Part 2
E fu sventura, che la Fulvia in cotesto giorno, in quell'ora e con la disposizione di animo nella quale si trovava contemplasse Paride, conciossiachè subito sentisse per lui aborrimento, e paura. Al contrario parve a Paride, che ella lo guardasse con amore: credè l'affare fatto: stette sul punto di stramazzare; un bel pezzo barellò, ma poi si diede a correre a correre, che tanto non va presto lo struzzo nel deserto, per arrivare al Duomo prima della donna amata; e vi arrivò: allora si pose accanto la pila dell'acqua benedetta aspettando la Fulvia con un battito di cuore, che parve miracolo se in cotesto punto non isfiancò. La Fulvia giunse, ma non pareva dessa, tanto mostrava sconvolte la sembianza e la persona; senza punto avvertire gli obietti circostanti ella allungò il braccio per immergere la breve mano dove non appariva nodo, nè vena eccedeva, nell'acqua santa, ma improvviso le sorse davanti dall'altro lato della pila Paride che tuffata la mano tremula più che foglia al vento a lei la porse grondante. Rabbrividì la donna, e quasi mirasse o biscia, o scorpione, od altro più odiato animale, con un grido represso scappò via. Paride sentì stringersi ad un punto il cervello, ed il cuore; troppo breve, e troppo intenso il suo inganno, come troppo crudele la verità: spazio non breve di tempo rimase con la mano in alto, all'ultimo si segnò; le stille dell'acqua benedetta gli gocciarono fino agli occhi, e quivi crebbero per le lacrime che al povero uomo proruppero fuori irrefrenate. Preso da vergogna deliberò uscire e non potè; allora brancolando, chè la chiesa era buia a cagione delle tende tirate alle finestre, e di quella più grande stesa sopra il pulpito come costumasi quando entra la predica, si trasse fino la terza colonna della navata a mano manca, e quivi si rimase rannicchiato: adagio adagio egli riprese balìa, e gli occhi suoi assuefacendosi al buio incominciò a frugare dove si fosse nascosta la creatura nemica; per quanto rovistasse da ogni parte, e più volte si rifacesse alla ricerca, non la seppe rinvenire: ella era sparita: tuttavia non gli riuscendo darsi pace mentre stava per gittarsi al disperato, ecco lì, proprio accanto a lui, dalla parte opposta della colonna mira Fulvia inginocchiata con le mani giunte e il capo inchinato su quella: gli occhi teneva chiusi, e pareva, che pregasse. Paride anch'egli era genuflesso, sicchè camminando su i ginocchi si trasse innanzi per contemplarla meglio: a che rassomigliasse costui mentre aveva giù prosciolte le braccia, e le mani aperte, con la bocca schiusa, e un riso di marmo, la vita intera trasfusa nelle pupille degli occhi alacri, lucide al pari della punta di un coltello, io non potrei dire: certo si conosceva, che in cotesto istante qualche ordigno della sua compagine sforzato cedeva all'urto della passione, e di ora in poi lo intelletto, e la parola ne avrebbero patito nocumento ognuno per sè, e peggio nella corrispondenza fra loro. All'improvviso il meschino giovane sentendosi dentro mancare cadde col volto davanti, e lo avrebbe percosso sul pavimento se non gli facevano difesa le mani; non potendo più frenarsi dette in un sospiro profondo così, che parve un bramito di belva: allora la Fulvia spaventata abbassò gli occhi e vide l'uomo odiatissimo, a suo parere, trasformato in demonio, o in bestia, che cammini su quattro piè; e ciò tanto più parve vero alla sua immaginativa, che Paride cadendo a quel modo sul suolo teneva la faccia storta in molto brutta maniera per guardare in su. La ignoranza, che tornava a infittire le sue tenebre diradate alquanto dagli studi classici dei secoli decimoquarto, e decimoquinto aveva reso credibili anco alle persone di alto affare le leggende delle streghe, l'apparizione dei demoni, ed altre ciurmerie siffatte, anzi n'era cresciuto il numero con l'accessione dei lemuri, dei geni, degli dei mediossumi, e degl'inferi: perchè dove vi ha preti vi saranno sempre in un modo e nell'altro inferno, e paradiso; e poi non fu arduo in ogni tempo mai così ad uomini come alle donne immaginarsi gli uomini con la coda, facilissimo a queste ultime figurarseli con le corna, per le quali cose non parrà strano, che la Fulvia cominciasse a tremare alla vista di Paride in cotesto modo atteggiato, e paurosa, che si fosse convertito in demonio quinci a furia levossi dandosi a fuga affannosa e sviata quasi lodola inseguita dal falco: non per elezione bensì per istinto ella si cacciò là dove le tenebre comparivano maggiori, sicchè per caso si condusse nella cappella Chigi, che incominciata dal suo parente Alessandro VII mentre era nunzio apostolico allora non anco era terminata, nè lo fu prima del 1680.
[Illustrazione: .... quinci a furia levossi dandosi a fuga affannosa e sviata... (Pag. 28.)]
Colà ardeva una sola lampada, in onore del Sacramento custodito nel ciborio, nè ci occorreva persona, chè tutti stavano raccolti intorno al pergamo per raccogliere di prima mano la parola divina. Almeno qui avrò pace, pensò la donna; e a voi beatissima Vergine mi raccomando; proteggetemi voi. Così rimase un pezzo, quando sollevando la faccia proprio sotto la lampada scorse lo aborrito; i raggi del pallido lume cascavano giù a piombo sopra coteste sembianze desolate rendendole più del consueto lugubri: allora ella si tenne per ispacciata; credè davvero, che costui volesse torcerle il collo, e portare la sua anima nell'inferno con esso seco; un freddo acuto le penetrò le ossa; il sudore diaccio le imperlò la fronte, e svenne. Quando tornò il suo spirito ai consueti uffici della vita si vide circondata da pietose gentildonne, le quali le prodigavano ogni maniera di uffici cortesi; essa a quella stringeva affettuosamente la mano, quest'altra baciava, ringraziava tutte, e quasi le pareva sentirsi lieta essendosi liberata dalla visione di quel demonio fatto uomo, o di quell'uomo diventato demonio; e s'ingannava, però che nel girare degli occhi si rivide dinanzi Paride con gli sguardi intenti in lei quasi punte di fiocina, che il pescatore sta per fulminare nei fianchi alla Balena; onde ricaduta in deliquio fu dalle donne amorevoli non menochè curiose di scoprire le cause di cotesto accidente ricondotta in casa, e quivi affidata alle cure del marito, e delle ancelle discrete.
Lelio presa lingua del caso, fu colto dalla più sconcia gelosia di Paride che abbia tormentato marito; e come quasi sempre succede ai mariti gelosi non era lì, ma all'uscio accanto. Difatti questo Paride odierno, diverso in tutto dall'antico non arrivò mai ad assimilare Lelio Griffoli a Menelao degli Atridi: tuttavia a confermare Lelio nel suo falso concetto molto contribuiva Paride, che da quel giorno in poi seguendo il costume della farfalla, la quale non par contenta se prima non si abbia bruciato alla fiammella le ale, prese a perseguitare la Fulvia; la seguitava come ombra, dove ella levava il piede egli metteva il suo; per le vie, in chiesa, nei ritrovi, dovunque: molestia infinita, impronta, ostinata, da non si potere sopportare: avvisato Paride da qualche cittadino da bene cavò fuori il pugnale per ferirlo, ond'ei si tenne avvertito per un'altra volta: qualcheduno si consigliava informarne il Principe governatore di Siena nel tristo augurio, ch'ei desse nei gerundi, e un giorno o l'altro commettesse cosa da far piangere; ma non n'ebbe il coraggio: e per crescente abbiettezza ormai saliva nel massimo onore il proverbio: arrosto, che non tocca lascialo andare, che bruci, insomma la faccenda pigliava mala piega se Paride non cadeva infermo: chiamati i medici e assai sottilmente esaminatolo trovarono quello che pur troppo era; una passione indomata lo rodeva; la lama tagliava il fodero: termine di cotesto stato per ordinario o morte o pazzia: via di mezzo veruna.
Paride dì, e notte seduto sul letto, alquanto riverso della persona sopra i guanciali, con le mani aperte, e le braccia abbandonate su le coltri, gli occhi intenti, e fissi su qualche obietto, che non era mondano: ardeva dentro, la sua esistenza diventava cenere, nè alcuno poteva a cotesto incendio porgere aita. Non madre, non sorella, che lo sovvenissero, non amico che lo sollevasse; il fratello stava in villa, ed egli vietò severamente, che gli porgessero contezza del suo stato. Intorno a lui solo una donna, che gli fu nutrice, la quale come quasi tutte le nutrici sono, massime se prive di marito, e del figliuolo, che prima partorirono, gli portava uno amore, che io direi piuttosto strabocchevole, che disordinato; l'amore del cane, il quale nei giorni delle immanità di Nerone gittato il corpo del suo padrone Tito Sabino nel Tevere ci si tuffò anch'egli tenendolo sollevato su le acque perchè i vortici non glielo travolgessero al mare, e poichè con ineffabili conati lo ebbe tratto alla riva gli scavò la fossa, ce lo compose dentro; e su la fossa stette e morì. — Povera donna! a piè del letto, con le mani soprammesse ad un pomo di colonna teneva senza battere palpebra ficcati i suoi negli sguardi di lui; s'ei sospirava ella gemeva, se Paride faceva bocca da ridere, ed ella a posta sua rideva; se una mosca gli si posava su la faccia, ed ella moveva cheta cheta e gliela scacciava; adagio adagio per non ispazientirlo, gli accomodava le coperte del letto andate da parte, gli moderava la luce del sole, o della lampada: amore materno stemperato in atmosfera di cui la Provvidenza diede il tesoro alla donna, perchè l'uomo travagliato da tanti guai non maledisse la donna, e con essa le universe creature, che uscirono di mano a tale ente, il quale come poderoso non ci si rivela del pari buono e benefico.
Più volte la nutrice, che Betta aveva nome, si attentò a mettere innanzi una parola, tanto per addentellare un discorso, ma egli torvo le aveva intimato: _taci_; ed ella era rimasta cheta per tre giorni, tanta paura d'infastidirlo le si era cacciata addosso: non sapeva da qual parte pigliare il bandolo alla matassa: era amore? Era odio? O che cosa diavolo era? Conosciuta la infermità si può sperare di trovarci rimedio: egli chiuso come lettera sigillata, nè ella era femmina da girsene a zonzo d'intorno per udire novella, Dio ne liberi; a lei l'uscire senza bisogno di casa saria parso, non dirò peccato mortale, ma almeno grave come sette veniali, che altrimenti degli amori di Paride avria sentito bucinare qualche cosa. Pure dai dai le venne fatto un giorno di scoprire l'arcano, ed ecco come. La camera dove giaceva Paride era così formata: aveva una porta sola in fondo, e lì accanto alla parete in angolo alla porta stava un tavolino di legno intagliato e dorato, e sopra esso uno specchio dove ogni uomo, comecchè rubicondo al paro dei bargigli del gallo, saria parso di verderame; pure anco a quel modo ritraeva la immagine degli obietti: pertanto Betta nella contigua stanza camminando a scancio venne ad appuntare gli occhi nello specchio, dove stava in certo modo dipinto il letto, Paride, ed ogni altra cosa a lui circostante; lì costei si pose senza neppure alitare sempre mirando da quella parte; Paride si rimase lungamente immobile; poi di un tratto cavò fuori di sotto al guanciale uno astuccio, e apertolo si pose a contemplare il ritratto, che racchiudeva; da prima la sua faccia s'illuminò, gli corruscarono gli occhi, il riso figlio dell'amore e della gioia gli allietò il sembiante; parve adorarlo con quel delirio passionato, che oltrepassando l'estremo limite del piacere diventa tormento; quindi a mano a mano, come comparisce la procella sopra le chete acque del mare, e le rimescola con furia infernale, e Dio e il Diavolo pare che nel furore della tempesta si ricambino maledizioni di fulmine, così Paride si sconvolse tutto, le pupille gli sparirono sotto le ciglia aggrondate, gli si gonfiarono i muscoli della fronte, si morse le labbra fino a grondare sangue; strinse con ismisurata rabbia entrambi i pugni, poi levato il destro braccio, e aperta la mano scaraventò il ritratto nell'opposta parete: ciò fatto con le mani si strinse la fronte coprendosi gli occhi: dopo pochi minuti sembra, che una mutazione accadesse nello spirito dello infermo, imperciocchè balzato da letto si diede carpone a cercare il ritratto, il quale rinvenuto intero si accostò al cuore spasimante fra l'angoscia, e la contentezza; e dacchè il ritratto rimbalzato dal muro era caduto giusto davanti al tavolino sormontato dallo specchio nel drizzarsi in piè egli si vide riflesso nel cristallo; si vide, e si atterrì nel contemplarsi tanto disforme da quello, che era stato prima: non potendo più oltre sostenere lo spettacolo di sè si accosta vacillando al letto, dove essendosi posto bocconi pianse amaramente. Betta questi casi mirò, e si sentì trapassata l'anima da una spada, molto più che incapace a porgergli consolazione scappò via turandosi la bocca, affinchè egli non udisse le sue strida.
Quando fu alquanto rasserenata, Betta si lavò gli occhi, e fingendo essersi addormentata, anzi di questa sua negligenza domandando venia, tornò al letto di Paride spiando lo istante in cui il sonno scendesse a refrigerare le sue membra; ma il sonno fugge dagl'infelici, o vi si ferma quanto la farfalla sul fiore da morti: tuttavia ella, postasi a sedere accanto il letto, il suo capo abbandonò su le lenzuola, e fece le viste di dormire; intanto però stese la mano sotto il capezzale per pigliare il ritratto, e vedere un po', che diavolo si fosse; ma Paride al minimo moto apriva gli occhi ed ella ritirava la mano più presto, che vipera non fa la lingua: bisognò rimettere il tentativo alla notte, la quale venuta, più che mezza, Paride la passò in vaniloqui, o in lagni: oggimai egli non poteva dare altra testimonianza di vita, eccettochè con dimostrazione di dolore: poco innanzi l'alba egli si assopì, e Betta all'erta della occasione, cominciò ad allungare la mano procedendo in questa guisa: prima stendeva un dito poi l'altro, dopo puntando su questi spingeva innanzi cautissima il carpo della mano per ricominciare da capo; però se l'alito di Paride ingrossava, ella ferma lì come impietrita: riassicuratasi, il palpito alcun poco quetato di nuovo ripiglia il lavoro, che in breve la condusse a mettere le mani sopra l'astuccio; le pareva le scottasse le dita: nè da tanto sgomento nè da tanta paura dev'essere stato compreso chi prima si accostò all'ara degli Dei per commettervi sacrilegio: volse alcun poco le spalle al letto accostando il ritratto alla candela per contemplarlo a suo agio. Lo vide, e per un pelo non proruppe in un grido, imperciocchè la Fulvia comparisse a tutti maravigliosamente bella; e poi il pittore le aveva cresciuto grazia, cortigiani tutti i pittori; ma poichè la cortigianeria loro serve la bellezza, meritano indulgenza plenaria; pertanto Betta con una mano levata, e con la bocca aperta ammirava, quando allo improvviso sente come una morsa diaccia agguantarle la spalla, ond'ella urlò spiritata.
— Gesù, Giuseppe, Maria, vi dono il corpo e l'anima mia.
— Così dunque, subito dopo prese a rimbrottarla una voce, così dunque serbi fede al tuo padrone?
La parola padrone, ma più il modo con che fu detta valsero a riporre in un attimo il cervello a partito alla Betta, che rispose così:
— Paride! E tu non mi sei altro che padrone?
— E che ti hanno ad importare i segreti del tuo padrone?
— Che me ne importa?
— Sì, che te ne importa?
— Dio castiga i figliuoli, i quali mordono le mammelle, che gli hanno allattati; e in queste parole di Betta sonava un pianto, una rampogna, che anima viva non avrebbe potuto sopportare; molto più, che la povera donna, caso fosse, ovvero intenzione, con ambo le mani aperte si compresse il seno: cadde la ira a Paride, il quale su cotesto seno abbandonando il capo infermo esclamò:
— O mamma mia!
— Mira, Paride, tu te ne vai ed io me ne vo teco, e tu sai che il medico prima di dare mano alle medicine attende a conoscere la ragione del male, nel medesimo modo io, che non acconsento che tu te ne vada (di me poco importa), ho voluto pigliare contezza della tua infermità per vedere un po' se ci fosse verso di guarirla. Adesso so dove ti fa male la scarpa... tu ami...
— Non è vero...
— E questo dunque? Soggiunse la Betta mostrandogli il ritratto.
— Non è vero... ch'è mai cotesto? Un ritratto va bene. Di donna? Di donna bella di forme... angelica quasi? Sì certo, e che per ciò? Tu credi che io l'ami, menamela davanti, e chiamami fellone se io non le mordo il cuore.
— Anch'io nel tempo de' tempi diceva così, quando la gelosia mi dava martello, ma quando mi tornava a casa il mio Bastiano non mi sentiva balìa di guardarlo in volto; poi parendomi averlo offeso faceva la penitenza del peccato gittandogli le braccia al collo, e baciandolo piangendo.
— O Betta, non è la gelosia, che mi travaglia, ella mi odia.
— Ti odia? O brutta befana; ella ti odia... ti amerà... ti amerà; io ti so dire che io non sono io, o in capo ad un mese ella andrà pazza di te. Ti amo tanto io, e perchè non ti dovrà amare ella? Ma per principiare a modo e a verso, come si chiama cotesta femmina?
— Ah! il suo nome è Fulvia...
— Chi mai quella, che celebrano regina delle belle di Siena? Un occhio di sole, una rosa imbalconata?
— Non so...
— La Griffoli, via, quella che da fanciulla era dei Piccolomini, la parente del Papa?
— Giusto quella dessa.
— Oh! allora muta specie, Paride mio, qui inciampiamo dentro un comandamento del Signore... e capisci che direbbe mai l'anima di donna Flaminia, la madre tua, che fra onorata e bella non so qual fosse più, se lo venisse a sapere?
— Ma, Betta, perchè non mi lasciavi stare? Vedi mi hai strappato la benda dalla scottatura, e adesso non ti dà l'animo di rifasciarla...
— Paride, potresti patire, che la tua Betta diventasse un tratto una vituperosa _portatrice di polli_?
— Ma, Betta, io nulla chiedo, nulla; non pretendo parlarle, rinunzierò a vederla, me ne andrò lontano da Siena, non ci tornerò senza ch'ella me ne abbia conceduto licenza; una cosa sola domando da lei.
— E che cosa tu domandi allora?
— Che mi assicuri, che ella non mi odia.
— E non altro?
— Null'altro, eccettochè, caso mai rimanesse vedova di suo marito, costui conta due volte tanto gli anni di lei, non mi lascerà addietro per un altr'uomo.
— Ma questo, Paride mio, ho inteso, che non si possa fare, perchè insomma si vorrebbe fondare un sacramento sopra la bara di un uomo.
— Nota bene, Betta, io non dico, che sposi me, dico, che morendo suo marito non mi preferisca altri; tu vedi, che questo muta specie.
— La muterà, ma mi ci entra poco; basta la Beata Vergine mi sovverrà di consiglio.
— Betta, fa a modo mio; per questa volta non domandare consiglio ad alcuno; però senti, Betta, ingègnati, se puoi, ottenere da lei un ricordo, che venga proprio da lei... un nastro... un pannolino... che so io.
— Vada pel nastro...
— Senti Betta, non sarebbe meglio, Betta, una ciocca dei suoi capelli lucidissimi e neri?
— Per buttarli via appena avuti: tu le morderesti il cuore, pensa come mai conceresti quei poveri capelli...
— Tu mi strazi, Betta, ma di' o come farai per parlarle?
— Quanto a questo è il mio segreto (e ciò la Betta diceva, perchè proprio fin lì non aveva pensato a nulla), tu intanto cerca di riposare; perchè ricorda, che io mi metto a questo impegno solo per vederti risanato; fidati di me, che dove ci è uomini ci è modo, molto più poi se ci è donne.
CAPITOLO II.
La Morte.
La Betta pareva, che dormisse, ma il suo cervello se ne andava in volta scapigliato senza essere capace di somministrarle nulla di buono pei fatti suoi. O Betta, o Betta, in che ginestraio tu hai messo le gambe! Ed ora a qual santo ti voterai? Che pesci piglierai? La è una brutta matassa quella che hai preso a dipanare. Vogli o non vogli; non ci è caso, _i polli li porti_: che cosa arzigogoli mai, che qui non ci casca ombra di male? Non ricordi le parole del buon Gesù? Esse parlano chiaro: «Ma io vi dico, chiunque riguarda una donna per appetirla, già ha commesso adulterio con lei nel suo cuore.»
Non ci è cavillo, che tenga: il solo desiderio è peccato, e di che tinta! E poi, Betta, tu sei vecchia, e il diavolo, giusto è tristo perchè gli è vecchio; e puoi tu metter pegno, che Paride si rimarrà fermo al chiodo di chiamarsi satisfatto alla novella, che la gentildonna non l'odia? E non hai tu visto come navigava con le vele gonfie di desiderio in desiderio? Prima si contentava sapere, che ella non lo odiava; subito dopo voleva la promessa, che rimasta vedova con altri non si sposasse tranne con lui; per ultimo implorava un ricordo, prima nastro, poi capelli, e se tu gli davi spago, chi sa, che peste di roba avrebbe preteso per memoria. Si sa l'appetito viene mangiando, massime in faccende di amore; e tu, Betta, donna da bene, educata dallo esempio di quella santa femmina, che fu madonna Flaminia, ti sei condotta a questa età per diventare di un tratto trista insidiatrice dell'onore altrui, corrompitrice della onestà delle mogli; via, senza tanti ghirigori, mezzana?
Ouf che caldo! Ma alla fin fine tutto a filo di sinopia non può andare in questo mondo; però ci hanno messo la confessione, il suo bravo pentimento e la penitenza: ora gli è chiaro come l'acqua, che se peccato non fosse, nè manco tutte coteste belle cose potrebbero essere. E poi senti, Betta, vien qua, facciamo i conti: se Paride tuo non riceve refrigerio alla passione, che lo mangia, ne morirà disperato, la sua anima andrà perduta irrimediabilmente; e questo o non è male grosso? Puoi mettere addirittura grossissimo; però concesso male eziandio la raccomandazione, che intendo fare alla signora Fulvia; quale meno peggio dei due? — Diavolo! non occorre stadera nè braccio: si vede ad occhio. E tu, Betta, non conti nulla? Perdesti il tuo marito Bastiano, ch'era una coppa di oro, perdesti quel bello angiolo del tuo unico figliuolo Celso; tutto il tuo affetto riversasti sopra Paride; ogni cagione di vita riponesti sul capo di lui, ed ora dovresti sopravvivere anco a lui? La sarebbe una bella storia cotesta! Sicchè io mi volgo a te, Madonna santissima, e in te confido: se tu non fossi madre, non ci penserei nè manco di raccomandarmi a te; ma tu fosti madre, e soffristi per tuo figlio quanto donna al mondo sofferse mai; tu sentisti come una spada sola trafigga a un punto due cuori, quello del figliuolo e della madre; uno schiaffo percuota due gote, una spina laceri due capi: te, a ragione, chiamano Madonna dei sette dolori, e meglio direbbero dei settemila, te salutano refugio degli afflitti; però non mi abborrire se per questo meschino io mi adoperi, forse meno che dirittamente; se erro consigliami, se pecco perdonami: anco a santa Maria Maddalena, anco a santa Teresa fu molto perdonato perchè molto esse amarono, ed io pure amo svisceratamente, e non sia per vantarmi, ma l'amore delle prelodate due sante non fu tale da stare a petto al mio, perchè.... eccetera; chétati, lingua.... E a te domando, Vergine Maria, Madre del buon Consiglio, dove mai io non imprenda opera, che incontri il tuo sdegno, sovviemmi nell'angustia in cui mi trovo, suggerendomi il modo col quale io possa presentarmi alla signora Fulvia, e trovare grazia presso lei, affinchè, salva sempre la onestà sua, si benigni[2] darmi una mano per liberare questo dolcissimo mio figliuolo dalla mala morte in questa vita e dalla dannazione nell'altra.
[2] Fu già in onore questa parola, poi la trasandarono: ora dacchè assai l'adoperano i Napolitani, ed è buona, rimettiamola in corso.