Part 13
L'indomani, il colloquio fu più breve, scambiandoci le frasi nell'intervallo in cui Lidia--che noi accompagnavamo alle solite visite,--si metteva il cappello avanti allo specchio.
--Ci sei stato?
--Laura verrà. È a letto per riposo ordinatole dai medici.
--L'hai vista?
--Ho parlato con Giorgio. A proposito: mi ha chiesto se c'era il pericolo d'incontrarti in campagna. È diventato geloso?
--Sciocchezze!--terminai io, alzando le spalle.--Ti ringrazio di cuore.--
Da quell'istante, respirai meglio. Laura sarebbe guarita, ritornandomi quell'amica intelligente dalla quale avrei potuto bere dolcezze rinnovate; e a convincermi dell'affezione rimastami in cuore per lei, sarebbe bastato l'estremo bisogno ch'io aveva, di parlarne con Ettore fino alla sazietà.
Lidia era l'aurora fredda; Laura con dieci anni più di Lidia, era il tramonto dorato d'un'esistenza ardentissima.... In una strana rievocazione, mi sentivo già Laura fra le braccia, assetata ella medesima di quell'amore non tutto esausto di cui ci sapevamo capaci; e la vedevo con certi abiti, con certi guanti, con un certo ombrellino conosciuto, che appoggiato alla sua spalla ci serviva per appartarci convenientemente dagli altri....
--Tu cominci a farmi dubitare delle tue caste intenzioni,--osservava Ettore, una volta ch'io lo tormentava perchè mi desse la certezza della guarigione di Laura.
--Ti pare?
--Sarebbe enorme, non dico,--mormorò Ettore;--ma ne ho viste di peggio.--
All'ultimo martedì di Lidia, in mezzo al chiacchierio di visitatori e alla sfilata di gente antipatica, mi trovavo isolato sotto un'impressione tale da richiamarmi dei sospetti, che nell'attesa d'un riavvicinamento a Laura, s'eran calmati d'assai. Lidia, soddisfatta delle molte attestazioni di simpatia avute in quei giorni, vibrava di gaiezza; pareva si fosse iniziato un periodo nuovo per la sua anima depressa, la quale riprendeva quell'atteggiamento d'ingenua bontà, d'infantile confidenza, ch'eran sì forti ausiliari della sua bellezza.
La sera prima, Gian Luigi aveva promesso di venire a Pallanza egli pure e di trattenervisi qualche tempo; l'aveva promesso a Lidia, perchè io m'era guardato d'interrogarlo sui suoi disegni.... Aveva detto che la campagna gli era necessaria (la sua tristezza inesplicabile aumentava), che si sentiva stanco, sfiduciato...; una variazione, insomma, al tema delle sentimentalità pericolose.... E congedandosi, s'era scusato di non poter venire a salutarci l'indomani, perchè occupatissimo.
Io dava a quelle occupazioni un senso tutto egoistico; Gian Luigi, innamorato di Lidia, riscaldato dalle sue lodi, ambizioso di soverchiarmi e di giungere alla donna per vie non comuni,--doveva lavorare, preparava qualche romanzo.... forse avrebbe avuta l'audacia di dedicarlo a Lidia, con le semplici iniziali trasparenti....
Lidia, la quale comprendeva questo, vibrava di gaiezza, quantunque Gian Luigi mancasse fra i pochi intimi; e perchè mancava, ella non era elegante come di solito....
--Sei nervoso,--mi disse Ettore Caccianimico, sorprendendomi in quelle meditazioni.--Fai gli onori di casa in modo pessimo. La tua signora deve lavorar per due.--
Io lo afferrai per un braccio e lo trascinai nel vano d'una finestra.
--Non ho nulla,--risposi;--tutto si riduce a una gran seccatura per queste convenzionalità stupide di visite e controvisite, come se partissimo pel Congo.
--Debbo dirti....--mormorò Ettore.--Le notizie di Laura paiono men buone.... Domani subirà un'operazione....
--Domani!--esclamai ad alta voce.--Ma perchè non me l'hai detto prima? Avrei ritardata la partenza con un pretesto....
--L'ho saputo ora. E poi, non è cosa grave.... Queste donne si fanno operare coll'indifferenza colla quale noi faremmo una passeggiata....
--Mi sembri pazzo....
--Te lo assicuro. Del resto, anche partendo, avrò notizie. Giorgio ha promesso di telegrafare.
--E dici che non è cosa grave?
--Per, nulla. Tanto è vero, che qualche giorno dopo l'operazione, Laura sarà in villa a Pallanza.--
I timori d'una catastrofe s'erano addormentati nel mio animo, dietro le parole d'Ettore; ma all'annuncio presente, si risvegliavano e si drizzavano come una turba di spettri.... Solo il cinismo del Caccianimico poteva restare impassibile davanti alla tortura fisica che Laura doveva subir l'indomani, considerandola facilissima e naturalissima cosa. Io sentiva un orrore muto, un'apprensione terribile, che avrei sentito forse anche senza gli egoistici disegni d'amore, anche per Laura contemplata semplicemente come buona amica.
Una risata di Lidia mi trapassò in quel momento le orecchie quasi un fischio stridulo. V'era al suo fianco una signora, la quale faceva professione di spirito e di disinvoltura, dicendo molte sciocchezze con tono rapido e sciolto; Lidia pareva gustarle profondamente.
Per quali diversi oceani veleggiavano le nostre anime! Io non vedeva intorno a me persona più felice di Lidia; i suoi crucci erano piccole angustie appena, e già aveva trovato a chi confidarle.... Non v'era di comune fra noi che questo fatto: ella si riprometteva un lungo soggiorno di Gian Luigi in campagna; io in campagna temeva di non veder giungere Laura.... Perciò Lidia poteva ridere così gaiamente ed io era in diritto di fremere a quelle risa.
Non avevo notato che presso Lidia mancava un'amica; significantissima assenza della quale Ettore mi fece accorgere.
--Perchè non è venuta a salutarvi la signora Tintaro?--domandò.
--Credo,--mormorai sottovoce,--che non si vedrà più in casa nostra.
--Per ordine tuo?
--Anche, ma specialmente perchè Lidia non ama le intriganti e deve averglielo scritto.--
Ettore non chiese oltre; io pensai d'aver fatto male a confidarmi con lui; egli non aveva capito quanto m'urgesse di conoscere il vero stato di Laura, dalle mie confidenze ipocrite e timorose.... Avrei voluto pregarlo di non partire con noi, di trattenersi a Milano finchè ogni pericolo fosse svanito per Laura: dieci volte in quel giorno mi avvicinai ad Ettore per parlare, e dieci volte ebbi paura delle conseguenze. Dovevo necessariamente confessargli quel ch'io sentiva nell'animo, ed era così grave la confessione da farmi pentire d'aver già detto troppo. S'io non avessi avuti dei sospetti su Gian Luigi, avrei potuto confidarmi in lui, che pure si recava in casa Uglio; ma se la certezza della sua indifferenza per Laura toglieva l'odiosità di parlare d'una donna avuta in comune,--l'attitudine di Gian Luigi di fronte a Lidia, mi respingeva da ogni intimità che potesse giustificare o perdonare le intenzioni colpevoli dell'uomo.
Non furonvi se non gradazioni di pentimento nel mio animo, quel giorno; dal pentimento assoluto di non aver sùbito corrisposto a Laura, al pentimento meschino delle confidenze monche.
Per certo, Ettore non aveva nulla capito.
L'indomani egli arrivò alla stazione tranquillo, sorridente, colla sua signora; non aperse bocca su Laura; dovetti io, mentre eravamo in treno e Lidia cicalava con Clara,--dovetti io domandargli se nulla vi fosse di nuovo.
--Ma no, caro,--egli rispose a bassa voce.--L'operazione è alle due; ora è mezzogiorno.
--Potevi passar da casa e chiedere come si trovasse Laura.
--Col trambusto d'una partenza!--esclamò egli, alzando le spalle.--Ti ripeto che non c'è niente di grave.
--Ne sei sicuro come ne son sicuro io!--dissi bruscamente, nauseato da quell'indifferenza.
Il viaggio fu odioso. Delle campagne che il treno si lasciava ai fianchi, io percepiva coll'occhio quanto rimaneva incorniciato nel finestrino della carrozza; allontanare una tenda, o avanzare la testa, mi pareva fatica superiore al vantaggio di riveder paesi cogniti e alberi volgari.... Un mutismo feroce, s'era impadronito di me onninamente, fino a rendermi insensibile; e dopo due o tre interrogazioni cui avevo risposto a cenni del capo, Lidia, Clara ed Ettore s'accomodarono a chiacchierar tra di loro, lasciandomi in una vasta e indiana sonnolenza dello spirito.
A Laveno, il lago mi parve orrendo, quantunque soleggiato. Mentre io poneva piede sul battello, il corpo di Laura Uglio doveva essere già preda di ferri chirurgici; un viso bianco di dolore, un silenzio triste per la camera, una positura forzata, un odor d'acido fenico, e lunghe ore di spasimi quando il corpo, sottratto al ferro, ne risentisse tuttavia l'impressione fra le carni violate....
A Pallanza, compresi che Laura Uglio non mi avrebbe raggiunto mai. Perchè lo compresi? Lo compresi d'un tratto, per un risveglio d'idee coordinanti e concludenti, sprofondate nell'anima e ricomparse a galla con la viscida solennità di cadaveri.
I signori Folengo erano allo sbarco a incontrarci. Pietro m'accolse assai freddo, in merito di quel viaggio che mi ostinavo a non intraprendere se non quando mi fosse piaciuto. Osò anche farne accenno in casa, ma io volsi le spalle, salendo alle camere destinateci. Ero dominato dal violento impeto di togliermi a quei luoghi, dove le mie orecchie, avvezze al romore della città, soffrivano del grande silenzio bruto in cui la campagna era immersa.
Davanti al letto, nell'alcova che non aveva il mio specchio, il mio lavabo, le mie fiale, il mio bagno, mi sentii infantilmente perduto, solo e triste.
L'antipatia di quei particolari sarebbe stata così presto vinta, se Laura ci avesse raggiunti! Perchè io l'amava ora, senza il menomo dubbio. Non più il desiderio d'un'altra circolava nelle mie vene, ma il desiderio preciso ed esclusivo di Laura Uglio, il cui busto io voleva slacciar lentamente, con degli indugi, per baciarle la nuca e le spalle.
Fu come una scoperta, a un tratto. Sì, io era un bambino, smarrendomi così presto!... Se Laura non veniva a Pallanza, chi m'inchiodava là, chi m'impediva d'andare a Laura? Un pretesto era facile a trovarsi; poi non mi mancava il coraggio di partire anche senza pretesto.
La scoperta ingenua mi consolò tutto quel giorno, e il lavorìo d'adattamento al luogo e alla casa venne compiendosi così felicemente, ch'io non ebbi osservazioni a sollevare quando Lidia mi pregò di condurla dopo pranzo alla villa Caccianimico.
Nè la notte fu tormentosa d'insonnia; nè l'indomani il paesaggio sereno fu inquinato dalle mie impressioni soggettive. Mi staccai da Pallanza con una barca, mi recai a Suna, remando adagio, in braccio a sogni colpevoli d'un'infinita dolcezza, d'un carattere audacemente ribelle, quali io poteva fare soltanto se la colpa era incarnata da una donna come Laura Uglio....
Tornai per l'ora della colazione, ancora cullandomi nella lancia graziosamente battuta alla prora da un soffio d'aria benigno.... Laura Uglio mi amava, e a tutto il resto avrei pensato io....
Sul terrazzo della villa Folengo, Lidia mi aspettava.
--Hanno portato un telegramma per te,--ella mi annunciò dall'alto, quando fui presso la darsena.
Avvicinai la barca in modo che fra essa e il muro del terrazzo non vi fosse più spazio nè acqua.
--Gettamelo,--dissi ridendo.--Sei buona?--
Il foglietto giallo si librò un istante nell'aria, e mi cadde ai piedi con maravigliosa perspicacia. Lo aprii e lessi:
«--Laura morta ieri. Funerali domattina alle dieci.--Gian Luigi.--»
Ripresi i remi e internai la barca nella darsena assicurandola al suo anello, fra una gondola e una yole. Poscia salii in casa tranquillamente, insensibile.
XVII.
Fermata una carrozza da nolo, dissi al cocchiere:
--In via Alessandro Manzoni, al numero quattro, c'è un funerale. Va laggiù e tienti un po' discosto dalla folla; poi, quando il corteo si muove mettiti alla coda e seguilo fino al cimitero. Hai capito?--
Il cocchiere affermò colla testa; io entrai nella carrozza, mi cacciai in un angolo, dopo avere abbassate le tendine, e mentre la vettura s'incamminava, chiusi gli occhi per non vedere la luce scialba.
Aveva piovuto violentemente quel mattino e il giorno era rimasto grigio, torpido, stendendo ovunque un'angoscia inesprimibile, una nausea d'azione. La città sonnacchiosa doveva pullular d'adulterî.
Appena fui accomodato sul sedile, una confusa ribellione mi penetrò nell'animo. Io non voleva andare laggiù; era inutile e straziante, superiore all'amara dolcezza di compiere un dovere. Tuttavia, quando il cavallo partì al trotto cadenzato, il dubbio scomparve e l'energia ebbe il sopravvento. Bisognava andare e soffrire fino all'ultimo; se l'anima esisteva, quell'anima aveva d'uopo di non sentirsi dimenticata per discendere serena nel sepolcro.
Intorno al feretro doveva esservi ben numeroso stuolo di gente; ma chi aveva palpitato con colei che oggi era morta? chi l'aveva conosciuta ed amata quanto ella desiderava?... Non sarebbero mancate le persone che vanno a un funerale per mostrarsi forti di conoscenze cospicue; un insieme obbrobrioso d'ipocrisie, un finto rimpiangere chi si è dilaniato fino a ieri, uno sfoggio imbecille di lusso e di fiori e di cavalli e di carrozze; e in mezzo, il povero e caro corpo, cogli occhi serrati per sempre, inchiodato in una bara, la quale doveva infracidir con lui....
Bisognava andare.
Da piazza del duomo a via Alessandro Manzoni, il tragitto non era lungo, e, dopo alcuni minuti di trotto, il cavallo da nolo rallentò (un carro attraversava la via), si fermò al luogo indicato.
Sùbito s'udì un brusìo di voci sommesse, che mi fece guardar vivamente dall'altro lato della strada, per un vetro non difeso dalle tendine, tra il sedile del cocchiere e lo sportello.
La scena era questa, semplice e spaventosa: davanti alla porta, un carro funebre, dai cavalli con gualdrappa e pennacchi neri sulla testa; un po' indietro, sopra una carrozza a quattro posti, scoperta, infinite corone di fiori freschi, ricche di nastri e di dediche affettuose; poi tre vetture a due cavalli, nere, dalla sagoma antica e dal cocchiere in parrucca e in tricorno, quelle tetre vetture con le molle ondeggianti che tentennano quasi navi in burrasca; poi uno stuolo d'uomini e donne, ora in gruppo, che al momento opportuno si sarebbe allungato come un nastro umano; raccolti e silenziosi varî servi in livrea, portando i ceri; e distanziato da tutti un manipolo di beghine e di prefiche venute per accattar la candela; in ultimo, cinque o sei carrozze padronali e una dozzina da nolo....
Risultava da quell'insieme d'uomini e cose un'impressione profonda e tragica, che mi guidò istintivamente colle mani allo sportello, come per precipitarmi fuori; dovetti irrigidirmi contro il moto istintivo. I becchini eran comparsi, fra il silenzio fattosi d'improvviso. Sulle spalle avevano il feretro, col drappo funerario steso di già, ma raccolto ai lati fra le mani dei portatori. E passando sull'asse scorrevole del carro, il feretro diede un suono metallico e vibrante. L'asse rientrò; il feretro fu accomodato, il drappo steso totalmente. Alcuni servi porgevano le corone ai becchini: una fu messa alla testa, coi nastri lunghi che scendevano dietro; altre posate per tutta la lunghezza della cassa, altre all'intorno insieme a fiori sciolti; ma rimanendone pur sempre in quantità notevole, anche la vettura da nolo fu mandata alla coda per seguire il corteo. Quattro signore si collocarono ai fianchi, i preti si misero innanzi, i dolenti (le donne prima, gli uomini in séguito) si disposero in colonna e le carrozze presero il loro posto.
La coorte luttuosa si mosse lentamente.
Il cocchiere seguiva il funerale a giusta distanza perchè la mia carrozza non fosse notata.
Mi sembrava l'andatura del corteo,--eguale e tarda,--ancor troppo veloce.... Costoro non sapevano che ad ogni passo la tomba s'avvicinava? la tomba, la dissoluzione, l'eternità, vaste e spaventevoli cose per un fragile corpo! Di che stavan per essere preda, quella bocca, quegli occhi, quelle labbra che il male non aveva potuto se non render più delicate! Perchè non dare il cadavere al fuoco, perchè gettarlo nella fossa?
Vi fu un rallentare, poi una fermata. Il corteo era innanzi alla chiesa parata a drappo nero e oro, con un gran cartello che indicava un nome e due date. I dolenti entrarono; il feretro fu tolto dal carro e portato in chiesa.
Lunghissimo tempo durò la funzione sacra.
S'eran fatte le cose con lusso e i curiosi s'urtavano formando ala presso la porta; alcuni ridevano incoscienti, altri numeravan le carrozze; parecchi s'eran avvicinati alle corone, e s'arrischiavano a toccarne o a fiutarne i fiori. Questo mi diceva come insignificante fosse il cessar d'una vita, nell'insolenza d'altre vite più volgari. Avevo trasfusa l'anima nello sguardo, con una percezione lucida d'ogni fatto, la quale pareva giovasse a farmi soffrir di meno.
Fra i primi a uscir dalla chiesa, notai Gian Luigi Sideri, pallidissimo, coll'occhio smarrito e atono: sembrò cercare qualcuno in mezzo alla folla, si diresse verso le carrozze da nolo ad interrogare i cocchieri, e a pochi passi da me, tornò indietro, senza vedermi. Giorgio Uglio vestito a lutto, impassibile, badava a dare ordini e a sorvegliare che nulla fosse dimenticato di quanto prescriveva l'uso in tali circostanze. Angela Tintaro venne poi, maestosa e raccolta, nella sua andatura di matrona..... Quindi mio suocero, Pietro Folengo, partito la mattina da Pallanza qualche ora prima di me,--si pavoneggiava in una solennità retorica, nella quale il sentimento era muta parola, e aveva composto il viso a una maschera tradizionale.... Ettore Caccianimico, anche lui arrivato con Pietro, passava tra le due ali del pubblico sbirciandole con disdegno: era una delle poche figure maschili che svelassero qualche cosa di nobile e di severo... Confuse poi fra persone sconosciute, vidi la famiglia Cortalancia,--tre signorine in ordine di statura e d'età--colla madre enorme di corpulenza; e quella bruna signora, i cui occhi sembravan così teneri di passione da racchiudere un poema in uno sguardo; giovanotti eleganti, che avevano sperato di sedurmi Lidia in quindici giorni; parecchi ufficiali.
Allo scoprirsi dei curiosi, il feretro ricomparve. Mi sembrava stranamente lungo e sottile, un'orribile scatola adattata al corpo di Laura teso come una corda dall'ultima febbre.... Quale strana solennità doveva riflettere ora quel viso ch'io aveva baciato e sul quale tante espressioni di speranze e di spasimo eran venute succedendosi!
Le membra già guardate con desiderio, ricoperte di seta, profumate con sapiente civetteria,--dovevano incutere lo spaventoso rispetto del mistero cui erano in preda; s'io avessi potuto afferrar quelle braccia che m'avevano più volte ricinto il collo, le avrei sentite rigide come spranghe di ferro, gelate per l'inazione del sangue, preste a chiazzarsi di livide macchie, domani mutate in piaga orrenda, formicolante di vermi....
A tutto questo il mondo aveva dato il nome di riposo eterno....
Una scossa della carrozza troncò il filo dei pensieri e mi richiamò all'osservazione fredda.
Il corteo s'era formato di nuovo e riprendeva il passo lento, ormai senza speranza d'altri indugi prima della tomba.
Ricominciava a piovere; ma non ve n'era bisogno perchè il numero dei dolenti s'assottigliasse dopo la funzione religiosa; parecchi erano scomparsi, appunto quelli che l'indomani avrebbero detto di non aver potuto seguire oltre il funerale, perchè troppo, troppo era stato lo schianto!
Le tetre vetture a molle dalla sagoma antica ricoveravan diverse signore; una beghina, rimasta addietro, mi venne presso a recitare il de profundis, con sì terribile accento cavernoso da produrmi i brividi. Alzai la tendina a guardarla; era piccola e tutt'avvolta in uno scialle nero, dal quale spiccava netto un profilo arcigno e lurido insieme, con enorme naso, con labbra penzoloni, che sovrastavano il mento secco, breve, angoloso. Pareva fervorosissima; aveva spenta la candela per rivenderla a miglior prezzo.
La coorte lugubre s'era internata per vie che a stento riconoscevo: l'abitudine non mi aveva familiarizzato se non colle vie più ricche e più ilari, e ritrovandomi in quartieri operai, dove diversi erano il moto, il vociare, l'incrociarsi dei carri, subivo l'impressione d'una novità spiacevole.
M'accorsi che si accelerava il passo; la pioggia, minacciando di farsi larga, spingeva quell'accozzaglia di gente, la quale aveva furia di compiere il pio officio e sbarazzarsi del cadavere increscioso.
Laura avrebbe trovata la terra fradicia; i fiori deposti sulla tomba si sarebbero sfogliati innanzi tempo.
Allo sportello, d'un tratto, la beghina cessando il mormorio rauco, gettò un'occhiata innanzi per assicurarsi non la vedessero, e scomparve dentro una porticina, che menava alla sua soffitta; pratico espediente, quello di prendere alloggio sulla via del cimitero, per risparmiare la fatica del ritorno!
Si presentiva dovunque l'avvicinarsi di uno scroscio formidabile d'acqua; ad ogni poco un carro passava di corsa, romoroso e traballante; i cocchieri immobili sotto la pioggia masticavano bestemmie; e lentamente quell'aria pregna d'elettricità mi si comunicava, producendomi a un tempo una strana sfinitezza di tutto il corpo, e l'atonia del pensiero, nel quale s'ingrandiva la necessità assoluta di giungere.
Quanto m'era passato sotto gli occhi fino allora, non m'aveva data idea alcuna della morte, come se l'esteriorità di quella pompa, la lentezza di quell'andare, m'avessero diminuita, poi fugata interamente la sensibilità acuta di cui soffrivo sul primo istante.
La sensibilità rivenne con forza quando m'avvidi ch'eravamo fuori delle mura e i cavalli non battevano più il selciato ma il terriccio d'un viale. Guardai dallo sportello.
Il cimitero a marmi di colore alternato, coi pinnacoli, e la strana forma che pareva stender le braccia verso la città,--era di fronte a noi.... Sui lati del viale, dei mendichi cenciosi e storpi continuavano la cantilena delle prefiche; vidi in quell'istante Ettore Caccianimico fissarne uno curiosamente, da capo a piedi, e negare l'elemosina che quegli domandava.
La mia carrozza si fermò.
Il convoglio funebre entrava nel cimitero, piegava a destra, scompariva dietro i primi cipressi.
Allora provai tutta la sensazione smisurata dell'irreparabilità; non avevo sofferto abbastanza. Volevo vedere il feretro calare nella fossa urtando le pareti, e ascoltare il romor della terra che vi si gettava sopra, fino a eguagliare le altre tombe intorno, e la pioggia cadervi, penetrare sottilmente nelle zolle, anticipare la dissoluzione di Laura Uglio.
Spalancai lo sportello, entrai nel cimitero, quasi attirato da una gran vampa giallastra che bruciasse là dove il feretro era scomparso. L'orizzonte oltre le tombe e i cipressi, era stretto e livido.
XVIII.
E sull'orizzonte, delle piccole figure cupe spiccavano presso il carro funerario, spoglio ormai, e nudo come uno scheletro.
Ero per dirigermi laggiù a corsa, perchè una più lunga attesa avrebbe sfrenato un urlo dalla mia bocca serrata e contorta.... Un uomo, in abito nero, staccandosi dal gruppo di quelle piccole figure, mi tagliò la strada, mi afferrò per il braccio, dicendomi:
--Torna indietro! Sei smunto come un cencio lavato. Prima che ti vedano!--
Restai immobile a guardar Gian Luigi.
--Hai la carrozza fuori?--egli continuò.--Andiamo.--
Le parole fredde e ragionevoli mi produssero l'effetto del lampo a due passi da un precipizio. Obbedii mutamente, ricondussi Gian Luigi fino alla mia carrozza, nella quale entrai, mentre l'altro dava al cocchiere il proprio indirizzo. Lo scroscio d'acqua paventato si scatenò allora con terribile veemenza, e dopo l'acqua una gragnuola fitta, che danzava sinistramente sul coperchio della vettura, minacciando d'interrompere la nostra corsa. Gian Luigi aveva su di me in quella contingenza l'impero della calma sopra la passione disordinata.
Ci guardavamo in silenzio pallidi tutt'e due; io vergognoso d'essere stato sorpreso all'atto di commettere una follia da un uomo che non consideravo più come amico intimo.
--Sei arrivato stamane?--domandò Gian Luigi dopo un istante.
--Sì,--risposi.
--Non sapevi ch'era ammalata?
--Sì,--ripetei.
--Perchè sei partito?
--Dovevo.... Ha sofferto molto?--