Part 3
Li sentì e li risentì finalmente, Pierino, i suoi cari valzer di Vienna, durante quella cena al Prater, suonati e risuonati da decine di orchestrine di «dame» autentiche o no e di zigani artificiali o naturali poste al centro di tutti i _restaurants_ che punteggiavano di architetture elettriche le dolci ombre del bel parco viennese. Uscendo alle dieci precise, a _diese uhr_, dai cinquanta teatri della metropoli, Vienna elegante e mondana affluiva al Prater, a piedi, in vettura, in cento automobili rombanti e scintillanti, discendendo lungo i quattro chilometri dell'Hauptallee tra i tigli odoranti, le aiuole fiorite e i pali della luce elettrica tutti adorni di fiori come nel fasto capriccioso d'una primavera artificiale. Luci rosse, azzurre, gialle, bianche, balenavan qua e là disegnando nel verde notturno le sagome dei _restaurants_ e delle birrerie, dei caroselli e dei circhi equestri del Wurstelprater. Seduto con belle signore fiorenti e giovani signori eleganti ad un tavolino _en plein air_ del _restaurant_ più accorsato, tra il maestro Kramer che gli parlava di musica e la signorina Eva che con gli occhi languidi e lo sguardo lontano aveva l'aria di sospirare d'amore, Pierino viveva la sua dolce sera viennese come nel dormiveglia d'un mezzo Sonno. Sentì ancora due o tre volte tornare nella conversazione metà tedesca e metà francese il nome dell'_herr major Hampfel_. Chi poco parla — e Pierino era muto assolutamente — ha luogo più degli altri di osservare; e due o tre volte infatti notò che, quando la gente nominava l'_herr major Hampfel_ il maestro Kramer si oscurava in volto, come se quella sera non gli avessero metodicamente applaudito alla tedesca il suo _Valzer dei valzer_, ma come se gliel'avessero invece genialmente ed estemporaneamente fischiato all'italiana. E poichè la natura gli aveva dato due occhi e, benigna, glieli aveva accordati eccellenti tutt'e due, mentre col sinistro osservava il malumore del maestro, col destro Pierino seguiva il linguaggio muto di Eva la quale, non appena l'_herr major_ era nominato, cercava gli occhi della signorina galiziana ed intavolava così un linguaggio cifrato impossibile a comprendersi. Intanto i valzer seguivano ai valzer, nuovi e nuovissimi, vecchi e vecchissimi e, in estasi, Pierino si lasciava cullare da loro, guardando le stelle e i lampioncini, i dòlmanì delle dame viennesi e gli alamari d'oro degli zigani e lasciando squagliare nel suo piattino la fetta di spumone all'italiana che un cameriere _gentleman_ più dei _gentlemen_ che serviva vi aveva delicatamente deposto. Sentì in quell'estasi un'altra musica italo-austriaca, poichè la vocina della signorina Eva gli susurrava all'orecchio con pronunzia prettamente austriaca parole approssimativamente italiane:
— Vedete, qui, davanti a noi, questi viali oscuri che si perdono nell'ombra? E' il centro, il cuore del Prater, non ridotto a giardino ma tenuto a bosco. E', di notte, l'angolo caro agli innamorati.
Ci andò pochi minuti dopo a passeggiare anche lui nel cuore del Prater, con la signorina Eva mollemente appoggiata al suo braccio. S'era levata da tavola, gli aveva chiesto una sigaretta, una sigaretta italiana — che gli Italiani chiamano chi sa perchè _Macedonia_ mentre su la Macedonia, avvertì la signorina Eva, l'Austria ha gli occhi ben spalancati — e, accesa la sigaretta, gli aveva detto con un sorriso che, _volapück_ universale, gli aveva fatto capire più di un intero vocabolario:
— Voglio far vedere anche a voi il cantuccio degli innamorati.
Pei viali sempre più oscuri, sempre più remoti, Pierino sentiva il dolce peso del braccio della signorina Eva farsi sempre più grave sul suo braccio destro. Ella taceva e fumava. Ai riflessi multicolori che penetravan fra gli alberi i capelli d'oro di lei s'accendevano di scintille. E ad un tratto ella disse fermandosi di colpo e guardandolo bene in viso:
— Voi dovete amare l'amore. Siete Italiano.
E senza aspettare la risposta, che del resto Pierino cercava disperatamente senza trovarla, aggiunse riprendendo la via:
— Voi Italiani siete i primi innamorati del mondo.
Pierino credette doveroso d'inchinarsi leggermente ringraziando a nome di tutt'i suoi connazionali e sentì che Eva proseguiva:
— Avete tutti il Vesuvio nel cuore e negli occhi e una canzone su le labbra.
Trovò Pierino la risposta che gli parve straordinaria:
— Come voi viennesi avete tutte nel cuore e su le labbra il più dolce dei valzer!
La signorina Eva rideva:
— Che cosa credete che Dio abbia inventato prima: il valzer o l'amore?
Pierino ebbe un lampo di genio:
— Dal valzer, rispose, nacque l'amore e dall'amore nacque il valzer, signorina.
Eva rise ancora. Poi, quando un'orchestra vicina ma nascosta tra gli alberi sospirò dai violini il più appassionato valzer del repertorio, il _Sei tu, felicità_... di Lehar, ella disse con un sospiro:
— Ah, il mio valzer...
— Ed anche il mio, sospirò a sua volta Pierino.
Lo ascoltarono rallentando il passo, lo canterellarono a fior di labbra stralunando gli occhi in su, verso le stelle. E il dolce peso del braccio di Eva si faceva sempre più dolce ma sempre più grave. Sospiravano i violini la dolce melodia:
_Sei tu, felicità,_ _passata a me vicino..._
— Quante cose..., mormorò ancora Eva. Quante cose dice questo valzer... Non sentiamo tutti, in certi momenti, che forse la felicità ci passa vicino e che non sappiamo arrestarla e dirle come il nostro Goethe all'attimo fuggente: «Fermati, sei bella...»
— E' vero... E' vero..., mormorò Pierino che di Goethe conosceva appena il _Mefistofele_ di Boito.
— La vita è così, continuava Eva. Si va, si viene, si arriva, si parte, ci si incontra... E poi... E poi un giorno, forse, ci si sospira:
_Sei tu, felicità,_ _passata a me vicino..._
E canticchiava, coi violini delle «dame viennesi».
— E' il mio valzer, il mio valzer! ridisse poi quando la sua vocina non potè raggiungere l'acuto. Ricordo la prima sera che Lehar lo suonò a casa nostra... Se ci ripenso, mi sento ancora gli occhi umidi di lacrime... Ah, la vita...
Poi, senza transizione:
— Siete ricco, voi?
— No, signorina, rispose Pierino; e, temendo di far fare brutta figura agli Italiani: — Era ricco mio padre. Ma poi, la vita...
— Lavorate? Siete avvocato?
— Sì, signorina.
— Avete molte cause?
— Comincio adesso.
La signorina Eva lo incoraggiò:
— Si capisce. Ma farete fortuna. Tutti si deve cominciare... Anche mio padre era suonatore di contrabasso in un teatro di provincia... Quando si è giovani... E poi voi Italiani siete tutti oratori!
Ma la signorina Eva non aveva esaurito ancora le sue domande:
— Siete fidanzato?
— No, signorina.
— Avete allora un'amante?
— No, signorina.
E Pierino, cortese, si credette in dovere di diventar rosso per lei. E più diventò rosso, anche per sè, quando sentì il peso del braccio di lei sul suo braccio farsi più grave e sempre più lungo, sempre più lungo. E, poichè temeva di far sfigurare gli Italiani, Pierino si credette in obbligo di rispondere a quel peso con una piccola stretta, leggera, che poteva anche sembrare involontaria, ma che volontariamente invece gli fu sùbito restituita.
— Rimarrete a Vienna qualche tempo? chiese a voce bassa la signorina Eva...
— Oh sì, signorina... E come potrei ripartire?
Non chiese la signorina Eva ulteriori spiegazioni. Mormorò solamente:
— Potremo rivederci spesso, così...
E poichè il valzer di Lehar riprendeva, tornando indietro verso le illuminazioni dei _restaurants_ e appoggiandosi al braccio di Pierino come se fosse tanto stanca, tanto stanca, ella ricominciò a cantarellare con gli occhi fissi lassù alle stelle del carro di Boote:
_Sei tu, felicità,_ _passata a me vicino..._
Poi, scoppiando a ridere, esclamò:
— Il mio valzer... Il «nostro» valzer...
E, lasciato il braccio di Pierino, giunta al confine tra il bosco d'amore e il Prater mondano, corse via verso la tavola di suo padre e dei suoi amici...
L'oscurità concilia, dicono, i più profondi pensieri e Pierino non pensava infatti profondamente che al buio. Così quella sera, quando fu a letto ed ebbe spenta la luce elettrica, questo pensiero gli apparve come una rivelazione: «Ma se in tre ore ho fatto già tanta strada, io in trenta giorni me la sposo...» Non poteva veramente aspettare un mese perchè il suo tavolino di vice-segretario di terza classe alle Poste lo attendeva. Ma se ne rideva di quelle centocinquantadue lire se il valzer di Lehar, se quel delizioso _Sei tu, felicità_... doveva regalargli il milioncino della signorina Kramer e la villa in Carinzia.
Ma Pierino era prudente e, nella prudenza, diffidente. Gli sembrò che gli Dei gli fossero troppo clementi nel fargli trovare tre ore prima il maestro Kramer e tre ore dopo una mogliettina d'oro bell'e pronta. Lì, a occhi chiusi, si rivedeva davanti l'_herr major_ Hampfel ne sentiva ripetere il nome, riudiva le parole di Eva: «Il marito della mia migliore amica... Beato lui!... Verrà a Roma, _attachè_ militare della nostra Ambasciata...» Rivide anche il malumore del maestro Kramer all'udire quel nome ed il sorriso di complicità con cui la signorina galiziana rispondeva agli sguardi interrogativi di Eva. Tutti questi ricordi oculari ed auriculari turbavano un poco la gioia che gli inondava il cuore... Se quel _major_ Hampfel... Se la signorina Eva... Il marito della sua migliore amica... Ed il _major_ Hampfel veniva a Roma... E Pierino era italiano e risiedeva proprio a Roma... Era, intuito, intravveduto, accennato appena, il romanzo, l'intrigo, il dramma, l'occasione propizia offerta dal caso per riparare a Roma ciò che a Vienna s'era imprudentemente guastato... Ma Pierino, che era ottimista, scosse quei pensieri neri e si disse: «Come siamo curiosi, noi Italiani... Romantici tutti!.... Vediamo sùbito il dramma e il romanzo anche dove c'è semplicemente l'idillio... Che vuol dire se quest'idillio è stato troppo rapido?... L'ho forse inventato io stasera il _coup de foudre_?»
E, per tornare a pensieri leggeri, aveva riacceso la luce elettrica e, a piedi nudi, in camicia, era andato a porsi davanti all'armadio a specchio. Che c'era poi di tanto strano in quel _coup de foudre_? Non poteva egli sprigionar d'improvviso l'elettricità di un cuore femminile? Era lì, nello specchio... Si guardava spassionatamente, come si trattasse di un altro... Era, dopo tutto, un bel ragazzo... E non c'era nulla, proprio nulla di strano...
— Avanti!
Sopra pensiero aveva risposto avanti... non riflettendo che così, in camicia, non era in condizioni da ricever visite a quell'ora. Ma già una graziosa cameriera bionda, che non era più l'ungherese della sera prima, era entrata portando una bottiglia d'acqua che Pierino non ricordava affatto d'aver richiesta. Anzi, poteva giurarlo...
— _Voilà l'eau, monsieur..._
E, premurosa, la camerierina si avvicinava a Pierino che aveva in fretta reintegrato il suo letto, e versava l'acqua nel bicchiere, e offriva il bicchiere e un sorriso quanto mai incoraggiante. E Pierino ch'era italiano, Pierino che, come diceva Eva, aveva il Vesuvio nel cuore accettò l'acqua, il sorriso e l'incoraggiamento. E la luce si spense senza che Pierino si fosse accorto di spegnerla...
Quando la riaccese per permettere alla camerierina di rispondere a un ostinato squillo di campanello nel corridoio, Pierino si sentì completamente rassicurato nei suoi timori di poco prima per Eva Kramer e per la sua troppo subitanea fortuna.
— Lo dicevo io? si disse sorridendo. Prima di tutto, è merito mio... E poi... l'ho visto anche adesso... Son tutte così, queste viennesi: ardenti, appassionate, di primo impeto...
E poichè la camerierina bionda tornava a riprendere la cuffietta dimenticata scappando via:
— Tu sei viennese, è vero, carina?
E lei, augurandogli con un sorriso la buona notte, rispose:
— Io no. Son croata!
Croata?
«E dire» — pensò Pierino — «che i professori di Storia ci insegnavano a scuola che i croati son gente tanto cattiva... Per le croate, perdio, posso garantir io del contrario!...»
III.
QUATTRO STRACCIONI
L'irredentismo italiano, poichè non era un valzer, aveva sempre lasciato Pierino Balla perfettamente indifferente. Aveva una vaga idea della questione. Cadore, Carnia, Alpi Giulie, eran per lui indicazioni incerte, che non si collegavano nel suo spirito geografico e patriottico a nulla di molto preciso. Sapeva, sì, che erano lassù, a destra per chi guardava una carta d'Italia; ma se gli avessero dato l'incarico di segnarne l'ubicazione sopra una carta muta avrebbe dovuto dire: indovinala grillo e affidarsi alla benignità del caso.
Del Trentino aveva un'idea un po' più chiara perchè nel periodo di una lunga indisposizione, durante la quale non aveva potuto andare a teatro, gli era capitato di leggere una serie d'articoli dell'onorevole Federzoni sul lago di Garda e annessi e connessi. Immaginava così il Trentino come un'immensa scalinata di montagne sempre più alte che dal «Gardesee» si spingeva su su a quel Brennero che per lui era l'estremo limite delle sue conoscenze geografiche come l'estrema Thule era per gli antichi Romani del grande Impero. Dell'irredentismo in generale e in particolare poco sapeva. Non credeva che il problema avrebbe mai potuto turbare i rapporti fra la sua cara Austria e la sua diletta Italia, poichè durante decine e decine d'anni tutt'i ministri degli Esteri della Consulta e della Ballplatz avevano potuto, non ostante quella questione, incontrarsi periodicamente ad Abbazia per diramare di comune accordo i più rassicuranti comunicati ufficiali. Tutto l'irredentismo non aveva per lui che due manifestazioni ugualmente periodiche ed egualmente inoffensive: un discorso del D'Annunzio ogni tanto in cui il poeta chiamava l'Adriatico «l'amarissimo Adriatico» e la rielezione di legislatura in legislatura dell'on. Barzilai, triestino, a deputato del quinto collegio di Roma. C'era anche, a dire il vero, il nome di Guglielmo Oberdan che tornava periodicamente su i giornali. Ma anche quel nome, come Cadore o Carnia, non evocava nel suo spirito nulla di preciso oltre una vaga idea di dimostrazioni proibite e di questurini in movimento. E c'era infine un singolare fenomeno d'agorafobia — paura delle piazze — per cui gli studenti romani non potevano mai passare in piazza Colonna, sotto il palazzo Chigi dove aveva sede l'ambasciata d'Austria, senza essere vittime di una nuova crisi nevrastenica che si manifestava con grida di «Viva Trento e Trieste» e si calmava sùbito con tre squilli di tromba.
In queste condizioni di spirito gli sarebbe stato assolutamente impossibile prevedere ciò che il destino gli preparava facendolo incontrare a Vienna, nella più dolce sera del Prater, con gli occhi azzurri — azzurri come il Danubio è azzurro non già sotto i ponti di Vienna o di Budapest ma nel valzer famoso — con gli occhi azzurri della signorina Eva Kramer. Di nulla sospettando Pierino Balla s'affidò alle apparenze benigne della sorte. Non erano trascorsi quindici giorni che già, per lettera, sotto dettatura della signorina Kramer, egli chiedeva al maestro Kramer che gli venisse concesso l'onore di avere nella sua mano di sposo la mano di sposa della sua cara figliuola. E non era trascorso un mese e mezzo che la signorina Kramer e Pierino Balla, una mattina, alla Sudbanhoff, salivano in uno _sleeping-car_ diretto a Pontafel e da Pontafel in Italia. C'erano alla stazione molti amici a salutarli, tutti gentili, tutti carichi di fiori. Ma il più gentile di tutti, di tutti il più affettuoso, fra tutti il più infiorato, era l'_herr major_ Hampfel, accompagnato da una _frau_ la cui età l'avrebbe designata più per esser la moglie d'un generale a riposo che quella d'un maggiore in piena attività di servizio. Ad Eva ed a lui l'_herr major_ Hampfel aveva ripetutamente stretto la mano ed aveva più volte confermato che si sarebbero presto ritrovati a Roma poichè entro un mese, o due tutt'al più, avrebbe dovuto raggiungere il suo posto d'_attachè_ militare all'Ambasciata d'Italia. Ed il _major_ Hampfel, che era stato a Roma in viaggio di nozze ed anche per compiere, approfittando della buona occasione, alcuni suoi specialissimi studii di carattere militare, si affannava a dare ad Eva tutte le indicazioni che potevano esserle utili. Sentiva, Pierino, la tentazione di dire ad Hampfel che risparmiasse il fiato poichè Eva poteva contare, per gli orientamenti necessarii, su la sua discreta competenza di italiano e più che di italiano addirittura di napoletano romanizzato. Ma il galateo avverte che le persone bene educate devono avere sempre una parola di meno e Pierino, anche per ingenita timidità, era molto bene educato. Non capiva però come l'_herr major_ Hampfel non s'accorgesse che tutte quelle prolisse spiegazioni erano superflue nè perchè mettesse nel darle una così grande insistenza. Non osservò, Pierino, che le spiegazioni romane dell'_herr major_ Hampfel cominciavano sempre con poche parole di francese o d'italiano e finivano poi in un diluvio di parole tedesche. E anche se l'avesse osservato, Pierino, che non sapeva il tedesco, non avrebbe potuto rendersi conto che quelle indicazioni su Roma, che parlavan di Roma finchè erano in francese o in italiano, quando diventavano conversazione in tedesco non parlavano più che di Vienna. E quando finalmente il treno si mosse, di tra le voci di saluto di Kramer e degli amici, si levava ancora la bella voce baritonale dell'_herr major_ Hampfel:
— _Aufwiedersehen!... Aufwiedersehen!..._
Ed Eva spenzolata dal finestrino, agitando il fazzoletto, con gli occhi lacrimosi, gridava ad Hampfel:
— A Roma! A Roma!
E l'_herr major_ a sua volta:
— A Roma! A Roma!
E Pierino era commosso e lusingato. Con che accento parlavan di Roma quelli austriaci! E come poteva non esser sicura per l'Italia l'amicizia di un grande popolo che amava Roma a quel modo?...
Perchè Pierino non era precisamente nazionalista ma era indubbiamente patriota. Entrato in Italia, trascorsa la prima notte di matrimonio in un alberghetto di confine metà austriaco e metà italiano e che però sembrava fatto apposta per il caso loro, Pierino condusse la sua sposa a Milano e a Venezia, a Genova e a Pisa, prima di prendere la via di Roma. E, con lo stesso ardore con cui un garibaldino può mostrare ai nipoti su la camicia rossa le vecchie medaglie delle guerre dell'indipendenza, Pierino mostrava ad Eva i piccioni di piazza San Marco e il caffè Cova a Milano, il traffico del porto di Genova e la torre pendente di Pisa. Eva dimostrava per quelle diverse bellezze italiane — cieli azzurri e caffè eleganti, vecchie chiese ed alberghi moderni, torri illustri e cartoline illustrate di paesaggi napoletani e siciliani — lo stesso irrefrenabile entusiasmo che Pierino aveva per i valzer del repertorio viennese. E, se Eva era fiera dei suoi valzer, Pierino era fiero delle sue cartoline illustrate. Nel giovanissimo _ménage_ italo-austriaco ognuno portava l'orgoglio più che legittimo delle rispettive glorie nazionali.
La dichiarazione di guerra tra Germania e Austria da una parte e Francia e Russia dall'altra li sorprese una sera, a Napoli, nell'_hall_ di un grande albergo, in estasi dinanzi ad una tarantella sorrentina riesumata tre volte alla settimana, dalle vecchie tradizioni locali, ad uso e consumo dei _touristes_ amanti di color locale. Nel giornale che leggevano insieme febbrilmente Pierino corse sùbito a vedere che cosa faceva l'Italia ed ebbe la consolazione — poichè il suo spirito era pacifico ed umanitario ed al suo cuore di buon figliuolo la carneficina della guerra faceva spavento — ebbe la consolazione di veder che l'Italia rimaneva neutrale. Da parte sua Eva non fu molto commossa dal terribile annunzio: apparteneva ella ad una schiatta guerriera ed ella aveva sùbito trovato, come un giornalista viennese o berlinese, prima ancora di leggere i giornali di Berlino o di Vienna, l'alibi della innocenza tedesca: terribile flagello la guerra, ma l'Austria non l'aveva voluta: l'avevan voluta la Serbia e la Russia. Del resto la guerra avrebbe avuto breve durata.
Eva pontificò sùbito fra i clienti neutrali dell'_hôtel_: la Serbia sarà sùbito rimessa al suo posto con uno scappellotto e l'occupazione di Belgrado al primo colpo di cannone. Sùbito dopo, sgominato il piccolo nemico del sud, l'intero esercito austro-ungarico — sette od otto milioni di uomini, signori e signore! — avrebbe saldato la partita, in un sol giro di carte, col nemico del Nord, con la Russia che ha molti uomini ma non può armarli, che ha smisurati territorii ma limitatissime ferrovie e quindi l'assoluta impossibilità di una rapida e intera mobilitazione. Dall'altra parte intanto la Germania avrebbe pensato a dare alla tracotanza francese la lezione che si meritava e se Guglielmo I aveva nel '70 impiegato qualche mese per arrivare a Parigi, nel 1914 l'Imperatore Guglielmo II se la sarebbe sbrigata in due settimane. E lì, davanti a un gruppo di italiani attoniti, di neutrali soggiogati dalla visione guerriera della strapotenza austro-tedesca, Eva Kramer risolveva la guerra in quattro e quattr'otto, come se manovrasse su un tavolino due eserciti di soldatini di piombo. Poi cadde dal tono eroico al tono elegiaco: aveva due fratelli, uno avvocato di grido, l'altro gran medico, tutt'e due militari, ufficiali, degli usseri il primo, d'artiglieria il secondo. Poveri ragazzi! Avevano l'uno e l'altro moglie e figliuoli. Ma, con spartana fermezza, Eva concluse che queste erano le necessarie abnegazioni della guerra e che occorreva nell'ora della prova aver coraggio e speranza. Tanta meravigliosa energia rapì d'entusiasmo il suo piccolo pubblico ed Eva approfittò di quel momento propizio per levarsi e ritirarsi, scortata da Pierino, nel suo appartamento, allontanandosi con dietro una scìa d'ammirazioni e d'approvazioni. «Che donne, sentiva dire, queste tedesche.... Tutte d'un pezzo!». Sentiva anche Pierino e rialzava fiero la fronte, nell'orgoglio d'avere una moglie solida e ferma a quel modo, una moglie infrangibile, come le più belle bambole tedesche dei _bazars_ di Norimberga.
In ascensore Eva domandò: «E Hampfel?». Pierino, che non aveva chiaramente compreso la domanda, non seppe che cosa rispondere e per prendere tempo e capire meglio rinnovò a sua volta il punto interrogativo: «Già, e Hampfel?». Ma sua moglie chiarì la domanda: «Andrà alla guerra anche lui?». Pierino si strinse nelle spalle strette e attillate dello _smoking_ e timidamente, senza prendere posizione, mormorò: «È soldato....». Ma Eva rispose: «No, non è soldato, Hampfel.... Ora è diplomatico e per i diplomatici c'è l'esenzione. Io dico che raggiungerà egualmente la sua destinazione a Roma....» Parve a Pierino di vedere negli occhi della moglie il desiderio, l'ordine quasi di un consenso e, docile, approvò: «Dico anch'io così....».
Pel corridoio, raggiungendo le loro camere, Eva ebbe bisogno ancora di rafforzare il suo rassicurante convincimento: «Io dico che, specialmente adesso, non possono lasciare l'Ambasciata di Roma senza _attachè_ militare.... È vero che l'Italia è neutrale, ma anche i neutri van sorvegliati....». E il _major_ Hampfel fu così la transizione per passare dalla questione europea alla questione italiana. Su questa Eva non aveva ancòra fermato il suo pensiero. Ma ce lo fermò appena giunta in camera e, piantatasi di fronte al marito, gli aprì gli occhi negli occhi e gli sparò a bruciapelo la prima revolverata polemica:
— Ma, a proposito, perchè l'Italia è neutrale?
Pierino, che si stava già sfilando lo _smoking_, rimase con mezzo braccio nella manica e mezzo fuori. Pin, pan.... Seguì la seconda revolverata:
— Non c'è la Triplice Alleanza?
Pierino stimò opportuno rinfilare la manica e riprendere un atteggiamento corretto. Venivano sul tappeto gravi questioni diplomatiche e conveniva accoglierle in abito da cerimonia. Pin, pan, pan.... Terzo colpo di revolver:
— Non mi rispondi?... Come? Eravamo in tre e a far la guerra non siamo più che in due?
Pierino si strinse nelle spalle:
— Ma....