Il "Damo viennese": Romanzo

Part 11

Chapter 113,476 wordsPublic domain

A udir quel valzer, a ripensare a ciò che aveva fatto e a ciò che aveva detto, Pierino si sentiva tremar le gambe. Le grandi tensioni nervose hanno sempre, passato l'impeto o superato il pericolo, di questi subitanei abbandoni per cui il temerario ha la misura esatta della sua imprudenza, l'eroe la giusta nozione del suo rischio, l'impulsivo il senso della sua collera e il leone provvisorio il tempo di ridiventar coniglio definitivo. Passò così una mezz'ora durante la quale Pierino se pensava all'Italia si sarebbe stretta la mano da sè solo, ma se pensava a sua moglie recitava il più desolato atto di contrizione che mai ribelle abbia potuto mettere ai piedi della giustizia punitiva d'una moglie dispotica e doppiamente offesa. Continuava intanto l'orchestrina a versar su le piaghe di quel pentimento il balsamo refrigerante dei valzer più cari al cuore di Pierino. Si dice — e gli impresarii di stagioni musicali si affannano ad accreditare quanto più possono queste voci — si dice che la musica ingentilisca i costumi. Ma è evidente che non tutte le musiche operano questa azione nello stesso modo e all'istesso grado e se la musica selvaggia irta di dissonanze straussiane al cui ritmo danzano il tango i negri antropofagi della Papuasia ingentilisce di poco i costumi, del resto assai sommarii, di quelli abitanti del globo, la musica sentimentale di un'operetta viennese opera ben diversamente su l'anima quanto mai di già gentile di un giovane gentiluomo attillato nel suo abito da sera e col fine fazzolettino di battista tutto odoroso di _chevalier_ d'Orsay. In questo caso ingentilire è sinonimo di intenerire; molto più quando, come nel caso di Pierino Balla, il soggetto è per sua natura già tenero ed incline per temperamento a sentire tutte le suggestioni che le sette note musicali diversamente combinate insieme possono determinare. Pierino, infatti, all'eco insistente di quella musica sentì venir meno tutte le sue brevi energie, capì — poichè se ingentilire è sinonimo di intenerire, intenerito è sinonimo di intimidito — capì che era il caso di farsi coraggio, di risalire su la terrazza, di andare a cercare sua moglie per fare ammenda onorevole di uno scatto che non poteva certamente non apparirle deplorevolissimo. Quando, come Dio volle, le gambe, riluttanti per troppa tensione nervosa, lo ebbero riportato su la terrazza, Pierino vide sùbito che sua moglie e il _major_ Hampfel se ne erano allontanati. Al tavolinetto ancora ingombro di tazze di caffè e di bottiglie di liquori era rimasto solo il luogotenente Federico. A questo Pierino si avvicinò titubante e, quando vide che il luogotenente levava su lui un lungo sguardo stupito credette necessario di mormorare una parola di scusa: poichè se egli aveva mancato di rispetto solamente a sua moglie e al _major_ Hampfel, sua moglie era la sorella del luogotenente Federico e del luogotenente Federico il _major_ Hampfel era connazionale. Ma mentre si aspettava dal doppio sentimento offeso del luogotenente Federico (sentimento di fratello e sentimento di austriaco) la prima delle tre ramanzine cui si sapeva inesorabilmente condannato dal suo scatto, Pierino sentì con somma meraviglia che il luogotenente Federico gli rispondeva con deferenza e quasi con dolcezza, con una dolcezza che rasentava la simpatia:

— Voi non mi dovete, mio caro Pierino, nessuna scusa. Il _major_ Hampfel è stato oltremodo imprudente non solo, ma anche incontestabilmente ingiusto. Io, che mi son battuto con gli Italiani e che di questo combattimento serberò per tutta la vita il ricordo in questo moncherino, so di essermi battuto con avversarii valorosi. E poichè voi siete Italiano, voi avete fatto benissimo a imporre che il vostro sentimento nazionale fosse rispettato. Anche se avete sposato una donna d'altra nazionalità non si deve dimenticare che voi non avete rinunziato alla vostra patria per prendere quella di vostra moglie. E se alcuno questo dimentica, voi avete non solo il diritto ma il dovere di ricordarglielo. Non dico questo solamente a voi. Ma l'ho già detto al _major_ Hampfel e ad Eva non appena voi, per non accendere più violentemente il dibattito, vi siete con lodevole prudenza allontanato.

— E il _major_ Hampfel? interrogò Pierino ancora titubante.

— Il _major_ Hampfel, rispose il luogotenente Federico, non ha potuto che convenire nella mia tesi. Hampfel è fatto così: s'accende presto e fuori di luogo, ma è, dopo tutto, un uomo eccellente.

— Ed Eva?

— Anche Eva ha dovuto essere ragionevole e capire ch'ella stessa avrebbe dovuto stimarvi di meno se vi foste comportato altrimenti. Eva è fatta così: vuol dominarvi e dirigervi, ma dopo tutto vi vuol bene.

Pierino non aveva che una sola preoccupazione:

— Eva dunque mi perdonerà il mio contegno?

— Ma sì, rispose il luogotenente Federico sorridendo di quella timidezza di marito che scambiò per una trepida tenerezza di sposo, ma sì, ve lo perdonerà. E, anche se non dovesse perdonarvelo, voi non dovreste pentirvi di averlo avuto. Più della nostra compagna, più dei nostri figliuoli, anche più di noi stessi, noi amiamo e dobbiamo amare la nostra patria. Ne abbiamo una diversa voi ed io che parliamo. Ma dobbiamo l'uno e l'altro obbedire ad un sentimento che non è diverso, che è uguale così per voi come per me. Italia od Austria, la patria è la patria, e, quando si combatte, la patria è onorata così da una parte come dall'altra di una frontiera. Io ho dato per la patria mia il mio sangue, con gioia. Voi, domani, darete il vostro per la vostra.

Poichè anche nelle coscienze in evoluzione le vecchie abitudini non si sradicano d'un tratto, a quelle parole Pierino guardò il moncherino del luogotenente Federico e la sua gamba paralizzata. E si vide a sua volta conciato in quel modo. Vi sono evidentemente spettacoli di sè stessi più incoraggianti di quello e però non v'è da meravigliarsi se, a quella visione prospettata dalle parole del luogotenente Federico, Pierino si sentì correre un brivido giù pel filo della schiena.

— Vedete, riprendeva il luogotenente Federico, vedete, l'amore della patria è così grande che nulla può diminuirlo. Io sono un invalido, ho un braccio di meno e una gamba perduta. A meno di trentacinque anni io sono un uomo inutile. Ma che m'importa? Quello che io ho fatto era per il mio paese più necessario di quanto non fossero necessarii a me questa gamba e questo braccio che non ho più, di quanto non fosse necessaria a me la mia stessa vita se questa avessi dovuto perdere.

Col braccio ancora valido, con la mano ancora viva, il luogotenente batteva sopra un ginocchio di Pierino.

— Ho sempre avuto per voi, riprendeva, l'affetto più sincero. Ma avervi in questi ultimi tempi veduto troppo docile ai capricci e alle imposizioni dell'ingenuo nazionalismo di mia sorella, avervi veduto in un'ora in cui per così ardenti e nobili passioni uomini d'ogni paese e d'ogni età dànno la vita, avervi veduto insomma così assente, così lontano da ogni passione, così immemore del vostro dovere, m'aveva, ve lo confesso, armato di diffidenza contro di voi. Stasera voi m'avete fatto ricredere. Siete un buon marito, e questo mi fa piacere per mia sorella. Ma siete anche, finalmente lo vedo, un buon italiano e questo mi fa anche molto piacere per voi.

Su l'anima di Pierino avevano effetto irresistibile non solo i bei valzer ma anche le buone e le belle parole. Chè era, insomma, un buon ragazzo e i buoni ragazzi si commuovono facilmente. Ascoltava il luogotenente Federico con una commozione profonda, la quale gli velava gli occhi di una leggera nebbiolina di pianto. Guardava attraverso quel velo l'ufficiale mutilato e il quadro che gli era d'intorno. Andavano e venivano per la terrazza donne belle ed eleganti ch'eran tutto l'amore, uomini ch'eran tutta la giovinezza, tutta l'azione, tutta la ricchezza, tutta la potenza, tutta la vita. Illuminazioni e musiche mettevano attorno a quella gente che viveva la vibrazione e il colore della vita in movimento. Giù, oltre il giardino, la montagna tutta crivellata di luci d'oro, su, oltre il giardino, il cielo tutto tempestato di luci d'argento, mettevano intorno alla limitata vita degli uomini la illimitata vita della natura. Fra quelle vite il giovane ufficiale era lì, superstite, monco, invalido, impossibilitato ormai a muoversi da solo, scemato in tutte le sue forze, annullato in tutte le sue speranze, in tutte le sue ambizioni, in tutte le illusioni. Tuttavia così il superstite parlava. E non vi era nelle sue parole un'ombra di rimpianto o di rammarico. Il sacrificio fatto gli era lieve, gli era lieto. Di che qualità superiore eran dunque quegli uomini che italiani o austriaci avevano fatto o facevano il loro dovere? Di che qualità inferiore era dunque lui, Pierino, chè, nè italiano nè austriaco, non aveva compiuto nessun dovere, che al suo dovere, anzi, s'era sottratto? Tutto questo era nell'animo di Pierino, vago, confuso, indeciso, in uno stato di nebulosa nella quale sia finalmente riconoscibile un pensiero in formazione. Non era, Pierino, uomo di profonda e tormentata psicologia e chi gli avesse parlato, con lo stile letterario in uso qualche anno addietro, d'introspezioni gli avrebbe fatto credere che parlava d'affari concernenti la pubblica sicurezza. Ma se non passava la sua giornata a spiegare o a definire quello che non sentiva, nella sua giornata, specialmente da qualche tempo, gli accadeva di sentire in modo che, anche se avesse voluto, non sarebbe riuscito nè a spiegare nè a definire. In altri termini, mentre parlava, il luogotenente Federico teneva bene aperti e ben fissi su di lui i suoi grandi occhi azzurri di fanciullo e di soldato. Ma, per quanti sforzi facesse, Pierino non riusciva a sollevare i suoi fino ad incontrare quelli del mutilato e, curvo su la persona, i gomiti su le ginocchia, le braccia penzoloni giù fra le gambe, non sapeva decidersi ad avere orizzonte più ampio e più alto di quello segnatogli dai due specchietti lucidi delle punte dei suoi scarpini.

Finalmente si levò. Era tardi e intorno a loro la terrazza s'era sfollata poco dopo che l'orchestrina aveva sviolinato l'ultimo valzer. Offrì all'invalido di riaccompagnarlo fino alla sua stanza.

— Vi ringrazio, rispose il luogotenente Federico, ma io rimango ancora qui. La guerra mi ha lasciato un'insonnia invincibile. Verrà più tardi a prendermi il mio domestico. Son come un bimbo oramai che bisogna vestire e svestire...

Sorrideva con un po' di malinconia, ma senza amarezza. Poi sùbito il sorriso si fece più chiaro e più lieto:

— Andate voi a riposare, mio caro Pierino. E non vi date pensiero di quanto è accaduto. Avete fatto quello che dovevate fare e domani Eva sarà la prima a riconoscerlo...

Domani... Pierino salì nella sua camera pensando a quel domani che a lui non sembrava così libero di minacce come al luogotenente Federico. Poichè il saper attendere con fermo cuore il risolversi delle situazioni difficili è prerogativa dei forti, Pierino non poteva naturalmente adattarsi a passar tutta una notte senza sapere che cosa Eva pensava di lui. Così, dopo essere rimasto appena dieci minuti nella sua stanza, uscì per salire al piano superiore, prendendo, come suol dirsi, il suo coraggio a due mani. E, poichè gli accadeva di fermarsi talvolta a meditare su le frasi fatte come se gli avvenisse d'incontrarle per la prima volta, osservò sorridendo che veramente due mani dovevano bastare a prendere il suo coraggio, che, a giudicare dal tremito che gli infiacchiva le gambe su per le scale dell'albergo, non era certamente gran che. Ma i timidi, incominciata un'azione, sono in questa più ostinati che gli audaci poichè sanno che se non avranno il coraggio di andare fino in fondo non avranno neppure mai quello di ricominciarla. Così giunse Pierino al corridoio del piano superiore dove era la stanza di sua moglie. Era certo di trovarla ancora desta poichè Eva era solita, prima di addormentarsi, di concedere le prime ore della notte alle sue interminabili letture. Quel passo remissivo e deferente ch'egli doveva fare verso di lei per ottenere un'indulgenza plenaria o parziale agli effetti della sua scandalosa ribellione di un'ora prima gli sembrava tuttavia sempre più doloroso per il suo amor proprio e sempre più tormentoso per la sua timidezza. In fondo non andava egli da sua moglie per chiederle di perdonargli di essere stato italiano? Non andava, con quella ritrattazione, a distruggere la nobiltà di un impeto per il quale il luogotenente Federico lo aveva felicitato? Non andava ad offrire al _major_ Hampfel, attraverso sua moglie, delle scuse che al posto suo il _major_ Hampfel non avrebbe certamente mai fatte? Non si ridava, con quell'atto, mani e piedi legati alla tirannia morale e materiale di sua moglie? Non avrebbe fatto meglio ad ostinarsi nel suo atteggiamento e, a costo di qualsiasi rancore di sua moglie, ad aspettare che sua moglie fosse persuasa ch'egli era oramai trasformato affinchè in questa trasformazione ella trovasse le ragioni di stimarlo di più e di amarlo diversamente? Saggi punti interrogativi tutti questi... Ma Pierino amava sua moglie con cieca devozione e l'amore bendato, anche se è mal dato, rifugge istintivamente dalla saggezza. Sapeva solamente, Pierino, che rimanere in collera con Eva gli sarebbe stato insopportabile, che mai come quella notte desiderava di stringersela, a pace fatta, tra le braccia, di trovarsela accanto appassionata e tenera come soleva essere quando, nelle effusioni dell'amore senza nazionalità precisa, il suo orgoglio austriaco di fronte a un marito italiano finalmente disarmava.

In queste indecisioni Pierino temporeggiava. Ma, se Fabio il Temporeggiatore temporeggiava all'ombra di un faggio discorrendo di guerra coi suoi legionarii, Pierino temporeggiava lì, in fondo a un corridoio d'_hôtel_ illuminato solamente laggiù da una lampadina che indicava alle camere di ognuno dei clienti un camerino in comune per tutti i clienti. Dall'ombra dove era rimasto in attesa di decidersi Pierino aveva veduto una striscia di luce sotto la porta della sua antica stanza, ora occupata dal _major_ Hampfel. Anche questo particolare lo aveva arrestato, per paura che il _major_ Hampfel sentendo camminare nel corridoio avesse potuto aprire la porta e incontrarsi così con lui faccia a faccia. Non tardò, Pierino, ad accorgersi che la sua preoccupazione era giusta poichè ad un tratto la porta del _major_ Hampfel s'aperse ed il maggiore mettendo fuori la testa guardò a destra e a sinistra nel lungo corridoio semioscuro. Poi chiuse. Ma, dopo altri pochi secondi, riaprì e guardò ancora. Ancora richiuse e poi ancora riaprì. Comprese, Pierino, che il _major_ Hampfel doveva attraversare il corridoio e che non gli piaceva, in quella traversata notturna di necessità troppo evidente, di incontrare qualcuno, poichè un eroe non consente a perdere il suo prestigio nella schiavitù alle più umili necessità. Difatti la porta del _major_ Hampfel si aprì una quarta volta e questa volta il maggiore uscì dalla sua stanza, tutto attillato nel suo pigiama rosa e con un paio di pantofoline crema che calzavano un piedino assolutamente inverosimile per un così terribile uomo d'armi. Mentre Pierino si felicitava di avere così esattamente compreso tanto la veglia prolungata quanto le ripetute esplorazioni del _major_ Hampfel, questi si avviava rapidamente verso la lampadina accesa nell'angolo di corridoio opposto a quello dove Pierino, sempre nell'ombra, aspettava che l'inaspettato incidente si fosse interamente svolto. Ma ad un tratto vide il _major_ Hampfel sostare. E dove? Dinanzi alla porta della stanza occupata dalla signora Kramer-Balla. Lo vide con due dita picchiare leggermente alla porta. Cercò ancora di spiegare l'inesplicabile.... Forse aveva dimenticato qualche cosa, forse si sentiva male e chiedeva l'aiuto di Eva... Ma la porta di Eva, intanto, s'era pianamente aperta. Il _major_ Hampfel era entrato nella stanza. Poi, dalla porta socchiusa, aveva nuovamente sporto la testa ad osservare il corridoio in su e in giù. E, dall'ombra, Pierino sentì un giro di chiave, un giro di chiave che non lasciava più dubbii. Ma, come se questo non gli fosse ancora bastato, Pierino percorse di volo, in punta di piedi, il corridoio, raggiunse la porta di sua moglie, incollò l'orecchio all'esile legno ed ascoltò la voce di Eva, — la voce di Eva dire come non l'aveva detto mai a lui, povero Pierino:

— _Ich liebe! Ich liebe!_ Io ti amo, ti amo!

X.

ULTIMI ECHI DI VECCHI VALZER

Come in molte altre faccende anche nella carriera di marito tradito il primo passo è quello che conta. Tra la rispettabilità coniugale d'Otello e la pessima riputazione di Menelao non c'è che un passo, un passo mancato. Se al primo momento in cui avviene la rivelazione dell'infortunio coniugale cade su gli occhi quella benda dell'impulso irresistibile su la quale i giurati di tutti i processi passionali sono oramai invitati a meditare, il marito uccide. Se la benda non cade, il marito invece riflette. E tutti sanno che la riflessione è stato d'animo essenzialmente inattivo, poichè è provato e riprovato che più agiscono quelli che meno riflettono. Così Pierino, non appena gli «Ich liebe» pronunciati teneramente da sua moglie non gli ebbero lasciato nessun dubbio su la natura del colloquio che si svolgeva dietro quella porta fra Eva e il _major_ Hampfel, sentì che il suo decoro di marito, che il suo onore di uomo, che il suo risentimento di innamorato offeso gli imponevano di levar la mano vendicatrice su la maniglia di quella porta, di farsi aprire quella stanza per amore o per forza e di giungere, terzo incomodo in quell'idillio, con fieri accenti e cipiglio di circostanza. Ma esiste, anche nell'infortunio coniugale, uno stato d'animo intermedio che non e nè l'ira d'Otello nè la rassegnazione di Menelao. Questo stato d'animo è lo sbalordimento. Giova anche osservare che Pierino era salito alla camera di sua moglie come un colpevole umiliato e pentito che aveva molto da farsi perdonare. Ora non è facile cambiare d'improvviso il tono della nostra coscienza trasformandosi inopinatamente ed istantaneamente da giudicabile in giudice, da giustiziabile in carnefice. Trascorsero così, in quello stato di stupimento, i primi cinque minuti durante i quali Eva e il _major_ Hampfel continuarono a parlare, ma con parole tedesche il cui significato era meno esplicito di quello delle precedenti per il limitato vocabolario di Pierino. Dopo cinque minuti Pierino si trovò di nuovo di fronte al caso di coscienza e tornò a domandarsi se doveva o no farsi aprire e se doveva o non far valere i proprii diritti di marito oltraggiato. Ma vi sono, nelle situazioni, particolari che le mutano radicalmente. Pierino ebbe la lucidità di vedere nei suoi particolari la situazione nella quale si sarebbe trovato, agendo, impegnato. La stanza di sua moglie aveva ai lati altre due stanze ch'erano occupate da due _ménages_ coi quali, durante l'oramai lungo soggiorno in quell'_hôtel_, s'erano stabilite cordiali relazioni. S'egli fosse entrato nella camera di Eva, se, di fronte agli amanti, egli avesse tirato due colpi di revolver o avesse almeno tirato fuori dal suo animo esacerbato i giusti argomenti della sua collera coniugale, i _ménages_ contigui si sarebbero certamente destati e sarebbero molto probabilmente accorsi. La colpa di Eva passava e avrebbe continuato a passare inosservata: un lieve ricamo di baci, di sospiri e di tenere parole sussurrate a fior di labbra non strappava i vicini dalla quiete del sonno notturno. Ma l'intervento di Pierino avrebbe immediatamente trasformato quel duettino idilliaco in minore in un terzetto drammatico a piena orchestra. L'albergo intero si sarebbe destato all'eco delle voci irose, del probabile pianto disperato di Eva e delle prevedibili vie di fatto tra Pierino e il _major_ Hampfel. Tanto più che dopo la guerra il _major_ Hampfel era oramai mezzo sordo e non sarebbe stato possibile fargli capire che era un porco se non facendolo sentire in pari tempo all'albergo intero. La maggior coscienza che da qualche tempo egli aveva preso di sè aveva destato inoltre in Pierino il senso del ridicolo. Gli parve, così, intollerabile l'idea di dover passare sotto gli occhi di un albergo intero, ufficialmente segnato e bollato come marito sfortunato. Ma intanto altri cinque minuti erano trascorsi. Nella stanza di Eva non si udivano più parole: s'udiva solo, adesso, un complicato giuoco di baci e di sospiri sopratutto che mano mano diventavano sempre più sospirosi e quindi più eloquenti per Pierino che li riconosceva. Pensò ancora, Pierino, che dalla stanza vicina anche quei baci e quei sospiri potevano essere uditi. Fortunatamente i baci e i sospiri non sono facilmente riconoscibili ed i vicini, posto che Eva aveva un marito nello stesso albergo, potevano credere che quelle effusioni della giovane signora austriaca fossero, nel cuor della notte, riservate al legittimo titolare delle sue tenere grazie.

Ma, poichè il _faut qu'une porte soit ouverte ou fermée_, è sempre probabile che debba da un momento all'altro aprirsi una porta che per il momento è ancora chiusa. Pierino si vide quindi nella difficile situazione che si sarebbe prodotta se d'improvviso, per una di quelle improvvise necessità che nel cuor della notte interrompono il placido riposo degli uomini, una delle porte delle stanze attigue a quella di Eva si fosse aperta. Se l'avessero trovato lì sarebbe stato evidente che il duettino di sospiri e di baci intessuto nella camera di Eva non apparteneva, almeno per metà, a lui marito. L'intervento di un tenore di grazia sarebbe così stato più che evidente ed egli, lì, dietro quella porta, sarebbe apparso grottesco come un tenore fischiato che da dietro una quinta sente il rivale ricamare con successo la cabaletta che la prima donna non vuol più cantare con lui.