Part 4
--Io non vedo gran male in tutto questo. Avrai avuta una giovinezza molto fredda e senza peripezie.
--No,--risposi.--Allora pareva anche a me che non vi fosse gran male, perchè ero assai giovane, e quello stesso metodo di vita m'era d'ostacolo ad interrogarmi, a studiare se in fondo all'animo io non sentissi qualche irrimediabile amarezza. Ma quando mio padre morì, m'accorsi tosto d'essere straordinariamente solo nel mondo, inutile al punto che la mia vita e la mia morte dovevan riuscire indifferenti fenomeni agli altri, non pure, ma a me stesso. Non avevo alcuno scopo, non avevo amici, non rappresentavo nulla, non ero una forza, considerevole o mediocre, nella, meccanica della società; se fossi sparito, nessuno si sarebbe doluto della mia scomparsa. A tale idea io soffersi molto, e fui così malcontento, così irritato, che invece di tentar qualche cosa, venni in questo paese a rodermi internamente de' miei anni sciupati. Capisci questo, amica mia? Lo spettacolo dell'attività altrui, invece di spingermi all'emulazione, mi stremò di forze e mi tolse ogni speranza di poter fare.
--Come mai?--domandò Lidia, rizzando la testa a guardarmi.
Nel mentre andavo parlando, m'accorgevo che, diversamente da tutte le aspettative, la confessione mi riusciva facile, e che enunciando e sintetizzando il mio passato, illuminavo me stesso su cose prima oscure. Avevo anche avvertita una certa impazienza in Lidia, e me ne davo ragione sapendo che la donna non poteva contentarsi di quelle linee generali, ma voleva la confessione di argomenti assai più vicini a lei e più pericolosi.
--Come?--ripetei.--Non so. Saranno effetti nervosi, ma certo senz'alcun rimedio; avrei avuto bisogno di trovare gli altri molto addietro; li vidi al contrario molto innanzi, e lo spazio che mi separava da essi, mi diede un vero spavento, quasi una vertigine.
--Così, tu non hai fatto bene e non hai fatto male?--chiese Lidia.
La voce della donna s'oscurò di tristezza, e mi penetrò in fondo al cuore.
--No,--confessai,--no, io non ho fatto alcun bene....
--Non hai amato?--incalzò Lidia, rizzandosi sul busto e stringendomi le mani.
--Non ho fatto alcun bene,--dissi nuovamente.--Ero preso da quella specie di malattia della volontà, e divenni maligno, contro di me e contro gli altri; fui dei più pronti a schernire, dei più volonterosi a negare; fui un essere colmo d'odio, perchè invece d'incolpar me della mia vuotaggine, incolpai non so quale fatalità avversa.
--E le donne non riuscirono a toglierti quell'asprezza, a consolarti?--
Appena pronunciate queste parole, Lidia arrossì vivamente; ma nel medesimo tempo, il mio viso ebbe forse un'espressione così dolorosa, che la donna porse la destra sulla mia bocca, aggiungendo:
--No, no, non dir nulla, se non vuoi, Sergio!--
E si chinò a baciarmi.
Nell'atto ch'ella avanzava e serrava le labbra contro le mie, io chiusi gli occhi ed ebbi come un'immensa visione di tutta l'impossibilità a parlare. Lidia era ancora, una fanciulla; donna solo fisicamente; il suo animo era incontaminato, il suo pensiero casto, i suoi costumi ingenui. In che modo potevo io dire?... Perchè bisognava farsi comprendere, cioè sviscerare i fatti, analizzarli....
Quando Lidia staccò la bocca dalla mia, io aveva già divisato di non parlare.
Mi diedi a passeggiare per la camera, comprendendo che non potevo tacermi immediatamente, se non col pericolo d'ingenerar nello spirito di Lidia chi sa quale stranissimo sospetto di mistero. La donna mi seguiva dello sguardo, e per la prima volta s'insinuò fra noi il dolore di non sentir le nostre anime sopra una medesima via.
--A che giovano i fatti?--io ripresi, avvicinandomi a Lidia e sedendomi sullo sgabello a' suoi piedi.--In amore e per l'amore, sono stato un perverso. Non mi chiedere altro, amica mia; non ti dirò di non avere amata alcuna donna prima di te; la cosa, più che mirabile, sarebbe ridicola. Ma è certo, è vero, è sacro che dal primo giorno del nostro incontro, ogni altro amore cessò e ho voluto mutarmi.
--Sono contenta,--disse Lidia con semplicità.--Sono contenta e ti credo: però....--
Tacque un istante, esitando; poi si chinò fino al mio orecchio e soggiunse a bassa voce:
--Però.... vorrei sapere se fra le donne ch'io conosco, ch'io conoscerò e che ci verranno in casa, vi sia qualcuna che tu hai amata.--
Non era ancora finita la frase, che Lidia se ne pentì, poichè corresse:
--No, no, in casa; non dubito; ma v'è qualcuna ch'io conosca?
--Nessuna,--risposi prestamente, e volsi il capo perchè Lidia non mi leggesse in viso la menzogna.
Una, ve n'era; ben conosciuta da Lidia, che l'ammirava per la superbia e l'eleganza; una, che frequentava la casa Folengo, e m'aveva irritato colle carezze finte prodigate alla fanciulla. Ma perchè dir questo a Lidia? Non era inutile e pericoloso?
--Vedi,--continuai dominandomi.--Vedi ch'io non ho nulla di buono nel mio passato e ch'io ti debbo una totale rigenerazione? Sono un vagabondo arrestato dalla tua potenza.
--E tu mi ami quanto non hai amato alcuna donna, è vero?--domandò Lidia, ancor dubitosa.
--Puoi ben crederlo,--esclamai,--se a te lego tutta la mia vita!--
Vagamente e con un'indefinita paura, io rilevava uno strano fatto; che la mia confessione era inutile, perchè non poteva esser chiara, e che, lasciando Lidia più calma di quanto io non m'aspettassi, aveva invece turbato me oltre ogni previsione. La colpa era mia, non avendo io il coraggio necessario a spingermi fin dov'era possibile; la colpa era anche di Lidia, la quale, sorvolando ai miei mali dello spirito, aveva voluto giungere sùbito ai fatti, agli amori, alle donne, alle persone che da un istante all'altro ella poteva incontrare.
In fondo, Lidia non aveva capita l'amarezza della mia esistenza, tormentata da un inutile desiderio di fare e di lavorare: non aveva viste che delle rivali, non aveva tremato che di gelosia. Così, mentre io credeva la mia confessione dovesse prolungarsi, era invece finita d'un tratto, proprio sul limitare della piena confidenza.
Io guardai la donna; delicatissime apparivano la bianchezza rosea del suo volto, l'espressione degli occhi lunghi, ombrati da palpebre simili a minuscoli ventagli, coronati da ciglia simili a leggiere strisce arcuate di pennello.
Ed io poteva condannarla, s'ella non comprendeva l'infinita melanconia, l'infinita vacuità dell'uomo che le parlava? Anche troppo presto se ne sarebbe avveduta quando la nostra casa si fosse aperta agli amici miei, agli uomini che seguivano una via ben chiara, incontro a una meta ben decisa. Lidia era, del resto, come tutte le donne, chiusa entro i limiti della vita pratica; non poteva supporre occupazioni oltre la famiglia, o supponendole non le avrebbe trovate necessarie.
Io solo, che avevo sognato di giungere alla fama, ero giudice della rovina che al sogno aveva tenuto dietro invece della realtà.
Non avevo mai saputo chiuder la vita entro limiti così precisi che arginassero le incomposte tendenze, dirigendole robustamente a un fine; proclive a più cose ed avido di conoscere, avevo dispersa l'energia creativa, atrofizzandola in un vuoto compiacimento di sapere; privo di vanità nella sua forma più eletta ch'è l'ambizione, m'ero limitato ad ammirar l'opera altrui, spesso semplicemente induttiva, e m'ero sfiduciato al pensiero di muovere i passi dove uomini eminenti avevan talora dubitato ed erano anche caduti numerosi; e se di tanto in tanto il peso dell'inerzia vergognosa mi diveniva intollerabile,--guardandomi intorno e vedendo i già noti e battaglieri preparar nuove opere e nuove battaglie, la mia nervosità suggestionabile soffriva d'un contraccolpo mortale, la mia volontà si rannicchiava al cospetto di volontà più illuminate e più esperte.
Rimaneva poi verissimo quanto io avevo detto a Lidia: che al vuoto del quale arrossivo avevo sempre trovate altrettante giustificazioni, considerandomi vittima di complicate e malaugurose vicende; e il tempo, la solitudine, l'incontentabilità, le difficoltà materiali per farmi conoscere, la lenta progressività dell'esito futuro, mi sbigottirono e mi relegarono decisamente fra l'immensa caterva di coloro che vivono come possono e che una tomba inonorata accoglie e dissolve.
Nei giorni susseguenti a quel colloquio con Lidia, io ebbi più volte l'opportunità di spiegare alla donna quanto fossi insoddisfatto dell'indirizzo preposto alla mia giovanezza. Lidia accoglieva questi discorsi con una duplice espressione: lieta, perchè notava come le donne del mio passato fossero totalmente scomparse dalla memoria; triste, perchè avrebbe voluto altrettale oblio de' miei sogni e dei proponimenti frustanei. V'era nel suo modo di rispondere, nell'angoscia rinnovellata ad ogni apparire de' miei rimorsi,--un chiarissimo sottinteso, ch'io aveva sùbito spiegato così:
--«Non ti basta la realtà del mio amore? Non ti basta la vita ch'io ti offro?»--
Ora, quando in addietro lottavo, cercando di dedicarmi alla letteratura per la quale credevo di aver qualche disposizione,--m'ero sempre tolto a quelle spaventose lotte col medesimo pensiero: tuffarmi nella vita reale, godere quanto era più vicino e più facile ad ogni uomo.
E quel pensiero d'allora, germinato spontaneo, e quel sottinteso d'adesso, nascosto nelle parole di Lidia, concludevano in un'egual rinuncia, avviandomi sulla strada comune, dove non si trova gloria, ma la calma è solenne, l'indifferenza grande, il benessere sicuro. E poichè questa volta l'esortazione alla rinuncia veniva da una bocca giovanile e cara, io credetti poterla obbedire, e per lungo tempo i rimorsi della vanità delusa tacquero, mortalmente.
V.
In quella dissonanza d'anime, lievissima e tuttavia avvertibile, sorta fra Lidia e me dalla sera in cui ella non aveva capito il mio tormento e non aveva temuto che per donne immemorabili,--so e affermo che, quantunque io volessi negarlo a me stesso, noi non potevam giudicare la giornata trascorsa se non al cominciar della notte.
Era nell'alcova di Lidia che io vedeva sciogliersi i nodi aggruppati durante il giorno; erano il sorriso o l'impaccio, il desiderio o la sommissione della donna, che mi davan la misura di quanto noi fossimo all'unìsono, o delle modificazioni lentissimamente verificatesi nella nostra vita felice. Appena ombre, appena gradazioni d'una fuggevolezza così rapida che ad uomo chiuso all'investigazione, sarebbero andate perdute.
Lidia, per la prima, non aveva nulla rilevato, e si credeva senz'alcun dubbio ancora a quell'altezza di passione che aveva riscaldati i primi giorni della nostra intimità. Io stesso osservava a scatti, e soltanto ora, studiando quei tempi, vedo la strada percorsa, digradante con infinitesimale declivio.
Colui che batteva all'uscio di Lidia era il medesimo, l'identico uomo che due mesi avanti aveva passata la soglia della camera virginale e aveva pianto alle lagrime della dedizione? colei che permetteva all'uomo d'entrar nell'alcova, era la medesima, l'identica Lidia che aveva tremato di paura e non aveva trovato requie nell'aspettazion timorosa?
No.
Oramai, eravamo diversi da quelli.
Innanzi tutto, nel mio animo s'era risvegliata l'attenzione che m'era particolare; a luogo di procedere fidente, gli occhi chiusi, come nei primordî della nostra unione,--io sorvegliava. A che cosa? A nulla e ad ogni cosa; a Lidia, a me, ai sorrisi, alle parole, a corrugamenti di ciglia, a strette di mano, ai baci, alle forme di piacere, alla durata dei desiderî, al bisogno di confidenza, all'intensità di molestia causata da presenza d'estranei.
In quei giorni di Sufers, io aveva ripresa l'abitudine d'archiviare dei fatti, e per lunghissimo tempo, a Sufers ed altrove, tutto si ridusse a questo.
Onde, da quel risveglio, io aveva soltanto percepito che avvenivano delle modificazioni; eufemismo col quale si stabilisce il principio d'una catastrofe; fiocco di neve, che rotola pel versante, s'ingrossa, si dilata e forma la valanga.
I fatti eran d'una sola entità. Ne ricordo alcuni:
Quando noi ci recavamo il mattino a Splügen, era nostra abitudine seguir la strada men battuta, che partendo dalle spalle dell'albergo, giunge a quel villaggio per discreti viottoli ombrosi. Non saprei dir quante volte noi ci fermassimo e le nostre labbra si cercassero avidamente; non saprei dire con quanta diligenza io vegliassi a che Lidia non s'affaticasse di soverchio. Da qualche tempo, i baci eran diminuiti; Lidia, dicendo di voler imitare gl'inglesi, camminava innanzi a me, senza darmi mano; se ci soffermava l'improvvisa bellezza d'un mattino estivo, ammiravamo silenziosi, nè sentivamo il bisogno d'esser vicini, d'interrogarci e di commoverci insieme. Una volta, al ritorno da Splügen, invece di riprender la via secreta, m'incamminai sulla via postale, ch'era più breve. Lidia mi seguì, senza mostrar noia o stupore; giungemmo a casa, privi di baci, e risaliti in camera non ci ripagammo di quell'insolita astinenza. Peggio: da quel giorno, le strade postali furono le preferite.
Ancora: noi non parlavamo che del nostro amore, in principio, e non ci curavamo se all'intorno si vivesse; il bel tempo e il cattivo erano egualmente benvenuti e con egual piacere si rimaneva in casa o si usciva a passeggio. Da parecchio,--avevo cominciato io,--i nostri discorsi parlavan degli altri; si faceva la caricatura ai compagni d'albergo, ci si chiedeva che potessero pensar di noi i genitori di Lidia e i miei amici. Peggio; si facevan disegni per altri luoghi, si evocavano i ricordi della città; si prediligevan le passeggiate, nelle quali s'inframmettevano fra noi mille oggetti e variati spettacoli; e si leggevano i giornali.
Queste modificazioni eran necessarie; accennavano al passaggio dall'amor violento, dalla frenesia giovanile a un più calmo possesso, a una più tranquilla felicità; passaggio inevitabile, poichè sarebbe stato pericoloso e sovrumano che avessimo continuato come nei primissimi tempi. Nè mi potevano esse spaventare, nè eran brusche ed aspre così da lasciar fra l'inizio e il presente una visibil lacuna; ma avevan tuttavia qualche cosa di caratteristico, d'indefinibile, prodotto dalla graduale conoscenza reciproca delle nostre indoli.
Certamente, per noi i giorni dipendevan dalle notti, la vita dell'anima s'informava alla vita dei sensi, e conservo a tal riguardo la memoria di due episodî, che segnano a mio credere due punti ben chiari e diversi della nostra parabola amorosa.
Com'io aveva indugiato una sera nella mia camera a scorrere diverse lettere, ed era inavvertitamente valicata la mezzanotte, l'ora classica in cui mi presentavo a Lidia,--sentii presso l'uscio un tenue fruscìo d'abiti, e sulla porta l'errar d'una mano in cerca della gruccetta. Aguzzai l'orecchio; il fruscìo pareva ripetersi; ma sempre tenue e dubitoso. Mi diressi all'uscio, l'aprii sveltamente e vidi Lidia, immobile, fulminata dalla propria audacia.
--Oh!--ella esclamò, giungendo le mani, con voce tra la gioia e il malcontento.--Oh non pensar male di me! È già mezzanotte; non ti vedevo, temevo che fossi indisposto. Non pensar male!--
Io risi prendendola fra le braccia.
--Mi duole, o signora,--dissi, mentre la portavo sopra una poltrona.--Mi duole immensamente, ma io sono costretto a pensar male di voi!--
E le diedi più baci sugli occhi e sulla bocca....
Questo era avvenuto non molto dopo il nostro arrivo all'albergo; ma v'era anche il riscontro a quella scena d'impulso; riscontro causale di cui io aveva la maggior colpa.
Leo, il cane del signor Pfaff, s'era fatto singolarmente ringhioso e per dimostrarmi che la sua antipatia aveva concluso nel più strano odio, mi guardava con occhi torvi e brontolava se appena osassi avvicinarlo. Talchè, scendendo solo, un mattino, e trovando Leo disteso nel corritojo, lungo e stretto, che seguiva alla scala, tentai d'accarezzare il cane, di persuaderlo all'amicizia con qualche buona parola. Leo s'alzò veemente e visto chiuso l'uscio che dal corritojo metteva alla strada, ringhiò, in atto di difesa; per punir l'animale dell'accoglienza eccessivamente incivile, staccai dalla parete la frusta del signor Pfaff, drizzandone la punta al muso del cane; ma questo senza darmi tempo di colpirlo, spiccò un balzo con un latrato, mi si lanciò contro così veloce, ch'io riuscii a mala pena a schivarne l'urto. Quasi nel medesimo istante, sulla scala che mi era alle spalle, risonò un grido acuto e volgendomi scorsi, abbrancata alla ringhiera, Lidia, pallidissima, cogli occhi aperti su di me. Leo parve ammansato dalla inattesa comparsa della donna; io corsi a Lidia, la riaccompagnai nella sua camera, dov'ella, cedendo a un moto nervoso, diede in dirotto pianto, tutta scossa da un tremito.
Non so perchè, quelle lacrime innocenti m'irritarono e mi sconvolsero in modo che invece di chieder perdono a Lidia d'averla così turbata colla mia improntitudine, non apersi bocca e aspettai ch'ella avesse rasciugati gli occhi e si fosse dominata; nè per quanto i suoi sguardi invocassero una scusa, io fui capace di formularla.
Ci trattammo con molta freddezza pel resto della giornata, poichè, sapendo d'aver torto, mi dicevo e mi persuadevo d'aver ragione, ed ero arrivato ad aspettarmi io una spiegazione dello spavento di Lidia.
Quando calò la sera, ci lasciammo al limitare delle nostre camere, e nessuno di noi due tentò una riconciliazione, venuta solo l'indomani.
Se questo chiaroscuro aveva potuto svelare a Lidia la dominante incoerenza del mio carattere, ben ve ne furono in séguito, che squarciarono altri veli. E, per esempio, rammento che all'arrivo della diligenza avendo una volta osservata con qualche attenzione una signora assai giovane ed elegante, che vi si trovava, rincantucciata in un angolo,--rammento come Lidia soffrisse di quella mia curiosità senza scopo, e me ne chiedesse con insistenza delle ragioni che non potevo dare, poichè non esistevano.
E, ancora, Lidia tradiva a poco a poco la smania, l'impazienza di tornare in Italia, di ritrovarsi fra gente conosciuta, d'ascoltar dei discorsi e delle narrazioni di fatti. I fatti soli la interessavano, mentre su di me esercitavano una noia indicibile, specie se raccontati con quella minuzia di particolari che Lidia voleva.
Gli stupendi paesaggi a noi d'intorno, eran piaciuti a Lidia, non per sè medesimi, ma per la loro novità; laddove io, conoscendoli assai bene, li amavo perchè me n'ero fatto padrone e ne sapevo ogni inflession di linguaggio; cosicchè avveniva che a me l'abitudine faceva il soggiorno più caro, e a Lidia il soggiorno non piaceva se non vario di gite e d'escursioni. Abituato a mutar luogo dalla prima giovanezza, nulla dei costumi stranieri mi riusciva molesto o inaccettabile; m'allignavo così prestamente in qualunque paese da dimenticare in pochi giorni d'avere altri costumi. Lidia, vissuta sempre sotto la tutela assorbente di donna Teresa, trovava insopportabile la minima variazione alle sue abitudini; aveva sofferto d'insonnia perchè il letto non era collocato di fronte alla finestra, e dopo più di due mesi, ancora arricciava il nasino quando le avvenisse d'ascoltar gli svizzeri parlare il dialetto grigione o il romancio; la cucina dell'albergo le aveva tolto l'appetito; il romore del Reno la spaventava come al primo giorno; e osservando ch'io non pativa punto di questi disagi, s'irritava leggiermente.
Perchè, la collana di screzî che sono andato enumerando, era, infine, così sottile da notarsi appena, e ancora sopra tutto dominava l'amor nostro, che appianava le piccole difficoltà e conservava il color roseo a quei primi mesi; nessuno di noi due, certo, ingrandiva le scabrosità di carattere dell'altro, ma al contrario, ciascuno si studiava di sorriderne con affetto e d'obliarle tosto.
Sul cominciar di settembre, donna Teresa ci scrisse, manifestando il desiderio di riveder Lidia e mi parve opportuno cedere alla preghiera nonostante che Silesia Pfaff e suo padre si rammaricassero assai della nostra partenza.
--Perchè così presto, quest'anno, signor Lacava?--osservò Silesia, all'annuncio.
Perchè così presto, infatti? Abitualmente, io aspettava la prima tormenta di neve, a levar le tende; ciò mi offriva la varietà d'un ritorno in islitta. Ma il mio volere era ormai dimezzato; io non poteva più vivere a capriccio. Quando tentai di far capire questo a Silesia, ella di nuovo deve aver pensato che se avessi sposata lei, avrei potuto viaggiare in islitta otto mesi all'anno.
Un ultimo incidente segnò la vigilia della partenza. Avevo raccomandato a Silesia che provvedesse a prepararci le bagaglie, e tornando da un'escursione d'addio, trovai invece le due cameriere dell'albergo, che si limitavano ad aiutar Lidia, la quale faceva i bauli da sè.
Chiamai questa nella mia camera, e la pregai di lasciar fare ai domestici.
--Come!--esclamò Lidia stupita.--Non vuoi ch'io sorvegli?
--Sorvegliare sta bene,--risposi.--Ma tu eri inginocchiata ad accomodare le robe nel baule.
--Bisogna fare così con costoro che non capiscono niente!--Lidia concluse, e tornò alla sua camera e riprese ad accomodar la roba.
Io mi morsi le labbra. Fra tutte le cose meno tollerabili per me, la buona massaja, questa creazione della società borghese, questa tiratrice di colli d'oca, era la più urtante.
Avevo della donna un concetto quasi orientale, in cui m'ero conservato con tenacità; rivedevo sempre mia madre, finissima signora, le cui sole mani innamoravano, e rivedevo tutte le donne di mia conoscenza, anche le men belle, allevate per gli agi e per occupazioni aristocratiche. La concordanza di tali fatti, la vita errabonda che avevo condotta con mio padre, avevano generato in me l'assurda opinione che la donna fosse un oggetto prezioso, degno di prezioso contorno; una specie di regina di delizie. Ed io voleva la donna così, io poteva averla così; nè m'ero sognato mai di considerar la sorte di quelle che così non erano e non potevano essere.
Lidia, bianca, bionda, leggiadra,--giocattolo inestimabile--doveva farsi una di queste signore inutili, uno di questi fiori esili e delicati il cui apparire è pien di regalità, come lo sboccio è luminoso d'iridescenze.
Buona massaja no! Io mi sarei opposto con ogni mezzo.
Lasciammo l'albergo sul far del giorno, mentre piovigginava, nell'incertezza d'un'alba fredda; e l'indomani eravamo alla Villa Folengo, tra Pallanza ed Intra, sul Lago Maggiore.
Io sentiva che avevam bisogno degli altri e che la solitudine a due aveva rischiato di sgretolar con lenta marcia un grande edificio d'amore. La società, gl'indifferenti, i curiosi, gli amici, le esteriorità che avevam dimenticate durante il soggiorno nei Graubünden e che eran così soavi ad abbandonare in quei tempi, ci tornavan graditi ora, ci scuotevano salutarmente.
Lidia, in ispecie, mandava ogni poco dei trilli di gioia, e si buttava fra le braccia di sua madre. Donna Teresa, superato un certo impaccio nel darmi del tu, era commossa della felicità che avevo portata in casa sua, e il signor Pietro Folengo trovava il nostro matrimonio bello e prezioso quanto una partita doppia scritta senza errori in eleganti calligrafie.
Per una festa data da Ettore Caccianimico nella propria villa a Pallanza, ebbi occasione di ritrovar parecchie conoscenze; Ettore Caccianimico, innanzi tutto, l'interessante uomo la cui vita contava per due, così era stata violenta di passione, ricca d'avventure e febbrile; a lui mi legava grandissima amicizia, nonostante la disparità ragguardevole d'anni. Portava lunghi i capelli bianchi e vestiva con eleganza; avendo vissuto in quasi tutte le capitali d'Europa, conosceva la storia di molte genti e ne inventava di molte altre. Non aveva trovato il tempo di far la solita evoluzione senile verso gli scrupoli religiosi.
--Amo i divertimenti onesti, la compagnia dei giovani ed i ricordi dei vecchi,--diceva.--Quando sarò di peso, mi farò saltar le cervella.--