Il destino: romanzo

Part 3

Chapter 33,871 wordsPublic domain

Io per me non so come la sia ita, ma dopochè la coscienza diventò avvocata, nell'anima dell'uomo (di quella delle donne non importa ragionare), successe una grandissima strage di linee diritte; e Betta ce ne presenta lo esempio vivo: essendosi in questo modo messo l'animo in quiete, ella cominciò ad abbacare come potesse giungere fino alla Fulvia, e poichè rinvenne la via assai più presto, che non l'era dato sperare, così pensò davvero, che tanta spontaneità di fantasia non fosse senza manifesta protezione della Santissima Vergine. A Voi tutti, che leggete, è noto come in ogni tempo le femmine o vuoi buone, o vuoi triste si sieno dilettate delle gemme: la causa rimane ignota: crederono taluni, che ciò accadesse, perchè essendo le gioie ammirabile oggetto, lo spettatore dalla splendidezza di quelle fosse condotto a contemplare più spesso, e più intensamente la beltà, che se ne ornava la faccia e la persona; ma questa ragione non mi pare che c'incastri, perchè troppo più spesso delle famose, e delle giovani io ne vidi ornate le laide e le vecchie, che senza esse sarebbero passate, pel loro meglio, inavvertite; dunque poniamo in sodo il fatto, rimettendoci per iscoprirne le ragioni vere a quando troveranno le cateratte del Nilo. — Oltre le gemme, ai tempi della nostra storia, le donne insanivano dietro le trine di Malines, di Digione, e di altri paesi fiamminghi per coteste industrie famosi: oggi le nostre predilette ci hanno aggiunto due gusti, per far toccare con mano anco agl'increduli, che in proposito progresso elleno possono stare a petto di chiunque altro: le pelliccerie voglio dire e gli scialli turchi. — Così è, mentre i Russi congiurano per cacciare via i Turchi dalla Europa, le donne ce gl'introducono sotto forma di scialli fino in casa: chi la dura la vince; vedremo come l'andrà a terminare.

Ora, donna Flaminia d'Elci, moglie di Belisario Bulgarini, madre di Paride, comecchè fosse virtuosissima, ed insigne per bontà, pure ebbe un debole per le trine di cui mise insieme una famosa raccolta; la quale ebbe in custodia la Betta, come donna di fiducia e di simili faccende perita: ed ecco, che, pensando al pretesto per intromettersi in casa della Fulvia, le venne in mente di pigliare una scatola la quale empita dei più sfoggiati merletti girsene con quella ad offerirli in compra alla signora Fulvia: le piacque il trovato, se ne applaudì esclamando: — Brava Betta! — , ed è da supporsi, che dov'ella lo avesse potuto fare si sarebbe dato un bacio in un occhio. Più difficile le riuscì ammannire un discorso co' fiocchi: ne imbastì parecchi, ma veruno tirò fino in fondo, ond'essi terminarono collo incatricchiarsi fra loro, generando uno arruffio che nè anco Arianna sarebbe venuta a capo ravviare; allora considerò come i discorsi preparati in simili occasioni abbiano garbo del cavolo a merenda; e il meglio fosse imitare il pescatore, il quale gittò le reti dicendo: — Butta in mare, e spera in Dio.

La mattina per tempo si acconciò come per recarsi a messa, mise a parte del suo trovato Paride, che assai l'applause, e dopo concertate certe cosarelle fra loro uscì di casa con tale impeto, che pareva volesse correre il palio; ma dopo pochi passi rallentò il moto, il quale divenne più fievole mano a mano che si avvicinava al palazzo Griffoli: lo riconobbe, senza domandarne, dall'arme, che Paride le disse avere a rappresentare sei gigli messi in iscancío; stese la mano al picchiotto, lo strinse, lo lasciò andare, poi fatto cuor di leone bussò da spiritata: quel colpo parve che percotesse a un punto la porta e il suo cervello, però che essa balenò per cascare: sentì per di dentro uno strepito di passi accelerati, ed un borbottio che taroccava: — s'intende acqua, ma non tempesta, gli è il Duca, che vuol passare? — Aperto subito l'uscio, quando il servo insolente, come la più parte di quelli delle case magnatizie sono, si vide dinanzi cotesta vecchia azzimata con cera stizza, e voce di agresto, le domandò:

— Chi siete? Che volete? Chi vi manda? Su presto, dite.

La Betta cresciuta tra le blandizie della padrona Flaminia, e del figliuolo Paride, andò sottosopra a cotesta accoglienza; ma tenendosi meglio, che le fu dato, rispose: — Andate dalla vostra padrona, e ditele, che sono venuta con le trine di Malines ch'ella sa...

Il servo andò, e Betta pensava: — Ecco una bugia, ma le colpe pur troppo fanno come le ciliege, una tira l'altra. La Fulvia all'ambasciata del servo arguta com'era, sospettò non sapendo di donna, nè di merletti, che gatta ci avesse a covare, onde le mandò a dire ch'entrasse pure, e questo tanto più ordinò volentieri, quanto che sapeva il suo marito in campagna a vigilare le faccende.

Ma Lelio, secondo la usanza vecchia dei mariti gelosi, mentre glielo aveva dato ad intendere, non si era allontanato di casa; lì stando da arrugginirsi l'anima smanioso di fare da testimonio alla propria vergogna; però appena udì salire la Betta mise fuori il capo da certo stambugio a mezze scale, e guardandola a stracciasacco con voce molto più terribile di quella del servo la interrogò:

— Chi sei? Dove vai? Che vuoi?

Ora sì, che Betta si tenne per isfidata, immaginando così allo ingrosso, ch'egli doveva essere il Griffoli; almeno l'arroganza lo chiariva nobile, e la superbia padrone; per tanto armeggiando, come chi sta per dare il terzo tuffo, ella rispose:

— I' sono Nunziata, la guardarobiera della illustrissima signora Virginia Chigi, che sta qui oltre; ella mi manda alla illustrissima donna Fulvia sua signora consorte perchè, essendole capitato uno assortimento di trine di Fiandra da comprare a mezza gamba, l'è parso non lasciarsi scappare di mano la occasione; ma siccome per la signora Virginia Chigi sarebbero troppe, offre alla signora Fulvia di metterla a parte dello acquisto lasciando in potestà sua la scelta, e la quantità delle trine, che vorrà pigliare per sè.

E quattro, ed otto delle bugie, la via di sdrucciolare allo inferno è troppo più destra, che altri non pensa. — Lelio, si mise l'indice della mano manca tra ciglio e ciglio, poi a scatto impose alla Betta:

— Mostrami qua le tue trine.

E l'altra gliele mostrò aprendo la scatola sotto gli occhi di lui; egli finse ammirarle, o forse le ammirò davvero, chè belle estimavansi da quanti se ne intendevano, ma intanto ch'ei le spiegazzava avvertiva se mai ne cadesse carta, od altro oggetto, che lo confermasse nella sua gelosia: non rinvenendo nulla, alquanto si rammorbidì, sicchè, alla Betta, che stava tutta tremante disse:

— Perchè tremi?

— Che siate benedetto, voi mi guardate con tali occhiacci, e con tale vociaccia mi favellate da far entrare la maremmana addosso anche al Mangia.

Di vero io non so se Lelio Griffoli potè in sua gioventù chiamarsi gentiluomo leggiadro, fatto sta che allora metteva proprio paura: comecchè apparisse più vecchio di quello che era, pure gli si mantenevano i capelli più, che pece neri, e neri altresì i sopraccigli foltissimi, i baffi e la barbetta a nappa: i capelli portava lunghi fin sotto le orecchie, dove li faceva mozzare; la pelle del colore dello avorio vecchio, giallo malsano; sopra cotesto giallo risaltava orribile la barba, che più o meno rasa presentava una tinta verderame, da metterti in sospetto, che la faccia tutta fosse un grosso govacciolo venuto a suppurazione: lungo il naso allato alle narici scendevano due rughe profonde, che allargandosi arrivavano fino oltre gli angoli delle labbra, canali, che scavano l'atrabile e il mal di fegato senza pro, perchè essi dentro trapánano e sgrondano logorando; forse per avvertire chi piglia usanza con loro a starsi su lo avvisato, chè coteste infermità i buoni fan tristi, i tristi pessimi: le pupille ardenti in fondo a certe occhiaia, che ti sembravano condotte con un tizzo spento di carbone potevano paragonarsi a due lupi appiattati dentro due caverne in aspettativa di preda. Lelio per un tempo ebbe fama nè buona, nè rea, anzi taluno, che lo conobbe da giovane lo affermò d'indole mite come per lo più sono gli uomini della sua patria, di costumi umani e di concetti pieni di moderazione; ma poi il continuo furore della gelosia, che lo agitava, la brama di vendetta contro chiunque per suo avviso macchinava in danno dell'onore suo, la paura di tirarsi addosso l'ira del potente parentado della moglie dov'egli si fosse attentato di torcere pure un capello alla Fulvia, lo avere condotto buona parte di vita nel regno, luogo pieno di uomini facinorosi, ed infame per continui assassinamenti, lo avevano reso mano a mano feroce: l'animo suo era diventato familiare col delitto; forse gli arieno fatto fallo la mano, e il coraggio se avesse dovuto commettere l'omicidio da sè; quanto poi a meditarlo, e ad ordinarne la esecuzione ad altri sarebbe stato per lui come bere un uovo. Ora parendo a Lelio, che la faccenda della Betta fosse farina schietta la lasciò ire, raccomandandole, che non ingalluzzisse la moglie a spendere troppo, chè con lei si sarebbe trovato il fondo al pozzo di S. Patrizio, e se il Papa non sovveniva si sarebbe condotto a dare del sedere sul lastrone. — E questo diceva perchè Alessandro VII, che su i primordi del suo pontificato dichiarò non volere conoscere altro parente che la Chiesa, indi a breve mutato registro chiamò a Roma i nepoti ai quali si mostrò parziale due cotanti più, che non avessero costumato i papi suoi predecessori. La natura, che non è demonio, resiste all'acqua santa; e triregno, mitra, e corona se spesso spengono lo intelletto nel capo, rado lo affetto nel cuore. Nondimanco svoltata appena la scala, un'altra pulce entrò nell'orecchio a Lelio; stette per risalire, e già aveva voltata la persona per farlo, ma poi si pentì e scese un'altra scala: qui pure nuove ambagi, e raddoppiate esitanze, a cui pose fine non mica ponendole giù, sibbene andando di corsa a informarsi se si fosse apposto al vero.

La Betta va oltre, di tratto in tratto le si gonfia, il cuore con un sospiro, ch'ella respinge indietro; dentro gli occhi le si accumulano lagrime, ch'ella ribeve: dopo trapassate parecchie stanze, una vecchia, che pareva il caval bianco dell'Apocalisse presala pel braccio aperse un uscio, e per mezzo di esso spingendola strillò:

— Illustrissima, ecco la donna, che domanda di lei. —

Betta da prima non trovò parole, fissa considerava il volto della Fulvia, che veracemente le parve bellissimo, però non tale, che del tutto le quadrasse: se avesse avuto tempo lo avrebbe in certa guisa smontato, e vistolo pezzo per pezzo, forse avrebbe potuto altresì indicare il mancamento: non gliene dette agio la Fulvia, la quale con accento vibrato le domandò:

— Orsù, che volete da me?

Betta annaspa, la Virginia Chigi, le trine, madonna Flaminia, Gand, Malines, Brusselles, Digione, con tutta la Fiandra per giunta; disegni portentosi; principesse e donne di alto affare averle viste, e averne fatto le stimate, e le marie, la compra, la vendita, lo acquisto, il dono, l'omaggio, insomma un guazzabuglio senza capo nè coda, e più andava innanzi più s'irretiva, sicchè la Fulvia di natura risentita, spazientendosi ad un tratto, esclamò:

— Voi mi parete ebbra, levatemivi davanti prima, che io vi faccia cacciare dai miei servitori.

Allora Betta, mossa dal pericolo, si lasciò andare giù di sfascio in ginocchioni, e supplice domandò alla Fulvia:

— Signora, avete figliuoli?

— No.

— Ne aveste mai?

— Neppure.

A Betta s'increspano per subito tremore le labbra, pure si attenta a dire: — Nè ebbra, nè matta sono io, signora, bensì madre desolata di un figlio bello e buono: mia consolazione, mia vita, mio tutto: egli giace infermo di tale malattia donde non si riavrà più, se voi non lo aiutate....

— Io! O che so di medicina, io?

— Questo non monta, egli è certo che voi sola lo potete guarire....

— E di che cosa si tratta? Udiamo via, che ne vale il pregio.

— O Dio! O Dio! — Continua Betta con ambedue le mani coprendosi il volto — la infermità, che uccide il mio figlio è il disperato amore, che sente per voi....

— Per me! E che ciò a fare io? — Donna obbliate....

— No, signora, io non dimentico nulla: nacqui in villa, non so di lettere, ma so di religione e di onestà: io non vi propongo cosa, onde patisca offesa la vostra illibatezza, innanzi di proporvela io morirei: vi prego di una grazia, che voi potete.... anzi come cristiana dovete fare, ed è, che voi mi assicuriate, che non sentite odio per questo vostro misero e sviscerato amante, e mi concediate, che io da parte vostra glielo assicuri per voi.....

La Betta qui considerando come per siffatte parole non si alterasse la Fulvia (che rimase pensosa o tirando a indovinare lo sconosciuto amatore, ovvero deliziandosi nel compiacimento, che prova ogni femmina nel sapersi amata comecchè per nulla disposta a corrispondere di tenerezza), preso coraggio aggiunse: — Il figliuol mio da me è detto tale non perchè lo abbia generato io, ma sì perchè io lo allattai, io lo allevai; ma ciò non rileva: egli è giovane, bello, del bene di Dio ne ha anco troppo, valoroso, saputo, lo amano tutti... perchè dunque non me lo avreste ad amare voi? Mandategli in mercè del fervente amore un nastro, un fiore, una ciocca dei vostri capelli magnifici.... egli non vi comparirà al cospetto; se così vi piace si recherà in remote contrade, non tornerà senza il vostro permesso a Siena, e niente domanda, nè un colloquio, nè.... insomma nè manco un'et... solo vi scongiura, che gli mandiate a dire, che, se alla Provvidenza piacesse voi aveste a restare vedova, voi non gli vogliate preferire veruno altro uomo; o vedova, o lui...

— Dunque le trine?

— Furono scusa per arrivare fino a voi...

— E vostro figlio si chiama?

— Si chiama... un bel nome in verità... e mi hanno detto piacente alle femmine del tempo passato....

— Dunque?

— Si chiama Paride Bulgarini.

Se le avessero letto la sentenza di morte in faccia, se passeggiando per l'erbe e i fiori, una vipera si fosse ritta su a trafiggerle il piede, se un coltello le avesse dato per mezzo del cuore, la donna non avrebbe gittato urlo più straziante nè più pauroso; respinse di una potente spinta la Betta da sè, la quale, dopo mutati su le calcagna alcuni passi precipitosi, andò a cascare supina sul pavimento, ci rotolò ancora la cassetta, che apertasi, sparse da per tutto il tesoro delle sue trine; la Fulvia con subita vicenda di vermiglia diventò bianca come panno lavato, poi da capo pavonazza, e all'ultimo del colore della morte, barellò per cadere, senonchè di repente, ricuperate anzi cresciutele fuori di misura le forze, diede un salto all'uscio, ne aperse furiosa le imposte, e sparve sbatacchiandole con impeto dietro di sè.

La Betta stentò a rimettersi in piedi non tanto per le sconce ammaccature riportate dalla caduta, quanto molto più per lo sbigottimento, che la opprimeva; a crescerle il quale ecco sopraggiungere la vecchia, che pareva il caval bianco dell'Apocalisse, a dirle ingiuria e a spaventarla.

— Andate via, sciagurata femmina; andate via.... su presto prima, che torni messer Lelio, e vi scanni come un cane.... cioè come una cagna.... ripigliate le vostre ciarpe.... guai a voi se la sgarrate di un attimo, il pezzo più grosso ha da essere l'orecchio.

E così borbottando raccoglieva le trine per riporle nella cassetta alla rinfusa, ostentando uno affannarsi da non si poter dire; mentre, colto il destro, ne acciuffava un pezzo nascondendolo con disinvoltura nelle tasche dello scheggiale. La Betta stordita, più morta che viva, non sapendo che dire, e meno che fare, scappò infilando le scale, e trottando per la via quanto le bastavano le gambe; ma la sventura non aveva per anco cessato di perseguitare la povera Betta, però che allo svoltare di un canto ecco incontrare faccia a faccia Lelio, truce in sembiante, il pallore del suo volto era diventato cenerino, teneva irti i baffi come un gatto inferocito, il quale tostochè la ebbe scoperta trasse fuori dalle tasche delle brache un pugnale, e le si avventò addosso urlando:

— Ah! malvagia femmina, aspetta, che vo' lavarmi le mani nel tuo sangue.....

La Betta via, che chi corre corre, ma chi fugge vola, e l'altro incalzando continuava: — Ti vo' cavare il cuor di corpo, e sbattacchiartelo sopra le gote... donna Virginia eh! Le trine eh!... — e qui un turbinío di male parole, che il lettore si può agevolmente immaginare risparmiando a noi lo ingrato ufficio di averle a riferire. Ormai della vita di Betta non si sarebbe dato un quattrino, imperciocchè a cagione dello sconforto dell'animo, e dello sfinimento delle forze ella incominciava a rallentare il corso, mentre il suo persecutore fulminava vie più; e la gente che passava o non la poteva soccorrere, o vista la mala parata che prometteva quel bestiale col coltello ignudo in mano si tirava a sè. Come a Dio piacque, mentre Lelio corre tenendo gli occhi tesi dinanzi a sè, dà dentro a un ciottolo male su gli altri sporgente in mezzo alla via, e va giù a capitombolo battendo il più solenne stramazzone, che da parecchi mesi si fosse visto a Siena. Gli schizzò il coltello dalle mani, si ruppe il naso, si ammaccò gli stinchi; se bestemmiasse, Dio ve lo dica, o piuttosto il diavolo per me; allora i cittadini sanesi gli furono attorno per raccattarlo, e presolo sotto le ascelle, intanto che lo conducevano dallo speziale, lo andavano raumiliando ammonendolo, che non istava bene ad un gentiluomo pari suo inveire armato contro una povera vecchia; e le ingiurie gridate contro quella o l'erano calunnie, e non si dovevano dire, o l'erano verità, e si dovevano dire anco meno; perchè i prudenti non mettono cattedra in piazza per bandire la propria vergogna, con altre più cose, che unite allo spasimo delle ferite riportate facevano venire a Lelio la schiuma alla bocca. Rattoppato alla meglio, con due cerotti sul viso, e un empiastro alla gamba, adagiatolo sopra una seggiola, portarono a casa messer Lelio, che mugliava come un toro battuto.

La Betta non si accorse del caso, e sempre corse finchè non si rinvenne riparata dietro le porte del palazzo Bulgarini cui ella attese a chiudere tirandone per di dentro due grossi catorci; ed era un farsi prestare lo imbuto dopo la vendemmia: così sicura, si mise a sedere sopra i primi scalini perchè, povera donna, non ne poteva più, e il cuore le picchiava dentro con una puntura da levarle il respiro; riposatasi alquanto disse: — Santa Vergine, se ho peccato, ed ho peccato di certo, tu mi hai punita a misura di carboni — e pianse giù a dirotta: tante poi furono le lacrime versate dalla meschina, che bagnò lo scalino dov'ella stava seduta: quivi rimase, finchè un servo scendendo, nè per di dietro così al barlume ravvisandola le gridò: — Che cosa è questo guazzo per terra, ne'? — Al quale ella rispose: — sono io, Giangio, che nel mettermi a sedere per riposarmi ho rotto una boccetta di acqua da occhi, che aveva preso dallo speziale per guarirmi la flussione. — La buona donna ebbe avvertenza a tutto, volle evitare il pericolo, che Giangio mirandola cogli occhi rossi sospettasse, che aveva pianto. Si levò, si ritrasse in camera sua gittando là dove andavano andavano le trine già sua cura e suo tesoro; poi seduta sul letto si mise a mulinare qual contegno avrebbe dovuto tenere con Paride suo; la sua immaginativa girava, e rigirava e non veniva a verun costrutto, pareva un cane quando si rivolge per mordersi la coda (il paragone io lo confesso gli è un zinzino abbrivato; ma ormai è cascato giù dalla penna ed ora mi par fatica a dargli di frego: fammi grazia, lettore, cancellalo tu); tuttavia premeva si decidesse, perchè intendeva di mano in mano più frequenti le scampanellate di Paride impazientissimo di sapere s'ella fosse tornata a casa; all'ultimo deliberò presentarsi a lui senza aver preso partito. Paride sentì da lungi il rumore dei suoi passi comecchè ella camminasse lieve e studiata come chi passeggia fra l'uova; appena si affacciò su la soglia di camera, egli guardò lei, ella lui. — Paride declinato il capo volle reprimere un sospiro, che strozzato si convertì in singulto da squarciargli la gola; Betta se ne andò ad appoggiarsi alla sponda in fondo al letto volgendo le spalle al malato sorreggendosi con la destra mano il gomito sinistro, del quale su ritto ella fece puntello alla faccia annuvolata.

Essi si erano parlati, si erano detto tutto, forse troppo, che poco. Chi sostiene, che la favella stia unicamente nella lingua piglia un granchio. La favella significa più esatti, e meglio i discorsi della mente; la passione può passarsi della favella: di vero, considerate i veraci amatori fatto getto di ogni soverchio eloquio, si stringono nelle espressioni: — Io ti amo; io ti amo. Ora quante più cose non si parlano ad un tratto con uno sguardo, o con un sorriso? Come avremmo potuto noi nei tempi passati esprimere i dubbiosi deliri, la paura, la gelosia, il rimprovero, la gratitudine, la fede, la discolpa, massime al cospetto dei congiunti mascolini e femminini, se non ci sovvenivano gli occhi? E due mani che si stringano non si comunicano esse tanti concetti da disgradarne una dozzina di fili di telegrafo elettrico? I labbri co' muscoli, che ci fanno capo per via dei loro sussulti, non palesano più affetti, che non manda suoni la più compita tastiera di piano-forte? L'Accademia della Crusca, quando avrà posto fine al nuovo vocabolario della lingua (lo faccio per augurarmi la eternità), mi darà licenza di compilare a mia posta un dizionario della lingua degli occhi, delle labbra, e dello stringersi delle mani: sono accademico della Crusca anch'io, e intendo esercitare il tocco di autorità, che mi riviene — di qui a cento anni: la Crusca non ha furia, ed io meno di lei.

[Illustrazione: Lelio Griffoli.]

Ora rechiamoci al palazzo Griffoli: se messer Lelio nei suoi giorni più gai metteva spavento, figuriamoci che demonio incarnato doveva parere adesso gonfio, impolminato, tutto intriso di sangue: volevano spogliarlo; con la gamba sana tirò calci, volevano metterlo a letto; morse cui prima ne fece la proposta; rifiutò ogni refrigerio, cacciò via tutti; sola trattenne la Fulvia, la quale rimase con inestimabile disgusto, però senza paura, stantechè sapesse il suo marito senz'armi, ed a cagione della gamba offesa egli non si potesse movere.

— Chiudete gli usci, Fulvia.

— Ecco chiusa la stalla dopo fuggiti i buoi, vale il pregio davvero fare misteri in casa quando siete ito a bandire la vostra insania in mezzo di strada.

— Fulvia, deponete il pensiero di abbindolarmi: se le vostre ree opere, i vostri costumi diventarono tali, che senza vituperio non può sopportarli un gentiluomo onorato....

— Silenzio, uomo indegnissimo! In che e come puoi tu accusarmi? In che ti mancai? Dove ti offesi? Se qui al tuo cospetto mi trovo femmina, e sola, non pigliarne baldanza perchè con queste mani basto a pigliare di te la vendetta, che mi persuade l'offeso onor mio; e poi pensa, che sei fratelli miei giustamente irritati dello scempio che meni della reputazione di casa Piccolomini, in meno che tu reciti un Credo, ti possono nel tristo tuo corpo far tanti fori da rassomigliare un vaglio. Ricòrdati, sciagurato, del Papa mio cugino; la mia fama è sua: costuma a Roma tagliare la lingua ai calunniatori.

— A Roma può darsi; usa altresì assassinare gl'innocenti; a Siena corre lo andazzo di esporre a lunghe agonie le mogli impudiche; la Pia informi.

— Ma, stupido uomo: puoi tu dirmi di che ti duoli?