Il Designato: Romanzo

Part 3

Chapter 3 3,702 words Public domain Markdown

Al riprender del trotto, i monelli rimasero, addietro, sparvero ad un gomito della strada e in un nugolo di polvere. La carrozza procedeva robustamente, e il vetturale, curvo, indifferente al paesaggio di cui doveva conoscere ormai ogni anfrattuosità, spingeva i cavalli a esortazioni e a tocchi di frusta.

Sui fianchi delle montagne si vedevamo sparsi poledri e giovenche, intenti al pascolo, volgendo appena la testa al passaggio del veicolo romoroso. Alcune fra le giovenche, piantate in mezzo alla strada con bruta apatia, costringevano il vetturale a frustarle perchè facessero largo, e oltrepassata la carrozza, riprendevano, la loro immobilità, coll'occhio atono e fisso, come animali di bronzo.

Dopo il cambio dei cavalli a Campodolcino,--collocato graziosamente in un'estesa verde di praterie,--l'aria si fece più viva, il paesaggio intorno più tetro per maestosità di montagne, la salita più decisa. M'ero lasciato prender volentieri dalla vivacità di Lidia; era impossibile non esultare alla soddisfazione complessa che illuminava la donna e le brillava negli occhi.

Discesi dalla vettura, noi le camminavamo a fianco, studiando di precorrerla quando il terreno ce lo permettesse. La strada, scavata a giri nel fianco della montagna, ci offriva d'accorciar di molto il cammino che il veicolo doveva seguir tutto e ci arrampicavamo sui rialzi per balzar dall'altro lato della strada. Lidia, coll'abito corto da viaggio, i piccoli piedi calzati in forti stivaletti di cuojo giallo, svelta, agile, s'appoggiava alla mia mano e spiccava il salto con arditezza. Ma si stancò presto e dovemmo attender la carrozza, che avevamo vantaggiosamente distanziata, per risalirvi. Il vetturale ci guardava con occhio tenero, quasi paterno e non riprendeva il viaggio se non certo ch'io avessi ben collocata Lidia.

Una pigra ma sicura mutazione mi faceva sentire, man mano procedendo, che le memorie dei luoghi noti m'entravan nell'animo spalancato, ne cacciavano ogni imagine faticosa della città, mi davano una superbia di possesso quasi io solo fossi passato di là e solo conoscessi le voci sonore e profonde dell'altitudini; poi, guardando Lidia,--ora avvolta in uno sciallo da viaggio per ripararsi dall'aria pungente,--provavo un fremito leggiero, nulla giudicando più dolce di simile amore in simili plaghe.

A un tratto, Lidia volse il capo verso di me, i nostri sguardi s'incontrarono, e la donna intuì il mio pensiero dilettosamente soggettivo.

--Sei venuto spesso qui?--ella chiese.

--Cinque anni di séguito, in questa medesima stagione.

--Solo?--ribattè ella, con qualche esitanza.

--Sempre solo.... Puoi supporre?...

Ma no. Lidia non mi supponeva capace di condurla dove altre memorie di donne vivessero, e mi pentii del sospetto, e per cancellarlo le narrai in quali condizioni avessi scelto quel ricovero tranquillo, le dissi dell'epigrafe sulla casa, e ormai mutabile in quest'altra: «_Venite, gaudentes_» se _gaudente_ non avesse una significazione materiale e volgare.

Le brevi domande, però, mi ricordarono ch'io doveva la storia del mio passato a Lidia.

Non sapeva io tutto di lei? La sua vita fino al mio incontro era stata così semplice, così eguale, che ponendo piede in casa Folengo, avevo capito come ogni giorno vi fosse monotono e puro, perchè Lidia non aveva amiche. Soffersi quindi, nuovamente, una curiosa molestia dacchè il mio passato era ben diverso, inutilmente ricco d'intenzioni variate e inesorabilmente vuoto di bene e di male grande; ero stato un uomo allegro e triste, malvagio o beffardo, a seconda dei casi, e per questo, nel mentre nulla avevo fatto che mi distinguesse da qualunque altro scapolo,--nulla, nel medesimo tempo, era più increscioso a narrarsi di quegli anni desolati, infingardi; chiusi nella ricerca di commozioni, comunque fossero, anche bassamente colpose.

Stabilii, dietro la rapida sintesi, di non parlare e d'attendere che Lidia desiderasse o in qualsivoglia modo mi ricercasse quella storia, un po' fosca, un po' grigia.

Pel momento, la donna era assorta nella contemplazione della cascata di Madesimo, presso Pianazzo, balzante rivo d'acqua bianchissima, spumosa, lunga e molle, che rallegrava d'un tratto la montagna nera e nel silenzio della strada deserta mormorava con liquida cadenza. Madesimo, l'elegante ritrovo, era alla nostra destra e larghi affissi sopra una casa cantoniera ne indicavan la via; ma pel bisogno di calma ch'io sentiva, per il tepido fiorir dell'amore di Lidia, il luogo riusciva troppo chiassoso e vivace.

Più oltre, e a più fresca altezza, attirò gli sguardi della donna il villaggio d'Isola, giù nella vallata, disperso a gruppi di capanne brune, dal tetto acuto, e arrampicate pel versante dell'opposta montagna in notevole estensione e in una mutezza desolante di luce, anche malinconica per la nudità del monte sul quale eran disseminate. Assai piccole e quasi immobili, si scorgevan qua e là delle gregge di mucche. E tutto appariva traverso il fogliame degli alberi che avevamo a fianco della diligenza e che sembrava un immenso ornato, frapposto al villaggio da un artista bizzarro.

Una particolarità del cammino erano ora le gallerie, attraversanti il ventre della montagna, e sotto le quali passavamo. Istintivamente, Lidia si curvò, come temesse d'urtar la testa nelle travi che sostenevan l'opera ardita, dalle vôlte umide, stillanti, le cui aperture, intervallate a guisa di finestre verso il fianco sinistro del monte, illuminavano con regolar quadrato di luce.

V'eravamo giunti per una via serpentina, talchè, volgendoci, potevamo ritrovar coll'occhio il percorso fatto.

Lidia, nella quale l'incontro delle gallerie aveva ridestata la maraviglia graziosamente loquace delle prime tappe, si lamentava del freddo, soffiato coll'aria violenta, che trovandoci in abiti estivi aveva buon giuoco anche sulle coperte da viaggio cui eravamo ricorsi. La molestia durò poco, perchè oltrepassata la vetta dello Spluga e l'ultima cantoniera italiana, cominciò la discesa, prima quasi insensibile, poi rapida così che i cavalli di timone dovevan resistere all'impeto del veicolo piuttosto che favorirlo, e quelli di volata si piegavano abilmente sul fianco per mantener l'equilibrio.

Era una bella e potente sensazione, questa della discesa. Il paesaggio svizzero si presentava foltissimo di pini, cosicchè pareva vi ci tuffassimo, e il profumo di resina, l'aria nitida venissero ad incontrarci, penetrandoci beneficamente nei polmoni.

Lidia non mostrava d'essere stanca più di quanto fosse al principio del viaggio e come il sole andava riprendendo calore, ella si toglieva le coperte, sorridendo alla corsa piacevole, colle mani appoggiate allo sportello e il busto eretto; l'onda d'ossigeno le prestava nuove forze; la fatica, lo sbalordimento del viaggio, i mutamenti improvvisi di temperatura, di cui avevo temuto per la fragile donna, svanivano innanzi al bisogno nervoso di giungere, dal quale ella appariva animata.

La discesa continuava veloce; vedevamo, come già prima la via percorsa, in basso tutta la via da percorrere, a nastro, bianca e soleggiata, ombrosa di tanto in tanto,--e lontana, diritta, eguale, la strada che da Splügen conduce a Nufenen e a Hinterrhein. Lidia m'interrogava sulla situazione della casa Pfaff, dimostrandosi felice del mio disegno effettuato, sentendo inconscia ella pure la voluttà d'una solitudine amorosa, senz'occhi indiscreti.

I cavalli trottavano ora in piano, in direzione opposta a Nufenen. Erano le sei del pomeriggio e il sole si ritraeva man mano, lumeggiando le case più alte, il cimitero e la chiesetta di Splügen, senza malinconia, quasi con un senso largo di quiete abituale.

Al passo, traversammo il ponte di Splügen e dal ponte ci arrestammo sulla piazzetta del villaggio, innanzi al _Bodenhaus Hôtel_, dove un gruppo di contadini raccolto pel riposo della sera, ci salutò con amichevol deferenza.

In un angolo della piazzetta, ci aspettava la carrozzetta del signor Pfaff, linda e ripulita, colla giumenta saura; e mentre ajutavo Lidia a scendere, il signor Pfaff, uscito dal _Bodenhaus Hôtel_, mi si fece incontro tenendo il cappello tra le mani.

Piccolo, tozzo, formidabilmente quadrato di spalle, col viso senza neppure i peli delle sopracciglia, con due furbi occhi cilestri,--il signor Pfaff non era in nulla mutato dall'ultima volta ch'io l'aveva visto, e dimostrava una diecina d'anni meno de' suoi sessanta.

Egli mi strinse la mano, felicitandosi del mio ritorno, in una specie di dialetto lombardo, da lui imparato per frequenti corse nell'Alta Italia ad acquisti di vini e di bestiame; poi guardò Lidia, ch'era presso di me, esile e dùttile figurina d'adolescente.

--La mia signora!--dissi.

Egli s'inchinò sùbito, ma compresi che Lidia non gli piaceva. Non era un tipo svizzero; le mancavano le allegre tinte alle guance, il seno turgido, i fianchi rotondi, e una sola mano del signor Pfaff sarebbe bastata a piegar Lidia come un virgulto. L'istinto, che in quei paesi fa valutar la donna secondo la capacità a lavorare e a produrre attestata dal suo corpo, dava una delusione al signor Pfaff. Lidia era un essere inutile, a suo credere.

Quando fummo nella carrozzella, guidata dal signor Pfaff e seguìta a distanza da un carro coi nostri bauli, io approfittai della solitudine che si ritrovava appena fuori di Splügen, per baciar lungamente la bocca di Lidia. Era una bocca sì viva di colore e così perfetta di linea, ch'io mi compiaceva a serrarla e a riunirla fra le dita per meglio sentirla sotto le mie labbra.

In quel momento, il signor Pfaff si volse dal suo sedile verso di noi, ma rigirò sùbito la testa, allo spettacolo, e la tenne poi ostinatamente fissa in avanti, per non disturbarci.

--Ho fatta posticipare la cena!--egli disse, senza guardarci.

--Va bene. Avete molti viaggiatori all'albergo?--domandai.

--Due francesi.

--Maschio e femmina?

--Maschi tutt'e due.--

Volevo chiedere se fossero giovani, ma mi rattenni, vergognandomi dell'impulso. Pensai che fossero due solitarî com'ero io qualche anno prima, e li compiansi; tutto quanto viveva all'infuori del mio amore, estraneo a Lidia, mi giungeva perdutamente sconsolato, ed ero già disposto a considerare i due francesi come anime in pena.

La strada, a sinistra di Splügen, discendeva per breve tratto, poi saliva e si stendeva piana, a gomiti, costeggiata quando dal Reno, quando dalle pinete, su ambo i lati. Il Reno, che interessava Lidia, quasi un personaggio storico di cui si son lette e udite mirabili gesta sanguinose, era nel tramonto quieto, assai sonoro; una lieve brezza moveva le cime dei pini circostanti lambendoci il viso; il cielo, privo di sole, pareva una gran vôlta sulle nostre teste, e mai quanto allora ne compresi la maestosità.

--C'è ancora molto?--chiese Lidia.

--Tre chilometri,--rispose il signor Pfaff, rigido al suo posto.

--Sei stanca?--domandai io alla donna. Ella negò col capo e mi volse la bocca in modo ch'io fui costretto a ribaciarla.

Traversando il primo dei ponti che s'incontrano su quella strada, vedemmo il Reno orribilmente serrato fra due montagne a picco, furioso di spuma. Il vecchio fiume balzava, tutto bianco, irrompeva, accelerando la corsa verso i luoghi dove gli sarebbe stato possibile allargarsi immortale e magnifico....

Anche oggi, mentre scrivo, il Reno ulula così sotto quei monti; ma chi lo guarda cogli occhi amorosi coi quali noi lo guardammo?

Il crepuscolo ci avvolgeva in un manto cenerognolo, passandoci nell'animo il presentimento d'un gran riposo, nella casetta bianca e ilare che ci aspettava a poca distanza; pareva aleggiassero le sforate d'una ballata di Göthe fra i rami dei pini, inclinati in uno stormir discreto. Non v'era altro che pace, all'intorno, e ombra, e mitissimo grado di calore.

S'incontravan qualche contadino, qualche addetto alla manutenzione della strada; levavano il cappello, augurando buona sera. Non era il saluto al nostro amore? Buona sera, veramente, quella in cui arrivammo all'albergo del signor Pfaff! Buona sera, che cancellava dallo spirito anni dolorosi d'errori e mi offriva la fede in qualche cosa, nell'avvenire, in me stesso!

Quando la casetta s'abbozzò nell'ombra, la giumenta saura aumentò l'andatura, nitrendo; dalle finestre si scorgevano i lumi accesi della sala di conversazione e della sala da pranzo, unici fari in mezzo ai pini, ormai simili a spettri. Prima che la carrozzella si fermasse, baciai di nuovo Lidia.

Sulla soglia, la signorina Silesia Pfaff, coi capelli neri accuratamente ravviati e la tipica faccia rubiconda, comparve insieme a Leo, il grosso cane di Terranova al quale ero insoffribilmente antipatico.

La signorina mi porse la mano, Leo m'abbajò contro, secondo il solito. Ancora, Lidia fu una delusione per Silesia, per quanto questa s'affrettasse a salutare ossequentemente; ma certo pensò che se avessi sposata lei, avrei fatto miglior negozio.

Ci avevano approntate al primo piano due camere da letto comunicanti, un salottino e una specie di studio colla scrivania, dove avrei potuto sognar di lavorare; luce e fiori dappertutto, la quale particolarità mi parve assai gentile e mi obbligò a ringraziar vivamente Silesia Pfaff che ci accompagnava.

Quando fummo nel tinello per la cena, potei notare che le razze hanno istinti non mai fallaci e sconfessabili; perchè, se Lidia aveva delusa l'aspettazione degli svizzeri tedeschi, provocò l'ammirazione dei due francesi che ci avevano preceduti; un'ammirazione rispettosa, ma chiara per qualche sguardo e per quell'impaccio quasi piacevole che una bella donna ispira sempre ai giovani.

I due viaggiatori, sulla trentina, eleganti per abitudine, compìti per esperienza di società, eccellenti parlatori, si contentarono di discutere fra loro alcune questioni superficiali di letteratura; ma in modo che se la buona volontà non mi fosse mancata, avrei potuto io pure esprimere delle opinioni, concordi o contrarie, il che era affatto indifferente a me e ai due francesi.

Io aveva ben più dolce esca alla mia attenzione. Lidia, dai cupi occhi azzurri e dalle labbra vermiglie, appariva serenissima, e la grande notte silvestre che calava, prometteva un'immensa voluttà di silenzio.

IV.

Per tutto quel mese di luglio milleottocento ottantasette, uno spettacolo di saltimbanchi e una passeggiata notturna furon le sole digressioni nella gran calma felice della nostra vita.

All'albergo eran sopravvenuti altri forastieri, i soliti dogliosi in cerca d'oblio; ma noi li vedevamo di rado, non intervenendo alla mensa comune. Intuivo parecchi intorno a noi che sorridevano del nostro appartarci; quei due francesi incontrati pei primi, dovevan filosofare mirabilmente sull'idillio che presentavamo loro, e una vecchia dama bisbetica sogguardava Lidia con qualche acredine, incolpandola d'essere nata cinquantacinque anni dopo di lei.

Ciò non era molto doloroso e noi gustavamo con tanta intensità il nostro egoismo a due, che per tutti gli altri ci sentivamo feroci.

V'erano e vi sono, in quell'angolo delizioso dei Graubünden, lunghissimi tratti di strada quasi per null'affatto frequentati e secretissimi e riparati fra la verzura e simiglianti a certi selvatici e vergini paesaggi, dal pennello più presto imaginati che riprodotti fedelmente; ora chiusi come interminabili chioschi, ora aperti come giardino signorile, dove la vigile attenzione dei paesani ha collocati opportunamente i sedili pei rari passanti.

Noi sceglievamo sempre quelle vie, procedendo fin che il Reno sopraggiungeva ad accompagnarci, scapigliato di schiuma, e spesso, non contenti dell'impreveduto e del mistero, lasciavamo la via segnata, inoltrandoci pei boschi, salendo pei greppi che i lichéni avevan ricoperti di morbidissimi tappeti naturali, qualche volta anche arrischiandoci su rocce a picco, dalle quali si poteva veder sotto il ruinar vertiginoso del fiume.

Lidia, cogli abiti a chiare tinte, formava in quella varietà di cose belle per dolcezza o per orrore, un inarrivabile complemento, che io ammirava col rammarico di non sapere in modo alcuno descrivere. Quando,--pel timore che le crittogame delle rocce non nascondessero qualche falla del terreno,--Lidia s'attaccava alla mia mano e camminava così a capo chino, studiando il passo, sorridendo un po' nervosa, aiutandosi col bastone ferrato e chiedendomi cogli occhi una parola incoraggiante, io non trovava altra parola che il bacio, dato sulle labbra fresche, volonterose.

Qualche incontro inaspettato animava le nostre escursioni; dei camosci, a gruppi di tre o quattro, s'allontanavan lentamente, rivolgendo la testa a guardarci coi neri occhi oblunghi; degli scoiattoli bruni fuggivan d'albero in albero, la coda ritta, le piccole orecchie calate per la paura; ed eran graziose macchie sullo sfondo verdastro dei tronchi antichi.

Talora, alti cumuli edificati pazientemente con fuscelli di pino, c'indicavano il soggiorno delle formiche rosse, e innanzi a quei meravigliosi risultati dell'intelligenza animale, Lidia ed io ci soffermavamo a lungo. Quelle formiche, d'un'audacia e d'un coraggio diabolici, si rizzavan sull'addome appena tocche, s'avventavano con furore contro la punta del mio bastone, eran tremendi guerrieri capaci dei più inauditi eroismi; se io gettava loro qualche insetto, era un accorrere da ogni dove, un fermarlo, un assalirlo per quanto esso potesse sembrare smisurato al confronto degli assalitori; se scoperchiavo il formicaio, le abnegative abitatrici del luogo correvan tosto a nascondere e a riseppellire le uova così esposte, e si rizzavano a guardar donde venisse l'attacco, e senza frapporre indugio rimediavano alla catastrofe, ricostruivano immediatamente le abitazioni distrutte. Spettacoli non poco umilianti pel mio orgoglio d'_homo sapiens_. Fu giusto al ritorno da una di quelle passeggiate istruttive, che, seguendo un sentiero in mezzo ai campi, protetto su un lato da un filar d'ontani, Lidia s'arrestò ad osservar le incisure che mani ignote avevan fatte nel tronco degli alni; eran lettere intrecciate, numeri e motti stentatamente segnati nella corteccia, ricordi sentimentali.

La donna mi domandò il coltellino per aggiungere i nostri nomi all'elenco sospiroso; girò intorno al tronco per trovarne una faccia priva di segni, e vedendo una S circondata da mirabili ghirigori, mi chiese:

--Quando hai inciso questo, Sergio?

--Mai, cara,--risposi.--Lo vedo ora per la prima volta.--

Più sotto alla S, v'era un'A, e più sotto ancora, la S e l'A s'univano in un monogramma, come due amanti che dopo battuta diversa via, si ritrovano e si congiungono per sempre.

Lidia mi restituì il coltellino, prese il mio braccio e s'incamminò meco senza far parola.

--Via, bambina;--dissi.--Che cosa c'è? Tutte le S indicheranno Sergio e tutti i Sergi non potranno essere altri che io? Ti ho già detto come io sia sempre venuto solo in questi luoghi.

--Sei diventato pallido,--osservò Lidia.

--Pallido no,--risposi;--triste sì, pel tuo sospetto ingiusto.--

E sciogliendomi dal braccio della donna, mi fermai. Provavo un tormento, improvviso, crudele.

Come mai Lidia mi credeva abbastanza vano e vile da condurla dove avevo condotte le mie amanti, da permetterle di scrivere il nostro nome sotto il nome d'un'altra donna ch'era stata mia?

--Perchè mi giudichi così male?--domandai, guardando la donna fissamente.--Chi ti ha parlato di me?

--Nessuno mi ha parlato di te, Sergio,--ella rispose, ritta, immobile come un'accusata.--Ho creduto io; ma non ti ho detto niente, non ti avrei detto niente mai.--

La sera calava con quella solita maestà non priva di tristezza che i grandi paesaggi posseggono. Di fronte a noi, sull'altra strada che conduceva ad Andeer, risonavano le campanelle delle mandre reduci dal pascolo; le foreste di pini, stese lungo i fianchi dei monti, ispessivano il loro verde fino a diventar nere e lucide.

--Mi credi, dunque?--domandai, avvicinandomi a Lidia.

--E tu, mi perdoni?--ella rispose.

Procedemmo in silenzio; il brevissimo episodio m'aveva ancor rammentato ch'io nulla aveva detto a Lidia de' miei anni precedenti, e simile lacuna poteva ben giustificar nella donna qualunque sospetto. Infine, ella m'aveva sposato perchè mi amava, i suoi m'avean data Lidia perchè io conveniva loro; ma sapevano essi chi io era, non riguardo al mondo, non riguardo alla vita vissuta, ma in faccia alla coscienza e alla vita dei sentimenti? Nulla sapevano essi; potevo esser un cinico, un corrotto, un libertino, un ipocrita che avesse trascinata l'esistenza senz'infamia e senza lode, sol perchè gli eran mancate le occasioni di far diversamente.

Rimaneva perciò un malessere tra me e Lidia, prodotto da quel velo steso sul mio passato, e bisognava rimediarvi, presto, sùbito, perchè non si prolungassero oltre i motivi a sospetti e a dubbi.

Quella sera medesima, dopo cena, quando Lidia fu nella sua camera, io ve la raggiunsi. La serata aveva chiuso con un acquazzone formidabile, dando un tracollo alla temperatura, divenuta quasi fredda; nel nostro appartamento le stufe russavano.

Trovai Lidia ben disposta ad ascoltarmi, seduta in una poltrona con dei giornali sulle ginocchia. C'illuminava chiaramente una lucerna posta a fianco di Lidia, sopra una piccola tavola. Mi sedetti presso la donna, le presi le mani, e le dissi:

--Vuoi ascoltarmi, amica mia? Debbo parlarti a lungo.--

Dal movimento di viva attenzione che seguì in Lidia a queste parole, compresi ch'ero arrivato a tempo e che s'ella non aveva osato mai chiedere, non aveva per ciò men desiderato quell'istante di confidenza. Quanto a me, studiai di dare alla mia voce l'inflessione più affabile di cui era capace, e per la durata dell'esordio, non abbandonai le mani della donna, fattasi grave subitamente.

--Debbo dirti chi sono io,--cominciai sorridendo,--e come ho vissuto fino al giorno del nostro incontro. Io ne ho il dovere, ma ti parlo piuttosto per desiderio d'una piena confidenza, che per stimolo di soddisfazione ad un obbligo. Sai che io ho perduto mia madre a vent'anni e che d'allora, fino all'altra dolorosa scomparsa di mio padre, io sono stato sempre con questi, accompagnandolo in tutt'i suoi viaggi per l'Italia e fuori; ma non sai quale notevolissima influenza sulla mia indole abbia esercitato questo genere di vita. Mio padre, vecchio colonnello di cavalleria, era di quegli uomini maravigliosi che han conosciuto l'entusiasmo e che, dopo essere stati eroi in tempo di guerra, non s'eran dimenticati d'essere onesti in tempo di pace. Per me aveva una benevolenza sollecita, e io credo d'aver destata in lui compassione non meno che affetto; ero esile, gracile, e presso l'uomo che aveva scritta la propria storia a colpi di sciabola, parevo un virgulto, non abbastanza bello per essere interessante e non abbastanza interessante per essere perdonato della sua gracilità. Quindi, mio padre credette ottima idea d'evitarmi le noie e le ansie degli studî, supplendovi coi viaggi, ed io confortai questi col tuffarmi a corpo perduto nella lettura di qualunque libro, di qualunque giornale, di qualunque opera pesante od allegra mi fosse dato trovare. Ciò non era grave, alla fine; conobbi molte cose superficialmente e nessuna con profondità, ma non dovendo votarmi ad alcuna professione, la cultura saltuaria mi rese eguali servigi, nelle conversazioni, dove tutta la scienza si limita ad un accenno.... Gravissime, invece, furono le conseguenze morali di quella vita febbrile e diffusa. Io non ebbi abitudini, perdetti la nozione della famiglia, non amai nulla di quanto si conveniva alla mia età; come i viaggi m'insegnavano che non v'era luogo così bello da escluderne altri migliori, la vita mi si presentava quasi un viaggio lungo, ed ogni avvenimento quasi un incidente di via, che al primo gomito della strada si sarebbe dimenticato. Perciò, io dispersi le forze intellettuali e non potei indirizzarle ad un determinato scopo; dispersi le forze affettive, non raccogliendole sopra alcuno oggetto.

Feci una pausa. Lidia osservò con voce tranquilla: