Il destino: romanzo

Part 1

Chapter 13,915 wordsPublic domain

IL DESTINO

ROMANZO DI

F. D. GUERRAZZI

PRIMA EDIZIONE con 14 incisioni

MILANO E. TREVES. & C., EDITORI 1869.

Questo romanzo, di proprietà della ditta E. TREVES & C., Editori della BIBLIOTECA UTILE, è posto sotto la salvaguardia della Legge e dei Trattati di proprietà letteraria.

Tip. P. AGNELLI, Via Pietro Verri, 16.

A

G. ANTONA TRAVERSI

Intitolo a Voi questo racconto, a voi per gratitudine del molto bene, che mi avete fatto; sì, in verità un gran bene, imperciocchè voi con la benevolenza, e la cortesia vostre ravvivaste la fede nell'amicizia in me se non affatto spenta, illanguidita almeno.

Confesso, che il nome vostro meritava fregiare più degna cosa, che questo lavoro non è, ma, voi lo sapete, la vita ha sue stagioni come l'anno, nè i frutti del finire dell'autunno pareggiano quelli del cominciare della estate: e voi baderete al cuore che offre, non già al pregio della offerta. Impertanto concedete, che conchiudendo dica con messer Ludovico nostro:

«Nè per poco io vi dia da imputar sono, «Che quanto posso dar tutto vi dono.»

Auguro a Voi, ed ai vostri, anni lunghi, e sereni, sopratutto sereni.

Livorno, 1 giugno 1868,

_Amico vostro_ F. D. GUERRAZZI.

[Illustrazione: Fulvia Piccolomini.]

INTRODUZIONE

A piè del soglio di Giove gli antichi immaginarono stesse il Destino immoto ed arduo con mezzo il corpo nascosto dentro le nuvole, ed ambe le mani una soprammessa all'altra sul coperchio dell'urna, dove sono riposte le sorti degli uomini e degli Dei: egli tiene gli occhi volti in su quasi per tagliare a mezzo gli sguardi di Giove tesi nell'universo ove egli presumerebbe avventare la sua volontà insieme al suo fulmine.

Omero cantò, che i destini di Ettore posavano sopra le ginocchia di Giove, e a diritto, secondo le credenze di allora, ma Giove non poteva creare nè i propri nè gli altrui destini.

Sovente parvero gli uomini dati in balía degli Dei, e di fatti erano; ma allora gli Dei operavano come mandatari del Destino; però nè i figli di Latona avrebbero a colpi di saetta sterminato la famiglia di Niobe se non l'assentivano i Fati, nè Venere penetrato nelle ossa di Pasifae e di Fedra. Venere, la pessima fra le dee, anzi neppur meritevole di avere fama fra i mortali, come si chiarisce dalla ostinata guerra che sostenne perchè Amore non s'invaghisse di Psiche, ch'è l'anima, e non mai si affrancasse dalla materia. Due Veneri non esisterono mai, la Venere celeste, e la Venere terrena così in terra come in cielo una Venere sola: forse può darsi, io non lo nego, Venere dopo il caso di Psiche avrà mutato vita: non era vietato agli antichi immaginare a posta loro una Maddalena penitente, e metterla in paradiso in compagnia degli altri santi.

Però i nostri padri piuttostochè andarsene lassù in cielo pungeva la cura di chiamare gli Dei in terra: invece di volersi indiare, eglino attesero ad umanare gli Dei, non perchè essi portassero fra loro divini concetti, bensì perchè delle passioni proprie s'imbevessero. A questo modo giustificavano tutto: povero uomo! egli è cornuto a quattro, ch'è superlativo, come il buon fabbro Vulcano; ovvero somiglia a Giove per seminare nelle terre altrui; e così gli saldavano il conto dell'adulterio. Per quanto uomo o femmina ci si affaticassero, quello non poteva presumere di superare Mercurio nel genio del furto, nè Giunone nel furore della vendetta. Messalina gareggiò con la nobile cortigiana nel turpe arringo, e la vinse; nè manco una dozzina di Messaline arieno vinto Venere.

Diversi noi: se Dio venne nelle dimore degli uomini ci venne per fare fede delle virtù divine, di cui massima la benevolenza, e per mostrare alle turbe la via che al ciel conduce: a fine di conto, fatta la conveniente tara, i nostri santi non si possono dire furfanti; e allato al truce san Domenico o inventore o promotore dei roghi della Inquisizione ti occorre san Telemaco il quale col prezzo del proprio sangue operò, che la infamia dei gladiatori cessasse.

Ma poichè gira e rigira le religioni nuove ci appaiono come un tallo sul vecchio delle antiche, così nè anco noi abbiamo potuto rinnegare il Destino: in vero egli è più agevole negarlo, che non patirlo. Ma da un lato faceva ostacolo il libero arbitrio che pure si voleva ad ogni modo concedere all'uomo; dall'altro impensieriva la ogniveggenza, che non si poteva levare a Dio; e poi la inclinazione irresistibile della creatura a certe passioni si contrasta invano, perchè necessitate dalla compagine fisica di quella. — Dante Alighieri, che non fu mago, nè gentile, nè tutto seppe, ma molto seppe, si trovò un dì a questa porta co' sassi, nè sapendo che pesci pigliare, immaginò che le contingenze della umana vita fossero tutte dipinte nel cospetto eterno, non già perchè quivi prendessero necessità di succedere, ma sì per essere prevedute a modo di un burchiello che passa strascinato in giù dalla corrente del fiume.

E qui come vede chiunque abbia fior di senno si salta il fosso, e non si spiega niente, però che se la Provvidenza conosce per congettura, che il burchiello fie tratto in foce al fiume, ella può fallare, chè non è tolto tenerlo fermo a secca, o a cespuglio delle sponde, che rasenti: ovvero ella lo sa di certo, ed allora bisogna, che ciò sia, e dovendo essere non si comprende, che cosa giovi all'uomo il suo libero arbitrio.

Che dunque è mai questo Destino? Arduo dirlo: pure dacchè corse la domanda, egli è pur mestieri risponderci. Il Destino si manifesta dentro o fuori di noi; dentro, l'ho detto, resulta dalla compagine nostra, dagli umori, e dal temperamento; queste cose insieme unite generano le naturali disposizioni a cui di rado avviene, che l'uomo non si lasci andare, poichè nella acerba guerra fra lo spirito e la materia, questa senza requie trapana, e l'altro se si stanca, o si diverte un momento, rimane sopraffatto; onde le sequele dei casi, che sono necessità e si dicono Destino: fuori, da eventi i quali altresì stanno in potestà nostra o non ci stanno; i primi non si prevedono, nè possono prevedersi, epperò si sopportano; ai secondi, comecchè si prevedessero, e potessero prevedersi, non è dato a noi riparare, e quindi da capo patisconsi. Se garbi o no questa definizione del Destino, ignoro; questo so, che io non valgo a profferirla migliore; se altri si sente capace, io gli dirò come Donatello a Brunellesco a proposito di Cristi: _fa meglio tu_; e se farà meglio davvero, io me gli caverò la berretta.

Impertanto ora vi voglio raccontare una storia dove il dito del Destino (i preti odierni direbbero il dito di Dio) ci si vede espresso; la è vera, proprio pretta storia; io ci metto di mio un po' di colorito, e correggo qualche contorno; mi astengo da episodi immaginosi, da accessori più o meno verosimili persuasi dai tempi, dai luoghi, e dalle persone; non intrecci, non fantasie: io le ho poste da parte perocchè la realtà delle vicende di noi mortali, ho potuto toccare con mano, superi sovente qualsivoglia più sfrenata immaginativa; ed ora do di piglio ai ferri ed incomincio.

CAPITOLO I.

Lo Amore.

La Fulvia Piccolomini fu bellissima donna, anzi divina, nacque in Siena il 14 marzo 1630 al signore Alessandro, cui bastarono il cuore e i lombi per darle la compagnia nientemeno di quindici fratelli: di diciotto anni ella si maritò con Lelio Griffoli gentiluomo di Siena, e gli portò in dote fiorini 7376, che non furono troppi, ma nè anco sembreranno pochi a cui consideri la compagnia dei predetti quindici fratelli.

Ho affermato, che la signora Fulvia fu bellissima donna, e questo dissi non già perchè ogni eroina di poema o di racconto deva esser bella, ma sì perchè tale veramente a giudizio di quanti la videro, e scrissero di lei: io vi potrei dichiarare, che i suoi occhi chiamavano quanti amori volavano sopra la città di Siena, dove ce ne volano molti, e se diceste, puta il caso, quanto le rondini di maggio, voi direste niente, imperciocchè per l'aere di Siena si veggano gli amori andare su, giù, per diritto e per traverso, fitti e luminosi come gli atomi dentro i raggi del sole: potrei eziandio accertarvi che l'Amore avendo un dì intinte le ale nel sugo del melogranato ne colorì il sommo delle guancie alla venustissima donna; altre e più cose potrei vergare sopra la carta, che non vi farebbero comprendere un ette della bellezza di lei. _Ut pictura poesis_; proviamo un po' se la parola possa diventare pennello. La Fulvia era di statura anzichè no vantaggiosa, di spalle lata, di colmo petto, di fianchi e di anche potente; camminava con andatura gagliarda forte premendo del bel piede la terra, e pure agile ad un punto e maestosa: dov'ella si fosse sciolti i lunghi capelli neri avrieno coperto lei ignuda del più denso velo, che mai avesse potuto desiderare il pudore; neri altresì gli occhi, forse troppo lucidi e certo troppo spesso immoti, i quali le partecipavano certa aria di stupidità, che poi di subito sprigionando baleni sotto la stretta dei sopraccigli, neri anch'essi, e folti, l'accusavano di fierezza, e per avventura di crudeltà. Fidia non avrebbe sdegnato torre a modello cotesto naso, che segnava tutta una linea diritta, e pure non rigida con quella della fronte; la pelle candidissima da disgradarne il collo del cigno, e le guancie spruzzate, per così dire, del colore di amaranto: le labbra poi vermiglie, mobilissime, sicchè non parrà strano se affermo, ch'elleno parlavano quanto e più degli occhi. Non sarà stato così, perchè io mi professo servitore devoto di tutti, massime delle donne, ma pareva, che il liquore della voluttà o troppo spesso bevuto, o di qualità troppo ardente, avesse infiammato coteste labbra.

[Illustrazione: Nei dì feriali, quando Fulvia passava per le vie il popolo poeta al solo vederla gioiva.... (Pag. 16.)]

Nei dì feriali quando passava per le vie, il popolo poeta al solo vederla gioiva; il calzolaio si affacciava allo sporto con la forma nella mano manca, e con la destra al cappello in atto di cavarselo; il falegname, che segava una tavola sottoposta al suo ginocchio teneva la sega sospesa, e fintantochè la poteva scoprire la seguitava con gli occhi; la vecchia con le dita appiccicate alle labbra dimenticava inumidirsele con la saliva per filare la canapa; dei maggiorenti, chi le faceva di berretta per amore dell'arte, imperciocchè Siena essendo la città dello Amore, questo si meni dietro, o piuttosto lo seguitino le Belle Arti figliuole: non so se questa figliazione sia ortodossa, secondo l'antica mitologia, ma egli è certo, che Amore ha più figli, che altri non pensa. Il Cristianesimo per avventura in Siena non ebbe il coraggio di cacciare via dai luoghi sacri Venere madre di Amore; di chiesa la bandiva, ma accompagnatala in sagrestia quivi la lasciò stare, non si sentendo il coraggio di metterla così ignuda fuori della porta; ed ora ammiriamo la Madre dello Amore nella sagrestia o biblioteca ammirata ella stessa di vedersi circuita da una corona di messali miniati dai Frati Benedetto da Matera e Gabriele Mattei, non però ammirata delle pitture che la circondano, le quali rappresentano i gesti di Enea Silvio Piccolomini dipinti dal Pinturicchio, e da Raffaello di Urbino; perchè questi, e il papa Pio fossero grandi maestri di Amore, come pel primo ne porgono immortale testimonianza i suoi dipinti, pel secondo il suo libro degli _Amori di Eurialo e di Lucrezia_: i Papi una volta si ricordavano, che gli uomini dalla parte manca del petto portano un cuore.....

Altri poi salutavano la Fulvia sapendola donna di alto affare, e capace così in patria come a Roma, se lo avesse voluto, di avvantaggiare le faccende loro.

E nè mancavano di quelli, che le facevano reverenza estimandola quasi appendice del Papa, avvegnachè ella fosse congiunta del pontefice Alessandro VII, che fu un Fabio Chigi; e Siena meritamente salutavasi città papale noverando ella otto Papi, e trentanove Cardinali; onde se alla Fulvia avesse preso il ghiribizzo di alzare tre dita della mano destra distribuendo croci a diritta ed a sinistra, se le sarieno tolte per buone, nè forse l'avrebbero barattate con le genuine papali. Narrasi come Pio VII vedendo certo giovane screpante sghignarlo per via delle benedizioni, che egli impartiva alle moltitudini accorse, gli dicesse: — non disprezzate la benedizione di un vecchio; essa non ha mai fatto male ad alcuno; — la Fulvia a miglior dritto avrebbe potuto dire: — accogliete la benedizione di una donna giovane e bella, essa altro non può, che farvi bene a tutti.

Siete voi mai andati a Genova? Se sì tornateci, se no fatevici condurre per vedere una donna maravigliosa, anzi divina, anzi un vero paradiso su questa terra. Or come, dovremmo noi lasciare la moglie, e l'ombrello per imprendere il pellegrinaggio alla casa di una femmina sia pure quanto vuolsi famosa? Poffar del mondo! O voi, o i vostri padri recaronsi pure in pellegrinaggio alla casa del Loreto per venerare una Madonna, che, a parte la santità, pare una cafra, potreste dunque portarvi senza contradizione a visitare a Genova una creatura divina.

Voi la troverete pronta a ricevervi così di notte come di giorno; non mai schiva, sempre cortese in tutto e con tutti, veruno scarta, a quanti sono sorride, toccatela quanto vi piace, si lascia fare; anco se vi attentaste a baciarla non si sdegnerà per questo, purchè adoperiate con discretezza: ella ha marito gagliardo a un punto e geloso, il quale la vigila sempre, ma non si sdegna mai; all'opposto si compiace dello smisurato affetto di cui si accendono gli amatori della sua donna: cioè, a dire la verità, non so se se ne compiaccia, egli è certo che sta fermo: e tutto questo perchè la dama è dipinta, e il suo marito altresì. Dicono, che cotesta dama fosse della famiglia dei Brignole Sale, dicono cotesto dipinto essere stato condotto dal grande pittore Van Dyck, e dicono ancora, che Van Dyck ne fosse innamorato; veramente se dovessi dire la mia, io per me giudico, che se Amore non gli guida, i pennelli non possono dipingere così. — Se la dama poi s'innamorasse del pittore, se con tenero affetto lo compensasse di averla resa immortale, almeno fintantochè i topi, le tarle, e la polvere, con gli altri nemici della immortalità non abbiano distrutto il quadro, io non ve lo saprei dire: la storia è antica, e fosse moderna, non vale il pregio rovistarne gli scartafacci per andarci a pescare di cosiffatte novelle.

E comecchè dipinta, e solo spirante dalla tela ciò non fece ostacolo d'innamorarsene al buon Revere, che maestrevolmente la descrisse nel capitolo degli _Amori a olio_ nel suo libro: _Paesi e Marine_. Revere cui natura concesse bella e spigliata la nave dello ingegno, ed egli con l'arte ornò di fregi dorati e di polena, e corredò di elettissime vele e pareva destinata a navigare senza requie su le acque dei nostri mari; ma l'assalsero rabbiosi lo scilocco dei pedanti, e il libeccio degl'invidi, ond'ei per dispetto la spinse a dare in secco dentro l'arena, e quivi stette immobile. Rimetti a galla la tua nave o Revere; che fa a te ciò, che quivi ti bisbiglia? Anco la fama a taluno tocca domare come belva feroce; nè qui tutto è male, perchè se vinci la prova non ti troverai costretto a pararle la mano per ottenere la elemosina dei suoi favori, bensì l'agguanti pei capelli e la costringi a prestarti omaggio; te la strascini schiava dietro al carro,... così mi piace la fama. Rimetti a galla la tua nave, o Revere, e se tornando in porto non ti auguri vedere, come immaginò per sè messere Ludovico Ariosto, aspettarti sul molo plaudenti donne illustri, principi, e letterati magni, tienti lontano dalle sponde, naviga sempre in alto mare, e canta e scrivi per la Patria e per te.

Gli anni poi non contano; il cuore non invecchia mai, Anacreonte si metteva gli anni intorno al capo per sostituire le foglie della edera che cadevano dalla sua ghirlanda.

Pari a questa dama, fu la nostra Fulvia, se porge la tradizione il vero; per lo meno doveva arieggiarla, però che i segni corrispondano come goccia d'acqua a goccia; sicchè mentre la donna si aggirava per le anguste vie di Siena la precorreva, la seguiva un'aura vocale, che diceva: _divina! divina!_ Se il vento l'avesse circumfusa di un nembo pregno di quanti produce l'Arabia profumi, non avrebbe di uguale allegrezza esultato il suo cuore.

Nei dì di festa, o di obbligo di messa i cittadini sapendo com'ella costumasse recarsi al Duomo verso nona si assiepavano davanti la sua porta per vederla uscire, a mo' che si usa in parecchi paesi, nei quali i giovani fanno il serraglio dinanzi alla porta, donde la sposa si reca a marito, sicchè questa è forza, che si riscatti se pure desidera di giungere all'altare. Giusto adesso avevano fatto a quel modo, perchè correva il mercoledì delle ceneri; ed ella, cessato il carnevale delle feste e dei balli ora sta per cominciare il carnevale delle prediche: si spalanca la porta, e si leva il solito sussurro di ammirazione, ed ella graziosa a tutti sorride, e tutti saluta. Dico cosa incredibile, e non di manco vera, e tutto giorno rinnuovata, cioè, che ognuno si reputava da lei singolarmente distinto, ed ella non vedeva mai persona distinta, bensì una congerie, una polenta, per modo di esprimermi, di facciacce umane.

Però se stamane taluno l'avesse considerata a partito avria rinvenuto le sue sembianze sconvolte, e se non brutte, che tali non avrebbero mai potuto essere, almanco sinistre: nè senza ragione, che quello ed il precedente giorno ella aveva provato _uziaci_, come dicevano Fiorentini di allora. Di fatti nella festa d'ieri con suo piuttosto spavento che maraviglia ella non era stata acclamata regina, lo sciame degli adoratori si era addensato intorno alla Virginia Chigi, sua dolcissima amica, e la Virginia procedeva in mezzo ad essi appunto come la regina in mezzo alle api, contenendoli ovvero letiziandoli _maiestate tantum_: ma forse la Virginia era più bella di Fulvia? No, mille volte no; anco Fulvia la pensava così: e dunque a che attribuire la subitanea parzialità? Oh! ecco, la Virginia era tuttora zitella, sicchè tra la Fulvia e lei correva la differenza tra un posto preso ed un posto da prendere; la Virginia sorgeva da levante, e Fulvia inchinava all'occidente; non mica potesse chiamarsi vecchia, dacchè allora ella noverasse ventisette anni _confessati_, ma reali ventinove, che questo caso successe nel 1659, e lei i registri battesimali fanno nata nel 1630, ma vi ha una aura di maggio ed un'aura di settembre entrambe tepide e liete, pure la prima è messaggera di vita, l'altra prima di rinfrescarti la faccia sembra sia passata tra le fronde dei cipressi; splende il sole in primavera ed in autunno, e pure lì ti blandisce come un saluto, qui t'intristisce a guisa di addio. Il suo marito Lelio fastidioso per molesta gelosia alla stregua, che si approssimava alla vecchiezza (che i suoi cinquantanove anni allora ei non doveva andarli a cercare) in cotesta notte le aveva detto parole acerbe, perchè la notò carezzevole oltre l'onesto (egli affermava) e certo oltre il consueto di lei verso i cavalieri; ed era vero, ma non ci entrava malizia; la povera donna aveva raddoppiato le blandizie come il capitano spinge in campo le riserve per vincere la battaglia. — Ultima trafittura fu, che dopo avere aspettato ore ed ore il sarto, che le riportasse una veste di velluto pagonazzo con la quale disegnava comparire alla predica bellissima fra le belle, la mandò ad avvisare, che aveva dovuto lasciarla indietro per finire un vestito di velluto nero per donna Virginia Chigi: e poi per la prima volta quel richiamo della polvere a ricordarsi ch'ella pure era polvere, incominciava a darle un tantino di uggia; anco il vento pungeva, il cielo era grigio, e una pioggierella minuta cacciava il ribrezzo nelle ossa: bastava tanto, e ne avanzava perchè Fulvia in cotesto dì fosse di animo disposta a tirare il collo all'amore se mai le capitava fra le mani, e metterlo in pentola a bollire come un cappone.

Comparsa appena su la porta, ecco il solito serraglio stringerlese alla vita, e i soliti salutari, e le consuete ammirazioni, ed ella a destra ed a sinistra snodando il collo flessibile a guisa di colombo quando vezzeggia, sorrideva a questo, ed a quello: tutti si credevano da lei conosciuti, e particolarmente distinti, ed ella secondo il solito non aveva avvertito veruno; dico male; uno avvertì, e parve gran cosa, che quel giovane da due mesi non mancasse mai alla corona del popolo, che l'aspettava al suo uscire di casa, e del continuo la seguisse per le vie, ai ritrovi, in chiesa, e allora giusto allora per la prima volta gli fissasse gli occhi addosso.

[Illustrazione: .... e allora, giusto allora, per la prima volta gli fissasse gli occhi addosso (Pag. 23.)]

Non vi spazientite, che per me non sono uso tenere i miei lettori su la corda, io vi dirò addirittura chi ei si fosse: era Paride figlio di Belisario Bulgarini giovane gentiluomo sul fiore degli anni; egli non aveva più che un fratello di qualche anno minore a lui, il quale dilettandosi di cacciagioni e delle cure di villa, di rado veniva in città, e mai ci si fermava: ambedue celibi, per cotesti tempi doviziosi: entrambi poi di bel costume, e cortesi; ma a Paris diede la natura uno spirito inquieto, il quale sariasi nudrito negli esercizi della guerra, o in altri consimili, dove lo ingegno si affatica insieme col corpo; ma la stagione correva tanto propizia a cui volesse dare di piglio ad uno aspersorio, quanto contraria a quale inclinasse di trattare spada; tempi da campane non già da tamburi; tempi nei quali quando s'imbatte la storia, deposto lo stile, stira le braccia, e sbadiglia. Ora questa copia di forza fisica rovesciandosi sopra lo intelletto faceva sì che il peso ne sembrasse e fosse veramente soverchio; e per isfogarsi con lo esercizio s'inoltrava dentro il mare magno dei pensamenti senza il filo di Arianna per tornarsene a casa, come senza scopo prestabilito: andava per andare, come quei cani randagi, che si gettano la coda sul groppone e vanno tutto dì aggirandosi attorno senza sapere dove si ricovereranno la notte. Di qui egli diventò fosco sempre e accigliato, pensoso senza pro, e la confusione dello spirito si diffuse sul passo, negli occhi, su le voglie e su tutto: si mostrava ostinato a proseguire una cosa come se quella massimamente desiderasse, ed in sostanza non adoperava così perchè veruna cosa nè desiderasse nè amasse. Fu biondo, fu aitante della persona, ben disposto di membra; di occhio ceruleo, un dì alacre, ora spento come di pesce, che cominci a passare: fastidioso a sè e ad altrui; favellatore scarso, degli altri poco amatore, di sè nulla. Ora a questa anima in isciopero, venuta ventotto anni su senza un perchè, ecco offerirsi di un tratto splendida nella sua bellezza la Fulvia Piccolomini moglie di Lelio Griffoli: davvero in lui l'amore si palesò con un colpo di freccia, che lo traferì da banda a banda; non come quello che messere Francesco canta in rima ferisse lui, di saetta, mentre a madonna non mostrò pur l'arco, sicchè, a suo _parere non gli fu onore_[1]. Entrato appena in cotesto cuore, l'Amore, giusto secondo la immagine del Parini, crebbe gigante, e squassando ferocemente il turcasso gridò: «_valgo, e vo' regnar solo_» amori nati a mo' di turbine di neve nelle Alpi; di vortice di arena nel deserto, amori di uracano, essi varrebbero non già a sperdere un cuore ma l'esercito di Cambise, e la grande armata di Filippo II se potessero infuriare su le cose come infuriano su l'uomo.

[1] Ferir me di saetta in quello stato E a voi armata non mostrar pur l'arco.