Part 2
La fanciulla allungò le mani verso donna Teresa e tentò l'atto di chiuderle la bocca.
--Ah!--esclamò ridendo la signora.--Dunque, vieni qui. Dunque, sì?
--Sì!--rispose Lidia, che aveva nascosto nuovamente il capo fra le braccia della madre.
Io avventai alla fanciulla uno sguardo quasi violento di desiderio e d'amore. Da quell'istante, ella era tutta mia.
II.
Il cielo prendeva un aspetto retorico, da melodramma. Sopra uno sfondo potentemente azzurro, vagavan certe grosse nuvole bianche, fra cui la luna ora si nascondeva, ora faceva capolino.
Dalla finestra della mia camera era, lo spettacolo, più curioso perchè il giardino, al disotto, andava illuminandosi ed oscurandosi a seconda della luna bizzarra. S'alternavan gradazioni di verde lucido e gradazioni di nero opaco, ombre sul terreno scheletriche e scarmigliate, indecisioni di contorno. Queste diverse imagini s'imprimevano forte nel mio cervello non come percezioni chiare, ma come sensazioni, che ricordo; perchè il momento era dei più difficili.
Noi ci eravamo ritirati da circa un'ora; gli amici, i parenti, avevano abbandonata la casa con un'ultima stretta di mano, alcuni con un sorriso. Lidia--mia moglie--s'era appartata nella sua camera, accompagnatavi da donna Teresa, che l'aveva lasciata poi, baciandola sulla fronte; pallide e commosse tutt'e due.
Io, in abito nero, sembravo una decorazione della mia stanza da letto, nervosamente allegra, perchè al giuoco della notte indecisa vi faceva robusto divario la luce artificiale; erano accesi i due bracci a candela dell'armadio, le due lampade sul caminetto e la lampada pensile nel mezzo. Poi, aleggiava un profumo acuto di fiori, raccolti in coppe, morenti con furiose dispersioni d'ebrietà.
Appoggiato al davanzale della finestra, vedendo ma non osservando il rimpiattino della luna, io meditava.
Era necessario lasciare scorrere un certo lasso di tempo affinchè Lidia non credesse la mia un'intempestiva sorpresa, un'invasione da barbaro. Il suo cuore doveva battere a martello; era necessario lasciarlo calmare.
Io stesso aveva bisogno di guardare in faccia il fenomeno di questa vergine lanciatami fra le braccia dalla legge, datami esultando da sua madre, perchè la trasformassi in donna, con un mezzo che due giorni avanti si sarebbe chiamato il disonore.
Con maravigliosa mutazione, pel semplice fatto che l'amore, così insofferente di forme e di nomi, aveva preso nome e forma di matrimonio, tutto quanto era proibito, condannato, scandaloso prima, diventava lecito, onesto, doveroso adesso; un bacio, un abbraccio, una notte, più notti, un giorno, più giorni d'intimità, erano cosa buona; e se io avessi dato il bacio, tentato l'abbraccio, passata una notte con Lidia, avanti ch'io avessi potuto chiamarmi suo marito, Lidia sarebbe stata perduta, e suo padre avrebbe avuto il diritto d'uccidermi e di farsi applaudire come un istrione alla ribalta.
Ciò non era logico, ma necessario, il che è ben diverso; tanto diverso che la considerazione de' miei diritti improvvisi su Lidia mi dava un umor chiaro, allegro, piacevole.
Sapevo il significato di quanto era per avvenire; significato di sì grande rilievo che da esso dipendon quasi sempre le sorti di due esistenze.
Mi richiamavo alla memoria delle letture fatte sull'argomento in altra età, per una speranza di possibile eclettismo che mi servisse di guida; ma mi sembravano ingenue o inadatte al paragone. L'unica mia guida dovevo essere io medesimo e trovare nel mio passato quelle cortesie, e quelle delicatezze e quelle audacie che l'esperienza m'aveva insegnate ottime, se non in casi identici, almeno in casi di qualche somiglianza col presente, se non in una prima notte di matrimonio, almeno in una prima notte.
Accostarmi a Lidia come un amante a un'amante, era possibile e bello; ma Lidia, la mia amante, era una fanciulla e il nostro amore non aveva termine, e ogni falso o corrotto insegnamento si sarebbe trasformato in un germe pericoloso del quale avrei colto io il frutto.
Quindi, potevo e dovevo essere l'amante, ma un amante castigato, limitato, rettissimo.
Volgendo nel mio animo questi pensieri, m'ero ritratto dalla finestra ed ero venuto ad appoggiarmi colle braccia sul marmo del cassettone. Innanzi, lo specchio mi rifletteva pallido con un sorriso un po' convulso, e la lucentezza dello sparato chiuso quadratamente nell'abito, mi dava un'aria quasi severa.
Il profumo dei fiori vibrava fortissimo alle nari; dall'uno lato e dall'altro dello specchio, due vasi di porcellana traboccavan di narcisi e di garofani e d'anemoni e d'altri fiori vigorosi. Levai dal gruppo folto una gardenia, che soffriva più dei compagni e la passai nell'occhiello.
C'eran molte persone, le quali pensavano a noi in quell'istante. La nuova del mio matrimonio s'era sparsa per Milano e fuori con rapidità e maraviglia. Gli amici non si figuravano me nella notte presso Lidia? non analizzavano con cinica irreverenza il nostro amore che s'iniziava? nell'ombra non si preparavan già delle insidie? Io avrei trovati i mezzi d'intercludere il passaggio a qualunque insidia tesa sulla via della mia donna.
E anche questo dipendeva dal momento in cui ero. Laura Uglio non era tornata dalla prima notte di matrimonio così nauseata, da giustificare il suo adulterio avvenuto tre mesi dopo? Angela Tintaro non aveva nella prima notte di matrimonio giurato di darsi a una donna, e a uomini mai più? Quanti mariti maldestri non avevano in poche ore mutata una fanciulla in un'impura colomba, presto insaziabile? Aneddoti sparsi nelle mie memorie, dei quali capivo a un tratto la sapienza....
Secchi e sonori per l'amico silenzio, l'orologio del giardino diffuse dodici colpi.
Li contai adagio, smorzai i lumi, lasciando accesa la sola lucerna pensile. Mi diedi un ultimo sguardo nello specchio: la gardenia, lo sparato candido, l'abito nero, anche il viso molto pallido, sembravano giovarmi. Al momento d'aprir l'uscio, ero tranquillo; meglio, ero ilare e sicuro di me; avevo un indiavolato bisogno di scherzare. Apersi, passai nel salotto oscuro, ma grave di profumi come la mia camera. Un sottil filo di luce rosseggiava sotto l'uscio della stanza di Lidia: troppo intenso, non poteva provenire dalla lucerna da veglia; era la luce d'una lampada portatile. Posta dove? Non presso il capezzale.
Lidia aveva fatta un'illuminazione nervosa come la mia?
Bussai leggiermente alla porta di Lidia, e mi sentii sorridere.
L'orologio ribattè i dodici colpi nel giardino. Che lampo era stato e che eternità quell'intervallo!
Avvertii un lieve romore: poi il silenzio proseguì dovunque.
--Lidia!--dissi ponendo la mano alla gruccetta dell'uscio.
--Avanti!--rispose con voce soffocata.
Apersi l'uscio e guardai.
Lidia, in accappatojo, coi capelli sciolti, aspettava in piedi presso una poltrona. Da una tavola sotto la finestra, una lampada alquanto attutita dal paralume a smeriglio, sprigionava luce blanda, quasi pulviscolo azzurrato, che veniva a stendersi sui capelli, sulla fronte, sulle guance di Lidia e le dava una stanchezza, come dopo il ballo, al sorger dell'alba. L'atteggiamento della giovane denotava un'apprensione vivissima, tradita pure dal respiro precipitoso che le agitava il seno.
--Non ti sei coricata?--domandai, mentre avanzavo richiudendomi l'uscio dietro le spalle.
Lidia fe' cenno di no colla testa.
--Hai avuto paura?--dimandai di nuovo, prendendole una mano.
Lidia fe' cenno di sì.
Mi sedetti sulla poltrona a cui ella era appoggiata, e tenendo tutt'e due le mani di Lidia, attrassi la fanciulla sulle mie ginocchia.
--Vediamo,--dissi, posandole le labbra sulle labbra caldissime ed immobili.--Io son desolato d'essere costretto a disturbarti; ma non prevedevo di trovarti ancora alzata. Volevo semplicemente augurarti la buona notte. Sorridi?... Non bisogna dubitare delle mie parole,--aggiunsi, mentre mi scoprivo a sorridere io pure.
Noi, così seduti, avevamo la tavola colla lucerna alle spalle e di fronte il letto; il letto sui guanciali serbava l'impronta della testa di Lidia e le coperte apparivano già rimosse. Evidentemente, Lidia s'era coricata, e vinta a un tratto da un'impazienza nervosa, aveva dovuto alzarsi.
La fanciulla afferrò il mio sguardo, arrossì, e rise lievemente.
--Questa paura!--continuai.--Non t'ha lasciata riposare? Ma di che cosa hai paura? Di me?--
Le presi la testa fra le mani e l'obbligai a guardarmi; i suoi occhi azzurri continuavano a ridere sì piacevolmente, ch'io li avvicinai e li baciai senza aspettare la risposta. Finalmente, le labbra di Lidia si mossero a restituirmi il bacio. Il sistema, come il più semplice, era dunque anche il migliore.
--Di me, no, senza dubbio,--ripresi.--Non rispondi?
--Di te, no, senza dubbio,--ripetè Lidia a voce bassa.
--Grazie. Ma allora, non capisco più nulla!
Lidia abbassò la testa, guardando la mia gardenia, un po' ingiallita. Io sentiva il profumo del fiore levarsi dalla massa bionda dei capelli di Lidia, dall'accappatojo, dalle braccia un po' scoperte, dal busto senza fascetta, che mi s'appoggiava contro, in una perspicuità di linee assai tormentosa. Presi la gardenia e tentai di collocarla sul petto della fanciulla; ma non appena allungai la mano, Lidia portò le proprie, arrossendo, sopra i ganci che le chiudevan l'accappatojo fino al collo. Il sistema non era dunque il migliore.
--Perchè non hai fatta accendere la lucerna da veglia?--chiesi, tornando a infilare il fiore nell'occhiello.
--Non ci ho pensato,--rispose Lidia.--Vuoi accenderla tu?
S'io mi fossi alzato, Lidia avrebbe preso il mio posto ed avrei perduta una strategica posizione.
--Accendila tu!--ripetè Lidia.
La mia considerazione rapida doveva essere stata fatta anche da Lidia. Ella si levò dalle mie ginocchia e rimase in piedi presso il letto; nel mentre abbassavo e accendevo la lucerna, Lidia non si ricordò di sostituirmi nella poltrona; mi guardava impacciata, colla mano destra sul guanciale.
--Ora c'è troppa luce,--disse.
M'avvicinai alla tavola e posi innanzi a quella lucerna una specie di ventaglio roseo, che mutò sùbito la luce viva in altra delicatissima. L'accappatojo di Lidia prendeva una tinta deliziosa, difficile a riprodursi, che pareva gradazione di due colori soavi compenetrati. Rimasi un istante a gustare il quadro. Lidia continuava a guardarmi coi grandi occhi turchini.
M'accorgevo che se avessi ceduto alla mia volontà, invece di riprendere il posto nella poltrona, come feci, avrei abbracciata Lidia e l'avrei atterrita coll'irruenza d'un amore represso e rattenuto per due anni.
--Non ti senti stanca?--le chiesi, senza pregarla d'avvicinarsi.--Vuoi coricarti? È passata la mezzanotte.
La fanciulla girò la testa intorno, come cercasse un angolo discreto.
--Io me ne andrò,--aggiunsi.--Vuoi?
--Sì,--rispose Lidia, movendosi per aprirmi l'uscio.
Quando fummo sulla soglia, ella tradì una fuggevolissima esitazione, come ogni volta respingeva un pensiero malagevole ad enunciarsi.
--Io aspetto qui in sala.... Volevi dirmi?
--Volevo dirti questo, appunto,--ella confessò. E per nascondere il suo turbamento, si ricoverò fra le mie braccia.
Provai tale un'impressione di tutto il suo corpo sul mio, tale una vertigine di piacere, che dovetti ricordarmi il proposito di non fare un'invasione da barbaro,--per resistere all'agitazione di prender Lidia e portarla sul letto e spogliarla io. Non dubitando del cimento al quale mi sottoponeva, Lidia rispose a un tratto al mio bacio e mi circondò delle braccia il collo.
--Sei molto pallido,--osservò, mentre si staccava.--Non ti senti male?
--No, cara. Ho la camera zeppa di fiori; deve essere il profumo che m'ha alterato un istante.
--Dev'essere il profumo!--ripetè Lidia chiudendo l'uscio e accompagnando il gesto con un grazioso saluto del capo.
--«Sì, il profumo,--pensai.--Ma quale?»
Il salotto era oscuro; ciò mi servì di pretesto per accomodarmi su una sedia vicinissima all'uscio.
Io udiva così Lidia muoversi nella sua camera; il fruscìo dell'accappatojo sciolto e cadutole ai piedi, facendole cerchio, e dell'accappatojo raccolto su una sedia; lo scricchiolìo del letto che accoglieva il corpo leggiero; un fievole colpo di tosse.
--Sergio!--chiamò la voce di Lidia.
Non so perchè, l'essersi ella coricata diede ad entrambi maggiore sicurezza. Lidia medesima sorrideva, guardandomi rientrare, sebbene si fosse accuratamente volte intorno le coperte fino al collo; aveva spinta la poltrona accanto al letto.
--Il mio posto?--domandai, restando in piedi.
--Il tuo posto è lì,--ella rispose accennandomi cogli occhi la poltrona.
--Ma qui avrò freddo!--mormorai.
--Nel mese di giugno!--esclamò Lidia.--Prova.
--Proviamo.
Il posto non era brutto, sebbene non fosse il migliore. La testa di Lidia circondata,--aureola giovanile,--dai capelli biondi, gli occhi vividi, e quell'indefinita sola bianchezza della carnagione, propria dell'età più bella, m'apparivano ben lumeggiati, precisi. L'astuzia d'avvolgersi diligentemente nelle coperte, dovuta al pudore, non aveva sortito il suo effetto, perchè le forme di Lidia si determinavano con procace evidenza e se la fanciulla non fosse stata volta sul fianco, le coltri sottili avrebbero delineato anche il seno.
--Sarebbe possibile,--dissi,--baciare una tua manina?
--Possibile,--rispose Lidia, sporgendo la mano destra con un sorriso.
La breve camicia lasciava il braccio nudo. Vidi passar negli occhi di Lidia il quesito insolubile di darmi la mano coprendo il braccio; ma cedette all'inattuabilità di tale disegno; nel movimento un po' precipitoso, le coltri si smossero, ed io le rattenni, e per stabilire e mantenere l'insperato vantaggio, rapidamente dalla poltrona passai sul fianco del letto, mentre istintivamente Lidia si ritraeva facendomi posto.
L'atto riuscì seducentissimo nella sua schiettezza; la cortesia femminile dominava la verecondia per un lampo e si faceva incontro alla dolce necessità di cedere. Vidi e compresi, e la improvvisa intelligenza di quel moto mi provocò un brivido lungo.
Non ero più nè ilare, nè tranquillo; consapevole d'una veniente tristezza. Il mio amore invadeva l'animo con tale veemenza, da sgominarlo, e farlo debole. Sorgeva misteriosa e meglio che da qualunque legge, da quella verginità, tutta profumo e sorriso, ch'io stava per distruggere,--la comprensione di quanto io doveva alla fanciulla sacrificata.
All'ultimo baluardo, invece del goloso desiderio, io incontrava una tenerezza mesta ingiustificabile, da avaro innanzi al tesoro lungamente accarezzato. L'avaro non avrebbe voluto spenderlo, avrebbe voluto aspettar tuttavia, gioirne tuttavia, promettersi e negarsi la frenetica sensazione di tuffar le mani nell'oro, forse meritarsela di più.
Io soffriva dell'attimo fuggente e dell'irreparabilità della conquista.
Passai adagio le braccia sotto il busto di Lidia, attirandola a me. Ella teneva gli occhi chiusi e il suo pallore mi spaventò.
--Anima,--susurrai,--soffri?
--No,--rispose Lidia, aprendo gli occhi.
La luce delle due lampade si projettava troppo intensa. Lasciai Lidia e smorzai quella ch'era sulla tavola; ora la penombra si faceva tutelare e propizia; ma tornando al mio posto, di nuovo il pallore della fanciulla mi spaventò. Ella mi guardava smarrita, e un'agitazione ch'era male vero, cresceva in lei, le pulsava nel petto, nelle arterie, moltiplicandone il ritmo. Tentò di togliersi alla mia stretta e si trovò sùbito libera. Erta sul busto, colle braccia rigide che le facevano sostegno, rimase un attimo indecisa.
--Ho paura!--esclamò poi.--Non per te, Sergio, ma ho paura! Perdonami!
Le salivano convulsi alla gola singhiozzi senza lagrime; chino su di lei, le mie mani sentivan le ciocche de' suoi capelli, morbide e lisce, disordinate per il guanciale. Non osavo muovermi nè parlare; lucide, lancinanti, memorie di spose morte così fra i primi amplessi del marito, mi si piantarono nel cervello. Ma come ella avesse intuita la mia angoscia superiore alla sua, Lidia mi gettò le braccia al collo.
--Perdonami!--disse nuovamente.--Ho paura!
Noi ci cercammo le labbra, e al caldo contatto infine le lacrime di Lidia proruppero, mi caddero brucianti sulle mani, chiamarono le mie; la crisi quietò Lidia a poco a poco, lasciandola colla testa sul mio petto, gli occhi chiusi, da' cui angoli scorrevan deliziosissime e infantili le lagrime. Non so quanto così rimanessimo, vittime d'un arcano fascino.
Quasi sentivamo i gravi silenzi della casa circondarci lentamente e addormentarci la coscienza dell'ora. Tutt'e due sulla soglia d'una felicità agognata, rimanevamo titubanti, malinconici e paurosi, perchè nulla più del presente doveva tornare. Ella s'era distesa nel letto, quasi calma; io la baciava adagio sui capelli, sugli occhi, sulla bocca, sul collo, sulle mani, naufragante in un'onda voluttuosa. L'avaro assaporava il suo tesoro che aveva anima e forma, e si sferzava col ricordo di tutte le caducità umane per togliersi al pazzo bisogno di serbare il tesoro intatto.
Quindi, la fanciulla ridivenne fiduciosa. E così l'attimo fuggente si dileguò.
III.
Parecchi anni addietro, al buon signor Pfaff, io aveva domandato un giorno:
--Perchè non mettete un'epigrafe sul vostro ricovero di pace e di salute?
Il signor Pfaff m'aveva guardato senza rispondere, ed era stata la figlia a spiegargli il mio concetto.
La signorina Silesia Pfaff, dopo aver discusso alcun poco in dialetto grigione col padre, mi s'era rivolta dicendomi in italiano sgangherato che il padre non capiva e che se volevo porre un'epigrafe sul piccolo albergo, la dettassi a lei.
Fu così che sul ricovero di pace e di salute lampeggiò in lettere d'oro l'iscrizione:
VENITE, DOLENTES.
E i dolenti venivano, uscendo dalla ressa delle città, pallidi e smunti, e cercavano il silenzio, la vita semplice, l'armistizio di pochi mesi nella battaglia rabbiosa di tutto l'anno. E v'ero venuto io medesimo, ora curvo per la morte di mia madre, indimenticabile figura di donna bruna e nobile; ora freddo, caustico, per l'opprimente perizia degli inganni; ora scosso e attonito per la morte inaspettata di mio padre; ora vuoto ed aspro per diffidenza degli altri e di me stesso; e ogni volta, l'anima aveva ricongiunte le ferite, s'era dilatata nel silenzio, s'era compiaciuta di quella grande e libera solitudine.
Al caro luogo avevo prestata quasi una simbolica potenza di farmaco. Vi sognavo bene, come in città non era possibile, e vi attingevo preziosi cumuli d'energia morale; talchè nelle gioje lo desideravo per meglio compenetrarle, e nei grandi dolori per essere umile innanzi a superbi spettacoli di paesaggio.
L'albergo del signor Pfaff era situato fra Splügen e Andeer, sulla via per Coira, in posizione così felice che sempre, quando la diligenza vi si fermava dinanzi, erano esclamazioni ammirative fra i viaggiatori. Poichè, dietro la casa, i prati si stendevan verdemente fino al Reno, indomato ancora e ruinoso; davanti eran la strada postale e la lunga serie di pinete che costeggian quella strada per notevole tratto; la conca nella quale l'albergo ha fondamento, è formata da montagne, alcune ricche d'abeti e di lecci, altre brulle quasi il fuoco vi sia passato con indileguabil traccia di devastazione. Intorno, vie numerose conducono ai boschi, ai villaggi, ai monti; una, poco aperta allo sguardo, dietro la casa del signor Pfaff, costeggia il Reno, avvallata fra gli alberi fitti, e conserva l'indole selvaggia delle strade raramente percorse.
Più in alto, al disopra dell'albergo, il villaggio di Sufers, con quelle case metà di legno e metà di pietra, che danno sùbito l'imagine della Svizzera, come le pagode caratterizzano l'India e gli edifici a più tetti e a sesto acuto indicano la Cina. Spesso, in quel villaggio di Sufers, preziosamente conservati sul davanzale delle finestre, alcuni vasi di geranî e di garofani, risvegliano una nota d'allegria gentile.
Noi eravamo diretti al ricovero di pace, non dolenti, ma lieti anzi d'inesprimibile contentezza.
Avevo pregata io Lidia di seguirmi lassù, perchè mi pareva ed era triste cosa di non aver raccolte in un sol luogo ed in un successivo spazio di tempo le più pure nostre memorie.
Un po' di vanità femminile aveva forse giovato a convincer Lidia del mio disegno; l'idea di varcare il confine e di veder costumi nuovi, le era parsa men comune e preferibile a un pellegrinaggio per città italiane, notissime a tutti; ne' suoi viaggi colla famiglia, non s'era mai spinta oltre il lago di Como o il lago Maggiore.
Salimmo nella carrozza da posta verso mezzogiorno. L'antico veicolo dipinto in giallo e rosso e tirato da quattro cavalli, ci poteva illudere un istante di non vivere in un'età insopportabilmente civile e meccanica. Noi avevamo agio a gustare la bellezza dei luoghi e ad aspirare una purissima aria montanina, comecchè il giorno fosse ricco d'azzurro e di sole.
Nella scossa che il veicolo ci comunicò mettendosi in moto, Lidia mi si appoggiò tutta, ridendo, ed io le strinsi le mani. D'improvviso, mi ricordavo una molestia patita il mattino stesso durante il viaggio in battello da Como a Colico. V'era salito un giovane elegante, il quale non aveva smesso di guardar Lidia con occhiate da scapolo esperto, date a tempo e in modo che la persona osservata non se ne avvedesse.
Per l'insistenza stupida dell'ammiratore, avevo sofferto con ridicola intensità, e pretestando l'aria troppo fresca, avevo finito per invitar Lidia a discender meco sotto-coperta.
Era un principio di gelosia vaga? Senza dubbio, quantunque incoerente col mio intero passato; non ero mai stato geloso d'alcuna donna, o perchè non ne valeva la pena, o perchè sapevo allora dominarmi. Ma indubitabilmente d'ora innanzi, gli sguardi, i sorrisi, le parole dirette a Lidia, m'avrebbero fatto male; potevo affermarlo con sicurezza quasi matematica.
Ciò era necessario e illogico siccome ogni paradosso di sentimento. Lidia era bella, e non d'una bellezza così capricciosa da risvegliar l'attenzione di pochi intelligenti; ma d'una bellezza fresca, ingenua, assai pura, che avrebbe stimolato il desiderio perverso, quel desiderio del male, del corrompere, dell'insozzare un'anima il quale è peggiore di gran lunga d'ogni desiderio sensuale, e pur s'annida in fondo al cuore di molti uomini.
Si sarebbe annidato fors'anco in fondo al mio cuore, se io fossi stato estraneo a Lidia; anzi, peggio, vi s'era annidato già, in altri tempi, ed io aveva commesso il delitto di pervertire _qualcuna_, pel solo piacere di pervertirla, d'eccitarla malamente e di mutare una superba in una donna come tutte le altre.
La cattiva esperienza m'insegnava che le anime chiarissime, incitano e richiamano la malvagità; la fede provoca la negazione, quasi processo di fenomeno elettrico. Forse non è lo stesso dei corpi femminili, tanto più procaci quanto più velati allo sguardo in vesti ondeggianti, con linea severa?
Lidia, dopo le prime esclamazioni di gioja al cospetto della vallata che si offriva alla nostra manca,--parlava con inflessioni carezzanti della voce colorita, e parlava d'ogni cosa, ora sorridendo alla figura burbera del cocchiere appollajato e mutolo sul suo sedile, ora intenerendosi alla vista dei monelli cenciosi che ne seguivano in cerca d'un soldo. Come la carrozza, per la salita, andava al passo, i monelli si facevano audaci, gettavano mazzolini d'_edelweiss_ sulle ginocchia di Lidia, senza cessare dalla loro nenia mendicante. Lidia, che credeva liberarsene coll'offrir loro qualche moneta, se li vedeva comparir più numerosi.
V'era una bambina coi capelli arruffati, sudicia, scalza, insistentissima; non appena un soldo veniva gettato, ella si slanciava e lo disputava ai maschi, rotolandosi con loro per terra; la scena crudelmente selvaggia stupiva Lidia, la quale non riusciva a persuadersi che la monella appartenesse al medesimo sesso di lei.