Part 10
Tra le conversazioni di Eva con il _major_ Hampfel e i lunghi monologhi del luogotenente Federico scorrevano giorni e serate. Queste serate avevano una durata diversa per il _major_ Hampfel ed Eva e per il luogotenente Federico e Pierino. Alle dieci, dopo un breve giro di _poker_ o una rapida partita di bigliardo, il _major_ Hampfel chiedeva il permesso di ritirarsi. Per giustificare questo suo precoce bisogno di riposo e scagionare da una malignità possibile i suoi quarantacinque anni, il _major_ Hampfel ripeteva ogni sera di dovere in quel periodo di sosta rimettersi in pari con tutto il sonno arretrato in tante notti di trincea continuamente interrotte dalle «mandolinate» a suon di cannoni di quei diavoli d'italiani. Quasi avesse deciso di collaborare con lui a ristabilire al più presto quell'equilibrio di bilancio tra le ore di sonno e le ore di lavoro che è particolarmente raccomandabile ai quadragenarii vicini ad essere quinquagenarii, cinque minuti dopo l'uscita del _major_ Hampfel anche Eva piegava il casco o il farsetto in lavorazione, avvolgeva la lana attorno al panciuto gomitolo, trafiggeva il ventre lanoso con due uncinetti incrociati e, con un sorriso, stendeva al bacio di suo fratello e di suo marito la bella mano inanellata così fine, così esangue, così allungata che ogni sera, a tavola, il _major_ Hampfel, vedendola maneggiare con grazia aristocratica forchette e coltelli, non poteva astenersi dal chiamarla una mano da arciduchessa. Il sonno del _major_ Hampfel stava ad Eva tanto a cuore che ogni sera, raggiunto il terzo piano, percorsa la metà del gran corridoio centrale dell'albergo, la bella mano da arciduchessa picchiava con le nocche di due dita alla porta del bel maggiore mentre due labbra sorridendo al legno bianco di _ripolin_ d'una porta chiusa, mormoravano il più affettuoso: _Gutte nacht_ che sia mai possibile desiderare per aver popolata di teneri sogni una notte di solitario riposo. Un _Gutte nacht_ tenero e marziale insieme rispondeva da dietro la porta che sùbito si socchiudeva per mostrare nel breve rettangolo illuminato un _major_ Hampfel in pijama roseo che si inchinava alla dolce amica e deponeva cerimoniosamente su la mano da arciduchessa il più rispettoso bacio.
La camera a mezzogiorno che occupava il _major_ Hampfel era quella che Pierino aveva occupata durante il primo periodo del suo soggiorno neutralista nella Svizzera neutrale. Giunto il caro maggiore non era stato possibile trovargli una stanza a mezzogiorno nè a quello nè agli altri piani. Invitato da Eva ad essere cortese con un bravo soldato che aveva fatto il suo dovere e che doveva perciò essere sacro in ogni suo desiderio, Pierino aveva offerto al _major_ Hampfel di cedergli la sua camera, poichè incontrastabilmente un soldato austriaco in permesso di convalescenza ha maggior bisogno d'avere il sole fin sul suo capezzale che non un italiano di terza categoria e, per giunta, anche riformato. Così Pierino era disceso di un piano ed aveva continuato a dormire i più placidi sonni in una stanza a settentrione. Di tanto in tanto, a notte alta, saliva al piano di sopra prima di mettersi a letto e, passando in punta di piedi per non disturbarne i sonni dinanzi alla camera del _major_ Hampfel, andava a bussare a quella di Eva, egualmente esposta a mezzogiorno, per chiederle timidamente se mai avesse bisogno di nulla e sempre nella speranza, di sera in sera delusa, che Eva fosse per rispondergli di sì, che quella sera aveva veramente bisogno di qualche cosa. Ma Eva, sia che avesse limitato i suoi bisogni, sia che avesse a questi provveduto altrimenti, aveva sempre una risposta negativa per il povero Pierino il quale, mortificato, se ne tornava ogni sera giù al piano di sotto, nella sua stanza a settentrione; e, di sera in sera, volgeva uno sguardo sempre meno indifferente alla piccola cameriera in cuffia bianca che veniva a portargli la bottiglia di acqua fresca e a chiedergli — anche lei! — se mai avesse bisogno di qualche cosa.
Ma Pierino, che era docile con sua moglie anche in questo, rispondeva sempre alla cuffietta bianca e al sorriso che la illuminava:
— _Dancke schön..._ Non ho bisogno di nulla.
E, come se nulla fosse, s'addormentava.
IX.
«LAGGIÙ NEL SILENTE GIARDINO....»
Si ama credere che esista tra il nostro temperamento e le forze misteriose del destino un sistema di telegrafia senza fili per il quale, alla vigilia di un avvenimento capitale della nostra vita, ci sentiremmo avvolti, con le antenne della nostra più squisita sensibilità, nelle onde herziane del presentimento. Senonchè questa telegrafia senza fili funziona in modo così intermittente che sarebbe assolutamente ingenuo affidarsi al servizio irregolarissimo dei presentimenti per conoscere, almeno cinque minuti prima, il nostro destino. Nessuna onda herziana avvolgeva lo spirito di Pierino Balla, quella sera, mentre egli invece avvolgeva con un nodo elegante la sua cravatta da _smoking_ attorno al collo della camicia più incredibilmente porcellanata. Dalla montagna entrava una tepida aria d'estate. Giù nel giardino dell'_hôtel_, rischiarato nel grigiore della sera imminente da lampadine colorate sparse qua e là tra gli alberi, circolavano, in attesa dell'ora del pranzo, alcune coppie eleganti: uomini in _smoking_ e cappello di paglia, signore in abiti chiari di tulle o di _chiffon_, colli, spalle e braccia nude o seminude. Mentre dava un'ultima lustratina alle unghie tutte lucide di smalto, mentre da un'anforetta d'acqua d'odore spruzzava alcune gocce di profumo _Chevalier d'Orsay_ sul suo fazzolettino di battista, mentre infilava questo fazzolettino — lasciandone fuori tanto e non più — nella tasca del suo abito da sera, mentre si dava un'ultima guardatina allo specchio per vedere se era tutto lucido, impomatato, stirato e attillato a dovere, un ritornello delle vecchie operette viennesi care al suo cuore, lo spunto di un vecchio caro valzer suggestivo, il valzer di Franzi, gli ritornava, fischiettato, su le labbra, nel guardare giù quel giardino silenzioso e illuminato:
_Laggiù nel silente giardino_ _trattenni d'un tratto il respir,_ _udendo l'incanto divino,_ _d'un valzer il dolce respir..._
E mentre scendeva le scale diretto a raggiungere Eva, il _major_ Hampfel e il luogotenente Federico che già pronti lo aspettavano nel giardino, Pierino Balla continuava a canticchiare il suo caro valzer, sospirato sussurrato carezzato in tante lontane e dolci sere romane, in tante chiare e quiete notti della sua vita di scapolo:
_Canta e poi trilla,_ _valzer d'amor,_ _tu sei scintilla_ _che infiamma il cuor..._
Non rivedeva sua moglie, Pierino, dall'ora di colazione. In compagnia del _major_ Hampfel e dell'eroico fratello mutilato, Eva era stata quel giorno a fare una lunga corsa in automobile. La quale automobile non avendo che quattro posti e il quarto posto essendo stato la sera prima cortesemente offerto da Eva al consigliere Faber, Pierino era stato escluso con molta semplicità dalla gita, alla fine della colazione, quando Eva levandosi per andarsi a preparare gli aveva detto: «Tu non vieni, lo so. Tanto tu a veder paesaggi non ti diverti...» Che i paesaggi svizzeri non lo attraessero, Pierino non aveva mai, a dire il vero, affermato. Che egli non volesse partecipare a quella gita, Eva, a dire il vero, non poteva sapere. Ma sapeva però, Pierino, che obbiettar qualche cosa alle due erronee interpretazioni di sua moglie era assolutamente fiato sprecato, imperocchè se Eva aveva parlato così doveva avere le sue buone ragioni per farlo e, se l'aveva con tanta indifferenza lasciato a casa, era evidente che non aveva affatto nè il desiderio nè l'opportunità di portarselo dietro. Trovare una spiegazione all'atto di sua moglie non gli era stato difficile: bastava a fornirla la presenza in automobile del consigliere Faber. Si trattava certo ancora di preparargli in segreto la bella sorpresa di farlo addormentare una sera italiano e di farlo svegliare svizzero una bella mattina. Questa insistenza di sua moglie cominciava a urtargli un po' i nervi e gli sembrava che di farlo diventare svizzero non fosse più il caso di occuparsi dal momento che, in un singolare momento di energia, egli aveva chiaramente affermato di non volerne più affatto sapere. Anche quel modo di disporre di lui liberamente, di trascinarlo fuori o di lasciarlo a casa secondo il capriccio della giornata e l'opportunità dell'ora, urtava adesso leggermente una sua nuovissima sensibilità e una specie di piccola personalità ancora in via di formazione, che erano ormai dentro di lui sotto una superficie ancora quanto mai docile e remissiva. Ma Pierino viveva adesso nel suo matrimonio come l'Italia aveva vissuto trent'anni nella Triplice Alleanza: chiudendo gli occhi per non vedere, tappandosi le orecchie per non sentire. I mariti ed i popoli docili devono a forza transigere. E poichè con la dignità matrimoniale, come con quella politica, le apparenze devono comunque essere salve, transigere bisogna senza aver l'aria di accorgersi di transigere.
Dopo ogni piccola mortificazione che doveva subire Pierino si sentiva sempre un po' più lontano da sua moglie come in trent'anni, ogni volta che aveva dovuto chinar la testa, l'Italia s'era sentita sempre più un po' meno alleata della sua alleata. La quale era, come l'aquila che la simboleggia, bicipite. Ma sembrava che, pur avendo due teste, conducesse la sua politica senza adoperarne neppure una, tanto quella politica lavorava ogni giorno a far sì che si avvicinasse il momento in cui l'alleata del sud, già così poco alleata, non sarebbe più stata alleata niente affatto. Parimenti Eva lavorava, senza avvedersene, ad allontanar sempre più suo marito da sè e non si rendeva conto che, proprio a furia di voler soffocare la sua personalità, riusciva invece a dargliene una. Così a furia di dirgli che gli Italiani non si battevano bene, che non andavano avanti, che diretti a Vienna non avrebbero mai toccato neppure Gorizia ch'era lì a due passi sotto il tiro dei loro cannoni, Eva diede a Pierino la curiosità d'andare a vedere ogni giorno come gli Italiani facevano la guerra e quali risultati avevano ormai conseguiti o stavano per conseguire. Tutta quella giornata, infatti, mentre sua moglie correva in automobile di paesaggio in paesaggio col consigliere svizzero e con i due ufficiali austriaci, Pierino l'aveva trascorsa sdraiato su un divano a leggere nei giornali italiani le più recenti corrispondenze dal fronte. A quei racconti di sacrificii, di abnegazioni, d'eroismi, s'era vivamente interessato. Qualche volta, leggendo qualche episodio più particolarmente eroico, vedendo staccarsi nell'immenso quadro della guerra qualche figura più liricamente esaltata ed esaltatrice, s'era raddrizzato sul divano, aveva sospeso il respiro, teso i nervi, stretto i pugni, come avesse anche lui il nemico davanti, come smaniasse anche lui di fare quello che facevano con tanta semplicità quelli eroi, come tardasse anche a lui di menar finalmente, a sua volta, le mani. E, finalmente, a leggere delle eroiche scalate notturne degli alpini, del vertiginoso slancio dei bersaglieri, delle meravigliose avanzate dei piccoli fantaccini grigioverdi sotto le tonanti e ardenti tempeste del fuoco nemico, s'era sentito correre un brivido nel sangue, e il cuore gli aveva battuto più forte nel petto, e un velo di lacrime s'era posto tra lui ed il giornale che raccontava quelli eroismi. Aveva esclamato con una voce che la commozione gli strozzava in gola: «Ah, gli italiani!». Poi aveva corretto «Noi, italiani...». E aveva riveduto l'arciere Guglielmo Tell e la mela sul capo del figliuolo giovinetto. Poi, deposti i giornali, guardata l'ora, rilevato che bisognava cominciare a vestirsi per il pranzo, s'era tirato su, aveva allargato fieramente il petto, aveva stretto i pugni energicamente dinanzi a sè e lì, guardandosi nella specchiera che aveva davanti, squadrando con fiero cipiglio quell'altro sè stesso impettito e fiero che aveva lì di fronte nello specchio, aveva di tanto eroismo sentito un grande orgoglio; e, snodandosi la cravatta, aveva chiuso quell'orgoglio in poche parole pronunziate ad alta voce: «Ah, perdio, ma sono italiano anch'io!». Poi, la piccola vita della neutralità svizzera avendolo ripreso nel suo giro di piccole cure quotidiane, aveva mutato vestito, aveva cosparso i capelli di brillantina, aveva profumato il fazzoletto e infilato all'occhiello dello _smoking_ il suo solito garofano rosso. E il ritornello del vecchio valzer che, vedendo il giardino silenzioso e illuminato, gli era tornato su le labbra:
_Laggiù nel silente giardino..._
era un piccolo segno di contentezza: contentezza d'essere rimasto dopo tutto un buon figliuolo, contentezza di sapere che c'erano al fronte tre milioni di italiani che facevano così eroicamente il loro dovere, contentezza di sentire che in fondo alla sua anima riviveva, come un primo fiore di primavera, qualche cosa che da molto tempo egli poteva credere morta o addormentata. E, mentre scendeva le scale, mentre canticchiava ancora:
_Canta e poi trilla,_ _valzer d'amor..._
sentiva che doveva, che poteva quella sera affrontare a viso più alto lo sguardo dei due ufficiali austriaci, poichè non tutti gli italiani erano come lui in Svizzera, riformati di terza categoria, e il _major_ Hampfel, nella sua sordità e il luogotenente Federico nel braccio amputato e nella gamba perduta ne avevano, dolorosamente per loro, le incontestabili prove.
Se si potesse prevedere le infinite conseguenze che una parola innocua un giorno può avere se è detta invece il giorno dopo o il giorno prima, neppure un deputato oserebbe più aprire bocca. Se quella sera il _major_ Hampfel non avesse esclamato: «Le notizie della guerra sono buone...» molto probabilmente le avventure di Pierino Balla avrebbero avuto tutt'altra soluzione. Quella piccola frase inoffensiva, tanto inoffensiva che ogni giorno è detta con uguale persuasione dall'una e dall'altra parte di un fronte di battaglia, non avrebbe, detta la sera prima o detta la sera dopo, avuto nessuna grave conseguenza. Sarebbe caduta, con uno sbadiglio, nel vuoto d'una conversazione senza interesse, com'era già caduta, inosservata, tante altre sere. Ma la lettura dei giornali italiani era per Pierino impressione troppo recente e la persuasione che dovesse guardar gli ufficiali austriaci, più che non avesse fatto per il passato, a fronte alta, era persuasione proprio di quella sera. Portava dunque Pierino, nella sua buona fede, l'ardore dei neofiti e l'intrattabilità dei catecùmeni. Per di più gli parve che pronunziando quella frase il _major_ Hampfel guardasse lui. Se invece l'ufficiale austriaco avesse, pronunziandola, guardato la signora Eva o la propria forchetta, Pierino l'avrebbe lasciata passare. Ma quello sguardo gli fece credere, a torto o a ragione, che la frase gli fosse più particolarmente diretta. Così credette necessario di raccoglierla e di domandare al _major_ Hampfel con un cipiglio serio e una voce un po' rauca:
— Buone per voi o per noi?
Stabilire che attorno a quella tavola neutrale d'un albergo neutrale nella Svizzera neutrale ci fossero dei voi e dei noi era già segnare apertamente un inizio di ostilità. Se non proprio a un primo colpo di cannone quel punto interrogativo equivaleva almeno a uno sconfinamento premeditato oltre i limiti segnati da una cordiale urbanità e da una tacita intesa alle conversazioni tollerabili da qualunque orecchio. Erano alla fine del pranzo, trascorso tutto nel racconto delle varie impressioni raccolte durante la bella gita automobilistica di quel pomeriggio. Da quando la grande estate era venuta, da quando cioè le sere si erano fatte deliziosamente tiepide, il _ménage_ Balla-Kramer e i due ufficiali austriaci solevano uscire a prendere il caffè allo scoperto su la grande terrazza aperta sul giardino dell'albergo. La domanda di Pierino era stata formulata proprio nel punto in cui i quattro si levavano da tavola. Il _major_ Hampfel aveva guardato, udendola, Pierino, come per leggergli sul volto le intenzioni che si nascondevano nel piccolo geroglifico di quel punto interrogativo. Ma, invece d'incontrare il sorriso un po' ebete che aveva eletto fissa dimora sul volto di Pierino, il _major_ Hampfel si era trovato dinanzi un viso serio serio e due occhi che lo fissavano in attesa d'una risposta altrettanto pronta quanto precisa.
Così, appena fuori, appena seduti attorno al tavolino di vimini sul quale fra poco avrebbero portato il caffè, il _major_ Hampfel, acceso il sigaro per dare una certa leggerezza indifferente alla sua risposta, fissò Pierino negli occhi e affermò categoricamente:
— Buone per noi, diamine! Dal principio della campagna le notizie della guerra sono sempre state e non potevano essere sempre buone che per noi...
Poichè non si diventa leoni in un giorno, Pierino, anche dinanzi ad un'aperta provocazione, aveva ancora nei suoi nervi quieti, nel suo cervello placido, nel suo carattere bonario e nel suo cuore senza fiamma le mansuetudini di un agnellino pasquale. Così, invece di raccogliere sùbito il guanto che il _major_ Hampfel con aria arrogante e sprezzante gli lanciava, Pierino cominciò a ragionare. Cominciò a citar dati, fatti, posizioni, comunicati. Continuò con l'osservare che gli Italiani erano entrati in Austria e che nessun austriaco, se non prigioniero, era, grazie a Dio, entrato in Italia. E tutto questo bonariamente, pacificamente, con l'aria di un buon figliuolo che non vuol dar noia a nessuno, ma che solamente, per spirito d'ordine, per senso di equità, vuole stabilire le cose nei loro veri termini e non accettarle così come fa comodo a Tizio o a Sempronio di prospettarle. Ma il _major_ Hampfel era austriaco e la boria austriaca non lega — trent'anni d'esperimento l'hanno provato — col semplice e onesto buon senso italiano. Alle osservazioni meticolosamente precise di Pierino il _major_ Hampfel rispose con qualche cosa di estremamente vago, di comodamente indeterminato:
— Siete per ora in casa nostra, è vero, ma sapremo non farvici rimanere.
Il buon senso italiano — e Pierino, da quella sera specialmente e in quel momento specialissimamente, era italiano — il buon senso italiano è avvezzo a non preoccuparsi che delle minacce racchiuse nei fatti e a lasciar correre con un sorriso quelle che vorrebbero uscir fuori dalle parole. Si limitò a rispondere con un sorriso sereno all'oscura tempesta che il _major_ Hampfel minacciava. Senonchè il sorriso è la più insopportabile provocazione per la gente che vuole ad ogni costo essere presa sul serio e però la conversazione che il sorriso di Pierino avrebbe con urbana opportunità garbatamente chiusa a quel punto ripartì per una seconda tappa con una brusca alzata di spalle, una torva occhiataccia e un impeto convulso di parole del _major_ Hampfel:
— Sorridete voi, signor mio? Sorridete? Ricordatevi che ride bene chi ride per ultimo. E ricordatevi sopratutto che gli austriaci non hanno mai perso e che gli italiani non hanno mai vinto.
A questa uscita Pierino, meticoloso e dialettico, rispose:
— Non è accertato dalla storia, così almeno come si insegna in Italia (e quella che si insegna in Austria io la ignoro) non è accertato che gli austriaci non abbiano mai perduto e che gli italiani non abbiano mai vinto. Comunque è forse questo il momento di invertire finalmente le parti e voi che in vincere siete, voglio ammetterlo, espertissimi, cominciate per completare gli studii a far pratica, in un corso accelerato, di come si perde.
— Non verremo neppure per questo, signore, a scuola da voi! gridò Hampfel. C'è anche modo e modo di perdere. E noi non invidiamo certamente il disonore di Novara e di Custoza.
Tanto può la prudenza su un carattere di clima oltremodo temperato che anche su quell'uscita del _major_ Hampfel Pierino tentò, povero figliuolo, di troncare la conversazione. Ma la prudenza d'un interlocutore chiama sempre, irresistibilmente, l'imprudenza dell'altro interlocutore. Aveva Pierino un bel rimanere indietro affinchè il _major_ Hampfel non andasse troppo avanti. Questi aveva oramai preso l'abbrivo e la storia insegna che, preso l'abbrivo, la millanteria e la burbanza di un ufficiale o d'un giornalista austriaco non sanno mai dove andranno a finire. Chi avrebbe mai detto, infatti, che le sue ironie e le sue vanterie, il suo tono di scherno e di superiorità avrebbero portato quella sera il _major_ Hampfel, di botta in botta, di risatina in risatina, di beffa in beffa, a trovarsi d'un tratto davanti un Pierino Balla uscito definitivamente dai gangheri e che, in piedi, rosso in volto, con le labbra convulse, con le mani che saltavano su e giù senza decidersi a tornare definitivamente in giù lungo le cuciture dei pantaloni o a levarsi definitivamente in su su le guancie dell'ufficiale austriaco, gridava ad un tratto, con una potenza di voce che Eva non avrebbe mai sospettata in quel maritino docile e remissivo che parlava sempre come bela un agnellino, in tono sommesso e con quel ritmo timido e affannoso che in musica si chiama «sincopato», gridava ad un tratto in modo che l'udissero anche i cuochi giù nel sotteraneo dell'_hôtel_:
— Caro signore, io non vi permetto di parlare più oltre così dell'Italia ad un italiano. Non siamo più ai tempi del maresciallo Radetzky. Non siete più a Milano, signor Hampfel e, in nome di Dio, per grazia di Dio, per volontà e per valore di tutta una nazione di trentacinque milioni di uomini, siamo forse noi questa volta su la via di Vienna!
Ma come i novellini del coraggio militare non resistono bene che alle primissime fucilate, i novellini del coraggio civile non reggono a lungo il fuoco di una prima escandescenza. Così Pierino ad un tratto si sentì mancare il fiato in gola e le parole nel cervello. E, poichè aveva le mani in aria che chiedevano convulsamente di fare anche loro qualche cosa, picchiò due grandi pugni sul tavolino, mandò per aria chicchere e caffettiera, gridò tre volte: — «Ah, perdio, basta, basta, basta!» e, voltatosi bruscamente sui tacchi prima ancora che il _major_ Hampfel avesse avuto il tempo di rispondere, si avviò verso il fondo della terrazza donde una grande scalea permetteva di scendere in giardino. Ma non s'allontanò così rapidamente da non avere il tempo di vedere fissi su la sua persona gli occhi di Eva, esterrefatti come gli occhi di un uomo che durante un terremoto si veda cader giù nel vuoto, una dopo l'altra, le quattro pareti che lo circondano. Il tiranno cui il vassallo manca improvvisamente di rispetto non ha, in primo tempo, che un moto di sbalordimento. La forca che punirà il ribelle non verrà che più tardi, dopo ricuperati gli spiriti sbigottiti. Ma quella forca Pierino l'intravvide prima ancora ch'essa fosse eretta e, pensando anche a questa espiazione, e a tutta la sua viltà, e a tutta la sua schiavitù, gridò un'ultima volta verso sua moglie, contro sua moglie, proprio per sua moglie: «Basta!»
Così nella commedia come nel dramma di Pierino Balla melomane c'era sempre un po' di musica. Appena che fu disceso in giardino, infatti, per sbollire con l'aria aperta un po' di sangue caldo, l'orchestrina, lassù, nella veranda riattaccò un valzer, un valzer viennese, sospirato dai violini già oramai per la quarta o quinta volta nella serata:
_Laggiù nel silente giardino_ _trattenni d'un tratto il respir..._