Il destino: romanzo

Part 4

Chapter 43,946 wordsPublic domain

— Di che mi dolgo io? Vedi ve' la immacolata coscienza; e netta! E ignoro forse il continuo attenderti fin su l'uscio, quando vai fuori di casa, quel tuo drudo Paride Bulgarini? Non grida la città intera a quel suo scandaloso seguitarti da per tutto: del vostro incontrarvi in chiesa come a posta di amore, dei guardi protervi, dei sorrisi sfacciati, la gente dabbene non ne vuole la vita.... continui messi da una parte e dall'altra, corrotti i servi, me ludibrio in casa e fuori... e di' rea femmina puoi negare, che qui, poco anzi, in casa mia, sotto il tetto dei miei padri, ricevevi una vile mezzana, la quale col pretesto di non so quali trine mandava cotesto tuo Paride per concertare teco nuovi tradimenti all'onor mio?

— Uditemi, messer Lelio, e vergognatevi se potete: tutto quanto avete detto per iscoprire marina è vero, tranne una cosa, il mio consentimento; anzi tale e tanto è il fastidio, che io sento della disordinata persecuzione di cotesto insensato giovane che non vi ha cosa al mondo, che io non fossi disposta a fare per liberarmene, bene inteso senza danno della mia reputazione e della mia coscienza; vera la donna mezzana, vero il pretesto delle trine; ma voi non sapete la collera, che m'infiammò alle proposte bieche, e lo urtone che io diedi alla malcapitata nel petto, ond'ella stramazzò per terra, e le trine andarono sparse sul pavimento. Se io non temessi di mettere a troppo dura prova la vostra cortesia come gentiluomo, e la fede, che come marito voi mi dovete, vorrei che mi credeste addirittura; pure se parvi onesto voi potete cercarne la testimonianza della Caterina, la quale è donna vecchia di casa e privatissima vostra. Se di ciò non vi feci motto, Lelio, egli è perchè precipuo custode dell'onore della donna ha da essere la medesima donna: ed io, la Dio mercede, mi sento oggi come sempre di provvedere ai casi miei, e poi perchè la femmina prudente deve rifuggire in simili faccende gli uomini, i quali tumidi di orgoglio non dubitano di mandare con omicidi e con ferite sottosopra le città e le famiglie: ed io vi confesso, che giammai vi avrei detto un motto di ciò, laddove non fosse accaduto, per vostra colpa, lo scandalo pubblico, con quanta reputazione di voi, ed augumento della integrità mia, lascio considerarlo a voi stesso: spero, anzi vado convinta, che l'avvertimento di questa mattina basterà senz'altra provvisione. Se contro l'aspettativa mia non fosse sufficiente, allora o ce ne andremo in villa o meglio ci recheremo a Roma per tòrre a me questa molestia dintorno, a voi la causa di gelosia indegna quanto affannosa.

— Io vi ringrazio, Fulvia, e se non fosse, che la gamba offesa me lo impedisce, io vorrei inginocchiarmi dinanzi a voi: che mi parlate di testimonianza? Per me; che Dio me lo perdoni, credo più ad una paroletta vostra, che agli Evangeli dei quattro evangelisti. State tranquilla; invece d'incomodarci, io vi assicuro di mandare questo Paride Bulgarini in paese tanto lontano, che voi non ne udrete da ora in poi più novella.

— Ch'è questo, Lelio? Io capisco vie più, che voi con parole non significate... per vostro governo io vi dichiaro espresso, che dove vi attentaste a torcere pure un capello al Bulgarini io vi detesterei.... mi adopererei a sciorre il mio matrimonio con voi.

— E sì e sì che tu mi ami, fellona nata per la perdizione dell'anima mia; or di' su, se non ti garbasse l'amore del Bulgarini, o che ti avrebbe a premere di lui? Che ti fa ch'egli stia sopra terra o sotto? Così da lui non avresti più briga nel mondo....

La Fulvia fece spallucce impazientita, e rispose poi:

— Di qua, ma al mondo di là pensate mai, Lelio? — Alle corte, voi siete tale fantino, che con voi non si vince nè s'impatta, io vi giuro da gentildonna di onore, che se mettete una mano addosso al Bulgarino io lo paleserò al Papa, e chiamatemi bastarda di casa Piccolomini se io non vi rendo il più tristo uomo, che viva adesso sotto la cappa del sole.

— Non andate su i mazzi, via: io non gli porrò le mani addosso.

— Giuratemelo da cavaliere onorato.

— Ve lo giuro da cavaliere di onore.

— E giuratemi altresì, che anco per via indiretta vi asterrete da qualunque oltraggio, ferita o percossa.

— Ed anco questo giuro.

— Or bene, adesso attendete a guarirvi, sicchè in breve possiate accompagnarmi a Roma, che mi pare mille anni di levarmi da tanto travaglio.

Così dicendo partiva: non potevano per anco essere passati cinque minuti da quando ella lasciò la camera di Lelio, che questi chiamata la Caterina se la fece sedere al fianco, e con voce blanda le disse:

— Caterina, tu sei vecchia di casa mia; tu mi fosti sempre fedele, i miei ed io sempre amorevoli a te; già l'onore mio si può dire l'onore tuo: ora parlami schietto come faresti davanti a Dio, e non temere d'indiscretezza, sai! che chiamarmi segreto come il sepolcro gli è piccolo paragone per me. Dimmi dunque come la è passata stamani la faccenda con la mezzana del Bulgarini? Che le riportò questa, e che le rispose la Fulvia? Quali concerti presero? Dove stabilirono trovarsi? Era la sesta o la dodicesima volta ch'ella ci veniva? Dimmi, e fa di ricordartelo bene: udisti rammentare la Tofano? il nome della Spera fu pronunziato da loro? Parlarono di acquetta? Ma perchè non rispondi.... non hai risposto ancora? Ti penti eh? L'hai avuta la imbeccata? Ti farò parlare al corpo di Cristo....

— Gesù mio! che cosa mi tocca a udire! esclamò la Caterina turandosi con gl'indici delle due mani le orecchie....

— Parla, strega, ti dico.... parla.

— Signore benedetto! come posso rispondervi io se favellate sempre voi? Ascoltate; e qui prese a raccontargli il caso della Betta appuntino come glielo aveva esposto la Fulvia, e com'era di fatto.

Lelio si arrabattava, pareva preso dalla colica; che cosa avrebbe fatto costui scoprendosi vituperato non si sa, se tanto insaniva nel sapersi riverito. Finalmente con una faccia, che pareva Longino, interrogò la Caterina, che gli tremava davanti come una vetta:

— Di' su, credi in Dio?

— Ma che diavolo vi mulina per la testa stamani? Non vi sarebbe mica entrato satanasso in corpo?

— Portami qui la immagine di Dio.

— Dove l'avete? In casa io non ce l'ho mai vista.

— Via, un Crocifisso, egli è lo stesso.

— Ecco il Cristo....

— Di' su, Caterina, ne hai paura di Cristo?

— Io? No davvero: io lo amo con tutto il cuore, e così confido che mi abbia ad amare anco Lui.

— Dunque se non ne hai paura non fa al caso. Peggio sarebbe santa Caterina da Siena: siete tutte donne, e tra voi vi reggete: vien qua, di':

— Giuro.

— Giuro.

— Per l'anima mia.

— Per l'anima mia.

— Per la mia eterna salvazione, e se spergiuro possa ardere in perpetuo anima e corpo senza consumarmi mai; il mio cuore e le mie viscere stracciate in brandelli per essere subito ricucite insieme, a fine di lacerarle da capo, possa in tutte le cavità del mio corpo essermi colato piombo strutto, tormentata dalla fame, dalla sete, dal sonno.... Qui si fermò col fiato grosso come persona, che abbia salito di rincorsa l'erta di un colle, e la donna era andata ripetendo fino a questo punto tutte le enormezze, ch'egli aveva profferito: fatto punto ad un tratto conchiuse:

— Or be', per tutte queste cose giurami avermi confessato la vera verità.

— Lo giuro.

— Mi fiderò.... ora va.... e mandami Ciriaco.

A Caterina non parve vero sentirsi licenziata, tanto le s'era mosso il ribrezzo addosso; ma, quando meno se lo aspettava, ecco sente richiamarsi da Lelio, che le dice:

— Via parla libera, me l'hai tu detta la verità? Bada! sei sempre a tempo a salvarti l'anima. L'offeso son io; io ti do la quitanza, però all'arcangiolo Michele cesserebbe il diritto di proseguire contro di te al Tribunale di Dio la querela di falso testimonio.

— Vi ho a dire una cosa, lustrissimo signor padrone, io credo, che invece di darvi tanti pensieri del Rosso per l'anima altrui voi fareste pur bene a provvedere un po' più alla vostra.... Io vi ho detto la verità, e parmi ci avreste dovuto provare piacere, ma voi cercate il male per medicina; pregate Dio di non trovarlo quale vi meritate: io mangio il pane vostro non la vostra cenere; voi fareste scappare la pazienza a Giob; se così vi quadra, e voi tenetela, altrimenti rincaratemi il fitto.

E se ne andò sbatacchiandosi l'uscio dietro; dopo lei venne Ciriaco: brevi le parole e sommesse, accompagnate da gesti rotti e da sguardi furtivi: indi a poco Ciriaco conchiuse: Ho capito! — E recatosi nella stalla sellò un cavallo mettendosi senza indugio in via; a mezzo la contrada, essendosi imbattuto nella Fulvia, che tornava a casa, questa gli domandò:

— Dove vai con tanta prescia?

— Io me ne vado a Roma.

— E non per acquistarvi la indulgenza. Bada, Ciriaco, colà adesso tira un vento di forca, che consola; — e le massaie dai campi hanno raccolto la canapa.

— Gran mercè del buon viaggio, ma non dubitate, padrona, io ci vo per un'opera di misericordia corporale: sono arrivate novelle, che al povero babbo mio sia cascata la gocciola; però, se prima che ei muoia io voglia rivederlo, bisogna che mi affretti.

— Mi pare, anzi sono certissima avere inteso dire, che tuo padre t'insegnò la via del paradiso montando la scala della forca, venti anni fa.

— Giusto, proprio come dite voi.

— O dunque?

— Voi sapete, che tutti noi abbiamo come cattolici due padri: già due padri; non ci è che ridire, uno spirituale, e l'altro corporale: lo spirituale, vale a dire il compare, ebbe la disgrazia d'incappare in un nodo scorsoio, ma il corporale, vale a dire quello che mi diede di certo il nome, e forse la vita, adesso è giunto al _confitemini_, ed io vado a dargli la consolazione di chiudergli gli occhi in pace.

— Dio faccia, che sia come tu dici, e in questo caso san Giuliano[3] ti mandi la buona ventura nel tuo viaggio.

[3] È il santo protettore dei viaggiatori.

La Betta avvilita non aveva balìa di comparire per città a giorno chiaro; e siccome ogni giorno più sentiva il bisogno di andare in chiesa per raccomandarsi a Dio, così furtiva ci si recava per udire la messa innanzi che sorgesse il sole, e dopo tramontato a recitarvi i paternostri verso l'un'ora. — Certa sera, tornando a casa, vide presso gli scalini di casa un capannello di persone, onde ella ne pigliò sospetto, ed alquanto sostò; fatta poi accorta dalle voci, ch'ell'erano donne della contrada con le quali aveva usanza si attentò farsi oltre; e quelle la salutarono con la solita amorevolezza, per la qual cosa la povera donna compunta rispose:

— Dio vel rimeriti, sorelle mie....

E poichè esse continuarono i loro colloqui mentre passava, ella udì certa femmina, cui appellavano l'avvocata, per la facile parlantina, che diceva:

— E per tornare ai nostri montoni, questo fisico famoso ci è venuto da Roma dove medica gente, che va per la maggiore, cardinali, prelati ed altri pezzi grossi; affermasi talora lo consulti anco il papa quando gli dà noia il catarro: non vi ha male per quanto incancrenito egli sia, ch'ei non guarisca in meno che non si recita un rosario: possiede poi un'acqua.... un'acqua che fa la mano di Dio a chiunque la beva: affermasi l'abbia inventata niente meno che un santo.... mi pare _san Niccolò di Bari_....

La Betta drizzate le orecchie non perdeva sillaba del discorso di costei; e sembrandole, che la Provvidenza le mandasse nella sua misericordia questo aiuto davanti, voltatasi a un tratto interrogò la donna:

— Carmina, vorreste farmi una carità fiorita?

— Due, Betta, se posso.

— Oh! sì che lo potrete molto agevolmente, Carmina: io vorrei che mi additaste dove potrei rinvenire questo benedetto dottore.

— Voi siete nata vestita; voi non avrete a sconciarvi per trovarlo; il fisico che io vi ho detto alberga qui presso, in questa stessa contrada nella locanda dell'Àncora di Oro; chi lo ha visto, e ci ha parlato, me lo assicura tanto benigno, che per lui non ci è pasto, o sonno che tenga, sempre parato a soccorrere chi patisce, massime noi altra povera gente.

La Betta tolto commiato dalle donne, non senza avere prima profferto grazie alla Carmina, se ne andò difilata alla stanza del fisico romano; ci arrivò su le due ore di notte; e siccome costui non si era messo a giacere, e le visite lo avevano lasciato libero, così senza indugio fu fatta passare. Difficil cosa ci è ritrarre questo alunno di Esculapio, imperciocchè ci comparisca davanti di notte; dalla lucerna emana scarsissima luce, a moderare la quale una ventola di taffetà verde l'è messa dintorno: arrogi una parrucca arruffata a riccioloni, che gl'ingombra le spalle, e gli casca sul petto a guisa di stola; di più a cavallo al naso porta due occhialoni con le lenti larghe come uno scudo, legati in osso di balena, i quali eziandio ai giorni della gioventù nostra abbiamo visto stringere spietatamente il naso delle ave nostre, tuttavia conosciuti col nome di _occhiali di Roma_: del rimanente pallido in faccia, bernoccoluto, duro; le mani rugose, venose, piuttosto convenevoli a villano che a chi fa professione di arte liberale. A giudicarne dal dardeggiare delle sue pupille verso la porta, per iscorgere chi entrava, si sarebbe detto, che cotesti occhi di falco non avessero mestieri di aiuto, ma l'apparenza inganna; parve altresì, che alla vista della Betta esultasse, che la riconoscesse e movesse le labbra per salutarla; poi si tenne aspettando che la sopraggiunta favellasse. Betta, dopo le più umili salutazioni che ella seppe fare, incominciò:

— Molto magnifico signor mio, dopo la Madre dei dolori non credo sia stata al mondo donna più spasimata di me; io vengo a voi come a persona, che dopo Dio può dare un po' di refrigerio alla tribolazione che mi travaglia......

— Parlate libera, donna mia, che noi altri faremo quello che potremo; li santi, non ci è che dire, possiedono soli la virtù di operare li miracoli, ma anco noi altri qualche cosa possiamo.

— Vorreste voi venire a visitare il mio figliuolo?

— Non impreme per ora, raccontatemi in dove si duole.

E qui la Betta minutamente, a parte a parte narra le infermità di Paride, la vigilia pressochè continua, il sonno affannoso, breve ed interrotto, la luce odiosa, ogni leggero strepito potente a commoverlo da capo a' piedi, abborrimento al cibo, inestinguibile la sete; la voce varia ora acuta ora cupa; un vaneggiare frequente; sospiri profondi, e incessanti così da logorare un petto, che non di carne, bensì di bronzo si fosse; un deperire ad occhio, un subito trapasso dalla tenerezza al furore; chiuso nei detti, più che con altro esprimere il suo affetto col celere e veemente stendere, e chiudere le dita delle mani. Il fisico romano tutte le quali cose udite, senza neppure pensarci, esclamò:

— Poffare Dio! Se questo non è amore, io non so che mi sia.

— Pur troppo voi vi siete apposto alla prima.

— Ma ci credo anch'io! Adesso sentitemi; a malattie di simile natura dopo la mano del Signore non si trovò medicina che giovi più di quella, che mandare il malato in paesi lontani....

— Ahimè! sospirò Betta nel presagio di aversi a stare alcuno spazio di tempo separata dal suo Paride.

— Cara mia, ci vuol coraggio, e poi chi ha fede si rivede: il punto adesso sta nel ristorare le forze del vostro figliuolo, ond'egli possa mettersi in viaggio; e questo vi prometto in breve; non vo' speranzarvi da un minuto all'altro, ma fra due giorni, o meno vi assicuro averlo allestito da condurlo fino al Cattajo, per mare o per terra, senza che ei se ne risenta....

— Oltre le benedizioni, che vi manderò finchè io viva, voi ne avrete premio di cui vi chiamerete contento.

— Oh! questo non monta; noi altri operiamo sempre per il bene della umanità. Ecco qua, aggiunse il medico levandosi da sedere, e andato a prendere ad un armadio certa boccetta contenente forse un bicchiere di liquore limpidissimo affatto simile all'acqua; ell'appariva ottimamente chiusa con una carticina impastata davanti dove si vedeva ritratto un vescovo con la sua brava mitra e il pastorale, e sotto a quello leggevansi le parole: _Manna di san Niccolò di Bari_; il medico mostratala a Betta aggiunge: — Ecco qua san Niccolò, roba santa ella è, dunque non può fallare. Adesso ascoltatemi: voi farete una mulsa dove metterete miele vergine in abbondanza, e se ci volete anco sbattere un uovo non sarà male, come non farà peggio se ci scotterete due o tre chiodi di garofano: quando lo infermo chiederà da bere, e lo chiederà spesso, per ogni bicchiere di mulsa, potete metterci da otto o dieci gocciole della manna di san Niccolò, e mirerete il miracolo: sopra modo poi vi raccomando operare queste cose segretamente, senza che lo infermo ne sospetti nè meno: ciò potrebbe guastare la cura: voi incomincierete quando vorrete, ed anco subito; e questo mi parrebbe il meglio prima che la infermità pigli maggior piede.

— Voi siete il mio salvatore; mi pare mille anni di provare: ora ecco, scusatemi, accettate questi due scudi che mi trovo avere allato; io non pensava venire da voi; ma se il mio Paride guarisce io vi ripeto, che non istarà per me, che voi non vi diciate soddisfatto....

— Vi aveva pur detto, donna mia, che me non muove fine di lucro: tuttavia mi repugna mortificarvi; io accetterò questi scudi per farne dire un paio di messe in suffragio.... voleva dire per la salute di Paride.

Betta tornossi a casa, che pareva avere le ali; se non fosse stato tardi si sarebbe messa a cantare: prima si fece ad augurare la buona sera a Paride, il quale la rimproverò di averlo lasciato solo, ed ella:

— Come solo? O non ci era Filippa? Non la Girolama? Non Laparello?

— Sì, ci erano, ma quando non ci sei tu, mi sembra essere solo.

— O caro, risponde Betta, abbracciandogli il capo e stringendoselo al seno: fatti cuore, io mi trattenni a pregare Dio per te, il quale ho supplicato tanto, che confido mi abbia esaudita.... vedrai.

Subito in cucina, dove mise tanto carbone ad ardere, che ce ne sarebbe avanzato per arrostire un bue, e perchè accendesse più presto ci soffiava da scoppiarne le gote, senza curare della cenere, la quale le andava ad insozzare la faccia e i capelli. In breve la mulsa fu lesta, e tutta festosa, come fanciulla che vada a nozze, Betta la portò a Paride, che per la nuova assenza, e per la sete taroccava: egli la prese, e di un tratto la buttò giù:

— Buona!

— Ma ci credo, che sia buona, ripetè orgogliosa la Betta.

Povera Betta prima di porgerla al suo dilettissimo figliuolo ci aveva versato la manna di san Niccolò: anzi la dose assegnatale dalle otto alle dieci gocciole sembrandole poca ce ne versò dodici. — Contenta più di una Pasqua per la buona accoglienza incontrata, chiese ed ottenne tornarsene in cucina ed ammannirne un'altra. — Era cosa da strabiliare, vedere la Betta correre su e giù, che tanto non avria fatto un capriolo, garrire, mettere le mani da per tutto, e per la prescia, contro il consueto, non ripulire gli arnesi e rimetterli al posto. Questa volta ne fece per quattro bicchieri, avvisando, che sarebbe bastata durante la notte. Ricondottasi in camera, lui richiedente, gliene porse un secondo bicchiere, poi curvata la persona con le mani incrocicchiate si abbraccia i ginocchi, sporgendo la faccia verso Paride per contemplarne i moti lievissimi del volto. Mentre piena di ansietà aspetta vederselo trasformare sotto gli occhi, rifiorirne le guance, e l'alma salute versare a piena mano i suoi tesori su quel caro capo, con terrore infinito lo vede farsi colore di cenere, pigliare la faccia aspetto di cadavere, attenuarsi le narici, infossare gli occhi, incavarsi le tempie: tremare le labbra convulse, tutta la pelle incresparsi fitta fitta come nell'agonia degli uomini, ed anco degli animali bene spesso succede: indi a momenti il sudore piovergli giù dalla fronte in tale una copia, che pareva che piangesse; di subito ecco con voce rantolosa gemere:

— O Dio ardo, Betta, mi piglia fuoco la gola; acqua, subito dopo grida, acqua. — E la Betta in piedi acqua cerca, acqua gli porge non senza prima versarci nuova dose di manna di san Niccolò per amore di calmarne le angoscie: ma quelle andavano aumentando: di corto il veleno si palesa nella sua terribile potenza, avendo trovato il corpo debole, e mal disposto vi si apprese come la fiamma alle legna secche, ecco mutare la immobilità in agitazione, Paride si voltola per il letto mugolando, straccia co' denti le lenzuola, si aggrappa con le mani alle colonne del letto, tira calci frequenti più che non fa il marinaio cascato in mare in procinto di annegarsi; urla il nome di Dio e dei santi, chiama in soccorso i congiunti morti e vivi; maledice la Fulvia causa di ogni infortunio, mostra pentirsi poi, torna a maledirla, finalmente ogni cara affezione si spegne, e prevale esclusivo l'odio nel suo aspetto più terribile. Il veleno prosegue la opera della distruzione, la faccia del misero giovane, da cenerina, ch'ella era, piglia il colore violaceo, indi con subita vicenda nera; gonfia qua e là di vesciche: davvero era una rincorsa spaventevole alla distruzione. Con disperato progresso dalla bocca piglia a colare un'umore viscoso di odore insopportabile; dopo cominciano i conati al vomito accompagnati da singulti da schiantare la gola; appena cessato il vomito cominciano le deiezioni alvine di cui la fetidezza ammorbava.

Tali, e più tremendi ancora gli effetti dell'acqua tofana, così appellata perchè certa mala femmina nata a Palermo la trovò; ella si conobbe distinta anco col nome di acqua di Perugia; comunemente dicevasi _acquetta_, perchè limpidissima; da Palermo la strega si recò a Napoli, dove assai si adoperò nella tetra sua arte, ed istruì alcune, le quali la propalarono da per tutta Italia massime a Roma: sovente la cupidità dava mano a cotesto veleno, ma più spesso l'odio e lo amore; nati a un parto come Esaù e Giacobbe di cui l'uno nascendo agguantava l'altro pei piedi, ed anco un po' come Eteocle e Polinice s'è pur vero quanto ci raccontano i vecchi libri, vo' dire, che eziandio nel ventre di Giocasta si azzuffassero. Parecchie mogli diventate moleste ai mariti sparivano, ma due e tre cotanti più erano i mariti, che di mala morte cessavano. — E' sembra, che le donne, in tutto il resto, bene intesi, amabilissime creature, quanto ad avvelenare ci abbiano un genio proprio speciale; difatti a Roma andò celebre la Locusta ai tempi di Nerone, in Francia la Brinvilliers, vera provvidenza degli eredi impazienti, a benefizio dei quali inventò la _polvere di successione_; e fo punto[4]. — La più celebre allieva della Tofana si chiamò Spera, la quale (orribile a dirsi!) tenne scuola frequentata da giovani mogli (uomini l'avvelenatrice non voleva) che certo non appresero il mestiere indarno, sicchè Roma andò funestata da strane morti: e tanto si sparse intorno il terrore, che il governo di papa Alessandro VII attese con ogni sottil diligenza a scoprire la congiura, e ci riuscì con molta sua lode. La Spera alunna della Tofana e come lei siciliana con quattro altre complici finì strozzata, e non ebbe il suo avere. Intorno alla morte della Tofana corre diverso il grido: taluno afferma, ch'ella si riparasse dentro un convento, dove traeva vita santissima da edificare le compagne; però tanto non seppe infingersi, che gli occhi acuti di un bargello non distinguessero sotto le vesti della recente monaca l'avvelenatrice antica; onde, quinci tolta, e processata, dopo avere confessato, che ben seicento persone per opera sua ebbero la morte pagò le debite pene; altri poi narra, che nel convento ella finì la vita lasciando esempio imitabile di virtù ed odore di santità da sentirsi pel paese quattro miglia lontano.

[4] Aggiungasi il recente processo delle avvelenatrici di Marsiglia.