia da te desiderata come sollievo; però la morte altro non faccia, che spalancarti la porta della eterna dannazione: sii maledetta in eterno. — La Fulvia tremante come vetta dibattevasi nell'agonia, e con parole rotte supplicava: — «Non maledirmi Paride, della tua morte io non ho colpa; tu sai chi sieno stati i micidiali; se aspettavi un poco io ti avrei amato... ed ora ti amo, caro infelice, con tutte le viscere dell'anima mia, non imprecarmi male; assai mi si volgono amari i giorni della vita; non ti paio abbastanza misera onde tu voglia anco opprimermi col peso della tua ira?» — La immagine di Paride parve non potere resistere allo scongiuro, sicchè con molta passione rispose: — Fulvia, morto o vivo io, te colpevole o no, non posso odiare: io ti perdono.
Pronunziata appena questa parola _perdono_, ch'è l'ultima, secondochè afferma il Vescovo Isaia Teigner, della favella da Dio parlata alle prime creature sopra la terra, accadde una tramutazione nella immagine di Paride, le spine della fronte diventarono raggi, i capelli pigliano un bel colore di oro su i quali cotesti raggi riverberano, onde il capo di lui comparisce circumfuso di luce, come nell'antica e nella moderna religione effigiaronsi i santi; limpidi diventarono gli occhi, le labbra benigne, tutta la faccia pacata, poi in suono di melodia soggiunse: — Così ti usi Dio misericordia, come io ti perdono. — «Sì che tu mi sarai misericordioso, e solo che tu interceda per me presso sua Madre Santissima, anco Dio mi perdonerà;» e così dicendo la Fulvia sporgeva le mani giunte in atto di fervente preghiera; intanto si sentiva dentro quasi squagliare il cuore; un gruppo di passione le prese la gola e gli occhi, ond'ella diede in pianto dirotto sclamando: — «Misero!... misero!... mi sarà finchè vivo la tua memoria diletta, nè sarò mai quieta finchè i tuoi scellerati uccisori non abbiano pagato le meritate pene.»
E Lelio, che se ne stava con Ciriaco ad origliare alla porta sussurrò nelle orecchie di questo:
— Non ci è caso, bisogna tu vada a Roma per nuova acqua tofana.
— Lustrissimo, non ne facciamo niente: sento di là soffiare un vento di canapa, che mi offende la gola.
— Avverti, Ciriaco, che la canapa sanese gli è propriamente sorella della romana: ora non importa in questo negozio il luogo della nascita, preme evitare la canapa in qualunque parte del mondo sia nata.
Ciriaco soprastette alquanto, e messo l'indice tra ciglio e ciglio, in mezzo della fronte, parve pensare, poi favellò:
— _Fiat voluntas tua_, bene sta; fornitemi cavallo e danaro e avrete il fatto vostro.
— Ma che dei primi mille ducati non te n'è rimasto davvero nè pure uno?
— Manco la palla di un quattrino.
— Ah! Ma senti, Ciriaco; tu che sei uomo da capire per aria, ed alle cose ragionevoli ti arrendi, devi avvertire, che il primo viaggio a Roma lo imprendesti, e mi costò...?
— Mille ducati tondi.
— Adesso, considera non vai a Roma per conto mio, sibbene per conto tuo; quindi, ecco potresti contentarti di mezzi.
— Voi traffichereste l'olio santo col prete, che venisse a ungervi; se casca un quattrino ai mille, io sto qui murato come i muriccioli del vostro palazzo.
— Bada, sarai impiccato; pensaci due volte, perchè, sai, impiccano una volta sola.
— E voi notate, messer Lelio, che saremo appesi ambedue, e il dì, che ci vedranno pender giù, le genti diranno: gua' la forca si è messa le gioie.
— Ouf! che pena; andiamo, io non vo' guastare la buona amicizia: contentati di cinquecento cinquanta.
— Mai no — mille.
— Seicento.
— Mille.
— Là, dove andò la nave vada il brigantino, settecento.
— Mille.
Non ci fu verso; Ciriaco, che aveva mangiato la foglia non lasciò presa; in Lelio paura vinse avarizia, e bisognò pagare mille ducati di oro del sole: Ciriaco dopo averli ben contati li ripose nella cintura, e disse sarebbe partito il giorno vegnente: tuttavia, pensandoci su mentre la famiglia pranzava, sellato alla chetichella un cavallo andossi con Dio, o piuttosto col Diavolo; dove s'incamminasse ignoriamo, basti tanto, che qualunque via abbia tenuto riuscì allo inferno: certo a Siena non comparve mai più.