Part 10
Per questo fatto la opinione pubblica, chè un pezzo stette sospesa sopra il capo loro a mo' di nugolo nero, scoppiò rovesciando ruina. Nella perpetua altalena degli amori e degli odi del popolo, adesso toccava al Griffoli trovarsi in su prossimo al cielo, e gli altri giù vicino allo inferno. Donde mai tanta mutazione? Un po', come sempre suole, per cause buone, e molto per cause cattive: erano buone il poco rispetto al costume, la dimostrazione di cuore spietato contro il morto, lo esempio d'incontinenza, e lo impaziente assettarsi sopra una fossa dianzi riempita come sopra un lettuccio, arnese superlativo pei colloqui di amore. Inoltre tanto non aveva potuto celarsi la cagione della morte del Griffoli, che ormai la notizia non avesse trapelato nella città dove ogni dì pur troppo si andava allargando: le cattive consistevano nello spirito di contradizione, che regge e governa la umana natura. Tutto qui vediamo essere contradizione e contrasto; anima e materia, vita e morte, sereno e procella, dì e notte, pianura e collina, tenebre e luce, libertà e tirannide, e via via; l'uomo poi, contradizione suprema; ed appunto in proposito un Bargagli sanese, bello umore se altri fu mai, mi disse un giorno, che messer Domineddio, presagendo di che panni avrebbe vestito l'uomo, prima creò tutte le cose, e all'ultimo si riserbò a mettere fuori l'uomo, che per lo appunto fu il sesto giorno, perchè dove lo avesse fatto il primo con tanti vetri rotti egli gli avrebbe seminato il terreno, tanti contrasti mosso, con tante contradizioni scombussolato, che a questa ora la opera della creazione non sarebbe anco finita, e i magazzini della Eternità conterrebbero più mondi sciupati, che i magazzini del municipio di Firenze non ha lampioncini per la illuminazione della festa dello Statuto. E perchè tu veda se mi apponga al vero; considera questo: quante volte si commette un delitto, la mente del popolo infellonisce; la giustizia, per non parere, mette le mani addosso a sei, ovvero ad otto e l'ira del popolo si avventa contro tutti; che tutti non possano essere colpevoli a lui non preme cercare nè sapere; se li potesse avere fra l'ugna li ridurrebbe in brindelli in meno che non si dice un credo. Applaude allo accusatore, aizza i giudici a condannare; si dimena inquieto all'esame dei testimoni, i quali attestano in pro dello incolpato, digrigna i denti alla difesa: ecco alla fine la sentenza, che manda al patibolo l'oggetto del suo furore: sarà pago al fine? — All'opposto; adesso avviene una mutazione di pianta: un diluvio di pietà si rovescia sul condannato; per lui accendonsi le candele, per lui si supplicano gli altari, per lui si accatta a fine di accompagnarlo con una buona scorta di suffragi a piedi e a cavallo nel viaggio dell'altro mondo. Nè lo trascurano in questo: marzapani, bianco mangiare, di ogni ragione delicature non gli fanno difetto; chieda e domandi, gli risponderanno a bacchetta: anzi perchè non si dimentichi troppo il condannato della condizione in cui si versa, onde poi non gli riesca fuori di misura angoscioso il ritorno alla realità, procureranno mescere nel dolce un po' di amaro, arte sopra quanti popoli si conoscono al mondo professata dai Veneziani[8]. Pigliano a mordere lo accusatore e i giudici; il difensore torna a galla; il carnefice, forse il più innocente di tutti, inseguono con le contumelie, con la sassaiola ammaccano; potessero, lo ridurrebbero in massa di mota insanguinata. Ma forse questa contradizione non è causa bensì effetto, stando la vera causa riposta in più remota parte, la quale, dubito assai che risieda nello istinto ferocemente naturale dell'uomo di perseguitare; così prima egli perseguitò con la legge, la morale, i tribunali e gli sbirri lo incolpato; adesso, questa vicenda trovando esaurita, piglia il condannato in mano come un flagello e ne percuote sbirri, giudici, morale e legge. O la brutta tragica farsa che si rappresenta da cinquanta o cento secoli nell'universo! Io fo conto che dal primo giorno la venne solennemente fischiata; ma lo _Autore_ avendola _trovata buona_ non se ne diede per inteso, nè per ora fa cenno di calare il sipario.... Vanità di autore è vanità spietata!
[8] «Venuta la mattina, fu loro dal Doge (siccome usa fare ad ogni condannato a morte) mandato un sontuoso ed amarissimo desinare, negli animali del quale erano i segni di qual foggia di morte avessero a finire la vita: perciocchè ogni starna, ogni pollo, ed ogni altro uccello, aveva legata una piccola fune al collo, nel vedere la quale si voleva, che gl'infelici condannati mangiando si ricordassero, come poco dopo dovevano essere impiccati.» — _Da Porto_. Lettere storiche. 6. I. p. 2. Let. 37 — E fu pietà veramente veneziana!
Fin qui il cronista; io aggiungo, che Lattanzio prima di partire per lo esilio, avendosi su quel subito eletto a domicilio la città di Lucca, convenne con la Fulvia, che talora sotto mentite vesti sarebbe andato a trovarla: verrebbe notturno fra la mezzanotte e la prima ora del mattino; si annunzierebbe con tre fischi; ella lo aspettasse per aprirgli, o per fargli aprire: non frequente la sua comparsa; una volta forse in capo al mese. Si divisero senza mirarsi, senza pigliarsi per mano, peritaronsi a guardarsi in viso; ognuno di essi temeva di leggere su quello dell'altro la colpa e il rimprovero. Da prima Lattanzio fu puntuale: non iscattava il mese, ch'egli si presentasse, e così durò, finchè Fulvia non ebbe partorito, la quale cosa successe sette mesi dopo la morte del Griffoli, onde il parto fu giudicato suo per virtù dello assioma legale, che _pater est quem justæ nuptiæ demonstrant_. Le presunzioni generano, e poi fanno le maraviglie se Giunone ingravidò toccando un fiore, e Maria mercè un'ambasciata dentro l'orecchio: dopo la nascita della bambina (che di questo sesso fu il portato di Fulvia), le visite diventarono mano a mano più rade, imperciocchè per quanti sforzi Lattanzio facesse non potè mai baciare cotesta creaturina; si provò una volta a benedirla ponendole una mano sul capo e Fulvia quasi per animarlo a sua posta allungò la destra; ma Lattanzio, avendo incontrato la mano di Fulvia in quella, che stava per posarsi su i capelli della bimba, egli la ritirò vivamente come se avesse tocco un ferro rovente, — e:
— Non ne facciamo niente, susurrò sospettoso; la nostra benedizione potrebbe apportarle sciagura.
Impertanto, quando egli entrava, non levava mai gli occhi sopra la sua donna, ned ella i suoi sopra lui. — Buona sera — diceva egli: — buona sera, — rispondeva ella; ed appressatosi alla culla mirava rabbrividendo le sembianze della pargola, le quali ogni di più arieggiavano le sue. Era un piacere acuto, o se ti piace meglio un dolore soave; nè arricciare il niffo, chè il cuore umano ha più bisticci della lingua, e gli antichi, che se ne intendevano, chiamarono le Furie _Eumenidi_ benefiche (lo attesta Pausania) e le finsero sorelle nientemeno che di Venere, e di questa altro ci ammaestra Epimenide. Lattanzio si genufletteva davanti la culla, e quivi tanto dimorava, finchè un rivo di lacrime non gli uscisse dagli occhi; e certa notte, che gli parve udire singhiozzare la Fulvia favellò soave questi accenti:
— Non ti affannare, Fulvia: le lacrime sono la migliore preghiera per me, — e forse per tutti.
Quando si partiva, lo accompagnava Fulvia fino su la soglia della porta di casa, senza lume, tentone; colà Lattanzio diceva in voce di _requiem æternam_: — Addio! — a cui Fulvia rispondeva: — Addio!
La fanciullina a cui fu posto il nome Caterina Gaetana, ebbe per comare al fonte battesimale donna Virginia di Agostino Chigi; la Fulvia l'allevò, e la custodì come sanno custodire le madri, le quali dopo avere gustato gli amari frutti della colpa furono purificate dalla sventura, e si santificarono col pentimento. Di veruna cosa tanto pregava Dio, come le durasse la vita per poterla allogare in modo degno di lei; ma sentendosi ogni dì venir meno la lena, giudicò che non avrebbe conseguito questo fine supremo, laddove non si fosse affrettata. A tale scopo se ne aperse con donna Virginia Chigi, moglie che fu di Giambatista Piccolomini e nipote del Papa Alessandro, la quale come svisceratissima sua le propose stringere con nuovo nodo di parentela il vincolo, che già le univa di amicizia e di cognazione fra loro, sposando la Caterina col proprio figliuolo Francesco. Parve alla povera Fulvia toccare il cielo col dito, nè seppe in altra guisa significare la profonda gratitudine, eccettochè col gittarsi nelle braccia dell'amica, e versare copiosissime lacrime. Dava un po' noia la età della fanciulla, che varcava di poco il dodicesimo anno; ma comparendo atticciata e ben complessa, fu giudicato di non cercare il nodo nel giunco: rimaneva ad assestare la dote, ma Lattanzio oltre allo assentire, che la Fulvia dêsse alla Caterina interi gli scudi 7400, chiese in grazia di portarli col suo fino a 15000; e fu tenuta grossa dote, imperciocchè tuttavia corressero costumi nei quali
Non faceva nascendo ancor paura La figlia al padre, chè il tempo e la dote Non fuggian quinci e quindi la misura.[9]
[9] Dante; ma ai tempi suoi le doti non superavano i 400 fiorini di oro, e queste siffatte si vituperavano come sbardellate; di vero 400 fiorini di allora, a ragguaglio nostro, farebbero 40000 scudi almeno.
Questo Francesco riuscì assai spettabile gentiluomo, ed avendo accompagnato in Francia Flavio Chigi cardinale, e _legato a latere_, e Sigismondo Chigi nipoti del Papa, assai si trattenne in Corte di Luigi XIV.
La Fulvia dopo questa consolazione si diede intera alle pratiche di pietà: usciva di casa per girsene a supplicare in chiesa, tornava di chiesa per fare orazione in casa; visitava infermi, non respingeva mai poverello di Dio senza averlo con larghezza aiutato; di ora in ora metteva una penna all'ale, che l'avrebbono, secondo la sua opinione, a tempo e a luogo trasportata di volo in paradiso. La vita certo le mancava, pure, se la intensa preghiera non la disfaceva, l'avrebbe tirata in lungo: la prece ardente e continua la consumò. Incominciò a supplicare per Paride, poi per Lattanzio, poi anco per sè, ma terminato questo ciclo, le pareva vedere, e vedeva certo due mani giunte scaturire fuori da un mare di tenebre in atto d'implorare un po' di refrigerio, d'intercessione: cotesta vista la faceva rabbrividire; pensava al naufrago, che presso a dare l'ultimo tuffo solleva a quel mo' le mani su le acque; e allora pregava anco per Lelio. Questo roteare senza posa si rinnovava da prima distinto e completo, poi rotto a pezzi, e il capo ne usciva indolenzito come se lo recingesse una corona di spine; questo dolore sparso mano a mano si concentrò in ispasimo fissandosi sul ciglio destro; ei cruciava come un chiodo fitto dentro l'occhio: difatti lo appellano chiodo solare però che col crescere del sole aumenti l'angoscia, e col declinare diminuisca. Questo fiero malore, che ad altro non saprei rassomigliare che al mal dei denti, nel cervello precipitò il corso mortale della vita di Fulvia: ella morì perdonando a tutti, esaltata dai lumi, dai canti, dagl'incensi ed anco dai singhiozzi dei preti, degl'incappati, degli uomini e delle donne che le stavano intorno al letto: morì contenta, e credè sul serio, prosciolta dal martirio terreno, andare assunta alla pace di Dio. — L'opinione pubblica aveva di già segnato sul conto suo una giravolta, il clero già non la derelisse mai: cosa papale ell'era; e la pietà sua spremuta dal rimorso stillava olio all'altare più della oliva stretta nel torchio; in oltre a lodare la sua munificenza il clero ci trovava il proprio interesse avendo egli considerato, che se la pietà donava alla Chiesa con la mestola, la vanità sbraciava con la pala. I poveri, la plebe insomma, ha confinato la sua tenerezza nei denti: gettale sotto pane da mordere, e ti amerà; ritirale il pane e ti vorrà male di morte. La gente dabbene si stringeva nelle spalle, e diceva: «Povera donna! certo non è stata uno stinco di Santo, ma ha sofferto molto; Dio la perdoni come il mondo l'ha perdonata.»
A Lattanzio, o per moto proprio, ovvero a istanza altrui, il Granduca Ferdinando II concesse lettere di grazia della pena dello esilio; onde quegli tornasse a morire in casa. In città non si fece più vedere: pose stanza in campagna, dove visse solitario, fuggendo ogni aspetto umano, concentrato in sè, raro parlante; veruna cura si pigliava delle faccende sue, poca della persona. Sovente fu visto sdraiarsi sotto un arbore all'ombra, e quando l'ombra cessava egli rimaneva nel medesimo luogo sotto la sferza del sole senza che mostrasse accorgersene; ancora (mirabile a dirsi!) vespe, tafani gli si ammucchiavano sul viso; ned egli, il più delle volte, moveva la mano per cacciarli, tanto il suo spirito vagava dilungato fuori dalla realità della vita, sicchè quando si levava la sua sembianza grondante sangue offeriva anch'ella la immagine dell'_ecce homo!_ Sul cadere delle foglie chiamato a sè il curato della prossima parrocchia, invitollo a pranzo, dove si alternarono fra loro di molti e dotti ragionamenti, che il prete non pure intendeva di divinità assaissimo, ma sì andava non mediocremente ornato di umane lettere. Dopo il pasto recatisi in giardino, Lattanzio di un tratto soffermatosi domandò:
— Che ora abbiamo? Il parroco guardò l'ombra che mandavano gli arbori a sole cadente e rispose: — Le ventuna non possono star di molto a sonare.
— Or bè, don Antonio, voi cominciando da domani udrete la mia confessione generale, perchè tra quindici giorni a questa ora precisa io morirò; e se possibile fosse io mi vorrei acconciare dell'anima.
— O chi vi ha detto che morirete fra quindici giorni; come potete saperlo voi?
— Lo so. — Sento qui dentro la voce del destino, la quale non mi ha ingannato mai.
— Che destino andate voi farneticando? Il destino la è roba da Pagani; dite la Provvidenza.
— Provvidenza sia, io non mi voglio bisticciare con voi, provvidenza o destino, una forza invincibile, spietata che dentro e fuori di noi ne può più di noi.
Nel seguente giorno incominciò la confessione; _per ore e ore Lattanzio pallido in faccia come un morto stava genuflesso a piè del confessore_, e il confessore grondava sudore tanto da intriderne due fazzoletti; per modo che la serva della Canonica essendosene accorta ebbe a dirgli: — O don Antonio, che novità è questa? Non fareste mica le prove per correre il palio su la piazza di Siena?
[Illustrazione: — Don Antonio, ditemelo da galantuomo, ci vedete verso che io mi possa salvare? (Pag. 160.)]
Terminata la confessione, Lattanzio con voce spenta interrogò:
— Don Antonio, ditemelo da galantuomo, ci vedete verso che io mi possa salvare?
— Guà!
La misericordia di Dio ha sì gran braccia Che piglia ciò, che si rivolve a lei.
E quando al nostro divino Redentore non avessero inchiodato le braccia, tanto è, ei le terrebbe sempre aperte per raccogliere le anime pentite che confidano in lui.
Venuto il decimo giorno del termine da Lattanzio presagito, si mise a letto, e al parroco, che ormai gli si era fatto indivisibile compagno, parlò a lungo nell'orecchio; e siccome quegli crollava il capo come uomo che tentenni fra due diversi concetti, egli con maggior fervore s'industriò persuaderlo, e parve riuscisse, imperciocchè all'ultimo rispose:
— Restate consolato, sarà fatto.
Giunse il giorno quindici; fino da mezzodì, gli assistenti avevano dichiarato, che Lattanzio non avrebbe passato la giornata. Strana infermità davvero! Non febbre, non doglia di capo, o di visceri; ordinato il moto del cuore, ordinati i polsi, e con tutto questo la vita gli scappava da tutti i pori; ei si disfaceva come la massa di metallo se ne va in forfora sotto l'azione della lima. Gli occhi teneva fitti nella parete opposta al letto, e moveva le labbra come se contasse; di repente si scosse, ed accennato al prete, che si accostasse, domandò:
— Avete avvisato in tempo?
— Vi ripeto per la decima volta, che sì.
— E verrà?
— Verrà senz'altro... eccola se non erro.
E fu sentito strepito di carrozza, che si affretti.
— Egli era tempo... perchè perdo il lume degli occhi... mi sento mancare... manco.
In questa, dall'uscio in fretta dischiuso, si precipita nella stanza una donna per grazia, per leggiadria, per giovanezza divina: mossa, o piuttosto spinta da qualche spirito soprannaturale, si abbandona nelle braccia del moribondo, che gliele tendeva nel delirio di un affetto che pare, — no, che per certo vince, almeno per alcuni istanti, la morte.
— _Abbiti l'anima mia!_ esclamò il morente con tale una lena, che mise in chi lo ascoltò, maraviglia, pietà ad un punto e paura; e l'anima pur troppo le diede, imperciocchè in cotesto supremo amplesso, in cotesto supremo bacio, lo spirito si era da lui dipartito.
La giovane donna tremante, e pure ferma, con le rosee dita chiuse gli occhi al defunto, gli velò la faccia; poi postasi a capo del letto, con il volto levato in su, e le braccia e le mani aperte, disse con voce da fendere il cuore:
— Signore, ricevi quest'anima desolata in pace.
Allora il Parroco con parole umili susurrò nell'orecchio alla donna:
— Signora, ora lo ufficio di pietà avete compito; niente altro vi rimane a far qui; — tornate a Siena, e non si sappia, che veniste ad assistere il vostro patrigno.
— Dite, reverendo, e credete proprio, che l'anima di questo infelice sia andata in luogo di salvazione?
— Io non sono, ed ella, signora mia, col suo buon giudizio lo capisce, il segretario del Padre eterno; ma a giudicarne secondo la carità cristiana credo di sì; che se sopra la bilancia della misericordia qualche granello mancava per farla traboccare, tengo per fermo che la sua pietà ha dato il tratto alla bilancia.
La giovane bellissima era la Caterina Gaetana Griffoli figliuola di Fulvia sposata a Francesco Piccolomini.
* * * * *
Qui ha fine il racconto; però non posso nè devo tacere, che sebbene l'egregio Antonio Pantanelli con parecchi solerti e studiosi amici suoi si sia dato a tutto uomo a rovistare per Biblioteche ed Archivi di Siena, onde raccogliere altre notizie intorno questo caso memorabile, non abbiano approdato a nulla; tuttavia al signor Luciano Banchi direttore dello Archivio di Stato, nel libro dei Battesimi e dei Matrimoni, venne fatto rinvenire come da Lattanzio e dalla Fulvia nascessero cinque figli: Belisario, Ascanio, Paris, Alessandro e Virginia. Difatti la famiglia dei Bulgarini non è anco spenta, e nel 1849 conobbi un Belisario Bulgarini uomo fornito di buone lettere, autore di libri assai lodati, e quello che più preme, onesto: il suo nome va nella Storia della Toscana congiunto con altro nome, che suona tradimento ed infamia. Egli, a quanto sembra, non provò amica la fortuna, l'altro sì, e scandolosamente immeritata; ma Dio non paga il sabato, e le lische alla morena stanno nella coda: così almeno giova sperare, e finisco.
FINE.
INDICE DELLE INCISIONI
Fulvia Piccolomini Pag. 8
Nei dì feriali quando Fulvia passava per le vie il popolo poeta al solo vederla gioiva; » 16
.... e allora giusto allora, per la prima volta gli fissasse gli occhi addosso » 23
.... quinci a furia levossi dandosi a fuga affannosa e sviata.... » 28
— Chi siete? Che volete? Chi vi manda? Su presto, dite. » 44
.... Gli schizzò il coltello dalle mani, si ruppe il naso, si ammaccò gli stinchi; » 53
Lelio Griffoli » 56
.... Betta giaceva morta sul pavimento accanto ad un inginocchiatoio; » 78
.... cadde supina singhiozzando per la pena » 98
Signora, le disse, voi m'invitaste in casa vostra; io sono venuto. » 116
.... ed entrambi compiacendosi contemplare la propria immagine dentro le pupille degli occhi loro, » 125
.... coglierlo un nugolo di palle squartate tratte da qualche sicario di dietro alla siepe; » 137
.... si versò un colmo bicchiere di vino, e se lo rovesciò nella gola a digiuno » 142
— Don Antonio, ditemelo da galantuomo, ci vedete verso che io mi possa salvare? » 160
Nota del Trascrittore
Ortografia e punteggiatura originali sono state mantenute, così come le grafie alternative (desio/desìo/desío, desse/dêsse e simili), correggendo senza annotazione minimi errori tipografici.
End of Project Gutenberg's Il destino, by Francesco Domenico Guerrazzi