# Il Designato: Romanzo

## Part 9

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--Il suo romanzo mi ha veramente entusiasmata,--diceva Lidia a Gian Luigi.--Tutto vi è nuovo; dal titolo al pensiero che vi domina fino alla chiusa. L'ho letto due volte.--

Io non sapeva fin allora quale dovesse essere la vendetta che Lidia mi aveva minacciata; ma ero stato tranquillo, pensando che forse non la sapeva nemmen lei. Avevo osservato semplicemente, da quella notte di sabato al martedì, una durezza insolita nelle parole della donna, qualche sarcasmo su tutto quanto la circondava, e sebbene io non fossi personalmente attaccato, indovinavo che il sarcasmo e la durezza eran per me e non avrebbero tardato a trovare il loro indirizzo preciso.

Nel veder Lidia così cortese verso Gian Luigi, mi si delineo alla mente, chiara ed innegabile, l'essenza della vendetta promessa; e ne sorrisi, trovando ch'era un po' vecchia. Lidia si riprometteva d'eccitar la mia gelosia, come aveva imparato assistendo alle commedie d'antico repertorio; non le negavo la capacità a fingere la sua parte con maravigliosa intuizione; bensì, negavo a' suoi sforzi l'esito ch'ella ne sperava.

Io non sarei stato geloso di simpatie volute; ella, dopo la sua rappresentazione, avrebbe semplicemente ottenuto di allontanarmi da lei, e di farsi considerare piuttosto volgaruccia nelle sue trovate.

--Ho scritto _come dettava dentro_,--rispose Gian Luigi.

--Secondo il sistema di Dante Alighieri,--notai, sorridendo.--È ancora discreto. Io non ho letto il tuo romanzo, perchè sono....--

Stavo per dire: _occupatissimo_, il che avrebbe servito a confermar la definizione di marito esemplare; ma mi corressi a tempo, e continuai:

--Perchè sono un po' impaurito da quel tremendo titolo: _Il lastrico dell'Inferno!_ Ci ho pensato, e mi è parso conveniente sentir prima le impressioni di mia moglie.

Mi accorgevo d'aver detto un mucchio di sciocchezze, secondo la fatalità di chi sbaglia dal principio; e non mi restava che sperare in un aiuto di Lidia. L'aiuto venne così:

--Tua moglie,--disse Lidia con quell'ombra di sarcasmo che rimaneva tra me e lei,--tua moglie ti ha consigliato più volte a leggere quel bellissimo romanzo. È tutto imperniato sull'adagio: _di buone intenzioni è lastricato l'inferno_; e pieno di sapore filosofico.--

Lidia non m'aveva mai parlato di quel libro; non solo; io ignorava perfino lo avesse letto.

Ella non poteva quindi mentire con maggiore impudenza e con fine più crudele; fui preso da una terribile vertigine di smascherarla, ma non soccorrendomi sùbito una frase elegante e velenosa, che rimanesse tra me e lei come il suo sarcasmo, trovai miglior partito rispondere a Gian Luigi:

--Un'idea curiosa e originale, davvero! Di buone intenzioni è lastricato l'inferno! Certo, se ne può fare un poema d'angoscia o un capolavoro di satira....

--È l'una e l'altra cosa,--disse freddamente Lidia, colla tranquillità delle donne che non han mai capito nulla.

Gian Luigi fece un gesto, sorridendo, quasi a declinar l'elogio smisurato.

--Mi son guardato intorno, ho cercato di dire la verità; ed ecco tutto!--egli concluse modestamente.

--Ed ora, sta preparando qualche cosa di nuovo?--domandò la bruna, seduta presso il caminetto.

--No: sono piombato nell'ozio più vergognoso,--disse Gian Luigi volgendosi verso di lei.

Non so come, respirai di piacere. Gian Luigi oziava; ciò me lo rendeva simpatico.

--È stato a Sestri, non è vero?--chiese Lidia.--Me lo annunciò Sergio.

--Sì, signora. A Sestri, al ritorno da Saint-Moritz.--

M'ero allontanato alcun poco, andando a sedermi presso una signora, i cui occhi neri e umidi pareva dicessero agli uomini: «Sì, fratello: io seguo il mio triste destino d'appassionata». E di quegli occhi, di cui credevo aver tradotta finalmente l'espressione, io studiava i possibili sogni e le veemenze, lasciando che nell'angolo, ov'era Lidia, continuasse il discorso d'ammirazione e di vanità.

Poi, lentamente, i visitatori presero commiato, e come l'ombra serale precipitava, restai nel salotto, vedendo ancora davanti al caminetto la bruna dal sorriso consolatore, e l'altra dagli occhi mesti.

Quella sera, a pranzo non avevamo che mio suocero, Pietro Folengo. Donna Teresa era rimasta a casa, un po' indisposta. E un penoso silenzio regnò fra noi tre, quantunque io fossi pronto a seguir Pietro in tutte le idee vecchie di cui volesse farsi il profeta.

Lidia, sulla tovaglia disegnava dei geroglifici col manico della forchetta; assaggiava appena le vivande ch'ella medesima aveva voluto le prescrivesse il medico, perchè ormai l'anemia e la malaria dominavan la sua vita; e benchè io l'avessi più volte interrogata, non aveva spinto il discorso oltre la forma monosillabica. Stringeva le labbra, di tanto in tanto; sintomo di malcontento represso.

--Vediamo, figli miei,--disse Pietro a un tratto, guardando Lidia e me.--Che cos'avviene?

--Niente!--dissi io.

--Niente!--disse Lidia.

--Come, niente!--esclamò Pietro con la sua logica di ferro.--Niente produce niente. Ora niente non può essere la causa, se un broncio è l'effetto!

--Un broncio? Ma non siamo stati mai di migliore accordo!--io risposi.

--Mai, proprio mai!--confermò Lidia, terminando con attenzione la curva d'un geroglifico.

Pietro s'accarezzò i favoriti, come quando stava per dire qualche bella cosa.

--Trovate il modo d'intendervi su questi _niente_ così disastrosi,--egli consigliò.--A' miei tempi non s'usavano!--

Quindi passò a raccontar di nuove instanze che la Casa commerciale di Cairo gli faceva, obbligandolo a prendere una decisione.

--Quando entreresti in carica?--domandò Lidia.

--Fino al prossimo anno non se ne parla, rispose Pietro,--ma capisci --che una volta data una promessa, il tempo non conta, e un uomo serio --deve mantener la parola.--

Io non feci alcuna osservazione, credendo aver bastantemente criticato quel disegno assurdo di lasciar l'Italia e di correr venture a cinquantasei anni, pel solo ùzzolo della novità; anche Lidia tacque.

Nell'appressarmi alla finestra, levate le mense e restando Pietro e Lidia innanzi alla tavola,--lo spettacolo della sera, già assai dolce e limpida, m'istigò un vivo desiderio d'uscire e veder gente.

Le carrozze passavan numerose, coi lucidi fanali proiettanti, nell'amplissima via; correvano a trasportar uomini e donne al piacere e alla soddisfazione di mille vanità, cui avevo imparato a irridere senz'esser convinto del loro nulla. Mi scoprivo d'un tratto ancor troppo giovane per rinunciarvi e, in fondo, l'innocenza di quei godimenti mondani, creati per vedere un poco e per esser molto veduti,--mi sembrava il loro più bello elogio; non s'era mai sentito dire che, all'uscir da una festa o da un teatro, le signore avessero abbandonato il marito per cader fra le braccia degli ammiratori; bensì, ai teatri e alle feste, si tessevano le fila prime degli inganni: ma se le feste e i teatri non fossero stati, gl'inganni non si sarebbero tessuti egualmente? L'indole è tutto.

Una sola occhiata a Lidia mi persuase che avrei parlato indarno. Ella andava irrigidendosi ogni giorno più nella risoluzione di sfuggire il mondo; e come il passato carnevale s'era sottratta agli inviti, ora si sottraeva a qualunque proposta di svago. Varie amiche l'avevan pregata di prender parte a delle gite; la campagna nei dintorni di Milano, che lasciava il suo manto invernale per ricolorirsi a poco a poco, era deliziosa, e allettava a farvi delle escursioni; ma Lidia aveva da qualche tempo assunto per divisa il motto: questo m'è indifferente,--ch'ella ripeteva a frustrar qualunque insistenza.

Non partecipai, dunque, la mia idea a Lidia, acconciandomi a subire la conversazione di Pietro. Egli difendeva il Ministero; dacchè io lo conosceva, Pietro non aveva fatto di meglio, ne' suoi discorsi di politica; taceva solo fra una crisi parlamentare e l'altra; quando il Ministero era costituito, se ne estasiava, ripetendo le considerazioni dei giornali officiosi, quantunque pochi giorni avanti si fosse estasiato d'un Ministero affatto opposto. Ma Pietro Folengo era ministeriale per costituzione psicologica e avversarlo sarebbe stato come fargli un salasso.

Alle undici se ne andò; sùbito, Lidia mi disse:

--Vado a letto; mi sento poco bene.--

Si levò dalla sedia con apparente fatica, e finse trascinarsi fino alla soglia della sua camera. Qui, si rivolse e appoggiò una mano alla fessura della finestra, ch'era nell'angolo.

--Queste serramenta,--disse,--non potrebbero essere più cattive. Soffiano aria da ogni dove.--

Tossì, portandosi il fazzoletto alla bocca, e uscì con andatura stanca.

Le parole eran quelle; ma il loro significato particolare m'era sufficientemente noto per non prendere abbaglio; senza muovermi dalla mia sedia, io sapeva che le serramenta funzionavan benissimo e che l'aria non vi soffiava punto, e che Lidia non era affaticata nè indisposta. Ogni sera, le parole mutavano, ma rimaneva il loro significato di preghiera; Lidia non voleva essere disturbata; la sua alcova era chiusa per me.

Da parecchio, ella non desiderava più il mio amore; ma era obbligata ad aspettare che io desiderassi il suo; leggiera prostituzione, inevitabile in tutte le buone famiglie amiche della quiete, nelle quali la donna si concede fredda per adempiere a' suoi doveri e non obbligare l'uomo a cercarsi una femmina altrove.

Lidia non mi conosceva così da indovinare che tale sommissione mi faceva somigliar la donna a una specie di medicinale vivente, di cui si prendon quelle dosi notturne che riescano a calmare i nervi; e non conoscendomi, l'ora di ritrarsi nella sua camera sembrava penosissima a Lidia; non si coricava più per riposare, ma perchè si sentiva poco bene; evitava d'incontrare i miei sguardi per timore di leggervi una domanda; talvolta faceva la storia delle sue indisposizioni; non si decideva a muoversi se non ben certa ch'io era compreso di tanti malanni.

Le nostre abitudini erano invariabili; io non mi coricava alla mia volta o non usciva di casa, prima d'esser passato nella camera di Lidia a salutarla.

Vi trovai, quella sera, ancora Geltrude occupata a riporre le vesti. Io m'avvicinai al letto, dove Lidia stava col busto appoggiato ai guanciali e i capelli sciolti per le spalle; un bel quadro, senza dubbio, ricco di luce e d'ombra.

Geltrude augurò la buona notte ed uscì. L'astuta cameriera, un tipo segaligno di giovane trentenne,--conoscendo, i nostri usi dei migliori tempi, aveva spinto vicino al letto una poltrona, in cui mi sedevo abitualmente a chiacchierare con Lidia. Allontanai la poltrona, osservando che sul tavolino da notte stava un romanzo francese, pel quale Lidia non si sentiva poco bene.

--Vuoi leggere?--domandai, accennando il volume.

--Ah no, mio Dio!--esclamò Lidia.--Mi farebbe male alla testa.

--Buona notte.

--Buona notte.--

Allungò la mano, che strinsi freddamente, e tossì di nuovo. Quell'esagerazione ostentatrice, mi diede una rabbia improvvisa.

--È inutile,--dissi,--tutto questo apparato. Lo so.

--Che cosa?--fece Lidia, volgendomi la testa in piena luce.--Che cosa sai?--

Mi strinsi nelle spalle, incamminandomi verso l'uscio.

--Favorisci un istante,--ripetè Lidia.--Che cosa sai?

--Il significato di queste malattie d'imaginazione,--risposi, nel mentre mi fermavo e mi rivolgevo.

--Malattie d'imaginazione! L'anemia.... la malaria?...

--No; la freddezza, la stanchezza, la ripulsione. E dico ingiustamente: _malattie_; perchè questi sentimenti sono naturalissimi, d'una fisiologia irreprensibile....

--Ah ecco! La solita. Noi siamo malate, e loro pretendono una salute di ferro, un'invariabile disposizione a subire i loro capricci!

--È strano,--dissi,--come tu abbia già appresa la logica delle signore maritate, e il giro del periodo _ad hoc. Noi; loro; i signori uomini; se facessimo noi altrettanto_; frasi di prammatica.

--È vero o no,--rispose Lidia,--che tu mi vorresti come nei primi tempi?

--Come nei primi tempi!--esclamai, preso dalla nostalgia.--Se ciò fosse possibile....

--Ma ciò non è possibile, amico mio,--finì Lidia.--Perchè io ora sono malata.--

M'appressai di nuovo al letto, strinsi la mano di Lidia e la baciai; poscia uscii, mentre Lidia, dimenticando il mal di testa paventato, si disponeva a leggere tranquillamente il romanzo francese.

Ettore Caccianimico aveva previsto tutto ciò da un pezzo.

Noi ci eravamo amati troppo in fretta.

XI.

Già nella parvenza fisica, Ettore Caccianimico stupiva, perchè i suoi cinquant'anni erano attestati non da altro se non dalla canizie e avevan sorvolato alla sua struttura magra, rigida, soldatesca. Sul viso sbarbato rimaneva l'impronta d'una volontà decisa; gli occhi, di colore indefinibile, tra il grigio e l'azzurro, potevan turbare con la fissità dello sguardo. Se la forza di volere s'indovina dal naso forte, da labbra sottili, dal mento angoloso,--certo il profilo d'Ettore Caccianimico era l'espressione della massima imperiosità di cui è capace animo d'uomo.

E lo scherzo della natura stava in questo; che tutti quei segni mentivano; che l'uomo di bellezza così maschia da farlo supporre uno sfidator di tempeste, era un ingenuo.

E ancora, perchè meglio sfuggisse a una definizione * esatta, non era ingenuo se non a intervalli, alternando pensieri ed azioni da fanciullo a imprese da tenace esperto; ora in preda a entusiasmi ingiustificati, ora scorato per un ostacolo illusorio; ora senza scrupoli, ora accasciato da rimorsi ingiusti.... Qualche volta lo si poteva credere uomo da calpestar tutto per giungere anche a un capriccio; qualche volta, un imbelle che si spaventa d'una parola.

Onde, la sua vita era in preda ai mille fattori che costituivano il suo carattere; e la definizione più vera d'Ettore Caccianimico poteva limitarsi a considerarlo uomo senza linea di condotta e fors'anco senza mai un perchè d'azione. In questo senso, egli era cieco; si buttava a un'impresa o ne rifuggiva con terrore, egualmente; e se avesse dovuto spiegar la sua esistenza, avrebbe scoperto che quei motivi i quali l'avevano annientato in una vicenda, erano i medesimi che in altra vicenda eguale l'avevano infiammato di volontà.

Così, era stato ufficiale di cavalleria, poi commerciante audace, poi ricco e instancabile cosmopolita, zerando oggi l'opera d'ieri; marito per caso; amico dubbio; non convinto di nulla, nemmeno dei propri diritti; intollerante di doveri certi e scrupoloso per doveri fantastici.

Benchè già fossero valicate le tre del pomeriggio quando passai la soglia di casa Caccianimico, trovai Ettore in veste da camera.

Lo studio, dalla tettoia vetrata, era illuminato di luce diurna; non troppo ampio, d'esatte dimensioni, con due finestre prospicienti la strada; a fianco dell'una stavan la scrivania e le poltrone di pelle a borchie d'ottone, e innanzi all'altra una giardiniera con alcuni vasi di fiori dai freschi sbocci. La parete cui s'appoggiava la poltrona della scrivania era coperta fino a metà altezza da una cornice rettangolare contenente schizzi d'autore, piccoli paesaggi, teste a tempera; e immediatamente sotto la cornice, un divano di seta color giallo scuro, con avanti un tavolino ingombro di barattoli e di volumi rilegati. Addossati alla parete di contro, la libreria e uno scaffaletto; poi, senz'ordine voluto, qua e là, diverse poltrone, della medesima stoffa e del medesimo color del divano.

Un odore forte di sigaretta aleggiava per la camera e si mischiava a un altro profumo, più sottile, meno dominante, come riposto e ad ora ad ora agitato dai nostri movimenti.

Era un profumo non ignoto alle mie nari, ma snaturato alcun poco dal luogo; cosicchè m'arrestai sulla soglia, fiutando e fissando Ettore, che sedeva innanzi alla scrivania, colla testa appoggiata alle mani.

--Addio,--egli disse, guardandomi dall'alto in basso, con un'occhiata ch'io sapeva caratteristica delle più negre ore dell'uomo.

--Odore di violetta, d'eliotropio, d'avventura proibita!--risposi, inoltrandomi e stringendo la mano del Caccianimico.

--Ah sì!--egli fece con aria annoiata.--Laura Uglio è venuta a trovar mia moglie ed è passata di qui a salutarmi. Dovreste esservi incontrati sulle scale.

--No,--dissi.

--Siediti. Laura Uglio non viene in casa tua?

--No.

--Per che cosa? Perchè c'è stato fra te e lei?... che sciocchezze!--esclamò Ettore, stirandosi e sorridendo d'un pessimo sorriso.--Acqua passata non macina più. Vien pure in casa dei tuoi suoceri, Laura.

--Appunto. Ed è per questo, anzi....

--Sì, sì, capisco,--osservò Ettore, alzandosi con un movimento rapido.--Tu sei ai primordî, e si fanno sempre di questi progetti sui primordî. Si redige l'elenco di quanti entreranno in casa e di quanti ne staranno fuori. Poi, tutto ciò passa, come un soffio....--

Cacciate le mani nelle tasche, Ettore s'avvicinò al quadro dei disegni, osservandoli attentamente, come li vedesse per la prima volta; non sembrava parlare che per sè, quasi senza guardarmi.

--Tutto questo non passerà,--dissi con intonazione ferma.

--E Angela Tintaro?--domandò Ettore d'improvviso, abbassando lo sguardo su di me.

Io mi morsi le labbra. Angela Tintaro veniva in casa mia da qualche tempo e Lidia le rendeva le visite; un piccolo incidente, una semplice seccatura, causata dalla mia indolenza. M'era parso che le accuse contro Angela Tintaro non fossero così provate da poterle sostenere e da impedire a Lidia quella relazione.

--Una cosa ben diversa,--osservai.

--La medesima cosa, l'identica!--ribattè il Caccianimico.--È tanto certo che la Uglio tradisce suo marito, quanto che la Tintaro seduce le donne. Fra l'un vizio e l'altro, fra le due corrotte, non so come tu possa fare un'eccezione per la seconda....--

Durante la breve pausa che seguì, mi domandai involontariamente se Ettore avesse il diritto di parlarmi in tal modo. Ero rimasto, seduto sul divano, attonito per il curioso indirizzo che la conversazione aveva preso, e alla domanda appena concretata in mente mi vedevo costretto a rispondere che Ettore poteva con arditezza giudicare e criticare quanto avveniva in casa mia.

Solo volgendo il pensiero ad alcuni anni prima, la figura di Ettore m'appariva assai più simpatica di quel che non fosse al presente. L'uomo aveva forse avuto un'unica vera amicizia per me, un'unica devozione per mio padre; più d'un viaggio in Italia e fuori era stato fatto con lui; più d'un consiglio opportuno m'era stato dato da lui in varî casi, e se io non aveva corriposto con pari affezione, ciò era avvenuto pel leggiero disgusto che io provava nel vedere un uomo così saggio per gli altri, così incoerente e lato di coscienza con sè medesimo.

--Tu, dunque, mi consiglieresti di ricevere anche Laura Uglio?--ripresi.

--Ma sicuro, ma indubbiamente,--egli rispose con una risata che non mi piacque.--Non la riceviamo noi? Non la ricevono tutti? Vediamo: quante persone veramente oneste possono entrare in una casa? Dieci, non di più. E ogni casa ne riceve cento. Del resto, questa vecchia utopia del considerar disonesta una donna perchè non si ferma al primo uomo, dovrebbe far ridere oramai gli spiriti aperti e intelligenti.--

Andò allo scaffaletto in mogano, ne tolse una bottiglia e versandone il liquore in piccoli bicchieri, me l'offerse.

--Mi pare,--dissi, riponendo il bicchiere sulla sottocoppa,--che tu non abbia un umore eccellente.

--Pessimo,--rispose Ettore.--Sto per commettere una cattiva azione.

--Ci sei obbligato?

--Non avrei la forza d'evitarla. Sarà l'ultima.--

Pronunciò queste parole con amarezza, quasi l'idea di non avere a commettere cattive azioni in séguito, gli dolesse infinitamente. Come io sorrideva per la frase e pel modo con cui era stata pronunciata, Ettore soggiunse:

--Tu puoi ben ridere.... Non sei felice? Non hai trovata la donna unica per bellezza, per amore, per onestà? Non v'accordate nelle cose più insignificanti?--

Ripetè, guardandomi fisso:

--Non sei felice?

--Senza dubbio,--risposi.

E notai che mentre formulavo tale affermativa, Ettore, ancora in piedi, s'inclinò leggiermente dal mio lato, come per meglio afferrare il tono di sincerità con cui accompagnavo le parole. Poi si ritrasse, occupando nuovamente il suo posto innanzi alla scrivania, in modo che la luce diurna solcò di tratti argentei i capelli bianchi e lunghi dell'uomo.

--La signora Clara?--domandai, un po' impacciato dal silenzio che ci minacciava.

--Sta bene.--

Io m'alzai in piedi, congedandomi. Sentivo, all'improvviso, una ferita viva nel cuore per le teorie d'Ettore e per quella freddezza che senza causa s'era d'un tratto infiltrata nella nostra conversazione; mi scoprivo irritato contro il Caccianimico, il quale professava le sue idee senz'alcun riguardo per me, che avevo moglie; e mi dimenticavo che poco tempo addietro, mi ero invece irritato contro quelli i quali non avevano osato professare le loro idee, appunto per tal riguardo. Ettore m'accompagnò fino alla soglia di casa; mi vi trattenne un istante in discorsi senza importanza; poi, scesi le scale, malcontento di me e di lui.

Le giornate di marzo avevano una serenità fredda e tragica. Il cielo azzurro non era tuttavia lieto e doveva riuscire terribilmente feroce, a quanti soffrivano; di tanto in tanto, dei periodi di vento furioso facevano discendere la temperatura, portavano ancora dei brividi, e disordinavano le abitudini di chi aveva già salutata quella primavera fallace.

Appunto in uno dei giorni in cui più forti soffrivo la molestia della stagione e la paura del mio ozio,--mi rammentai d'un tratto che Laura Uglio abitava sul corso Alessandro Manzoni, e una viva curiosità mi spinse da lei.

Io non imaginavo come la donna avesse spiegato a Giorgio, suo marito, l'indifferenza sorta fra lei e Lidia; non imaginavo che cosa ella medesima pensasse di me; e per saper tutto questo, salii le scale della sua casa, premetti il bottone elettrico, e mi trovai nell'anticamera di Laura prima ancor di considerare quale accoglienza mi aspettasse.

Laura riceveva, mi disse la cameriera, prendendomi il soprabito e il cappello. E spalancò la porta a vetri che dava passaggio nella sala ampia, soleggiata.... Un calore insopportabile mi afferrò sùbito alla gola; era acceso il caminetto, e così carico di legna scoppiettanti, come a pena era logico nel più immite gennaio...

Innanzi al caminetto stava Laura Uglio, ravvolta nella pelliccia. Ella volse il capo al mio entrare, mi fissò un istante, dubbiosa; poi fece una esclamazione di gioia, s'alzò, e mi corse incontro, lasciando che la pelliccia le cadesse dalle spalle e s'arrestasse sui fianchi.

Era uno straordinario inganno del momento? un'illusione prodotta dal luogo?... Io non trovava più sul suo viso quell'espressione cinica, dura, spudorata, volubile, che m'aveva ferito a Pallanza; i suoi occhi non avevano sguardi equivoci, il suo sorriso non era rapido, facile a mutarsi in sogghigno. Si sarebbe quasi detto che una rigenerazione fosse avvenuta nella donna e si trasfondesse in ogni linea del viso, pallido ora, bene rischiarato da occhi tristi e grandi. Il vago sentimento d'implorazione, che notavo in tutta la fisonomia di Laura, era disceso alle labbra e le aveva come addolcite agli angoli, creando nella bianchezza del volto una curva rossa e deliziosa di vita.

La massa di capelli bruni, ravvolta a diadema intorno alla fronte di Laura, attirò ancora la mia attenzione, quasi fatto d'una gravità nuova e pericolosa; avevano un colore sì schiettamente cupo, quei capelli, che ne soffersi, come pel caldo esagerato della sala.

Tutto il colloquio sembrò prender l'intonazione da quell'effetto inaspettato della bellezza di Laura. Ricordo ch'ella fu singolarmente carezzevole, rimproverandomi la mia freddezza e quasi il disprezzo ostentato altra volta; ch'ella mi domandò se non fosse divenuta brutta, perchè era malata, e lo domandò con ansia in cui palpitava tutta la sua apprensione di donna elegante; che io, per rassicurarla, quasi mi lasciai sfuggire di bocca delle parole passionate, veementi; e che avvedutomi del pericolo, troncai bruscamente la visita.

