Il Designato: Romanzo

Part 8

Chapter 8 3,748 words Public domain Markdown

Le amiche, pure in abiti bianchi e difesa la faccia, imitavan Lidia, animandosi, impazientendosi delle lacune fra l'un carro e l'altro. Verso le cinque, i coriandoli arrivavan per entro le finestre, ingolfandosi nelle camere con violenza; alcune signore dovettero cedere il posto.

Lidia resisteva; irriconoscibile, tanto era soffusa di polvere. Io, dietro di lei, passandole, sul morir del giorno, i fiori dopo i coriandoli, l'osservava con inesplicabile tristezza; ella gettava i fiori febbrilmente, con un sorriso rigido sulle labbra.

A un tratto, mi porse ancora le mani, senza guardarmi, perchè vi mettessi altri fiori, e indugiando io, Lidia si rivolse, vide i sacchi e le ceste vuote:

--Finito!--ella esclamò, scrutandomi negli occhi.

--Finito!--risposi.

Sorridemmo ambedue; ma la parola aveva un senso largo d'angoscia.

Non v'erano tra noi se non queste allusioni; perchè così fresco era il ricordo di gaudî e di sogni, che l'aria ne pareva piena e ospite la casa; quella casa la quale, nel medesimo tempo, vicino ai ricordi conservava tutta la storia delle modificazioni sopravvenute a sfatare i gaudî e a corrompere i sogni.

Il carnevale, nonostante numerosi inviti a feste, era scorso per noi monotono. Lidia si schermiva con ostinazione dal prender parte a divertimenti serali; aveva ricevute più visite della sarta, la signora alta e magra col neo posticcio, la quale sperava di ottener molte commissioni, di ripetere il periodo felice dei capolavori di seta e di raso; ma neppur la dialettica della sarta era riuscita a smuover Lidia dal suo proposito, sebbene i tentatori giornali di mode le presentassero dei figurini superbi, che chiamavano un breve lampo negli occhi di lei.

Continuavano i martedì; qualche pranzo agli intimi, donna Teresa e Pietro; qualche sera al teatro; e nella settimana grassa, Lidia aveva voluto gettare i coriandoli forse per soddisfare ad un desiderio delle amiche meglio che ad uno proprio.

Ciò era riuscito strano e molesto a Pietro Folengo.

--Ma, figlia mia,--egli diceva,--questo non si usa. Due sposi novelli devon farsi vedere, devon prendere viva parte ai trattenimenti della stagione.

--Perchè?--domandava Lidia.

--Perchè questo si usa, perchè tutto il mondo ha sempre fatto così....--

Lidia aveva allora il suo piccolo riso di sprezzo, che importunava Pietro; le ragioni addotte eran per costui insuperabili; non gli pareva umana cosa il sottrarsi a ciò che si usa, a ciò che il mondo ha sempre fatto; mentre Lidia, assai più moderna, si rideva bellamente degli usi e costumi che non le quadravano.

Veniva poi donna Teresa, la quale illuminava il proprio tramonto di tutti i belletti e di tutte le pomate cognite in Europa e fuori; e si stringeva vie più nel busto, e studiava metodi arguti per distruggere l'adipe senile. I suoi consigli erano sospirosi.

--Se fossi io al tuo posto, cara Lidia, con quei tuoi vent'anni! Perchè non vai al ballo di casa Cortalancia? Ma è possibile che non ti sorrida un gran trionfo? Non c'è nessuna delle tue amiche, elegante e bella come te; hai qualche dispiacere?--

Lidia scoteva il capo, e da quelle insistenze usciva sempre più testarda a vivere fra le quattro pareti di casa.

Un piccolo malessere di Lidia aveva servito a darmi un'idea delle straordinarie mutazioni che la verità può subire, conservando la propria forma.

Il medico aveva detto:

--La signora è un po' delicata e deve guardarsi dalla malaria che domina la città; c'è nella signora qualche accenno d'anemia, facile a combattersi.--

Lidia s'era impadronita trionfalmente di quelle due frasi e non le aveva mutate d'una parola; ma ripetendole ad ogni occasione, aveva dato loro un significato di minaccia quasi simbolico. Non si poteva aprire una finestra, senza che la donna si portasse il fazzoletto alla bocca per salvarsi dalla malaria; nè avveniva mai che Lidia si guardasse nello specchio senz'accagionare all'anemia il pallore del viso, e la striscia azzurrognola sotto gli occhi.

Ciò era grazioso, dapprima, rendendola quasi più fragile nel mio concetto; poi, divenne meno grazioso; e infine non fu grazioso per niente, quando l'anemia e la malaria furono usate da Lidia ad ogni scopo, e presero vita e consistenza di spettri che passavano instancabili ne' suoi discorsi e parevano essersi collocati stabilmente a guardia della sua alcova.

Gli amici avevano accolta la diagnosi del medico quasi come una notizia gravissima; raddoppiavan di cortesie verso Lidia e mi guardavano con profondo significato per inculcarmi che da me dipendeva la vita di lei. Le amiche erano state indulgenti, perchè tutte avevano alla lor volta qualche indisposizione civettuola di cui si servivano con impareggiabile maestria e che probabilmente ponevano esse pure a guardia dell'alcova. Gustavano la rinuncia di Lidia ai trattenimenti mondani; una signora, assidua frequentatrice di balli, di teatri, di concerti e perfino di conferenze, aveva applaudita Lidia caldamente, assicurandole che non v'era nulla più doloroso di quanto si chiama piacere; e guardando la faccia di suo marito, io me n'era sùbito persuaso.

Ma fui veramente sorpreso quando, il sabato grasso, Lidia accettò un invito dei signori Caccianimico.

--Faccio un'eccezione per loro,--ella disse.--È vero, Sergio, che faremo un'eccezione?...

--È verissimo,--risposi, nascondendo alla meglio il mio stupore.

Appena Clara ed Ettore Caccianimico partirono, domandai a Lidia:

--Tu intendi veramente andare a quel ballo?

--Ma che!--rispose Lidia.--Non avrei nemmeno un abito decente....

--E allora?...

--Sai,--disse la donna con aria esperta;--rifiutar sempre è noioso, diventa quasi una parola d'ordine; ho accettato per far cosa nuova; stasera scriverò un viglietto, pretestando un'indisposizione!--

Bisognava punirla; assolutamente, questa donna mi credeva condannato a seguire i suoi capricci, senza tener conto de' miei; accettava e declinava gl'inviti, li faceva accettare e declinare da me con un'indifferenza da bambina, come fosse identica missione accompagnarla al ballo o tenerle compagnia presso il caminetto. Bisognava punirla, immediatamente.

--Bella idea!--esclamai.

--Non ti pare?--fece Lidia, senza rilevar l'inflessione ironica delle mie parole.

La sera medesima, verso le dieci, mi ritirai in camera colla scusa di rispondere a qualche lettera.

--Mandami Andrea. Lo incaricherò di portare un viglietto ai Caccianimico,--disse Lidia.

--Andrea serve a me per il momento,--risposi.--Lo manderai più tardi; così il pretesto sembrerà meno studiato.--

Andrea, il domestico, aveva disposto nella mia camera l'abito di società, e gli oggetti per un minuzioso abbigliamento. Dal giorno del mio matrimonio non avevo più indossato l'abito nero, e, scoperto che questo può servire anche in occasioni allegre, ero divenuto gaio, d'improvviso, attendendo colla maggior cura a farmi elegante.

Alle undici, seguito da Andrea colla mia pelliccia aperta fra le mani, ricomparvi nel salotto di Lidia.

--È inutile mandare il viglietto,--dissi.--Porterò io le tue scuse.--

Lidia alzò il capo, e impallidì nel vedermi.

--Che cosa fate voi, lì?--domandò ella al domestico.

--Tiene la pelliccia,--spiegai.--Guarda, cara, se questa cravatta è messa bene.

--Benissimo,--rispose la donna, levando gli occhi al soffitto.--Vai in casa Caccianimico?--

--Certo. Non m'hai obbligato a promettere che si sarebbe fatta un'eccezione per loro?--

Infilai la pelliccia, misi il cappello e uscii, dopo avere stretta la mano di Lidia, che aveva senza dubbio moltissime cose interessanti a dirmi.

Fui così sùbito, così largamente punito della mia piccola vendetta, da credere a una giustizia invisibile e sicura. Perchè, non appena entrato nella sala ove Ettore Caccianimico e la sua signora apparivano circondati da una folla elegante,--sentii che i varî profumi ivi sparsi mi facevan male; un male strano, che si sarebbe detto risvegliasse la mia sensualità.

La vista di donne scollate, ingemmate, ostentatrici di bellezze che avevano un padrone e ne cercavano un altro, mi atterrì con questa scoperta: io aveva bisogno d'una di quelle donne; d'una qualunque, purchè non fosse Lidia, non le somigliasse in nulla; avevo bisogno d'una donna della quale ignorassi e il sorriso e la voce e il corpo. Finalmente, alla presenza di femmine nuove l'angoscia che mi circolava da un pezzo nelle vene come una malattia, scoppiò e prese il suo vero aspetto: io m'irritava di Lidia non perchè rappresentasse la legge o il principio o la tradizione; ma perchè io la sapeva tutta, dal gesto insignificante all'ultimo anelito. Mai la poligamia mi parve più saggia cosa e più sana che allora.

Conscio di simile rivelazione e messomi in avviso, provai ad avvicinar quelle signore e ad analizzare il senso ispiratomi; notai che le brune mi piacevan meglio, e le audaci e le esperte; quelle, infine, le quali eran tutto l'opposto fisico e morale di Lidia; notai pure che, sull'istante, avrei commessa una follia per conquistarne una, e al domani poco mi sarebbe importato di non più vederla e di saperla morta.

Era la grave, dolorosa necessità di cambiare, che m'invadeva con forma così assorbente e mi disponeva l'animo a una passione per la prima venuta; io trovava nel mio stato il perchè di certi adulterî che m'eran parsi altre volte decisamente inesplicabili.

Uscii da quel ballo uno degli ultimi, conservando ancora in tutta la persona un residuo di profumo avvelenatore, e nel cervello vivissima l'impressione dei corpi femminili ignorati.

Albeggiava lividamente e faceva un terribile freddo.

Non avevo bisogno di guardarmi intorno per sapere come agissero gli uomini che avevano avuta la mia rivelazione, tosto o tardi. Alcuni si mettevano le mani nei capelli, si torcevano il cuore, e tradivano; altri dubitavano sulla scelta, la determinavano con pertinacia, e tradivano; molti non dubitavan punto, si fermavano alla cameriera, e tradivano. Io era fratello di tutti costoro, in quella notte; ma non sarei stato loro fratello nella conclusione.

Io avrei mantenute le promesse fino all'ultima, avrei compiuto il mio dovere fino allo strazio; perchè volevo altrettanto ed esigevo fino allo strazio i miei diritti.

Ma dunque, se il bisogno di cambiare era assoluto, anche Lidia soffriva le torture cui ero in preda? Ecco perchè non aveva voluto ella recarsi alle feste; a me era stata necessaria la prova; a lei era bastato l'istinto, il fiuto inestimabile della donna--per sentire il pericolo.

Rientrato in casa, un barlume di luce proveniente dalla mia camera, m'inquietò, credendo avessi dimenticata accesa la lucerna o i bracci dell'armadio, fin dalla sera prima; apersi la porta, e mi fermai sulla soglia d'un tratto.

Lidia era là, addormentata, vinta dalla stanchezza; s'era seduta in una poltrona, reclinando la testa sui guanciali, e come io aveva quel mattino una curiosa tendenza a ricostruire sensazioni e fatti, riuscii a indovinare quant'era avvenuto. Lidia, assai probabilmente, aveva tentato di coricarsi e di dormire; poi, non potendo reggere al bisogno di dirmi le cose interessanti che la sera prima aveva dovuto tacere per la presenza del domestico,--s'era avvolta nell'accappatoio ed era venuta nella mia camera.

La stufa spenta lasciava il luogo assai freddo; la lampada quasi esausta, l'illuminava imperfettamente; e quella donna rannicchiata nella poltrona, coi capelli sparsi, gli occhi chiusi, la faccia pallida, il corpo tutto come piegato da una violenta angoscia,--pareva la superstite d'una cupa tragedia.

Inoltrai cautamente; levai la lucerna dal cassettone e la posai sulla tavola; mi tolsi il soprabito, il cappello, e gettai i guanti per terra; cominciavo a snodarmi la cravatta, quando un lieve romore mi fece volger la testa. Lidia, appoggiato un gomito sul letto e stringendo coll'altra mano un bracciuolo della poltrona, mi guardava fissa da qualche istante.

--Buon giorno!--le dissi.--Sono rientrato ora.

--Lo so,--rispose Lidia con voce velata.--E io ti aspetto qui da mezzanotte.

--Ti sono gratissimo di questa sorpresa,--mormorai.--Ma potevi coricarti; non prendere freddo; coricarti nel mio letto.

--Nel tuo letto?--esclamò Lidia, balzando in piedi.--Che cosa credi, dunque!--

C'è sempre stato in me un istinto che io suppongo derivato dalle mie tendenze letterarie; un istinto a vedere il quadro e la plastica in ogni cosa; guardai Lidia perciò con sincera compiacenza; ella pareva una leonessa ferita, dritta nel fondo della camera, gli occhi pieni di sdegno; bellissima.

--Perchè fingi, Sergio?--ella disse.--Perchè fingi di non capire quel che ho sofferto?

--Che hai sofferto?--ripetei, colpito dalla voce tremante.--Io non poteva imaginare....

--Ah, non potevi imaginare,--esclamò Lidia, avvicinandosi.--Non potevi imaginare che trattandomi peggio d'una cameriera, mi avresti fatto male...?--

Notavo con dolore che le nostre voci si udivano squillanti nella calma del mattino.

--Ti prego di moderarti,--osservai.--Tutto si può dire con pacatezza.

--Voglio ch'Ella mi risponda,--fece Lidia.--Voglio mi dia ragione della sua condotta.--

Lidia, usando quel tono freddo e straniero sapeva d'irritarmi quanto le era possibile; perciò scattai:

--Non ho ragioni a dare; non le darei, nemmeno se la mia condotta fosse meno onesta di quel che è!--

Lanciata la frase, non mi restò che pentirmene allorchè Lidia piegò quasi sotto un gran colpo e cadde di nuovo nella poltrona. Vi fu un lampo d'intervallo; quindi sentii i singhiozzi della donna, e la vidi nascondere il viso tra le mani.

--Ah, è troppo!--ella diceva a frasi rotte.--Non l'ho meritato! Io fuggirò da questa casa.

--Via,--feci appressandomi e mettendo una mano sulla spalla di Lidia.--Ti ripeto che non avrei supposta simile interpretazione d'un fatto innocentissimo. Sono andato dai Caccianimico, perchè tu avevi promesso di andarvi, e mi doleva mancare verso un buon amico qual'è Ettore per me. Una volta là, non ho potuto non trattenermi fin tardi.--

In quell'istante, mentr'ero curvo su di Lidia e le mie labbra toccavan quasi la ricca massa de' suoi capelli,--mi passò innanzi agli occhi rapidissima una visione informe e tronca di quelle donne che avevo incontrate al ballo; parevano riunite in gruppo e perciò non riuscivo a distinguer l'una dall'altra, ma vedevo capelli bruni, occhi neri, busti scollati e ritti; serrai le palpebre e la visione passò.

--Non sa dunque Ella,--rispose Lidia, guardandomi colle pupille improvvisamente asciutte,--non sa dunque Ella che talvolta basta una parola gentile a persuadere una donna? Se m'avesse detto che Lei desiderava recarsi da quei signori, non avrei pensato a fare un'obiezione. Ma Lei ha voluto prendersi giuoco di me, andandosene d'un tratto, senz'avvisarmi, schernendomi perfino col dire che avrebbe mandato Andrea più tardi a portare il mio viglietto.--

L'idea che Lidia aveva scritto un viglietto malizioso e grazioso rimasto ignorato sulla tavola per la mia cattiveria, mi colpì stranamente; provai un irresistibile bisogno di ridere e una tenerezza da fanciullo.

--Già, ho fatto male,--dissi.--Lo riconosco. Basta riconoscere il proprio torto?--

Lidia s'era alzata, cercando il fazzoletto; io lo raccattai da terra, e presi posto nella poltrona rimasta libera.

--Basta riconoscere il proprio torto?--ripetei, prendendo Lidia per le braccia e cercando di attirarla sulle ginocchia.

--No! No! No!--ella esclamò con veemenza. Io ho passata un'orribile notte, per Lei, e non l'ho passata dormendo, com'Ella potrebbe credere; mi sono addormentata sull'ultimo, per la stanchezza....

--E come l'hai passata, dunque?--domandai senza resistere allo strappo cui ricorse Lidia per togliersi alla mia stretta.

--L'ho passata meditando!--rispose la donna, mentre s'allontanava e si raggiustava l'accappatoio.

La frase mi turbò, e mi trasse alle labbra la risposta, che trattenni a forza. Anch'io aveva meditato; Lidia nell'angoscia dell'aspettazione, io nell'angoscia della folla.... E ambedue sopra un istesso argomento? Forse; ma Lidia non me l'avrebbe mai confessato, non avrebbe forse trovate le parole....

Ella si riprometteva certo una mia domanda; perchè dopo essersi guardata nello specchio, girò la testa verso di me.

--Non ho più nulla da dire,--mormorai.--Se non basta riconoscere un errore, non so che altro si possa attendere.--

Lidia proruppe nella sua risatina di sprezzo.

--Comodi, i signori uomini!--ella disse, prendendo a camminare per la camera.--Si levano i loro capricci, e poi riconoscono d'aver fatto male; con tale sistema pretendono il perdono. E se facessimo noi altrettanto?--

Sentivo che c'incamminavamo verso i paradossi femminili e non fiatai.

--Se facessimo noi altrettanto?--continuò Lidia.--Sarebbe una catastrofe, una vergogna, il finimondo, perchè non si ammette la possibilità d'un capriccio in noi.... Siamo fatte per la casa, diavolo! Pupattole eleganti, decorazioni da salotto, mummie senza nervi nè vibrazioni....

--Vi prego d'espormi i capricci che io vi ho proibiti,--interruppi.

--Ah certo!--disse Lidia con accento ironico.--Io posso comperare tutto quanto m'accomoda, vestirmi come mi piace, rimaner qui, o viaggiare.... E Lei crede che la vita d'una donna finisca lì?

--Non oso supporre che finisca altrove,--osservai.--Volete forse uscir sola di sera, andar sola a teatro, avere un appartamento da scapolo, tirar di scherma e correre lo _steeplechase_?--

Lidia si fermò, quasi sotto una staffilata; allungò l'indice della destra verso di me, e disse in tono minaccioso:

--Ricordati questo, Sergio: che tu ti pentirai delle tue parole e dei capricci di stanotte.--

Si diresse verso la porta. Ebbi la tentazione fugace di correre a Lidia e di fermarla; ma nell'atto che m'alzavo, dal mio abito salì quel profumo avvelenatore di che s'era impregnato alla festa; il profumo di dieci donne, le quali non erano Lidia, non le assomigliavano in nulla, non m'eran cognite se non nell'apparenza mondana.

E lasciai uscir Lidia.

Dalla via sorgevano i romori della città laboriosa. Tacitamente salutai i forti che trovavan l'opportunità di lavorare anche nella domenica di quaresima; chiusi le imposte, e mi coricai, più freddo e più tranquillo di quanto non avessi osato sperare.

X.

Il romanzo di Gian Luigi Sideri era rimasto intonso alcuni giorni sul mio tavolino da lavoro; poi, nel cumulo di lettere e di giornali che quotidianamente vi si deponevano, io non l'aveva più trovato, senz'inquietarmene, poichè mi rammentava una delle prime cause di broncio con Lidia e temevo che, leggendolo, rinascessero i sogni e i rimorsi, or di nuovo snebbiati.

Fui quindi assai perplesso allorchè Gian Luigi Sideri comparve ad uno dei nostri martedì. Io non aveva conoscenza delle frasi vaghe, usate per un autore dagli ammiratori che non hanno letti i suoi libri; e se anche tal vocabolario mi fosse stato familiare, mi mancava il coraggio d'adoperarlo, non sapendo se Gian Luigi se ne sarebbe contentato o se non, piuttosto, avrebbe volute le impressioni particolari delle varie scene e dei caratteri descritti.

Gian Luigi tornava dalla Riviera Ligure, ove la leggenda lo figurava occupato in nuovi lavori; ma l'aspetto sano, la tinta viva, l'occhio limpido, il sorriso tranquillo che vi aveva acquistati, mi sembravan resultare da un larghissimo ozio, meglio che dal lavorio intellettuale.

S'inchinò due volte innanzi a Lidia; una volta innanzi alle altre signore; delibò compiacente le lodi degli amici e si divertì a lasciarsi osservare come persona assicurata ai posteri; finì coll'accomodarsi sul divano, di fianco a Lidia.

Gian Luigi aveva una statura più bassa della media; ma non era tozzo e non produceva effetto sgradevole; anzi, la esiguità delle forme gli prestava un che di svelto e d'arguto, certamente simpatico. Bruno, dagli occhi grigi; testa proporzionata, fronte alta, significante capacità d'intelletto; labbra sensuali e colorite, indicatrici di tendenze epicuree; baffi ritti e puntuti, a cagion della moda. Egli vestiva con gusto e senza la cura minuziosa dell'uomo incapace ad altro; come dissonanza inevitabile in ogni cosa sua, portava quel giorno una cravatta gialla, di foggia molto discutibile.

Fugacemente notai che, seduto a fianco di Lidia, Gian Luigi si trovava in posizione svantaggiosa, perchè appariva più piccolo della donna.

Io era tuttavia sotto l'impressione della festa di ballo e delle sue conseguenze con Lidia; rispondevo male alle interrogazioni che mi si facevano e se non fosse stata la visita di Gian Luigi avrei raggiunte le mie camere al primo pretesto.

Guardavo le donne.

Ero in quel tremendo periodo di studio muto e desideroso, che non ho dimenticato mai, che si prolungò oltre misura e che mi stampò nel cervello così lucide imagini femminili, da poterle evocare nuovamente oggi, a distanza d'anni, direi quasi con un semplice corrugar di ciglia. Esse balzan luminose nella steppa grigia del passato.

Guardavo le donne, raccolte intorno a Lidia, e specialmente quelle le quali avrebbero potuto essere belle e non lo erano; voglio dire, le non riuscite. Avevano occhi piacevoli e brutta bocca; o bocca espressiva e naso lungo; o naso esatto, bocca deliziosa, occhi loquaci, e mancavan d'ovale al viso, o di capelli ricchi, o di statura elegante, o di seno giusto. Io sentiva per queste il rincrescimento d'un artista che lo scalpello ha tradito.

E mi volgevo alle altre,--poche, tre o quattro,--nelle quali v'era armonia e disposizion di forme da sostenere un'analisi, dopo aver soddisfatta la sintesi. Ancora, per esse non avevo alcuna tenerezza; forse m'erano spiritualmente antipatiche, e certo, non valevano Lidia; ma tutte, a una, a una, rappresentavano l'altra, l'incognita, la donna su cui non avevo diritto alcuno; e le guardavo perciò, e mentre mi lasciavano il cuore vuoto, dominavano il mio pensiero.

Mi sarei irritato se una di costoro avesse creduto di poter prendere il posto di Lidia; e,--ammettendo per un istante una concessione al potente bisogno di cambiare,--sentivo che avrei avuto il cattivo coraggio di spiegare tal bisogno e di respingere, nella donna che mi si fosse data, ogni speranza di stabilità nella nostra colpa. Infine, io sarei stato capace di dire: «Vi voglio, non già perchè siete voi; ma perchè non siete Lidia».

Formola così vera, che mi toglieva speranza di trovar la donna atta ad apprezzarla.

Non potevo sopportare le bionde, in quel periodo; la sola vicinanza loro mi dava la sensazione tattile dei capelli lunghi, serpentini, di Lidia e la visione del suo corpo; eran le brune che preferivo studiare, provando certi curiosi impeti d'afferrarle alle spalle e di rovesciar loro la testa all'indietro, per baciarne la gola bianca.

Nessuno in quel salotto avrebbe imaginati i galoppi della mia mente; perchè gli uomini e le donne, dopo aver tentennato a lungo per definir me, Lidia, il nostro matrimonio, e collocarci in una delle categorie prestabilite dal mondo,--avevan finalmente trovate e la definizione e la categoria, mettendoci con un gemito fra gli «esemplari»; quel giorno stesso in cui mi gravava sullo spirito il peso enorme dell'esemplarità.

La fiamma d'un robusto fuoco nel caminetto gettava sul viso d'una di quelle brune agognate larghi sprazzi di luce che salivan dalle ginocchia al busto, dal busto alla testa, e le passavan dietro gli omeri a formarle uno sfondo mobile, saltellante, corrusco. Ammiravo di costei, sopra ogni altra cosa, la dolcezza del ridere, che non era contrazion di muscoli, ma lene conquista d'espressione, di cui la bocca era la sorgente e gli occhi la foce per cui si trasmetteva agli altri.

La bruna stava presso il caminetto, volgendogli il fianco sinistro, e di fronte a me, ch'ero all'altro lato; ma ella teneva il capo rivolto a destra, verso il divano. Mi ricordò così, indirettamente, che a Gian Luigi Sideri eran dovute le maggiori cortesie, come ad ospite quasi celebre; e quando mi levai, vidi gli altri tutti intenti ad ascoltar Lidia e Gian Luigi.

Parlavano di letteratura.